1. La Vita di Atanasio

1.1 Le fonti

Atanasio d’Alessandria rivestì un ruolo di primo piano nelle controversie dottrinali che turbarono la Chiesa nel IV secolo. Vescovo di Alessandria per quarantacinque anni, è venerato da tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi e fu proclamato nel 1568 Dottore dalla chiesa da Papa Pio V. L’attestazione dell’indomita pervicacia con cui il vescovo si battè nel sostenere la dottrina trinitaria e l’influenza della sua personalità, tanto amata da alcuni quanto odiata da altri, emergono spiccatamente dalle fonti relative alle lotte contro l’eresia ariana, la narrazione delle quali è profondamente legata al suo vissuto personale. Per ricostruirlo, possiamo dunque fare affidamento su un buon campionario di fonti coeve, tra cui gli scritti dello stesso Atanasio, o di poco seriori; a queste, tuttavia, è necessario applicarsi con grande circospezione, in quanto la sua biografia risulta particolarmente intricata e ha dato adito a inesattezze e confusioni nei resoconti; non sempre, peraltro, le fonti sono imparziali (questo vale, in primo luogo, è quasi superfluo rilevarlo, per gli scritti apologetici dello stesso Atanasio).

In presenza di un profilo ben definibile sulla base della documentazione storica, la tradizione agiografica ha perlopiù attinto da queste fonti, ritagliando quanto ritenuto opportuno per la propria costruzione letteraria; d’altronde, una vicenda così intricata (e dettagliatamente attestata) non necessita l’ausilio dell’inventiva per un ricco racconto. Ripercorriamo brevemente queste fonti, con particolare riguardo per quelle che hanno costituito il fondamento della tradizione agiografica. Possediamo quasi integralmente le opere note di Atanasio, buona parte delle quali ha carattere apologetico e contiene, oltre alle querimonie per le vicende patite dall’autore, che ne ripercorre lo svolgimento per legittimare il proprio operato, anche diversi documenti utili alla ricostruzione dei fatti.

Ci è giunta anche una cospicua produzione epistolare, in cui rivestono un ruolo di primaria importanza le Epistolae Festales. Si tratta delle lettere che il primate alessandrino era solito indirizzare annualmente alle comunità a lui sottoposte per comunicare la data precisa della Pasqua. In esse, Atanasio discute soprattutto vicende che lo riguardano, di modo che, conoscendo l’anno della lettera, possiamo datare con buona approssimazione anche gli avvenimenti in essa discussi. 

Di essa ci sono pervenuti frammenti greci, una raccolta parziale in copto e una in siriaco: questa è la più interessante ai fini della ricostruzione storica, in quanto introdotta da un Chronicon che, con scansione annalistica, riporta la data della Pasqua e riassume stringatamente le vicende legate ad Atanasio, indicando se il patriarca ha potuto o meno inviare l’epistola festiva. Il Chronicon Festale (d’ora in poi CF) è determinante non solo per datare le Epistolae, ma anche per fare chiarezza nella biografia di Atanasio.

Trattano dettagliatamente i casi di Atanasio le Historiae ecclesiasticae (HE) dell’epoca, costituite dai continuatori dell’opera di Eusebio di Cesarea: sul versante latino, Rufino d’Aquileia; su quello greco, Socrate Scolastico, Sozomeno e Teodoreto di Cirro. L’opera di Eusebio trattava la storia della Chiesa fino ai primi anni del IV secolo. Rufino († 411) tradusse in latino la HE di Eusebio, integrandola con due libri che completano la trattazione del IV secolo: il X libro, il primo aggiunto da Rufino, si sofferma in modo piuttosto esteso su Atanasio ai capp. 15-21, 33-35: tale trattazione, che fornisce diversi elementi contraddittori con la ricostruzione storica più probabile, fu una fonte primaria per la tradizione agiografica, come vedremo. 

