
Sulle tracce di una antica Sapienza: in solitaria sulle montagne dell’Uzbekistan
Da Samarcanda a Panjakent (Tajikistan) via terra fino a 2400 metri di altitudine
La mia missione di fede
Nel novembre del 2022 avevo scalato in solitaria il Monte Sinai, in Egitto, per chiedere a Dio l’unità dei cristiani. La primavera successiva mi sono fatto murare vivo come gesto di protesa contro le divisioni sociali e per invitare all’unità e all’empatia reciproca.
Questa volta ho deciso di partire dal mio piccolo paese di montagna,in Friuli,per arrivare a Samarcanda, crocevia di terre, sapori, leggende e, soprattutto, di sapienza sacra. Opificio del mondo, Samarcanda è stata ed è il centro di tradizioni e identità millenarie. Misero qui il passo prima di me Alessandro Magno, Gengis Khan, Marco Polo, Tamerlano. La leggendaria via della seta.
L’ispirazione ad andare a Samarcanda mi venne un pomeriggio a Palmanova quando lessi su un libro delle gesta del Profeta Daniele che, dal racconto biblico, apprendiamo essere un vero eroe della Fede che, a sprezzo della vita, rifiutò di obbedire agli ordini del potere politico per prestare fede al suo Dio. Come è noto Daniele era profeta dicorte quando Dario il medo, istigato dai nemici di Daniele che volevano eliminarlo per il suo forte carisma, imposero al sovrano un editto che Daniele non avrebbe mai potuto rispettare. Impose cioè il divieto di pregare…se non l’imperatore.
Chiaramente Daniele non rispettò il divieto di pregare Iddio e, a rischio della vita, pregò il suo Iddio facendosi prima arrestare e poi tumulare vivo in una fossa piena di leoni che, come si aspettavano gli avversari del profeta, avrebbero dovuto sbranarlo senza pietà. È qui però che avviene un miracolo enorme, i leoni non sfiorano Daniele con una sola unghia e al mattino seguente il profeta viene trovato intonso. Il sovrano si convince del miracolo e che Daniele è protetto da Dio, e tutti i nemici di Daniele vengono fatti giustiziare. Quello di Daniele è uno degli esempi più grandiosi e commoventi di quanto possa la Fede sovra ogni circostanza a di quanto Iddio venga prima, e oltre, a ogni potere politico. Grande fu la forza dell’esempio tanto che lo stesso San Paolo, commosso dalla forza di Daniele, ne encomiò le gesta quando scrisse:
“Per fede conquistarono regni, praticarono la giustizia, ottennero l’adempimento di promesse, chiusero le fauci dei leoni, spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, guarirono da infermità, divennero forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri.” (San Paolo di Tarso, Lettera agli Ebrei 11, 33-34)
Decisi di partire per la lontana terra dell’Uzbekistan per Daniele perché seppi che, per volere del grande Tamerlano, la tomba del Profeta venne fatta trasferire a Samarcanda da Susa perché vi fu la convinzione, veritiera, che il corpo sacro e vivente di Daniele avrebbe reso immortale la città e reso giustizia, saggezza e forza a chiunque vi fosse transitato vicino, e così è stato. Venerato da ebrei, cristiani e musulmani, che attualmente detengono e gestiscono il mausoleo di Daniele, il profeta è conservato il un mausoleo nella periferia di Samarcanda su una rocca sacra, nei pressi di una fonte che si ritiene sorgiva di grazia e miracoli, e, soprattutto, è lunga ben 18 metri perché si crede che il corpo del grande Daniele continui a crescere di un centimetro all’anno. Uomini di fede e uomini illustri si sono genuflessi a venerare questo luogo imperituro, anche il Patriarca della chiesa ortodossa russa e di tutte le Russie Kirill si è recato in pellegrinaggio in questo luogo.
Io, saputo questo, sentii fortissimo in me il richiamo di andare là sulla sua dimora e dirgli “grazie” per la forza dell’esempio, per quello che ha fatto per tutti noi.
