LA CASTITA’
di Xavier Thévenot salesiano francese.
Moralista equilibrato e molto quotato nella Chiesa
Rifletteremo insieme sulla virtù della Castità.
La parola “CASTITÀ” sembra essere oggi una parola fuori moda ed è una chance se la possiamo ancora usare nel nostro ambiente.
Però in questa conversazione, cercherò di mostrarvi che non c’è parola più conforme alle ricerche delle scienze umane contemporanee, per designare l’atteggiamento che i cristiani devono avere per vivere, nel modo più umano possibile, la sessualità.
Ma prima di tutto voglio tentare di definire due parole che, se mal capite, rischiano di falsare l’ascolto di questa mia esposizione.
Innanzitutto cerchiamo di spiegare ciò che intendo con la parola SESSUALITÀ.
La parola SESSUALITA’ indica qui qualcosa di molto più vasto della sola genitalità, con la quale spesso la sessualità è confusa.
La GENITALITA’ è la messa in atto degli organi sessuali. Per es. quando una persona si masturba, c’è una relazione sessuale, essa utilizza la sua genitalità, mentre la sessualità designa una realtà molto più larga. Infatti tanto la biologia che la psicanalisi hanno dimostrato che la sessualità non si riduce alla messa in atto degli organi genitali, cioè alla genitalità.
In realtà la sessualità è una certa dimensione maschile o femminile di cui è marcata tutta la realtà dell’individuo fin dai primi momenti della sua concezione e fin dai primi istanti della sua nascita.
Così la sessualità designa una serie di eccitazioni che procurano piacere; eccitazioni che si trovano più tardi a titolo di componente nella forma, detta normale, dell’amore sessuale. Per esempio: quando un bébé tetta il seno della madre si può dire che prova piacere sessuato o sessuale, mentre non prova evidentemente nessun piacere genitale.
Ebbene, questa distinzione tra sessualità e genitalità ci permette di comprendere che tutte le relazioni umane con gli esseri, con le cose e, attraverso intermediari, con Dio, sono marcate dalla sessualità. Tutte le relazioni umane sono colorate dalla sessualità, cioè dalla dimensione maschile o femminile che è la nostra, anche se nessuna di queste relazioni si riduce al sesso.
Di conseguenza – e voi cominciate a sospettarlo – le regolazione della sessualità attraverso la virtù della castità sarà del tutto fondamentale perché essa ha a che fare con l’integrità delle nostre relazioni umane.
Definisco ora un secondo termine che il grande pubblico spesso confonde con la “castità” cioè: la CONTINENZA.
Infatti il grande pubblico usa la parola castità per indicare l’astensione di relazioni sessuali che vivono le persone che fanno voto di castità. Ora, in realtà l’astensione di relazioni sessuali deve essere designata in maniera precisa con il termine di continenza.
Definizione di continenza:
E’ continente una persona che si astiene da ogni piacere che sfocia nell’orgasmo, provocato volontariamente. Cioè che si astiene da ogni piacere derivato sia da una masturbazione sia da una relazione sessuale con un partner di altro sesso o dello stesso sesso.
Definita così la continenza, ora siamo in grado di affrontare la questione della castità propriamente detta. Infatti la castità, contrariamente a ciò che crede il grande pubblico, non si riduce alla continenza.
La CASTITA’ è in realtà una virtù che deve essere perseguita da ogni persona, equilibrata o no, celibe o sposata, divorziata o vedova, eterosessuale o omosessuale.
Che cosa designa dunque questa virtù della castità?
Per ora diamo una definizione molto larga.
E’ casta una persona che tenta di vivere la sua sessualità in modo liberante per essa e per gli altri.
Come si vede, la castità è una virtù estremamente positiva. Non si tratta di rinnegare la propria sessualità, si tratta al contrario di viverla. Si tratta di vivere la dimensione maschile o femminile in tutte le relazioni, e questo in modo tale da costruire qualche cosa e raggiungere una libertà più grande.