La HE greca di Socrate, riprendendo dal punto in cui Eusebio si era interrotto, descrive gli eventi fino al 439; la compilazione dell’opera è di poco posteriore. Lo seguirono a ruota, entro un decennio, Sozomeno e Teodoreto. Ogni storico fece ricorso alle trattazioni precedenti; ciò comporta, ad esempio, che tutti e tre i greci presentino sequenze proprie di Socrate, o che episodi comuni a tutte le trattazioni provengano da Rufino. Le storie greche fanno ampio ricorso anche agli scritti di Atanasio. I continuatori greci di Eusebio furono divulgati in Occidente mediante il compendio in traduzione latina noto come Historia ecclesiastica tripartita (d’ora in avanti HET), opera attribuita a Cassiodoro o al suo discepolo Epifanio Scolastico, risalente alla seconda metà del VI secolo. Nonostante l’aggettivo nel titolo, la HET ha il merito di unificare le trattazioni dei tre storici greci, procedendo nella compilazione parallelamente con le tre opere (di conseguenza, si può agevolmente risalire al passo originale, procedendo inalterato l’ordine dei capitoli). La HET costituì l’altra fonte primaria per la compilazione delle Vite latine di Atanasio. Per quanto riguarda le trattazioni moderne, si annoverano diverse monografie su Atanasio; una buona sintesi sulla vita, la produzione e il culto del vescovo alessandrino è contenuta nella rispettiva voce della Bibliotheca Sanctorum, la quale presenta riferimenti bibliografici piuttosto esaustivi.

Guardando ora alla tradizione agiografica, oggetto del nostro studio, rileviamo come Rufino abbia avuto un ruolo preponderante: episodi come il battesimo dei bambini, o la teatrale demolizione delle accuse del concilio di Tiro, fra i più sospetti per la loro natura aneddotica, proprio in virtù di questa si prestarono a diventare sequenze narrative fondamentali in ambito agiografico. All’ampio resoconto di Rufino, che presenta numerosi aneddoti circostanziati ma è lacunoso e privo di un corso degli eventi organico, fu associata da altri testi del dossier una selezione dei più precisi (anche se a volte inesatti) contenuti di HET. Si rileva, comunque, che buona parte del materiale viene da altre fonti per ora non individuate: non è sempre facile rintracciarle poiché, con la frequente rielaborazione del contenuto da parte degli agiografi, viene meno la corrispondenza verbale.

Ciò che emerge primariamente dal nostro sintetico esame del dossier agiografico latino di Atanasio, rispetto alle fonti che ho descritto, è una semplificazione dei fatti condotta verso la polarità: Atanasio vs. Ariani/Eusebiani, santità vs perfidia, trinitarismo vs antitrinitarismo, Occidentali vs. Orientali, Costante vs. Costanzo… Ciò viene dal fatto che l’attenzione dell’agiografo si concentra sul campione della fede nicena, posto al centro delle vicende della Chiesa del suo tempo; da questa prospettiva viene inquadrata la sintesi. La selezione dei contenuti, che esclude i fatti che non riguardano direttamente Atanasio (ad eccezione, in alcuni testi, di qualche riferimento alle traversie di Paolo di Costantinopoli), porta a un’inevitabile semplificazione delle questioni, ma rende molto più difficile la comprensione della sequenza degli eventi, giacché vengono a mancare alcuni passaggi logici. In realtà, la situazione era ben più complessa: troppe giustificazioni e condanne sommarie circondano l’operato degli imperatori, le cui azioni erano determinate forse più da questioni di opportunità politica che dalla convinta adesione a un partito; non c’era un solo scontro tra ortodossia e Arianesimo, il panorama del Cristianesimo era ben più variegato e ricco di controversie; Atanasio nei primi anni di pontificato dovette subire gli attacchi anche dei Meleziani e, se gli Ariani da un lato negavano la natura divina di Cristo, c’era chi, all’opposto, negava quella umana, come i Sabelliani.

Ad ogni modo, se possiamo operare sistematicamente il confronto tra il dossier agiografico e le fonti storiche, dobbiamo tener conto che l’obiettivo di chi compila la Vita di un santo è fornire un esempio, non un preciso resoconto storico (che, fra l’altro, data la complessità dell’insieme dei documenti, sarebbe stato difficile realizzare).

