Davanti a certe morti, il silenzio non basta
La tragedia avvenuta in Svizzera, dove giovani e giovanissimi hanno perso la vita in modo atroce durante una notte che doveva essere di festa, lascia senza parole. Corpi bruciati, vite spezzate troppo presto, famiglie condannate a un dolore che non ha spiegazioni. Non è solo cronaca: è una ferita aperta.
Ma quello stesso dolore si allarga se pensiamo ai giovani che muoiono ogni giorno nelle guerre in corso — a Gaza, in Ucraina e in tanti altri luoghi del mondo. Anche lì vite interrotte, sogni cancellati, madri e padri che piangono figli che non torneranno. Cambiano i contesti, ma non cambia l’assurdità della violenza.
C’è qualcosa di profondamente insopportabile nel constatare che molte di queste morti non sono inevitabili. La pace sarebbe possibile, ma non conviene a chi trae potere, denaro o controllo dal conflitto. E così i giovani pagano con la vita decisioni prese lontano, in luoghi protetti, da mani che non tremano.
Da credente, non posso accettare che tutto questo venga archiviato come “normale”. La vita non è sacrificabile. Nessuna causa, nessuna strategia, nessun equilibrio geopolitico può giustificare la sofferenza innocente. Ogni giovane che muore è una sconfitta per tutta l’umanità.
Forse queste tragedie possono ancora scuoterci dal vivere superficiale, dall’abitudine all’orrore, dall’indifferenza travestita da realismo. Non per spaventarci, ma per risvegliarci. Per ricordarci che la pace non è un’utopia ingenua, ma una responsabilità morale.