Ma quali sono i segni della vera liberazione della sessualità? Ebbene, per aiutare a trovarli, partirò dall’etimologia, cioè dall’origine, della parola “castità”.
Vi farò vedere così che questa parola ha una attualità del tutto considerevole agli occhi dei ricercatori delle scienze umane.
L’etimologia ci insegna che la parola “casto” viene dal latino “castus”. Ora in latino per costruire il contrario di una parola, come del resto in francese, si mette “in” davanti. Per esempio in francese per dire che una cosa non può essere infiammata si dice “in-infiammabile”. Così in latino il contrario della parola “castus” – che ha dato la parola casto – diventerà la parola latina “in-castus”. Ora la traduzione francese della parola “in-castus” significa “incestuoso”. Così il latino ci insegna che la parola “casto” è esattamente il contrario della parola “incestuoso”. Sarebbe dunque casta una persona non incestuosa.
Coloro che tra voi hanno fatto degli studi in scienze umane sanno quanto l’interdetto dell’incesto è la base stessa della strutturazione della persona umana.
Tutti gli etnologi, tutti gli psicanalisti ci hanno insegnato che un bambino diventerà adulto equilibrato nella misura in cui l’interdetto dell’incesto gli è stato significato convenientemente dal suo ambiente. Per il momento questo può sembrare, per alcuni tra voi, una cosa del tutto astratta.
Allora cerchiamo di capire in termini più semplici.
– Essere casto, dicevo, è tentare di uscire dalla relazione incestuosa che abbiamo all’inizio della nostra esistenza.
Mi spiego.
Al punto di partenza della nostra esistenza, quando eravamo ancora nel ventre di nostra madre, c’è stato un mondo del tutto straordinario, che era un mondo di vera con-fusione dove il bambino era in uno stato di coincidenza totale con la sua origine che è sua madre.
Il piccino, che noi eravamo, non sapeva ancora che esisteva un’altra cosa al di fuori di lui. Non aveva coscienza della differenza tra sua madre e lui. Era in un mondo che si potrebbe qualificare “di fusione”, cioè un mondo dove non c’è nessuna differenza, un mondo dove tutto è in una specie di confusione.
Se utilizzassimo un termine biblico diremmo volentieri che quel mondo era un mondo come lo stato primitivo del mondo nel primo capitolo della Genesi.
Così al punto di partenza di ciascuna delle nostre vite c’è un mondo fusionale (indifferenziato) o ancora incestuoso tra noi e nostra madre.
Cerchiamo di spiegare alcune delle caratteristiche di questo mondo fusionale.
1° – La prima di queste caratteristiche è di essere un mondo dove non esiste nessuna
differenza, poiché una differenza è qualcosa che rompe la confusione. Specialmente,
questo mondo fusionale è un mondo dove non esistono le due più grandi differenze che
marcano le nostre vite:
- innanzitutto la differenza di TEMPO. Sapete molto bene che essere adulti significa prendere in conto la durata, cioè scoprire che c’è un tempo per ogni cosa, che occorre una profonda pazienza per costruirsi.
Dunque, questo mondo fusionale è un mondo senza differenza di tempo.
- Ma è anche un mondo senza differenza di SPAZIO o meglio ancora, senza la percezione della differenza dall’altro che è di fronte a me. Il bambino nel ventre di sua madre e anche nei primi tempi della sua nascita ignora che c’è qualcuno di diverso nello spazio di fronte a lui.
Dunque, la prima caratteristica di questo mondo fusionale è un mondo senza la
percezione della differenza di tempo e dell’altro.
2° – Seconda caratteristica:
- E’ un mondo senza fragilità. Infatti una fragilità suppone una rottura, una differenza. Ci sono i due lati della debolezza. Ora, il mondo fusionale è senza fragilità (rottura). E specialmente si ha l’illusione che il fallimento, che è una spaccatura nei miei progetti, non esiste, non può esistere.