1.2 La vita di Atanasio

Il seguente profilo biografico intende fornire le coordinate storiche della vita di Atanasio, che dovremo tenere presenti per il confronto, non sempre pacifico, con l’ambito agiografico. Daremo menzione anche di eventi che potrebbero apparire di secondaria importanza, ma importanti ai nostri fini perché citati più o meno diffusamente dalle Vite di Atanasio.

Atanasio nacque verso il 296, o qualche tempo dopo, presso Alessandria; Rufino narra di una curiosa iniziazione alla vita consacrata del fanciullo Atanasio, che avrebbe battezzato dei compagni di gioco intenti a parodiare i riti cristiani. Notato dal vescovo Alessandro, sarebbe perciò stato scelto da lui per una formazione ecclesiastica.

Cresciuto negli anni del principato di Costantino, maturò la propria missione per l’ortodossia nella caotica situazione che seguì il cosiddetto Editto di Milano: nel corso del processo che condusse il Cristianesimo a divenire religione di Stato, esso si trovò in un momento di importante ridefinizione a livello gerarchico e dottrinale, con numerosi contrasti interni che videro spesso (il caso di Atanasio è emblematico) il diretto intervento degli imperatori. Per risolvere le accese controversie maturate all’interno della Chiesa, per volontà di Costantino si tenne il concilio di Nicea (325), al quale Atanasio partecipò come diacono segretario del vescovo Alessandro e si spese per l’affermazione della consustanzialità del Figlio al Padre, in contrasto con le dottrine ariane, che vennero condannate ufficialmente. Il simbolo di fede niceno, che insisteva sulla dottrina trinitaria, non fu gradito a tutti: per gli Orientali sembrava aprirsi verso l’eresia opposta, il monarchianismo sabelliano. Le controversie dunque, erano ben lungi dalla risoluzione, e presero per lungo tempo la forma di uno scontro tra Occidente niceno e Oriente ariano, inasprito in seguito anche dalla corrispondente suddivisione dell’Impero tra i figli di Costantino. Atanasio fu il principale sostenitore della fede di Nicea in un contesto geografico nettamente schierato dal lato opposto; questo dato, unito alla personalità intransigente, autorevole e carismatica, fu il motivo delle continue accuse e condanne che turbarono il suo episcopato.

Alla morte di Alessandro, avvenuta il 17 aprile 328, Atanasio fu nominato suo successore, l’8 giugno; all’epoca aveva una trentina d’anni. La nomina fu accolta con malumore da parte di molti, che ne avevano già conosciuto il temperamento a Nicea. I Meleziani ne contestarono l’elezione, presentando a Costantino tre diverse accuse: Atanasio sarebbe stato responsabile della violenta azione compiuta dal presbitero Macario contro un prete di nome Ischira, avrebbe consegnato del denaro al funzionario imperiale Filumeno e avrebbe imposto un tributo sulle vesti di lino ad Alessandria. Nell’inverno 331-332, Atanasio si recò presso Nicomedia per difendersi dalle accuse presso Costantino e potè fare rientro ad Alessandria vittorioso alcuni mesi dopo, forte dell’appoggio dell’imperatore. 

Il vescovo venne in seguito accusato di aver fatto assassinare Arsenio, vescovo d’Ipsele, il quale fu poi ritrovato recluso dagli accusatori in un monastero in Tebaide; rifugiatosi a Tiro, Arsenio fu nuovamente catturato; secondo Rufino, riuscì a fuggire e si fece incontro ad Atanasio. Per discutere le accuse su Atanasio, Costantino indisse un concilio a Tiro, che si tenne nell’estate 335: una donna millantò di aver subito uno stupro da Atanasio, ma dimostrò di non saperlo riconoscere, lasciando così emergere la falsità dell’accusa; fu presentato un braccio, che si diceva essere apparenuto ad Arsenio ed essere stato reciso dal suo corpo da Atanasio: Arsenio comparve però vivo e in salute al suo fianco. Si discusse anche del caso di Ischira e si decise di formare una commissione d’inchiesta diretta in Mareotide per raccogliere prove sugli abusi commessi da Macario, condotto al concilio in catene; essa era composta da vescovi anti-atanasiani e condusse le indagini in modo tendenzioso. Secondo Rufino, alcuni vescovi insorsero contro Atanasio con una veemenza tale da indurre un funzionario imperiale a lasciarlo fuggire. I Meleziani ebbero la meglio e il concilio condannò il vescovo in contumacia.

