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Quando un credente, mosso dallo Spirito Santo, prega per i peccatori, non fa selezioni, non emette giudizi di condanna: prega per tutti.

E prega anche per sé. In quel momento sa di non essere nemmeno troppo diverso dalle persone per cui prega: si sente peccatore, tra i peccatori, e prega per tutti.

La lezione della parabola del fariseo e del pubblicano è sempre viva e attuale (cfr Lc 18,9-14): noi non siamo migliori di nessuno, siamo tutti fratelli in una comunanza di fragilità, di sofferenze e nell’essere peccatori.

Perciò una preghiera che possiamo rivolgere a Dio è questa: “Signore, nessun vivente davanti a Te è giusto (cfr Sal 143,2) – questo lo dice un salmo: “Signore, nessun vivente davanti è Te è giusto”, nessuno di noi: siamo tutti peccatori –, siamo tutti debitori che hanno un conto in sospeso; non c’è alcuno che sia impeccabile ai tuoi occhi. Signore abbi pietà di noi!”.

E con questo spirito la preghiera è feconda, perché andiamo con umiltà davanti a Dio a pregare per tutti. Invece, il fariseo pregava in modo superbo: “Ti ringrazio, Signore, perché io non sono come quei peccatori; io sono giusto, faccio sempre…”.

Questa non è preghiera: questo è guardarsi allo specchio, alla realtà propria, guardarsi allo specchio truccato dalla superbia.Il mondo va avanti grazie a questa catena di oranti che intercedono, e che sono per lo più sconosciuti… ma non a Dio!

Ci sono tanti cristiani ignoti che, in tempo di persecuzione, hanno saputo ripetere le parole di nostro Signore: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).

 

da un’omelia di papa Francesco

 

 

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Il Vangelo – Ermes Ronchi

XXX^ Dom. T.O. – Anno C – ottobre 2019

Quando mettiamo «io» al posto di «Dio»

O Dio, tu non fai preferenze di persone
e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi;
guarda anche a noi come al pubblicano pentito,
e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia
per essere giustificati nel tuo nome.
(II Colletta)

Vangelo – (Luca 18,9-14)
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Una parabola “di battaglia”, in cui Gesù ha l’audacia di denunciare che pregare può essere pericoloso, può perfino separarci da Dio, renderci “atei”, adoratori di un idolo. Il fariseo prega, ma come rivolto a se stesso, dice letteralmente il testo; conosce le regole, inizia con le parole giuste «o Dio ti ringrazio», ma poi sbaglia tutto, non benedice Dio per le sue opere, ma si vanta delle proprie: io prego, io digiuno, io pago, io sono un giusto. Per l’anima bella del fariseo, Dio in fondo non fa niente se non un lavoro da burocrate, da notaio: registra, prende nota e approva. Un muto specchio su cui far rimbalzare la propria arroganza spirituale. Io non sono come gli altri, tutti ladri, corrotti, adulteri, e neppure come questo pubblicano, io sono molto meglio. Offende il mondo nel mentre stesso che crede di pregare. Non si può pregare e disprezzare, benedire il Padre e maledire, dire male dei suoi figli, lodare Dio e accusare i fratelli. Quella preghiera ci farebbe tornare a casa con un peccato in più, anzi confermati e legittimati nel nostro cuore e occhio malati.

Invece il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Una piccola parola cambia tutto e rende vera la preghiera del pubblicano: «tu», «Signore, tu abbi pietà». La parabola ci mostra la grammatica della preghiera. Le regole sono semplici e valgono per tutti. Sono le regole della vita. La prima: se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con i figli o con gli amici, tantomeno con Dio. Il nostro vivere e il nostro pregare avanzano sulla stessa strada profonda: la ricerca mai arresa di qualcuno (un amore, un sogno o un Dio) così importante che il tu viene prima dell’io.

La seconda regola: si prega non per ricevere ma per essere trasformati. Il fariseo non vuole cambiare, non ne ha bisogno, lui è tutto a posto, sono gli altri sbagliati, e forse un po’ anche Dio. Il pubblicano invece non è contento della sua vita, e spera e vorrebbe riuscire a cambiarla, magari domani, magari solo un pochino alla volta. E diventa supplica con tutto se stesso, mettendo in campo corpo cuore mani e voce: batte le mani sul cuore e ne fa uscire parole di supplica verso il Dio del cielo (R. Virgili).