- E’ anche un mondo di coincidenza totale con l’altro, poiché è un mondo di “fusione”.
- Infine quel mondo è un mondo di ”onnipotenza”: il soggetto nel ventre della madre o il lattante, ignorando ancora che esistono altre persone oltre lui, vive nell’illusione che lui è onnipotente.
Questo è il mondo che marca le nostre vite all’origine:
- è un mondo senza percezione di differenza di tempo e di spazio.
- È un mondo di coincidenza, un mondo senza fragilità, o di purismo, un mondo di onnipotenza.
Ebbene, questo mondo ci travaglia dall’interno come un vero “sogno”, come un “paradiso perduto”.
In termini più precisi:
– diventare un essere adulto, un essere umano è accettare di abbandonare questo mondo che ho qualificato come incestuoso, di lasciarlo per iscriversi nel tessuto sociale, dove scoprirò che c’è l’altro di fronte a me. Dove scoprirò la possibilità di comunicare. Dove scoprirò la più grande delle comunicazioni che è l’AMORE.
Così la nostra vita passa al punto di partenza e finalmente ad ogni istante – perché questo lavoro è da cominciare ogni giorno – la nostra vita passa attraverso una rinuncia.
Vivere è rinunciare a questo mondo incestuoso di partenza della nostra esistenza per trovare a poco a poco la gioia della comunicazione con gli altri. E precisamente la castità – di cui abbiamo imparato dall’origine della parola latina che essa era il contrario della parola incestuoso – la castità è dunque fare un uso tale della nostra sessualità che ci permetta di lasciare questo mondo incestuoso della nostra origine con tutte le sue caratteristiche.
La castità è dunque rinunciare al mondo incestuoso per trovare con la nostra sessualità, cioè con la nostra dimensione maschile o femminile, la capacità di inscriverci a poco a poco nel mondo delle relazioni.
Tutto questo per il momento può sembrare astratto. In realtà questo ha delle applicazioni concrete estremamente precise che possono guidare le nostre vite nella banalità delle nostre condotte abituali.
– Essere casto è rinunciare a un mondo senza crepe, senza fragilità.
Abbiamo detto che una delle caratteristiche di questo mondo incestuoso che si tratta di lasciare, era di essere un mondo dove non esisteva nessuna fragilità e soprattutto non esisteva il sentimento del fallimento.
* Ebbene, “essere casto” sarà, nel campo della vita sessuata, essere capace di assumere lentamente le fragilità della vita e i fallimenti inevitabili che ci aspettano.
* Più concretamente ciò significa innanzitutto che la castità ci rende capaci di assumere le inevitabili delusioni che arrivano nelle nostre relazioni umane, nelle nostre amicizie, nelle nostre relazioni amorose.
* La castità in effetti rompe il sogno di un mondo purista, di un mondo senza crepe e mi rende capace di amare. Ora amare è sempre passare dall’ “io ti amo perché…” all’ “Io ti amo perché… e sebbene…”. L’amore è sempre una capacità di accogliere l’altro nonostante le delusioni che non manca mai di procurarmi.
L’amore è sempre anche un amore “sebbene che…”: “Io ti amo sebbene tu mi abbia deluso”; “Io continuo ad accoglierti sebbene tu non hai risposto a tutte le mie attese…”.
Qui vediamo come la virtù della castità gioca un ruolo in tutte le relazioni umane e anche nella nostra relazione alla Fede, alla nostra vita religiosa, alla nostra vita presbiterale, perché spesso abbiamo idealizzato la nostra fede, la nostra vita religiosa, come i discepoli di Emmaus che avevano idealizzato Gesù. Non dicevano forse di Lui: “Noi pensavamo che fosse il liberatore di Israele”. Ed ecco che essi devono scoprire che seguire Gesù è essere capaci di amare anche quando la sua vita terrena è stata relativamente deludente.
Così,
. essere casti, rinunciare a un mondo senza fragilità, è essere capaci di integrare la delusione,
. essere casti è ugualmente comprendere che nel campo della sessualità la santità non si confonde
con la perfezione.