Ario era stato richiamato dall’esilio qualche tempo prima, mediante l’intercessione, secondo le fonti, di un presbitero ariano raccomandato all’imperatore dalla sorella Costanza; Costantino, desideroso di risolvere le controversie all’interno della Chiesa, aveva fatto pressioni su Atanasio perché ne permettesse la riammissione. Nel settembre 335, i vescovi riuniti a Tiro convennero a Gerusalemme su richiesta di Costantino per la consacrazione di una grande chiesa, e lì l’imperatore, approfittando dell’allontanamento del principale oppositore, potè far ratificare la riammissione in comunione di Ario.

Dopo la condanna, Atanasio si presentò all’imperatore a Costantinopoli (secondo il CF, il 30 ottobre), denunciando le irregolarità avvenute a Tiro. Costantino riconobbe l’illegittimità del giudizio conciliare e chiese con una lettera ai vescovi che vi avevano preso parte a presentarsi al suo cospetto. Giunse invece soltanto una delegazione ariana, composta da Eusebiani che facevano parte della commissione d’inchiesta in Mareotide, i quali convinsero l’imperatore che Atanasio aveva annunciato di voler bloccare i rifornimenti di grano destinati da Alessandria a Costantinopoli. Adirato, l’imperatore decretò per il presule alessandrino l’esilio in Gallia, a Treviri, presso il figlio Costantino.

Dopo la riabilitazione di Gerusalemme, Ario fece ritorno in Egitto ma, a seguito di tumulti insorti contro di lui, venne richiamato a Costantinopoli dall’imperatore per una nuova interrogazione in materia di fede. Giunto in città (siamo probabilmente nel 336), Ario rilasciò una nuova professione di fede gradita a Costantino, ma il vescovo locale Alessandro si oppose nettamente alla sua ammissione. In questi frangenti Ario morì improvvisamente, colto da una repentina emorragia intestinale in una latrina.

Costantino fu battezzato in punto di morte dall’ariano Eusebio di Nicomedia; spirò il 22 maggio 337. L’Impero fu spartito tra i tre figli, in ordine d’età: Costanzo II ricevette l’Oriente, Costante l’Occidente, Costantino II l’Illirico. Quest’ultimo annunciò con una lettera agli Alessandrini la revoca del provvedimento d’esilio per Atanasio, che adempiva alla volontà del padre defunto. Atanasio rientrava in città, dopo due anni d’esilio, il 23 novembre 337 (CF). 

L’anno seguente, Atanasio presiedette un concilio dei vescovi egiziani che riconfermò i canoni di Nicea. Gli Eusebiani ripresero ben presto la loro milizia anti-atanasiana, inviando le proprie rimostranze a papa Giulio, nel 338. Il pontefice romano propose di discutere le accuse in un sinodo romano, alla presenza degli accusatori e di Atanasio, ma la risposta ariana all’invito per il momento non arrivò. Ad Alessandria continuavano le agitazioni: il venerando sant’Antonio si presentò in città per difendere il vescovo ortodosso. Gli Ariani, forti dell’appoggio dell’imperatore Costanzo, disposero la deposizione di Atanasio in un concilio ad Antiochia, nel quale furono riproposte le solite accuse e, nominarono Eusebio di Emesa vescovo di Alessandria. Poiché questi rifiutò di recarvisi per timore, la scelta ricadde su un certo Gregorio di Cappadocia. Il CF ci informa che Atanasio fu deposto il 18 marzo 339 e che il giorno seguente amministrò molti battesimi nella chiesa detta “di Teona”, dalla quale fuggì. Tre giorni dopo giunse in città Gregorio, scortato dalle milizie del prefetto Filagrio. Nuovamente esiliato, Atanasio denunciò l’accaduto con una lettera diretta a tutti i vescovi; trovò quindi rifugio a Roma da papa Giulio, verso la fine di quell’anno. Con lui, godevano della protezione benevola del presule romano Marcello d’Ancira, Lucio di Adrianopoli, Paolo di Costantinopoli e Asclepa di Gaza, anch’essi deposti dalle proprie sedi. Giulio rinnovò l’invito a discutere il caso di Atanasio in un sinodo, con una lettera; il rescritto degli Eusebiani giunse soltanto all’inizio del 341: esso chiedeva, con particolare elaborazione retorica, di ratificare le deposizioni effettuate e le conseguenti nomine episcopali. Nella consapevolezza di non poter arrivare a un punto d’incontro con la controparte, Giulio presiedette a Roma un concilio al quale presero parte perlopiù vescovi della penisola, in cui furono riabilitati Atanasio e gli altri esuli; il papa ne diede comunicazione agli Ariani con una missiva, in cui rimproverò anche la sconvenienza del precedente rescritto. Atanasio continuò ad amministrare, come poteva, la comunità a lui fedele da Roma, mentre ad Alessandria spadroneggiava Gregorio. Costanzo convocò un nuovo concilio ad Antiochia, che, nell’autunno del 341, chiarì le posizioni dottrinali degli Orientali con dei nuovi simboli di fede. 