Il pubblicano tornò a casa perdonato, non perché più onesto o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà) ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – a Dio che entra in lui, con la sua misericordia, questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza.
(Letture: Siracide 35,15-17.20-22; Salmo 33; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/quando-mettiamo-io-al-postodi-dio

 

 

L’orazione dell’uomo, questo anelito che nasce in maniera così naturale dalla sua anima, è forse uno dei misteri più fitti dell’universo. E non sappiamo nemmeno se le preghiere che indirizziamo a Dio siano effettivamente quelle che Lui vuole sentirsi rivolgere.

La Bibbia ci dà anche testimonianza di preghiere inopportune, che alla fine vengono respinte da Dio: basta ricordare la parabola del fariseo e del pubblicano. Solamente quest’ultimo, il pubblicano, torna a casa dal tempio giustificato, perché il fariseo era orgoglioso e gli piaceva che la gente lo vedesse pregare e faceva finta di pregare: il cuore era freddo. E dice Gesù: questo non è giustificato «perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 18,14).

Il primo passo per pregare è essere umile, andare dal Padre e dire: “Guardami, sono peccatore, sono debole, sono cattivo”, ognuno sa cosa dire. Ma sempre si incomincia con l’umiltà, e il Signore ascolta. La preghiera umile è ascoltata dal Signore.

La cosa più bella e più giusta che tutti quanti dobbiamo fare prima di pregare è di ripetere l’invocazione dei discepoli: “Maestro, insegnaci a pregare!”. Tutti possiamo andare un po’ oltre e pregare meglio; ma chiederlo al Signore: “Signore, insegnami a pregare”. Facciamo questo, e Lui sicuramente non lascerà cadere nel vuoto la nostra invocazione.

 

XXX DOMENICA ANNO C

 

Benvenuti all’incontro con il Signore, che accoglie ciascuno e rimette in cammino ogni vita.

Questa è la giornata del pubblicano. È anche la giornata missionaria e questo ci apre alla dimensione universale, alla missione di ciascuno: fiorire là dove siamo stati seminati, perchè Dio non si dimostra, si mostra. Con la nostra vita fiorita.

 

Omelia

A dar retta a questa parabola, all’ingresso di cappelle, cattedrali, luoghi di preghiera andrebbe affisso un cartello: Attenzione. Pericolo!

Pericolo di uscire dal tempio con un peccato in più. Come il fariseo. Di peccare nel mentre stesso che crediamo di stare pregando Dio. Di usare parole che sono come bestemmie.

Come il fariseo, che ritto in piedi, prega – dice il vangelo- “come rivolto a se stesso”: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri…».

Inizia con le parole giuste, l’avvio è biblico: metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento. Ma mentre a parole si rivolge a Dio, il fariseo in realtà si rivolge a se stesso; Dio è solo una muta superficie su cui far rimbalzare la propria soddisfazione.

È affascinato da una parola, due lettere magiche, stregate, che non si stanca di ripetere: io, io, io. Tutti i verbi sono in prima persona: io ringrazio, io non sono, io digiuno, io pago. Ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu.

Pregare è dare del tu a Dio.

Nel Padre nostro mai si dice «io», mai si usa l’aggettivo «mio», ma sempre «tu, tuo» o «noi, nostro». E la mia preghiera? Prego come Gesù o come il fariseo, quando continuo a ripetere: «Io e i miei problemi, io e i miei progetti; Dio, dammi, fammi, concedimi»?

Un compito per casa: provare qualche volta almeno, a pregare senza mai dire «io», ma solo «tu» e «noi»: parla tu, Signore, e donaci pane, perdono e il coraggio di lottare insieme contro il male.

“Padre, modestia a parte, io sono onesto, io non ho fatto del male a nessuno, non ho ammazzato, mentre gli altri. Non saprei di che cosa confessarmi, mi dica lei…”

Quante volte mi è capitato… e questi possono essere anche gli osservanti del primo venerdì del mese, ma nessuno di essi uscirà giustificato dal tempio. Possono osservare tutte le regole formali della religione, e recitare coroncine devote, “ma guai a quelli che pagano la decima della menta, dell’aneto e del cumino, e poi trasgrediscono i punti fondamentali della legge: la giustizia, la compassione, la fedeltà” (Mt 23,23).