Che cosa significherebbe “essere perfetti” nel campo della sessualità?
Significherebbe essere qualcuno che avrebbe una sessualità perfettamente apposto. Ora, precisamente, la vita umana ci insegna che la sessualità perfetta non esiste da nessuna parte.
Gli psicologi ci insegnano che ciò che è normale nel campo della sessualità ha sempre qualche parentela con ciò che è anormale. La vita sessuale, come tutte le altre realtà della nostra vita, è attraversata da fallimenti, da fragilità, a volte, sormontabili grazie ad uno sforzo sostenuto della volontà, ma a volte anche insormontabili. Perché le radici di queste fragilità si trovano nella nostra lontana infanzia.
La castità mi fa capire allora che io posso essere marcato da fragilità nel campo della sessualità, fragilità che mi abitano nonostante me (masturbazione irresistibile, tendenza omosessuale eccessivamente importante, difficoltà a stabilizzarmi in una relazione fedele, paura della donna, paura dell’uomo, paura di amare, ecc….).
Ebbene, la castità mi fa capire che posso essere imperfetto nel campo della sessualità e anche diventare, per dono di Dio, un santo, perché la santità non consiste nell’essere perfetto, ma consiste nel tentare di sorpassare, con l’azione dello Spirito, le nostre fragilità.
E quando queste sono insormontabili, la santità consiste nel situarle (nel contesto della nostra vita) per lasciare che Dio stesso conduca il suo combattimento in noi, nella certezza che egli ci ama così come siamo.
A – Ecco dunque la prima applicazione concreta delle nostre riflessioni:
Essere casti è:
. rinunciare a un mondo senza fragilità o crepe, a un mondo di purismo,
. è essere capaci di assumere la delusione e
. non confondere per niente santità e perfezione.
B –La seconda applicazione molto concreta della riflessione fatta:
La castità permette di rinunciare a un mondo senza differenze (indifferenziato, confuso).
Abbiamo visto che il mondo incestuoso della nostra origine, che dobbiamo lasciare a poco a poco per essere casti, è un mondo la cui caratteristica più grande è di essere “fusionale”, cioè senza le due grandi differenze:
. differenza dell’altro (rispetto a me. differenza dello spazio)
. differenza del tempo.
Cerchiamo di capire che cosa vuol dire in concreto prendere seriamente la differenza dell’altro nelle nostre vite sessuate.
La considerazione di questa differenza del mio prossimo mi porta a fare due applicazioni immediate.
a. Innanzitutto essere casto, tanto nel campo della vita comunitaria che della vita amicale o
amorosa, significa rifiutarsi alla volontà di trasparenza, se questa volontà significa “voler dire tutto di sé, “voler saper tutto dell’altro, non avere più, al limite, un “giardino segreto”.
La trasparenza è sempre una ricerca del mondo perduto delle nostre origini che bisogna saper abbandonare per vivere bene. In realtà la volontà di trasparenza conduce spesso all’angoscia e alla violenza, perché per essere felici nelle nostre relazioni umane bisogna essere sempre in tre:
- l’ALTRO – IO – e la “CARENZA” (limite, insufficienza))
oppure: b. l’ALTRO – IO – e la “SOLITUDINE”
o ancora: c. l’ALTRO – IO – e il “MISTERO” di ciascuno.
La solitudine non è la caratteristica esclusiva dei celibi. Ciò che spesso è proprio del celibe è l’isolamento. Ma la solitudine in realtà è necessaria per vivere bene, anche in una amicizia, anche nella coppia, anche in una comunità.
La castità dunque si rifiuta alla trasparenza ad ogni costo e promuove al contrariola comunicazione.
E la comunicazione necessita molto spesso della mediazione di una realtà terza, cioè di una terza realtà tra i due partners che comunicano.