Nel frattempo, Costantino II aveva invaso i territori del fratello Costante e trovato la morte, nell’aprile 340, sulle rive del fiume Alsa (oggi Aussa), presso Aquileia; Costante ereditò così il dominio sull’intero Occidente e fin da subito sostenne gli interessi dei vescovi occidentali. Nel 342, Atanasio e Paolo, nuovamente cacciato da Costantinopoli, presentarono a Costante le proprie rimostranze; l’imperatore ricevette una delegazione orientale che tentò una ricomposizione pacifica sul piano dottrinale, ma non trattò le questioni degli esuli, considerate risolte in maniera legittima. Costante non approvò la professione di fede presentata e chiese al fratello un nuovo concilio per tentare la riconciliazione tra Oriente e Occidente. Esso ebbe luogo a Sardica, in Tracia nel 343; possediamo un preciso resoconto degli eventi dai frammenti di un’opera storica di Ilario di Poitiers. Il concilio fallì a causa dalla defezione dei vescovi orientali, i quali, avendovi preso parte già controvoglia, rifiutavano di discutere in presenza dei vescovi da loro deposti, non riconoscendo le decisioni prese dal Concilio romano. Convenuti a Filippopoli di Tracia, ribadirono le proprie condanne e dottrine in un sinodo autonomo. I vescovi rimasti a Sardica riabilitarono nuovamente gli esuli, assolvendo ulteriormente Atanasio dalle vecchie accuse a suo carico.

 Il sinodo ortodosso inviò a Costanzo i vescovi Vincenzo di Capua ed Eufrata di Colonia con una lettera che chiedeva all’imperatore di porre fine agli abusi degli Eusebiani, di reintegrare gli esuli e di prestare attenzione all’attività dei maggiori esponenti ariani, Stefano, Valente e Ursacio; i due erano accompagnati dal magister militum Saliano, che presentava una missiva di Costante a supporto dei due messi sinodali. Giunta ad Antiochia nel 344, la delegazione fu vittima di una deplorevole insidia: per gettare discredito su Vincenzo ed Eufrate, Stefano, vescovo ariano della città, fece introdurre una meretrice nell’alloggio in cui dormivano, ma i due si svegliarono in tempo per sventare l’inganno. Lo scandalo fu sollevato, ma coinvolse gli Ariani: Stefano fu deposto da Costanzo, che, compresa la malafede ariana, venne incontro alle richieste di Costante (ma non concesse il rientro ad Atanasio). 

Tra il 344 e il 345, Atanasio soggiornò a Naisso presso il vescovo Gaudenzio, fu poi ospite di Fortunaziano ad Aquileia. Gregorio morì nel giugno 345; venendo incontro alle pressioni del fratello, Costanzo esortò Atanasio a riprendere il suo posto, ma il vescovo, sospettoso, fu convinto soltanto dopo tre missive imperiali. Dopo un incontro in Gallia con Costante e il congedo definitivo da papa Giulio (che gli consegnò una lettera gratulatoria diretta ai fedeli alessandrini), Atanasio prese la via dell’Oriente. Ebbe un colloquio con Costanzo ad Antiochia; giunto in Palestina, presiedette un sinodo assieme a Macario di Gerusalemme e, nel rientro ad Alessandria, tenne sermoni e amministrò ordinazioni sacre. Il vescovo rientrò finalmente ad Alessandria, ove trovò un’accoglienza festosa e solenne, il 21 ottobre 346, dopo sette anni di esilio. Atanasio godeva allora di prestigio indiscusso, e ricevette persino una richiesta di comunione dagli irriducibili eusebiani Ursacio e Valente.