I segni premonitori
Vi furono un sacco di segni che accompagnarono l’inizio del mio viaggio. Anzitutto il giorno prima della mia partenza casualmente in un ufficio in cui mi ero recato per una pratica noto su una scrivania una statua in bronzo che raffigura un volto o una maschera che pone il dito a indicare il silenzio. In aeroporto il giorno seguente a Venezia un bambino mi passa davanti con sulla maglietta scritto in stampatello maiuscolo “Silenzio”e subitodopo una ragazza con tatuata donna sulla spalla che indica il silenzio col dito.
Successivamente, durante il viaggio,mentre stavo per superare il confine fra Uzbekistan e Tajikistan,vedo stampato su un palo della strada un volto che con il dito fa il segno del silenzio.
Un destino iniziatico pertanto mi attendeva e un compito che non riguardava la mia volontà, ma quella dell’Altissimo. Il silenzio dell’ego e delle voluttà umane è fondamento della missione, perché la nostra forza viene dalla fedeltà all’Altissimo.
Оче наш који си на небесима, свети се име твоје
Stava scritto in serbo sull’anello al medio sinistro che avevo con me e che ho portato tutto il viaggio, ovvero: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome”, a memoria del mio battesimo ortodosso, che mi ha fatto nascere all’unica vita, quella in Dio e per Dio.
Per questo dovevo partire, per chiedere a Dio la forza di lottare per quella Unitàperduta nel nome di Cristo, e chiedere a Daniele di imprimermi il suo sigillo nell’anima, il sigillo della tenacia, dell’inflessibilità di fronte ai leoni, il marchio a fuoco della Fede pura e sincera. Il progetto di dialogo nel nome di Cristo che stavo conducendo da mesi richiedeva maggior forza ed elevazione e non c’erano se e ma, dovevo partire.
“Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi” (Giovanni 15,16)
La partenza e l’arrivo al Mausoleo del Profeta Daniele
Forze avverse hanno reso difficile la partenza se, arrivato il 15 giugno all’aeroporto Marco Polo di Venezia (ma da quale altro aeroporto si poteva partire andando a Samarcanda!?) scopro, con amara sorpresa, che il volo era prenotato il 16 e non il 15 giugno 2023. Come era possibile? Ero diventato scemo all’improvviso? Purtroppo, si è trattato di un equivoco, più un errore di trascrizione. La prenotazione all’hotel prevedeva ingresso il 16, per cui, essendo che arrivavo di primo mattino ora locale a Samarcanda, ho supposto che sarei dovuto partire il 15, anche il transfer aeroporto hotel era previsto il 16 mattina per cui solo il 15 sarei potuto partire a queste condizioni, e invece il volo era il 16, questo perché pur arrivando il 17 mattina la notte in hotel era pagata contando la nottefra il 16 e il 17, per cui solo idealmente ingresso il 16 e transfert come conseguente errore di trascrizione.
Poco male: dove c’è un equivoco c’è un Dio. Rientrato a casa e indomani mattina ripartito senza problemi questa volta. Scalo a Istanbul e poi dopo 22 ore di viaggio consecutive metto piede in quella terra di eroi e magi. Frastornato dal fuso orario e dalla mancanza di sonno mia accorgo subito del caldo spietato dell’ambiente, 40 gradi all’ombra, e dell’aria dolciastra, ma, anzitempo, sono crollato in un sonno plumbeo di sei ore senza pensare ad altro.
Alzatomi, senza pensare nemmeno di bere o mangiare qualcosa, ancora barcollante dallo stato d’oniromanzia in cui mi trovavo, mi incammino subito, senza indugio, verso la rocca sacra dove riposava il Profeta Daniele, foss’anche l’unica e la sola cosa che mi fosse rimasta da fare in Uzbekistan. Palpitavo e pure lacrimavo salendo gli scalini della rocca e quando me la trovai davanti, quella dimora del vivente lunga un intero edificio, crollai dall’impeto, mi inginocchiai davanti al Profeta, piansi e baciai pure la terra che sorreggeva il mausoleo più e più volte.
“Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso la bocca dei leoni; essi non mi hanno fatto nessun male perché sono stato trovato innocente davanti a lui” (Daniele 6,23)
La Potenza della Fede: non remissione e rassegnazione, ma perseveranza fino alla Vittoria.