Questa realtà può essere una attività fatta in comune… un libro letto ciascuno per conto proprio, dei divertimenti vissuti insieme, una preoccupazione apostolica condivisa, la lettura comune di passaggi biblici, ecc.
Sì, per comunicare nella durata bisogna in fin dei conti essere in tre:
a. l’ALTRO – IO – e la “SOLITUDINE”
oppure b. l’ALTRO – IO – e “UNA REALTÀ CULTURALE” che serve da
mediazione tra l’altro e me.
b. Essere casto è anche fare un buon uso della seduzione.
La parola “seduzione” deriva dal latino “seducere”, che significa “condurre a sé”.
La seduzione è la dimensione di me che condurrà l’altro verso di me.
Allora vediamo le chance e i rischi della seduzione:
– Chances, poiché la seduzione è indispensabile per permettere che l’altro si interessi a me e
che io mi interessi a lui. Ma nello stesso tempo
– Rischi, perché posso servirmi dell’altro per colmare i miei desideri, per saturare il mio affetto
(carente), per vivere con lui una relazione indifferenziata, che alla fin fine non prende sul serio la
sua libertà.
La castità, al contrario, prendendo atto della differenza dell’altro, permetterà di stabilire delle relazioni attraverso un buon uso della seduzione.
Per prima cosa ci tengo a farvi notare che tutti, senza eccezione, abbiamo dei poteri di seduzione. Per alcuni sarà evidentemente la bellezza fisica, il “charme”. Per altri può essere la qualità dell’intelligenza, la delicatezza dei sentimenti, la disponibilità, ecc. Facciamo dunque tutti l’inventario dei nostri poteri di seduzione e cerchiamo di capire in che modo usiamo questi poteri.
Chiediamoci: Questi poteri li uso per permettere alla libertà dell’altro di crescere oppure, al contrario, li uso per rinchiudere l’altro nei miei desideri?
La castità si gioca innanzitutto in questo campo e non solo, come si crede troppo spesso, nella messa in atto degli atti genitali.
Quanti cristiani (cristiane) si credono casti perché, essendo celibi, hanno evitato di avere relazioni sessuali o di masturbarsi, mentre in realtà usano il loro potere di seduzione per rinchiudere gli altri nei loro desideri!
Quando cerco un’amicizia, quando sono educatore o pastore, quando sono religiosa infermiera, quando sono in relazione con qualcuno, quando sono genitore….devo sempre cercare di vivere i miei poteri sessuati in modo da rendere l’altro più altro (=più se stesso) di me, più differente di me, sempre sforzandomi di conservare la comunicazione con lui.
Se mi permetto di giocare sulle parole e anche di creare una nuova parola un po’ complicata, un po’ barbara, oserei dire che la mancanza di castità “àltera” l’altro, cioè “rovina” l’altro, mentre la vera castità “alterizza” l’altro: dalla parola latina “alter” che significa “altro”, cioè che la vera castità rende l’altro più altro (= più se stesso) di me.
Allora, quando cerchiamo di farci un giudizio sulla qualità delle nostre vite sessuate, nelle nostre relazioni umane, la prima domanda da farci è la seguente:
“Il modo di vivere la mia sessualità, la mia condizione maschile o femminile, con il mio corpo, con il mio cuore, con i miei sentimenti, con il mio essere… questo modo “alterizza” l’altro, cioè contribuisce a sviluppare un po’ la sua libertà o lo rinchiude?”.
E allora può succedere che uno possa essere perfettamente continente in una relazione e tuttavia non essere casto (perché lega l’altro a sé, schiavizzandolo).
Dunque la castità contribuisce a promuovere la libertà dell’altro.
Ho detto che la castità significa prendere sul serio la differenza dell’altro.
c. Ma ho spiegato prima che una seconda grande differenza marca le nostre vite, cioè la
differenza di tempo.
In effetti diventare un essere adulto è prendere il tempo a braccetto. Diventare una donna… un uomo… è molto molto lungo.
