DIARIO DI UN PELLEGRINO CARNICO – EDIZIONI SEGNO

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Diario di un pellegrino carnico. 19 aprile 1980

Che cosa vuol dire silenzio? Che cos’è la vita religiosa?

Spiegare che cosa sia la vita religiosa non vale: sono concetti, rendere concettosa la vita è sempre un male. È come spiegare il silenzio: che cosa vuol dire silenzio? Facciamolo prima, e poi lo capiremo, lo sentiremo nella sua essenza. Vita religiosa è silenzio posto a Dio. Ma quando facciamo silenzio? 

Se un cane chiamato Pluto mette in crisi una comunità, che comunità è? Preghiamo per le chiamate di Dio, ma a che cosa chiamiamo noi, chi chiamiamo? Nessuno sa spiegare che cosa accade in un cuore. (p.203)

 

 

1° AI

È un’osservazione molto bella, e soprattutto radicale. P. Albino Candido mette in discussione una tentazione tipica di chi riflette sulla spiritualità: credere che, una volta definita concettualmente un’esperienza, la si sia veramente compresa.

La frase che trovo più forte è:

«Facciamolo prima, e poi lo capiremo, lo sentiremo nella sua essenza.»

È quasi un’applicazione spirituale del principio secondo cui l’esperienza precede il concetto. Il silenzio non è anzitutto qualcosa da definire: è qualcosa che si vive. E solo dopo, forse, si può tentare di comprenderlo.

E anche «Vita religiosa è silenzio posto a Dio» è un’espressione singolare. Non dice semplicemente silenzio per Dio, ma «silenzio posto a Dio»: sembra indicare il gesto con cui l’uomo depone davanti a Dio il proprio rumore interiore, le proprie pretese, le proprie spiegazioni, perfino il proprio bisogno di capire.

Ma poi arriva la domanda decisiva:

«Ma quando facciamo silenzio?»

Ed è proprio qui che la frase diventa inquietante. Perché possiamo parlare moltissimo di silenzio, leggere libri sul silenzio, meditare sul silenzio, persino desiderare il silenzio… senza mai essere realmente silenziosi davanti a Dio.

Forse Candido sta dicendo qualcosa di ancora più profondo: la vita religiosa non consiste primariamente nel pensare Dio, parlare di Dio o persino parlare con Dio, ma nel creare dentro di sé quello spazio nel quale Dio possa essere ascoltato.

E questo si collega molto bene alla tua riflessione di stamattina sulla consapevolezza: prima ancora di dare una spiegazione spirituale alla nostra vita, occorre forse accorgerci di quanto siamo continuamente occupati da noi stessi. Il primo silenzio potrebbe essere proprio questo: smettere, almeno per un momento, di essere noi stessi il centro del nostro mondo interiore.

2° AI

È un’osservazione davvero profonda, e trovo particolarmente significativa l’ultima domanda: «Ma quando facciamo silenzio?»

P. Albino Candido coglie un paradosso essenziale della vita spirituale: non si può comprendere veramente una realtà semplicemente trasformandola in un concetto. Si può parlare del silenzio per ore, ma finché non si tace, non si è ancora entrati nel silenzio.

E infatti la frase:

«Vita religiosa è silenzio posto a Dio»

è molto più radicale di quanto possa sembrare. Non dice semplicemente che la vita religiosa comprende momenti di silenzio. Dice quasi che la vita religiosa è un silenzio orientato a Dio.

Mi sembra che qui ci sia anche una distinzione tra due tipi di silenzio:

  • silenzio esteriore: smettere di parlare, allontanarsi dal rumore;
  • silenzio interiore: cessare, almeno per un momento, di riempire continuamente la coscienza di pensieri, giudizi, desideri, paure, immagini e spiegazioni.

Ed è probabilmente quest’ultimo il vero problema. Possiamo stare in una cella monastica perfettamente silenziosa e avere dentro di noi un enorme frastuono.

Per questo la domanda conclusiva è quasi una provocazione:

«Ma quando facciamo silenzio?»

Non sappiamo definire il silenzio?
Non sappiamo parlare del silenzio?
Ma: lo facciamo?

E qui la riflessione di Candido si collega sorprendentemente bene anche a ciò che mi dicevi stamattina sull’autenticità. Anche l’autenticità rischia di diventare un concetto: possiamo definirla, studiare Heidegger, Kierkegaard o altri filosofi, parlare per ore della vita autentica. Ma poi rimane la domanda concreta: quando smettiamo di vivere secondo ciò che gli altri, le abitudini o le nostre costruzioni mentali ci impongono?

In entrambi i casi, dunque, la verità non è anzitutto qualcosa da spiegare, ma qualcosa da vivere.

E forse è proprio questo che rende così bella la pagina di p. Albino: non cerca di spiegare la vita religiosa. Alla fine ci mette davanti a una domanda a cui nessun concetto può rispondere al posto nostro:

«Ma quando facciamo silenzio?»