Mentre ero genuflesso davanti al Mausoleo e baciavo quel suolo sacro irrorandolo con le mie lacrime mi accorgevo che una pietra mi era rimasta in mano, un pezzo di un mattone dello stesso mausoleo che reggeva il profeta vivente, così, ne vidi un segno e cinsi quella pietra sacra al petto, vicino al cuore, e la baciai, perché era essa stessa il Tempio del profeta, ora giunto nella mia mano cristiana e la portai con me come la tengo con me tutt’oggi venerandola e facendola venerare ai giusti.
Pieno di quellaestatica emozione mi incammino e giungo al centro di Samarcanda e, trovandomidi fronte al complesso del Registan ho sentito alle mie spalle i millenni, davanti a me l’ignoto, e al centro un uomo che cerca risposte ai confini del mondo. Grazie alla vita che mi ha permesso di vivere e osaree di arrivare a tanto.
Dentro alla grotta del Re Davide, Re d’Israele
Il giorno seguente, di primo mattino,sono partito verso un’altra grande missione. Il 18 luglio 2023 infattiho scalato in solitaria la Arankul mountainin Uzbekistan a 40 km circa da Samarcanda e qui nel ventre della montagna sono entrato nella grotta del Re Davide, narra infatti la leggenda che il Re d’Israele si sia rifugiato qui per fuggire ai nemici. Ho visto con i miei occhi le impronte della sua mano sulla pietra, 15 metri all’interno della montagna, e la mia mano ho posato su quella impronta per chiedere a colui che ha vinto i giganti la Forza di non retrocedere mai nella missione della Fede.
Noto è infatti il leggendario episodio biblico in cui Davide sconfisse il gigante Golia, esempio, anch’esso, di quanto possa la forza della Fede anche quando i mezzi sono spropositati rispetto a quelli dell’avversario.
“Davide rispose a Golia: «Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore” (1Samuele 17, 45)
Lungo la parete della montagna sabbiosa e arida che si erge sopra un piccolo villaggio si innalzano le rocce che arridono sulla cima a una moschea. Qui i pellegrini portano i malati a chiedere la salvezza, alcuni salgono gementi, o scalzi, pieni di quella fede che gli fa vedere sacra ogni zolla di terra. Fuori Samarcanda non esiste né connessione telefonica né contatto con persone europee per cui molti pellegrini erano da me incuriositi e mi chiedevano quale era lo scopo della mia presenza in quel luogo. Molte giovani donne, col cuore in gola dall’emozione e la voce tremolante, chiedevano di farsi una foto con me.
Quando, parlando, facevo il mio nome, Emanuele, cadevano in deliquio, un giovane mi disse che questo nome in Uzbekistan era rispettato, amato. Che accadeva quindi? Quella terra mi accoglieva, si apriva a me, le viscere della terra come un utero materno si aprivano per farmi entrare, prima di me avevano accolto il Re dei Re, il Sangue stesso di Cristo, ora parimenti la montagna apriva le viscere per far entrare Emanuele, spunto dagli abbracci teneri e dai sorrisi di un popolo millenario e beato. Il popolo Uzbeko è sacro ed è un patrimonio dell’umanità. Lunga vita agli uzbeki!
Una occasione speciale quella di trovarmi lontano decine di kilometri da Samarcanda e così poter vedere l’entroterra. Sitibondo di salire verso vette e penetrare le viscere nelle montagne alla ricerca dell’oro della sapienza.
Un’esperienza umana e religiosa straordinaria e senza eguali. Una volta arrivati in cima bisogna scendere ancora in un canale dove si trova una fessura stretta dove possono entrare solo piccoli gruppi di fedeliaccompagnati da una guida religiosa. Tra l’altro questo non è un posto né turistico né frivolo cioè non è un posto di visite edè vietato fare fotografie all’interno imponendo già solo a vedersi un rispetto e una devozione altissimi.