Perché poi è facile pagare le decime, difficile è dire quanto veramente si possiede, e come si è guadagnato tanto.

Il fariseo sostiene: “Io non sono come gli altri”: e il mondo gli appare come un covo di ladri, dediti alla rapina, al sesso, all’imbroglio.

Una slogatura dell’anima: non si può pregare e disprezzare; non si può cantare il gregoriano in chiesa e fuori essere spietati. Non si può lodare Dio e infierire sui suoi figli. Questa è la paralisi dell’anima.

Come tutti i fondamentalisti di ogni religione, il fariseo è un infelice. Ha una lettura drogata della realtà: l’immoralità dilaga, la disonestà trionfa. Sta male al mondo, perché non ha più fiducia, non ha fede. Infatti acquisire fede è acquisire fiducia nella bellezza del vivere. Acquisire la possibilità di una vita buona, bella e felice, come era quella di Gesù.

In questa parabola di battaglia, Gesù ha l’audacia di denunciare che pregare è pericoloso, che la preghiera può separarci da Dio, può renderci “atei”, mettendoci in relazione con un Dio che non esiste, che è solo una proiezione di noi stessi. Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto, sull’uomo, su noi stessi, sulla storia, sul mondo (Turoldo).

Per il fariseo Dio non deve fare niente, solo registrare, prendere nota e approvare.

Invece il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, occhi bassi, ci insegna a non sbagliarci su Dio e su noi: fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.

C’è una piccola parola che cambia tutto nella preghiera del pubblicano e la fa vera: «tu». Parola cardine del mondo: «Signore, tu abbi pietà».

La parabola ci mostra che la relazione con Dio non segue logiche diverse dalle relazioni in una famiglia. Le regole sono semplici e valgono per tutti. Sono le regole della vita. Se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con i figli, non con Dio.

Le relazioni familiari vissute bene parlano di Dio, sono la scuola, l’università della preghiera.

Mai separare il Dio della religione dal Dio della vita.

Il nostro vivere e il nostro pregare avanzano sulla stessa strada profonda: la ricerca mai arresa di un tu, un povero, un amore, un sogno o un Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero.

E mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che egli fa (io prego, pago, digiuno…), il pubblicano la costruisce attorno a quello che Dio fa per lui (tu hai pietà di me) e si crea il contatto:

un io e un tu entrano in relazione, qualcosa va e viene tra il fondo del cuore e il fondo del cielo. Quella preghiera è come un gemito che dice: «Sono un ladro, è vero, ma così non sto bene, così non sono contento. Vorrei vivere il altro modo, non ce la faccio, ma tu perdona e aiuta».

La grande differenza tra le due preghiere: il fariseo non vuole cambiare, non ne ha bisogno, lui è a posto. Il pubblicano non è contento, non gli basta quella vita, e vorrebbe e spera di riuscire a cambiare, magari domani, magari dopo.

E qui ritorna chiara la differenza tra la vera fede e la semplice religione: vera fede è quando fai te a misura di Dio; semplice religione è quando fai Dio a tua misura (Turoldo).

Il fariseo non ha nessuna intenzione di cambiare sulla misura alta di Dio, al contrario lo rimpicciolisce, lo immiserisce sulla misura delle sue azioni, delle sue decime. È davvero ‘ateo’, un senza Dio, perché non ne ha in fondo alcun bisogno.

Altro non fa che informarlo circa i propri meriti: Dio è lo specchio in cui egli, come un perenne Narciso, si ammira. Ma Narciso è più lontano da Dio di Caino. Caino espia e dialoga con Dio (Dio addirittura protegge la sua vita) e forse arriverà a cambiare il cuore a prendersi cura del fratello, ma Narciso non si pentirà mai. È inconvertibile perché vede solo se stesso, adora il proprio cuore, e non può entrare mai in relazione con nessuno.

Il pubblicano tornò a casa perdonato non perché migliore o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà),

ma perché è un cercatore di un tesoro che non ha,

ha il senso di una strada da percorrere,

e si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – al venire di Dio,

che entra in lui, con la misericordia,

questa straordinaria debolezza di Dio

che è la sua unica onnipotenza,

la sola forza che ripartorisce in noi la vita.

p. Ermes Ronchi

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

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I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron