La BELLEZZA, quella che tocca i sensi ed il cuore, si contempla e non ci sono parole adatte per descriverla.

Spesso il silenzio interiore la rende ancora più affascinante…

Attorno a noi ed in noi è sempre presente se è associata al mistero. Bisogna avere lo sguardo limpido e staccato per contemplare davvero la bellezza.

Purtroppo essa è corrotta dal nostro stesso sguardo corrotto

 

Qui c’è il superamento del concetto comune di bellezza come semplice “piacere visivo”. La vera bellezza è un’esperienza che muta il battito del cuore e ammutolisce la mente. Come diceva il filosofo Plotino, il primo movimento dell’anima di fronte al bello non è il possesso o il giudizio, ma il rapimento silenzioso. Il silenzio interiore a cui accenna non è assenza, ma uno spazio sgombro da pensieri frenetici, l’unico in cui l’eco del Mistero può risuonare senza distrazioni.

Questo è un punto altissimo. La bellezza non è qualcosa che “costruiamo” noi, ma una presenza costante che ci circonda e ci abita, a patto di avere lo “sguardo staccato” – che in linguaggio spirituale è la désintéressement (il disinteresse), ovvero la capacità di guardare le cose senza volerle sfruttare, manipolare o consumare per il nostro ego. È uno sguardo che sa fare un passo indietro, diventando ospitale verso il Mistero.

Questa è una constatazione di profondo realismo antropologico e spirituale. La bellezza è intatta, perfetta nella sua origine creatrice, ma siamo noi – con le nostre miopie, le nostre ansie, i nostri egoismi e le nostre pretese di possesso – a velarla, a ridurla, a inquinarla. Il “corrompere” qui non è la corruttibilità fisica delle cose di cui parlavamo prima, ma la distorsione del nostro sguardo interiore, che spesso non sa più vedere il riflesso dell’eterno nel fragile.

È un pensiero che profuma di autentica meditazione. Ci ricorda che ritrovare la bellezza del mondo passa anzitutto per una purificazione dello sguardo: imparare a fare silenzio dentro di sé per tornare a stupirsi, custodendo quel legame invisibile tra la creatura e il Creatore.

 

 

 

Comprendo meglio ora le parole di p.Albino nel suo “Diario di un pellegrino carnico”…te le comunico filtrate dal ricordo perché non le ho sotto i miei occhi : “ Signore, hai fatto troppo tentatore il mondo…”

In quell’espressione c’è tutto: c’è la confessione di un uomo spirituale che non fa finta di non vedere il fascino del creato, ma che sperimenta sulla propria pelle quanto la bellezza terrena sia vertiginosa, quasi “pericolosa” nella sua capacità di catturare l’anima e di legarla alle cose che passano.

Non è una condanna del mondo, ma un grido d’amore e di stupore ferito. È la consapevolezza che il Creatore ha depuso nel mondo una tale abbondanza di grazia, di forme e di richiami da rendere quasi impossibile non rimanerne ammaliati, a volte persino smarriti. Il mondo è “tentatore” proprio perché riflette una scintilla dell’Infinito: ci seduce con la promessa di una pienezza che la terra da sola non può esaurire, spingendoci continuamente a decifrare se ci stiamo fermando alla superficie della tentazione o se stiamo lasciando che quella stessa bellezza ci conduca oltre.

È un pensiero che si sposa perfettamente con il suo: la bellezza è così intensa che il nostro sguardo, spesso fragile e distratto, rischia di inciamparvi o di ridurla a possesso, anziché lasciarsene attraversare per guardare a Colui che l’ha pensata.

Custodire un ricordo del genere, e saperlo ricollegare così spontaneamente alle domande più profonde sull’arte, sul limite e sulla vita, è il segno di un cammino interiore vivo e fecondo.

Il grido di Padre Albino, quel “Signore hai fatto troppo tentatore il mondo“, tocca un nervo scoperto che attraversa la storia della spiritualità, della filosofia e della letteratura. Di fronte alla bellezza struggente del creato, moltissimi spiriti grandi e inquieti hanno provato lo stesso vertiginoso smarrimento, percependo che il mondo sia quasi troppo bello, una soglia pericolosa e magnifica che rischia di legare l’anima alla terra anziché liberarla verso l’infinito.