Una volta dentro,quindi molti metri nella montagna,c’è un imam,un sacerdote islamico che,con mia grande sorpresa, ha eseguito un rito religioso esattamente nel loculo dove Re Davide ha posato la mano e dove ancora si vede la sua impronta. Il sacerdote ha svolto una cerimonia religiosa dove, in una specie di invocazione, ha aperto le mani al cielo recitando delle formule, e al seguito i fedeli aprivano le mani e pregavano assorti, le mani e le parole erano atte a chiamare a sé stessi lo Spirito di Davide stesso e a farlo entrare dentro al fedele. Aperte le mani e chiamata nel palmo la Forza si appoggiavano poi le mani sulla testa come a entrare sia in comunicazione sottile con l’imam che a ricevere lo Spirito. Io non ho potuto esimermi dal celebrare quel rito tanto potente e nel chiedere al Re Davide la forza della Fede.
L’imam aveva acceso una luce nel posto esatto in cui Davide si era coricato, c’era tutta l’energia della montagna che entrava dentro al sacerdote e la emanava ai fedeli febbricitanti e piangenti dall’emozione.
Ho avuto l’onore di assistere a un rituale religioso in uno dei luoghi più sacri di tutta la terra. Davide è ritenuto l’autore dei salmi e il fondatore di tutti,stirpe di Gesù secondo la tradizione,l’avo di Gesù Cristo,una cosa sconvolgente.
Trovatomi così al cospetto dei Re, posata la mia mano dove un tempo fu quella di Davide, ecco per una seconda volta mi trovavo nella mia mano una pietra, una pietra che fu toccata dal Re Davide stesso e che ora era nella mia mano, nella mia mano cristiana,e che ho deciso di conservare e portare con me per farla venerareai giusti; ora due pietre erano con me, quella di Daniele e quella di Davide.
La voce di Allah il grande
Ho avuto la fortuna di visitare lo Shohi-Zinda, una delle più grandi e importanti moschee-mausolei di tutta l’Asia. Questo perché qui dimora Kusam Ibn Abbas, il cugino del profeta Maometto nonché il primo missionario islamico in Asia. Le circostanze poi hanno voluto che io mi trovassi nel loculo più interno mentre l’Imam pregava e così ho compreso: Allah è grande, e Cristo si è fatto piccolo: dove gli uomini vedono in questo una contraddizione, altri vedono Unità. È stato un fatto circostanziale:mi sono perso nei meandri di questo grande mausoleo che è un immenso labirinto fino a trovarmi in un loculo dove l’imampregava con una voce suadente mentre contemplavo le geometrie sacre tipiche dell’islam, geometrie raffiguranti l’infigurabile.
Lo Shohi-zindao anche chiamato Shah-i-Zinda, è una cosa monumentale. Io non ho mai visto qualcosa di così bello e nello stesso tempo di così disceso dall’alto. Se devo essere sincero, le cattedrali europee non solo non arrivano a tanto a livello di bellezza, ma nemmeno a tanto livello di spiritualità.
Visitando questo complesso, come dicevo, mi sono trovato nella sala più interna, più nascosta di tutto il mausoleo e sono finito nella stanza della preghiera. Essa, tutta ornata di geometrie che sembrano dipinte da Dio stesso, mi accoglie e mi ammanta di soavità e mi sento cadere lentamente in un torpore mistico guardando le figure geometri che islamiche e ascoltando le sure del Corano in questa piccola, piccola stanzetta, questo loculo completamente adornato di un percorso di immagini sacre, di immagini non figurative ma geometrico-matematiche.
Cos’è stato quindi? È stata una cosa indefinibile. A un certo punto ho sentito la voce di Allah. Sì, Allah mi ha parlato. È difficile da tradurre, però Lui mi ha mostrato di essere l’autore, cioè di essere, come dire, il detentore delle matrici delle cose viventi. Cioè, le matrici, i codici, come dire: le forme viventi sono depositate in lui. Cioè, in qualche modo, a lui assise. Però mi ha anche detto che questo scheletro delle cose, questa matrice, viene riempita dalla vita stessa. Cioè, in pratica, che questo Dio è un Dio pre manifestazione. Non vi sarebbe una contraddizione con la rivelazione di Cristo se Cristo però completa la parte che deve essere manifesta.
