Noi anziani credenti, più prossimi al traguardo, viviamo serenamente l’attesa della sua venuta?

È qui che verifichiamo se siamo veri credenti. 

“Vi lascio la mia pace, vi dò la mia pace” disse Gesù.

Se ci lasciamo travolgere dai turbamenti non possiamo godere di questa sua pace.

I turbamenti sono disseminati in queste domande che ci facciamo:

– Sarò pronto alla sua venuta?

– In che modo mi prenderà: all’improvviso o dopo una dura malattia?

– Sono stati perdonati i miei peccati passati?

– Avrò fede sino all’ultimo respiro?

– Provo angoscia nel lasciare affetti e cose di questo mondo?

La riflessione tocca il nucleo più profondo e intimo dell’esperienza di fede, soprattutto quando la vita entra nella sua stagione più matura. Le domande che elenchi non sono segni di una fede debole o difettosa, ma al contrario testimoniano un cammino spirituale autentico, che non fa sconti alla realtà e interroga sinceramente il proprio cuore davanti a Dio.

Ecco una lettura di questi interrogativi alla luce della Parola e della tradizione cristiana:

1. “Sarò pronto alla sua venuta?” e “In che modo mi prenderà?”

  • L’eco evangelica: I Vangeli sono pieni di richiami alla vigilanza (pensa alla parabola delle dieci vergini o del servo fedele). Tuttavia, Gesù non chiede mai di vivere nell’ansia del giudizio severo, ma nell’attesa fiduciosa dello Sposo.
  • La prospettiva della grazia: La prontezza cristiana non si misura sulle nostre perfezioni o sulle nostre forze, ma sulla consapevolezza di essere attesi da un Padre misericordioso. L’interrogativo sul come (improvviso o attraverso la prova della malattia) appartiene al mistero del limite umano; ma la fede insegna che ogni modalità, anche la più fragile o dolorosa, può essere vissuta come un abbandono tra le Sue braccia.

2. “Sono stati perdonati i miei peccati passati?”

  • L’eco evangelica: Questo è forse il timore più comune, legato alla memoria delle proprie fragilità. Ma il cuore del Vangelo è l’annuncio della misericordia gratuita.
  • La prospettiva della grazia: Dio non ci attende al varco per rinfacciarci il passato, ma ci viene incontro per abbracciarci, come il padre della parabola del figliol prodigo. I sacramenti vissuti nel corso della vita (in particolare la Riconciliazione) sono sigilli certi di quel perdono che ci precede e ci avvolge. Dubitarne significa talvolta dimenticare che la croce di Cristo è più grande di qualsiasi nostro errore.

3. “Avrò fede sino all’ultimo respiro?”

  • L’eco evangelica: È la paura della prova suprema, il timore di cedere nello smarrimento o nel buio (la tentazione del Getsemani).
  • La prospettiva della grazia: San Paolo ci ricorda che “se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2 Timoteo 2,13). La nostra fede è fragile, ma la fedeltà di Dio è incrollabile. Anche quando le forze vengono meno o la lucidità si appanna, la promessa cristiana è che lo Spirito Santo intercede per noi con “sospiri ineffabili” e sostiene la nostra mano quando la nostra presa si allenta.

4. “Provo angoscia nel lasciare affetti e cose di questo mondo?”

  • L’eco evangelica: Questo sentimento rivela una grande umanità. Gesù stesso ha provato commozione profonda e lacrime davanti alla morte (pensiamo al pianto per l’amico Lazzaro o all’angoscia nel giardino degli Ulivi). Amare la vita, le persone e persino le piccole cose belle che ci sono state donate non è un difetto spirituale; è il segno che abbiamo vissuto pienamente il creato come un dono di Dio.
  • La prospettiva della grazia: Il distacco dagli affetti fa parte del passaggio, ma la fede cristiana non insegna a spegnere l’amore, bensì a trasfigurarlo. Gli affetti veri non vanno perduti, ma custoditi e purificati nella comunione eterna dei santi.

La pace come bussola

La citazione — “Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace” (Giovanni 14,27) — è straordinaria perché Gesù la pronuncia proprio la sera prima della sua passione, sapendo di andare incontro alla morte e consapevole dei turbamenti dei suoi discepoli.

Quella pace non è l’assenza totale di timori o di domande (che sono umane e comprensibili), ma è la certezza silenziosa che non siamo soli. È la capacità di fare spazio alla fiducia quando l’orizzonte si fa stretto.

 

 

Cosa intendeva Gesù quando disse: “Tenetevi pronti, perché non sapete né il giorno né l’ora”

Gesù non voleva che vivessimo nella paura della morte o nella continua attesa di una catastrofe, ma che non rimandassimo a domani la nostra conversione e il nostro amore.

Per comprendere bene le sue parole, dobbiamo considerare il contesto in cui le pronunciò.