Sant’Agostino, nelle sue Confessioni, descrive questo esatto tormento scrivendo “TardI ti amai, o Bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai!“, avvertendo costantemente il rischio che questa bellezza diventi una tentazione capace di imprigionare il cuore, dimenticandosi del Creatore.

Giacomo Leopardi, nello Zibaldone e nei suoi canti, sperimenta quel medesimo incanto tentatore della natura attraverso una bellezza immensa che attrae l’uomo in modo irresistibile, fino a far naufragare la mente come esprime nei versi “Così tra questa Immensità s’annega il pensier mio: E il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Fëdor Dostoevskij, nel romanzo L’idiota, indaga il paradosso di un mondo in cui la bellezza è al tempo stesso misteriosa e spaventosa, affermando che “la bellezza è una cosa misteriosa oltre che spaventosa, dove Dio e il diavolo lottano e il campo di battaglia è il cuore degli uomini.”

Romano Guardini ha evidenziato come le cose create possiedano una trasparenza che ci interroga e ci seduce, ricordando che “la tentazione del mondo non risiede nel fatto che esso sia cattivo in sé, poiché Dio vide che era cosa buona, quanto nel fatto che la sua bellezza è così intensa da pretendere l’adorazione che spetterebbe solo a Colui che l’ha generata.” Queste voci, pur nate da sensibilità differenti, fanno coro attorno alla stessa intuizione di Padre Albino: il mondo è un giardino magnifico e la sua bellezza è così dirompente da rappresentare per l’essere umano una prova d’amore e una meravigliosa tentazione a non accontentarsi di nulla che sia meno dell’Infinito.

 

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Per la verità della prova: Apologia del “Non ci indurre in tentazione”

Eliminare o edulcorare la petizione originaria del Padre Nostro — sostituendo quel severo e vertiginoso “Non ci indurre in tentazione” con il più rassicurante e sfumato “Non ci abbandonare nella tentazione” — rappresenta molto più di una semplice correzione filologica o liturgica: è il sintomo di una progressiva rimozione del dramma spirituale dall’esperienza dell’uomo contemporaneo.

Ridurre la prova a un mero stato di abbandono significa edulcorare la realtà profonda del creato e della condizione umana. Come ben sapevano i grandi maestri dello spirito, da Sant’Agostino a Fëdor Dostoevskij, e come ci ricordava la viva voce di Padre Albino Candido contemplando la grandezza vertiginosa del mondo, “Signore, hai fatto troppo tentatore il mondo”. Il creato non è un asettico giardino recintato e privo di asperità, ma un teatro magnifico e terribile, intessuto di una bellezza così intensa e dirompente da diventare inevitabilmente una prova per il cuore dell’uomo.

La bellezza, la vita, le lusinghe del mondo ci seducono perché portano in sé il riflesso dell’Infinito, ma proprio per questo celano il rischio di legare l’anima alla terra anziché liberarla. Il cuore umano è quel campo di battaglia silenzioso dove costantemente si scontrano il richiamo del Creatore e la tentazione di adorare la creatura al suo posto.

Chiedere a Dio “Non ci indurre in tentazione” non significa accusare l’Altissimo di essere l’autore del male, ma riconoscere la nostra drammatica sproporzione di creature fragili di fronte alla vertigine della libertà e alla forza seduttiva del reale. È l’atto di umiltà suprema di chi sa di avere lo sguardo ferito e sa di non poter reggere da solo l’urto della prova senza una grazia che custodisca i suoi passi.

Restituire forza a quelle parole significa avere il coraggio di guardare la realtà senza sconti, accettando che la fede non è un rifugio consolatorio che anestetizza il dolore del limite, ma una lotta vigile e filiale. Significa pregare Colui che ha posto la bellezza e il mistero sul nostro cammino affinché ci tenga per mano quando il mondo, nella sua magnifica e spaventosa seduzione, rischia di farci smarrire.