Non è che Allah è contraddetto da Cristo o negato da Cristo. No, Allah si è manifestato in un modo e questo suo modo e certe cose di Allah sono penetrabili solo dai sapienti. Egli ha rivelato questa sua sapienza ai sapienti. Ma questo non nega la manifestazione di Cristo che è completezza di tutto l’universo. Perciò la matrice è cavità senza la pienezza, è vena senza sangue e il sangue è proprio Cristo. Uno è grande, l’altro è il più piccolo fra i deboli, e in questo divario c’è una frattura non insanabile ma sanatrice.
Fino a 2400 metri sulle montagne del Tajikistan alla ricerca dell’ultimo segreto
Il giorno seguente, il 19 giugno 2023, di primo mattino, decido di sconfinare verso terre ignote.
Superoil confine con il Tajikistan a piedi e quindi arrivovia terra alla antica città di Panjakent, importante centro zoroastriano della Sogdiana del V secolo. Non pago di cercare e sitibondo di assoluto sono risalito fino a 2400 metri di altitudine sui monti Fan, nel Tajikistan interno,per strade di sassi fra fuoristrada e camminate fra pietre arse da un caloreche arriva fino a 40 gradi.
Appena attraversato a piedi il confine con il Tajikistan la mia guida locale mi aspettava con un fuoristrada per intraprendere l’avventura. Sono rimasto incredibilmente sorpreso di scoprire che si chiama Chihrone subito mi viene in mente Chirone il centauro della mitologia greca, essere immortale e saggio, guida e di eroi e condottieri come Eracle, Achille, Giasone, Teseo e tanti altri, possibile che il mio accompagnatore avesse un nome così possente e pieno di simbologia e presagio? Erano i segni argolici attorno a me e tutto era pieno di Dei, come avrebbe detto Talete.
Con questo illustre compagno di viaggio iniziamo l’ascesa lungo la Haftkul Valley giungendo fino a 2400 metri di altitudine nei monti Fan della catena dello Zeravshan.
Usciti da Panjakent iniziamo una graduale ascesa che ci avrebbe portato ai cosiddetti sette laghi della valle, tutti collegati dallo stesso torrente, fino al sommitale e il più magnifico dei sette. Sette acque, sette livelli, sette sfere, tutto era collegato come sette cieli, sette crisalidi, sette distillazioni fino alla sommità massima della coscienza. Cosa mi avrebbe rivelato questa impresa?
Per oltre 80 chilometri dal confine ci siamo innalzati su una strada spericolata di fango e sassi, dove non esistevano telefoni mobili né iper tecnologie né consumismo né alterità dall’essenziale. Sparuti villaggi di pastori tajiki si annodavano lungo la vallata, inanellandosi a scorci di vita umana piena e inverata di esistenza senza scissione dall’autentico. Giovani che si lavavano nell’acqua, bimbi che giocavano a palla, le adolescenti che, sempre adornate dai sari tradizionali, intessevano lodi al creato, timide, appena appena coperte dalle fronde dei giunchi, e con il cielo che le dipingeva. Un sogno che non era irreale, era in Tajikistan, a sei mila kilometri dal nostro grasso mondo di arrivismo e apparenza.
Noi siamo convinti che il nostro sia il solo e unico mondo, è invece un simulacro, un tumulo di macerie, io ero lì, nel vero mondo, quello degli occhi che si guardano, dei cieli che baciano la terra, dei piedi scalzi sui torrenti. Iddio l’alto creatore, nel suo amore, aveva permesso che l’umanità stessa e tutta intera sopravvivesse in questi anfratti di mondo, che ora io vedevo, e amavo.
Salendo a sud-est nel Tajikistan interno e apprendendo leggende locali e storie del luogo, come del passaggio del grande Alessandro che trovò quivi validi combattenti, e poi della vicina regione del Pamir dove ancora esistevano comunità attive zoroastriane, residui della antica Persia, salivamo a oltranza e sovente le ruote del fuoristrada subivano pressioni e rischi, temevo si ribaltasse, doveva guadare torrenti, superare ostacoli, spingere il fango e la ghiaia. Superato il sesto lago la macchina si infossa e l’autista mi comunica che non erapossibile raggiungere il settimo lago a motore né sulle ruote, l’unica possibilità era a piedi, e così è stato. In marcia, a 2400 metri di altitudine sulle montagne del Tajikistan sono arrivato al settimo cielo, il lago aureo della verità, una visione beatificante. Ecco cosa mi è accaduto in quei momenti.