L’uccisione di Costante, avvenuta nel gennaio 350 in Gallia nel corso dell’usurpazione del generale Magnenzio, provocò la fine dell’equilibro nelle questioni dottrinali e disciplinari tra Occidente e Oriente, che si era costituito dopo lunghe trattative tra i due imperatori fratelli. Dopo aver avuto la meglio su Magnenzio, Costanzo divenne unico imperatore, e, venuta meno la sorveglianza del fratello, poteva appoggiare indisturbato la fazione orientale eusebiana e revocare quelle concessioni deliberate solamente per venire incontro a Costante, tra cui il rientro di Atanasio. Manlio Simonetti ha spiegato magistralmente le ragioni dell’intervento diretto di Costanzo, anche dopo la morte del fratello:

In realtà il caso di Atanasio – e in minor misura quello di Paolo di Costantinopoli – al di là del fatto personale avevano ormai acquistato significazione squisitamente politica e rientravano in un contesto più generale, che non poteva non esigere massimo interessamento da parte dell’imperatore. Egli infatti aveva ormai in suo potere un impero diviso, sotto l’aspetto religioso, in due parti tenacemente avverse l’un l’altra: tale stato di cose, conseguente alla divisione dell’Impero fra Costànte e Costanzo, poteva continuare a sussistere soltanto a patto che Costanzo si disinteressasse completamente della vita interna della Chiesa. Ma tale disinteresse era del tutto impensabile, non soltanto in considerazione del vivissimo interesse che Costanzo aveva per le questioni di carattere religioso, ma anche e soprattutto in conseguenza della politica religiosa inaugurata dal padre, in virtù della quale i legami fra lo stato e la chiesa si erano fatti’ strettissimi e l’imperatore era diventato il vero capo, come dello stato, così anche della chiesa. Data tale impostazione del rapporto stato/chiesa; ad uno stato unitario non poteva non corrispondere necessariamente una chiesa unitaria: la stessa dinamica di rapporti che aveva operato a favore della separazione fra chiese d’Oriente· e chiese d’Occidente al tempo della separazione politica fra le due parti dell’Impero, tendeva ora invece a favore di un ritorno all’unità. Simpatie e antipatie personali avranno avuto il loro peso nel determinare la politica dell’imperatore: ma voler ridurre solo a questo i motivi della ripresa della lcitta dopo l’armistizio del 346 significa immiserirla dei suoi contenuti più profondi e significativi. I contrasti fra chiese d’Oriente e chiese d’Occidente erano di natura sia dottrinale, sia disciplinare (caso di Atanasio e degli esuli) [Simonetti, La crisi ariana, p. 213]

Il brano riportato illustra in modo eloquente il costante coinvolgimento in quegli anni degli imperatori negli scontri all’interno della Chiesa.

Nel 352 morì papa Giulio; il suo successore, Liberio, si dedicò fin da subito alla difesa di Atanasio, presiedendo un concilio romano che respinse le accuse nuovamente presentate dagli Eusebiani contro il vescovo alessandrino, il quale nel maggio 353 inviò senza successo cinque vescovi e tre preti da Costanzo, che si trovava allora a Milano. Durante il viaggio della delegazione, il legato imperiale Montano recò una convocazione imperiale al vescovo, che per il momento restava ancora in possesso della cattedra alessandrina e si rifiutò di partire. 