Dobbiamo assumere la lentezza delle nostre vite che scorrono nel tempo. E la castità va di pari passo con la pazienza, perché la sessualità non è un dato di fatto (acquisito), come si crede troppo spesso. Invece essa è un “divenire”, cioè essa fa il suo corso in parte grazie allo sforzo della mia volontà, ma anche malgrado gli sforzi della mia volontà.
Le scienze umane ci hanno insegnato che la sessualità è fatta certamente di progresso, ma a volte anche, sotto i colpi di certe prove, di regressione, di fissazione a tappe più o meno immature o più o meno difficili e poi qualche volta di nuovo di progressione.. Ecc….
In breve, la sessualità è in movimento, è “in divenire” ….
La sessualità è un compito. Essa ha a volte un divenire tumultuoso.
Quante volte ho sentito delle persone dirmi: “Ah, se avessi potuto immaginare vent’anni fa che oggi mi sarei trovato in questa situazione nel divenire della mia sessualità, veramente non avrei mai creduto di essere a questo punto!”. Quanto religiosi (se) si trovano dopo 15 anni, 20 anni di vita religiosa a vivere delle difficoltà sessuali di ordine masturbatorio, a vivere amicizie mal controllate, a vivere una sessualità con delle bizzarrerie sessuali che li lascia a volte completamente sconcertati e svergognati davanti loro stessi.
Ora precisamente, la castità, come presa in conto della differenza del tempo, permette di vivere senza disperazione la lentezza delle nostre evoluzioni sessuali e i suoi eventuali ritorni indietro.
Soprattutto la castità mi insegna a distinguere ciò che è dell’ordine del rifiuto esplicito e volontario di Dio, cioè alla fin fine, del peccato nelle mie trasgressioni sessuali, e ciò che è dell’ordine dei miei limiti congeniti – i filosofi direbbero – della mia “finitezza”.
La castità mi permette dunque di scoprire che non “ogni sbaglio” della vita sessuale è sistematicamente un peccato.
Con una formula un po’ lapidaria si potrebbe dire che se ogni peccato contro la castità è una trasgressione sessuale, non ogni trasgressione sessuale è un peccato.
La castità dunque aiuta ad assumere l’evoluzione della sessualità e permette di passare dall’umiliazione all’umiltà.
Mi spiego: l’umiliazione è la disistima di sé stessi: “io sono amareggiato”, “ho un’immagine negativa di me, sono deluso di me stesso”.
L’umiltà al contrario è un sereno riconoscimento davanti a Dio della mia realtà in tutta la sua complessità e la sua ambiguità.
La castità, poiché rende pazienti nel campo della sessualità, può permettere di comprendere meglio le eventuali fragilità che mi succedono nel divenire della mia sessualità e, di colpo, di passare meglio dall’umiliazione, dall’auto-disistima che è sempre colorata di orgoglio e di narcisismo, alla vera umiltà.
C- Terza applicazione concreta della nostra riflessione sul fatto che la castità è uscita da un
mondo incestuoso, è che essere casto porta a rinunciare a un mondo di “onnipotenza”.
Abbiamo detto che nel mondo della nostra esistenza iniziale (intra-uterina), c’è una illusione di onnipotenza.
Allora, concretamente, che cosa vuol dire rinunciare a un mondo di onnipotenza nel campo delle relazioni sessuate?
Innanzitutto, questo permette di accettare le amicizie sane che si presentano. Mi spiego: il voto di “onnipotenza” che ci abita ci fa a volte sognare di voler “donare” e solo donare.
Ora, unicamente donare è alla fin fine imporre il proprio “dono” all’altro.
La castità come lotta contro la onnipotenza fa scoprire che ogni amore, ogni amicizia è sempre un’articolazione di dono e di abbandono. C’è sempre una specie di “lasciar fare”, un “lasciar perdere” nel campo della castità.
Essere casto è dunque saper accogliere, lasciandosi andare (perdersi) parzialmente nelle amicizie che si presentano. Se una persona rifiutasse volontariamente e lucidamente il dono dell’amicizia, credo che bisognerebbe dire allora che ha mancato di castità.