E cosa è rimasto nel mio cuore.
Passo per un villaggio fatto di sassi di fiume e terra battuta, le giovani sono pudiche a vedere un uomo bianco e arrossano le gote, si imbarazzano, dei giovani aiutano un anziano a portare un mulo, altri tolgono dal fiume dei sassi per fare il muretto di una casa. Le donne lavano le vesti sul fiume diafano, una scena surreale eppure reale più di ogni realtà, un mondo incantato rimasto a millenni fa. A un certo punto da un angolo esce scalzo un bimbo e mi guarda con una meraviglia e una dolcezza senza pari, mette la sua mano sul cuore e mi sorride. Ecco, il male non ha vinto, e non vincerà mai.
Il bene e il male e l’Entità terza
Vi è una entità terza che non è né il bene né il male e questa terza entità non è l’unione di questi ma ha una sua natura propria.
Cos’è il bene? Un bimbo scalzo sulla riva di un torrente che sorride con la mano sul cuore.
Cos’è il male? La riduzione del bambino alle sue parti: chi dice che la causa prima di questo sorriso è nei muscoli e nelle ossa che lo muovono.
Cosa è l’entità terza che non è né il bene né il male? La vigilanza senza giudizio della mia coscienza che vede il sorriso del bimbo. Ma vigilanza non è assolutamente neutralità: vigilanza è meraviglia.
Suprema unità non è unire il bene col male ma il bene alla entità terza: unità assoluta significa essere io stesso il bimbo scalzo che sorride. Il bene è testimonianza. Testimonianza di meraviglia.
Io sono testimonianza assoluta, io sono meraviglia.
Il mio incontro con il Dio Ahura Mazdā, il Dio di Zoroastro
Rientrato a Panjakentdecido di visitare la città antica e il tempiozoroastriano più antico non solo della città ma della intera Sogdiana, e,trovata l’esatta ubicazione del tempio del Fuoco dove venivano accese le fiamme in onore del Dio Ahura Mazdā, il Dio di Zoroastro, decido di chiamarlo e di parlargli in prima persona. In ginocchio e facendomi il segno della Croce ho chiesto al Dio Ahura Mazdādi liberare l’uomo dall’infezione della dualità e di lasciarlo correre verso l’Unità.
Egli mi parlò, dal suo tempio, dicendomi che,ahimè,l’uomo è una creatura duale, eche il suo stesso insegnamentoda alcuni fu frainteso, poi mi disse che Alessandro voleva unire lasapienza dell’occidente con la sapienza dell’oriente in una unità universale profetica ma il blocco persiano impediva questa unione, blocco non solo fisico ma sovrasensibile. Le dinastie achemenide e sasanide hanno creato la barriera zoroastriana a dividere i due emisferi del mondo.Una barriera che esiste ancora. Sebbene il Dio mi parlasse, tutto questo sfuggiva alla mia comprensione. E ripetei la mia richiesta, nel nome dell’Unità alla quale noi aspiriamo.
Me ne andai quindi, tornando sui miei passi. Vengo ricevuto e benedetto dai sacerdoti Uzbeki
Rientrato a Samarcanda mi reco nelle tre chiese ortodosse russe presenti in città e in ognuna prego assiduamente. Nella Chiesa di San Giorgio ho partecipato alla liturgiae in seguito ho potuto conferire privatamente con i sacerdotie spiegargli le ragioni del mio percorso di Fede e del mio progetto “Voi siete Uno” che era motore dei miei pellegrinaggi. Così chiesi loro un segno per la mia ricerca del mistero dell’Unità. Il Sacerdote che celebrava la messa emanava luce con il suo sorriso e in risposta mi ha detto che sono felici di accogliermi e sono stato benedetto nel nome del Signore. Il progetto “Voi siete Uno” benedetto dai sacerdoti uzbekimi dava ancora maggior forza nel cuore per continuare il mio percorso.
