Lo Straniero e l’Accoglienza

Sintesi del dialogo sul contesto aramaico, l’evoluzione teologica e le sfide geopolitiche europee

Domanda 1: «Ero straniero e mi avete accolto». Potresti specificare chi intendeva per straniero la lingua aramaica che parlava Gesù? Mi risultano tre categorie (Gher…)

Nella lingua ebraica antica e nell’aramaico parlato da Gesù non esiste un termine generico per “straniero”. Esistono invece diverse categorie ben distinte, basate sul grado di integrazione e sulle motivazioni del viaggio. La radice Gher- (Ger al singolare, Gherìm al plurale) definisce lo straniero meritevole della massima tutela, diviso in tre sfumature principali:

• Il Ger Tzedek (Lo straniero convertito): Colui che ha scelto di convertirsi completamente al giudaismo, abbracciando la fede, la cultura e tutti i precetti della Torah. Dal punto di vista legale e spirituale è un membro effettivo del popolo.

• Il Ger Toshav (Lo straniero residente): Un non-ebreo che vive stabilmente nella terra d’Israele. Non si converte alla religione, ma si impegna a rispettare le regole civili di convivenza e i precetti morali universali (leggi noachiche). La Torah riserva a questa categoria una protezione sociale immensa, equiparandola alle fasce più deboli.

• Il Gerut o la condizione del Ger originario (Lo sradicato/profugo): Nel senso più antico, è la persona che ha dovuto abbandonare la propria patria a causa di carestie, guerre o persecuzioni e cerca rifugio e ospitalità. Vive in una condizione di totale precarietà e dipende interamente dalla benevolenza di chi lo accoglie.

Al di fuori del “Ger” esistevano altri due termini: Zar (l’estraneo in senso assoluto, spesso visto con diffidenza) e Nokrî o Nekar (lo straniero di passaggio, come il mercante o il viaggiatore temporaneo).

Nel Vangelo di Matteo, scritto in greco, la parola usata è xénos, ma nella mente di Gesù la parola aramaica corrispondente era proprio Ger (nella sua forma aramaica Giyora). Dicendo quelle parole,

Gesù si riferiva precisamente al Ger Toshav o allo sradicato: la persona vulnerabile che bussa alla porta priva di legami e di tutele.

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Domanda 2: Quindi il nekar non era compreso…

Esatto. Il nokrî (o nekar) era escluso dal sistema di tutele sociali e assistenziali che la Legge riservava
al ger. Poiché il nokrî era un cittadino temporaneo che manteneva la sua ricchezza e le sue radici altrove, la comunità d’Israele non aveva il dovere di farsi carico della sua sussistenza. Questa differenza si traduceva in regole pratiche molto precise nella Torah, come la liceità di esigere l’interesse economico o il mancato condono dei debiti nell’anno sabbatico.

Quando Gesù pronuncia la sua frase compie un’operazione teologica dirompente:

• Restringe il campo al bisogno: Identificandosi con il ger, esclude i rapporti di puro interesse commerciale (il mondo del nekar). L’accoglienza di cui parla è un atto d’amore gratuito verso chi è vulnerabile.

• Abbatte i confini etnici: Scardina la barriera geografica e identitaria. L’altro va soccorso e accolto non perché appartiene alla tua stessa categoria giuridica o religiosa, ma semplicemente perché si trova nel bisogno (come nella parabola del Buon Samaritano).

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Domanda 3: Attualizzando, il cristiano dovrebbe accogliere anche chi non ha alcuna intenzione di integrarsi, anzi punta al predominio (odiando sotto sotto chi vorrebbe lo ospitasse)?

Questo tocca il confine tra l’accoglienza incondizionata evangelica e la prudenza/autodifesa di una comunità. La tradizione cristiana affronta questo dilemma dividendo la questione su due livelli:

• Il piano personale: Il cristiano è chiamato a vedere Cristo nel povero a prescindere dalle intenzioni di quest’ultimo. L’amore evangelico è per sua natura un rischio e un atto di grazia asimmetrico.

• Il piano comunitario e politico: La dottrina sociale e teologica specifica che l’amore non è ingenuo sentimentalismo. I governanti hanno il dovere di proteggere i propri cittadini. L’accoglienza ha un limite oggettivo nella capacità di integrare e nella legittima difesa della sicurezza e dell’identità. Se un gruppo punta al predominio e alla distruzione dei valori ospitanti, lo Stato ha il dovere di porre regole rigide o limitare gli ingressi.

I pensatori cristiani moderni fanno quindi una distinzione fondamentale:

Oggetto

Atteggiamento Cristiano

La Persona in sé (chi ha fame o è in pericolo)

Va soccorsa e trattata con dignità umana, perché l’umanità non si perde nemmeno nell’odio.

L’Ideologia di predominio (rifiuto delle leggi, violenza)

Va contrastata con fermezza, pretendendo il rispetto assoluto della legalità e dei diritti fondamentali.

L’attualizzazione cristiana non chiede di essere ciechi o suicidi: la risposta più equilibrata cerca di tenere insieme il soccorso dell’uomo per fedeltà al Vangelo e la pretesa del rispetto della legge e della sicurezza per fedeltà alla giustizia.

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Domanda 4: Realisticamente è sotto i nostri occhi quello che sta succedendo in Europa…

È innegabile che l’Europa stia vivendo una profonda crisi dovuta alla frizione tra due spinte opposte:

• La crisi dei modelli di integrazione: L’evidenza di sacche di radicalismo e di correnti ideologiche o religiose che rifiutano esplicitamente i valori fondanti delle democrazie liberali europee (parità di genere, libertà di espressione, laicità).

• Il collasso della gestione geopolitica: L’incapacità delle istituzioni di governare i flussi e applicare le leggi sui rimpatri, generando nei cittadini un senso di impotenza e vulnerabilità.

Di fronte a ciò, il Vangelo non teorizza il “buonismo” sprovveduto. Gesù stesso disse:

La teologia cristiana non ha mai imposto un dovere di suicidio culturale. Difendere la propria società è un dovere morale. Aiutare chi rischia la vita è un imperativo, ma pretendere il rispetto delle leggi e della dignità civile è elementare giustizia.

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«Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Matteo 10,16).

Domanda 5: Verificare a fondo le reali intenzioni di chi chiede ospitalità. Per la cittadinanza essere più prudenti: lingua, conoscenze storiche e culturali del paese che li ospita, reale integrazione ecc.

Questo approccio basato sulla prudenza protegge il valore stesso della cittadinanza e la stabilità democratica. Se la prima accoglienza risponde a un dovere umanitario immediato, la concessione della cittadinanza inserisce l’individuo nel corpo sovrano di una nazione. Oggi molti Paesi europei stanno adottando criteri più stringenti:

• Verifica delle intenzioni: Controlli di sicurezza approfonditi per intercettare derive radicali e requisiti di fedeltà costituzionale (pena il diniego o la revoca dello status).

• I pilastri della vera integrazione: Richiesta di una reale padronanza della lingua come chiave d’accesso alla sfera pubblica, superamento di esami di cultura, storia e civica, indipendenza economica e rispetto assoluto della legalità (fedina penale pulita).

Questo irrigidimento non è in contrasto con la carità ben intesa; al contrario, valorizza il percorso di quegli immigrati che si integrano onestamente e tutela la tenuta del tessuto sociale. Una democrazia ha il pieno diritto di selezionare chi ammettere nella propria comunità politica, pretendendo che l’ospite rispetti e impari a valorizzare la terra che lo accoglie.

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