Al contrario, succede che certe persone, nonostante i loro sforzi rinnovati per crearsi delle amicizie e a causa di un certo numero di problemi psicologici che hanno, si vedono costrette a restare in un doloroso isolamento che le schiaccia. E’ come se gli altri rifiutassero di rispondere ai loro appelli impliciti per annodare delle relazioni amichevoli. E’ sicuro allora che questo isolamento non è il risultato di una mancanza volontaria di castità e non è il risultato di un peccato. E’ piuttosto un problema molto duro, un male profondo. Queste persone poi hanno anche diritto al rispetto più grande da parte nostra perché non c’è forse difficoltà peggiore che soffrire la solitudine.
Dunque rinunciare al mondo dell’onnipotenza significa accettare le amicizie, ma anche situarsi convenientemente rispetto ai turbamenti e alle angosce. E’ molto importante riflettere sui turbamenti, perché è una esperienza comune delle nostre vite sessuate.
Il turbamento è lo sconvolgimento di tutto il nostro essere che si traduce in reazioni fisiologiche provenienti da un’eccitazione provocata da una stimolazione interna: per esempio, da una immaginazione erotica, o ancora da una stimolazione esterna, come la vista di tale persona o di tale immagine. Il turbamento – bisogna riconoscerlo -, qualche volta ci disturba, perché è una esperienza di “non-onnipotenza”, di dipendenza.
Ma riflettiamo: quando sono turbato dalla vista di qualcuno, quando il mio corpo reagisce malgrado la mia volontà, ebbene, non è il caso di prendersi per un dio e nemmeno per un angelo. Sono obbligato a constatare che questa persona che è davanti a me, questa immaginazione, questo profumo, la vista di quella parte del corpo dell’altro fa scattare in me una reazione malgrado me.
Così il turbamento è una straordinaria esperienza della nostra condizione di creatura. Allora, per questa ragione la tentazione della “onnipotenza” che ci abita, sarà di dire: “Non essere più turbato!”, e si costruisce così la propria vita di castità sulla volontà di fuggire ogni turbamento.
Ora questa volontà mi sembra votata al fallimento e nello stesso tempo generatrice di difficoltà di vita e anche di problemi psichici.
Ebbene, la vera castità, che è accettazione della “non-onnipotenza”, non ha per scopo, come si crede spesso, di sopprimere ogni turbamento, ma ci permette di situare il turbamento che ci capita, di situarlo come un appello a riconoscere la nostra condizione di creatura.
La castità non cerca, certamente, di provocare il turbamento, né di precederlo, ma quando arriva, cerca di situarlo con un certo humour come un segno che siamo creature profondamente limitate.
Al contrario se succede che il turbamento sorga sistematicamente a partire dall’incontro di tale persona precisa, è meglio allora entrare in una “operazione di verità” che cercherà a fare luce sul contenuto esatto del legame con questa persona.
Se per esempio ho scoperto che sono innamorata (o), allora è bene entrare in un compito di lucidità per vedere a che cosa tutto questo mi impegna.
Infine la castità permette, come esperienza della non-onnipotenza, di situarmi convenientemente in rapporto ai differenti piaceri che mi raggiungono.
Sapete bene quanto la Chiesa ha sempre faticato a situarsi in rapporto ai piaceri.
Ma riflettiamo qualche istante su questa realtà importante delle nostre vite.
Il piacere, come il turbamento, è una esperienza di “non-onnipotenza”, poiché è un’esperienza di “non-padronanza di sé”. Gioire significa “non comandarsi” e in fondo avere fede nell’altro, in se stessi e nel proprio corpo.