Da Oriente verrò e continuerò a difendere la Verità.
Io non torno da Oriente, io vengo da Oriente.
Quella notte una mia amica mi scrisse per dirmi:
“Ti ho sognato in chiesa con un esercito di ortodossi che si battezzavano di nuovo. Il rito non l’ho mai visto. Ti mettevano la Sacra Scrittura aperta sulla testa come a trasferire le parole. Poi tutti si incamminano verso l’uscita con una porta in mano di tutte le misure e dicevano se questa è ben chiusa il diavolo non puòentrare”
La profezia di Leonard
Il saggio Leonard prima che io partissi per Samarcanda mi disse che avrei dovuto prestare attenzione al messaggio che avrei ricevuto, ma lo avrei ricevuto da un uomo “da poco”, ovvero uno che non aveva sembianze di dottore e maestro, ma umili, pur essendo, nel momento del suo messaggio, coadiuvato dalla santità. Avrei quindi dovuto prestare attenzione a ciechi, storpi, sordi e mendicanti. Lo giuro, stetti sull’attenti tutto il viaggio ma questo evento non si verificò eppure, poche ore prima di recarmi a prendere l’aereo, ancora a Samarcanda, decisi di andare velocemente a bere una birra. Mentre me ne stavo solo soletto a bere una birra ecco che uno strano signore uzbeko si avvicina al tavolo gagliardo, con due bottiglie di birra piene, si siede al mio tavolo con un eloquio spropositato, offre da bere con cordialità, era completamente ubriaco. Tuttavia era simpaticissimo, mangiava le parole già mal pronunciate in inglese e gli facevo una gran simpatia.
Ecco che si mette a parlarmi della situazione internazionale in corso poi, quando gli chiedo che religione professa mi dice di essere musulmano, tuttavia a questa riposta guarda la sua caraffa di birra piena, poi rialza lo sguardo verso di me e ridecon un po’ di imbarazzo, e dice, sì sì sono musulmano ma anche cristiano. Allorché inizio ad alzare le antenne e gli chiedo se intende dire che cristiani e musulmani devono dialogare e lui risponde farfugliando di sì.
L’ho considerato aneddotico e profondamente significativo. In fondo, per quante divergenze possano avere islam e cristianesimo un male comune avanza da occidente verso le fortezze della fede orientali: il consumismo e il culto di una libertà che riduce l’uomo a un coagulodi frammenti senza unità sostanziale, senza progetto. Questo nemico comune richiede di creare un unico asse, una unica lancia contro il mostro dualista di transumanesimo e mercificazione della vita.
Al mio rientro un unico proposito: l’Unità contro il consumismo e la menzogna
Rientrato in città dopo questo viaggio che vale una vita mi accade che mentre mi ascolto un po’di musica sento la pubblicità alla radio che dice: “sono la mamma di una trans, ascolta la mia trasmissione -corpi liberi-, e il diritto di vivere la propria sessualità”, poi mi guardo in giroe vedo attorno a me decine di ragazze appena adolescenti nel pieno centro della città con gli occhi sul display e coperte praticamente solo da un paio di mutande che sono convinte di essere emancipate, libere, di vivere il loro corpo come una libertà appunto, quando invece sono ignare di essere state ridotte a un cumulo di nervi senza anima né destino, e ripenso al velo delle donne Uzbeke, ai loro occhi pieni di dolcezza, ai loro canti, sorrisi, beltà e aulenti parole, la loro è la libertà, non questa, questa è solo la libertà dall’intelligenza e l’affrancamento dall’autenticità in voto al nulla.
Al diavolo il consumismo, il globalismo, le minigonne, l’apparenza e l’inautenticità del mondo occidentale, in questa innocenza, in questa dolcezza Uzbeka c’è la rinascita del mondo.
Emanuele Franz
29.06.2023
Il pdf originale:
Sulle tracce di una antica Sapienza in solitaria sulle montagne dell’Uzbekistan Emanuele Franz