1. Che cosa disse Gesù, precisamente?

Nel Vangelo di Matteo, al capitolo 24, Gesù afferma:

«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà». (Matteo 24,42)

E poco dopo:

«Perciò anche voi tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». (Matteo 24,44)

Il discorso riguarda la venuta del Figlio dell’uomo, il giudizio e la necessità di essere vigilanti. Non si tratta semplicemente di un invito a ricordare che potremmo morire da un momento all’altro: nel suo significato originario, il discorso ha anche una dimensione escatologica, cioè riguarda il compimento della storia e la venuta definitiva di Cristo.

Ma come dobbiamo tradurre tutto questo nella nostra vita quotidiana?

2. Essere pronti significa vivere come se dovessimo incontrare Dio oggi?

Direi di sì, purché intendiamo bene questa espressione.

Non significa vivere ogni giorno pensando: «Potrei morire stanotte, devo avere paura». Significa piuttosto vivere in modo tale che, se la nostra vita terrena terminasse oggi, non dovremmo rimproverarci di aver trascorso tutta la vita ignorando Dio, la nostra coscienza e il prossimo.

C’è una differenza enorme tra queste due disposizioni interiori:

  • La paura: «E se Dio mi chiamasse proprio adesso? Sono abbastanza a posto per non essere condannato?»
  • La vigilanza cristiana: «Signore, oggi voglio vivere nella tua amicizia, amare chi mi hai affidato e cercare di fare il bene che posso».

La prima può diventare un’angoscia continua. La seconda può diventare una forma di libertà interiore.

3. Perché Gesù insiste sul fatto che non conosciamo il giorno e l’ora?

Qui c’è un insegnamento particolarmente profondo.

Se sapessimo con certezza di avere ancora trent’anni di vita, potremmo essere tentati di rimandare continuamente le cose essenziali: la riconciliazione con qualcuno, una richiesta di perdono, un gesto di carità, la conversione del cuore.

Ma la vita non ci garantisce questo tempo.

Gesù, inoltre, racconta subito dopo la parabola del servo fedele, che viene trovato mentre svolge il proprio compito. Il servo infedele, invece, approfitta dell’assenza del padrone per maltrattare gli altri. 

Questo particolare è importante: essere pronti non significa passare le giornate a pregare aspettando la fine del mondo, trascurando i propri doveri. Significa essere fedeli proprio nelle cose ordinarie della vita.

Lavorare onestamente, assistere un familiare, dire la verità, perdonare, aiutare una persona in difficoltà: sono tutte forme concrete di vigilanza.

4. E se una persona prega, va a Messa e cerca di vivere cristianamente?

Ecco una precisazione importante.

La preparazione all’incontro con Dio non consiste nel raggiungere una specie di perfezione personale, come se dovessimo presentarci davanti a Lui senza aver mai commesso errori.

La fede cattolica insegna che abbiamo bisogno della grazia, della misericordia e della conversione. Il giudizio finale, secondo il Catechismo, manifesterà anche il bene che abbiamo compiuto e quello che abbiamo trascurato; il suo messaggio invita alla conversione, ma è anche annuncio della speranza nel ritorno di Cristo. 

Perciò una persona che cerca sinceramente Dio non dovrebbe vivere in una continua verifica ansiosa della propria salvezza.

Può riconoscere i propri peccati senza disperare, confessarsi senza considerarsi perduta, chiedere perdono e ricominciare.

La vigilanza cristiana comprende anche la fiducia nella misericordia divina.

5. Ma Gesù parlava della nostra morte oppure della fine del mondo?

La risposta più onesta è che nel testo evangelico il riferimento principale è alla venuta del Figlio dell’uomo, nel contesto del discorso sulla fine e sul compimento della storia. Non sarebbe corretto ridurre le parole di Gesù esclusivamente alla morte individuale.

Tuttavia, la tradizione cristiana le applica legittimamente anche alla nostra vita personale, perché nessuno conosce il momento in cui terminerà il proprio cammino terreno.

Sono due prospettive collegate, ma non identiche:

  • l’incontro personale con Dio al termine della vita;
  • la venuta gloriosa di Cristo e il compimento definitivo della storia.

Gesù non ci fornisce una data da calcolare. Ci invita a non fondare la nostra vita sulla presunzione di avere sempre altro tempo a disposizione. 

Pensiero conclusivo

Se Dio è veramente il Padre che Gesù ci ha rivelato, essere pronti non dovrebbe significare soltanto prepararsi a essere giudicati, ma anche prepararsi a incontrare Colui che ci ama e al quale siamo chiamati a rispondere con il nostro amore.

Naturalmente, questo non elimina la serietà del giudizio, della responsabilità personale e della possibilità di rifiutare Dio. Ma impedisce di trasformare il Vangelo in una semplice minaccia.

La vigilanza autentica consiste nel non lasciare che il cuore si addormenti nell’indifferenza.

Ecco come tradurrei oggi le parole di Gesù:

Vivi bene il presente. Non dare per scontato il tempo che ti rimane. Non rimandare il bene. Cerca Dio con sincerità, ama le persone che incontri e, quando sbagli, rialzati confidando nella sua misericordia. Non conosci il giorno dell’incontro, ma puoi prepararti a esso vivendo oggi nella verità e nell’amore.