La castità permette dunque di accogliere i piaceri sani. Dico “i piaceri sani”, perché può succedere che una tentazione inversa a quella del rifiuto della non-padronanza, si verifichi di fronte al piacere. Perché, curiosamente, il piacere è anche un’esperienza di uscita dalla mia condizione abituale di creatura. Quando io gioisco infatti, per qualche istante ho il sentimento di oltrepassare i miei limiti. Tanto che posso immaginarmi di non essere più marcato dai limiti del tempo e dello spazio.
La tentazione allora è di sovra accumulare i piaceri per dimenticare la condizione di creatura.
Così la castità mi permetterà di diffidare delle due tentazioni inverse legate al piacere:
– la tentazione de sovra-accumulare i piaceri per farmi come un “dio”.
– e la tentazione di fuggire ogni piacere per dimenticare che sono una creatura limitata.
Una ultima caratteristica infine della castità che ci permette di rinunciare al mondo “fusionale” è che la castità ci permette di rinunciare di coincidere con la nostra origine.
All’inizio di questa conversazione ho potuto spiegare che il mondo “fusionale” della nostra infanzia è un “mondo di coincidenza” con la nostra origine.
Ebbene, segnalerei una sola applicazione concreta legata a questa riflessione.
La castità permette, nel campo della vita affettiva, di rifiutare di coincidere con la nostra origine che è Dio.
Intendo parlare di tutte quelle relazioni pseudo-spirituali, o pseudo-mistiche con Dio, dove Dio è vissuto come un sostituto della nostra realtà perduta che è nostra madre.
Così ogni volta che una spiritualità si vive sotto la modalità del: “non c’è che…”, “non c’è che Dio nella mia vita…” o ancora: “Dio mi riempie…”, o ancora: “Dio mi basta…”: ebbene, ogni volta, una tale spiritualità non è che il prolungamento di questo mondo fusionale della mia origine.
La castità mi fa dunque scoprire che in realtà la gioia in Dio non mi riempie, ma al contrario essa mi scava, che essa scava il mio desiderio dell’altro. Anche con Dio si è sempre in tre:
DIO —— IO ——- e il MISTERO.
Termino dando una definizione abbastanza descrittiva della castità:
“E’ casta la persona che, sotto l’azione riconosciuta dello Spirito Santo, tenta di vivere la sua sessualità in modo da costruire la sua relazione alle cose, agli esseri nel riconoscimento delle differenze che la strutturano”.
Avrete notato che in questa definizione descrittiva la castità è presentata come un tentativo: sì, è un tentativo di ricominciare ogni giorno.
Non si è casti, ma si diventa casti e questo fino alla morte.
Avrete anche notato che la castità si viveva sotto il riconoscimento dello Spirito Santo che ci libera. Ebbene, in questo senso si raggiunge tutta la grande tradizione cristiana che ha sempre stabilito un legame stretto tra la castità e la devozione alla Vergine Maria.
Infatti, secondo la mia definizione, la castità è una virtù che ha una struttura mariana. Essa è un dono dello Spirito in noi.
E poi credo che Maria è un modello di castità in ragione dei legami di affetto alterizzanti, liberatori, che lei ha intrattenuto con il suo ambiente e specialmente con suo Figlio.
Guardiamo per esempio come il suo amore materno sessuato lo ha vissuto in modo tale che ha permesso a suo Figlio di compiere la sua missione nella fedeltà al Padre.
Guardiamo come Maria ha saputo accompagnare suo Figlio fino alla croce e assumere le profonde rimesse in questione dei suoi sogni che la forma di vita di suo Figlio ha dovuto causarle.
Ecco che Colui che l’angelo aveva detto che sarebbe stato chiamato Figlio dell’Altissimo, ecco proprio lui sta agonizzando su una croce, come gli esclusi ai quali la società crede così poco che preferisce condannarli a morte. Eppure Maria è là con il suo amore materno, credendo sempre nel suo Figlio, accettando di accompagnarlo nella libertà della sua scelta di Messia.
Che affetto casto!
Chiediamo a Maria di ottenerci il dono di una vera castità, questa virtù che ci fa capaci di vivere i nostri affetti in modo liberante.