Nel frattempo, Liberio aveva richiesto a Costanzo un concilio per risolvere le questioni calde che continuavano a tormentare la Chiesa, incluso il caso di Atanasio. L’imperatore accettò e il concilio si tenne ad Arles, nel 353: trionfò la volontà di Costanzo, rappresentata dall’ariano Valente, che costrinse tutti i presenti, meno Paolino di Treviri (che fu esiliato), a condannare Atanasio. Insoddisfatti, Liberio e i pochi vescovi che sostenevano Atanasio ottennero l’indizione di un nuovo concilio, che si tenne a Milano nel 355: anch’esso si risolse negativamente, con la conferma della condanna di Atanasio e il provvedimento d’esilio per i pochi vescovi che a essa si opposero. Lo stesso Liberio, dopo un aspro diverbio con Costanzo, nel quale mantenne fieramente il proprio partito, fu costretto all’esilio in Tracia.

Costanzo agì dunque contro Atanasio, inviando ad Alessandria nel luglio 355 il notarius Diogene, per allontanare il vescovo senza ricorrere alle armi, presentando la condanna solo verbalmente. Il popolo si oppose fermamente, Atanasio richiese una condanna scritta; Costanzo dovette ricorrere alle maniere forti, inviando nel febbraio 356 il dux Siriano, che circondò con le proprie milizie la chiesa di Teona, in cui Atanasio stava celebrando: si verificava la stessa circostanza della deposizione avvenuta nel 339. Sebbene Atanasio non volesse abbandonare l’edificio, fu trascinato via da alcuni fedeli e fuggì dalla città: dovette peregrinare per il deserto egiziano per sei anni. 

L’Historia acephala e il CF ci informano dei fatti che seguirono: la chiesa alessandrina fu consegnata a dei sostenitori del nuovo vescovo ariano, Giorgio di Cappadocia (giugno 356), che giunse soltanto nel febbraio 357 per prendere possesso della sede, che mantenne per diciannove mesi. Giorgio governò con inaudita crudeltà, sottoponendo diversi vescovi a persecuzioni e arresti, con l’ausilio del prefetto Siriano. Deposto Giorgio in seguito a tumulti popolari (ottobre 358), uomini di Atanasio amministrarono la Chiesa per due mesi, finché il dux Sebastiano riconsegnò la sede a uomini di Giorgio, in dicembre. 

In questi anni, la dottrina cristologica fu costantemente oggetto di dibattito e l’Arianesimo raggiunse il culmine della propria influenza, pur sfaldandosi in diverse correnti. Costanzo, risolta la questione di Atanasio, puntava a ristabilire l’equilibrio tra Oriente e Occidente sul piano dogmatico: un concilio a Sirmio (357) bandì l’utilizzo del termine ousìa (lat. substantia), in quanto non presente nelle Scritture e gli aggettivi homoousios (della stessa natura) e homoiousios (di simile natura), riferiti al rapporto del Figlio con il Padre; un nuovo concilio nella medesima città (358) tentò di mediare con l’ambiguo utilizzo del termine homoios (simile); nel 359, si tenne contemporaneamente un duplice concilio: a Rimini (359), Costanzo riuscì a far approvare a buona parte degli Occidentali una formula di fede neutra, non conteneva espressamente la nozione di consustanzialità; a Seleucia, la seduta si concluse con scomuniche reciproche da parte delle due fazioni; la questione si risolse definitivamente con la ratifica della confessione di fede “omeusiana” (il Figlio è simile al Padre), con l’ultimo concilio presieduto da Costanzo, a Costantinopoli (360). Costanzo aveva finalmente raggiunto l’obiettivo di ripristinare un equilibrio sulle questioni dogmatiche; morì circa un anno dopo, il 3 novembre 361, a causa di una febbre, dopo aver nominato suo successore Giuliano.

Dopo l’esilio iniziato nel 356, per la prima volta dalla sua elezione Atanasio non era stato coinvolto personalmente nei dissidi che turbavano la Chiesa: nascosto nel deserto egiziano e ospitato clandestinamente dai monaci, potè solamente intervenire nel dibattito con il trattato De synodis, in cui discusse la storia dell’eresia ariana dalle origini fino ai fatti di Seleucia e Costantinopoli.

Giorgio rientrò ad Alessandria dopo tre anni dalla sua cacciata (il 26 novembre 361, secondo l’Historia acephala); ugualmente inviso ai cristiani ortodossi e ai pagani, fu imprigionato e linciato dalla folla (24 dicembre). Fu eletto suo successore l’ariano Lucio.

Giuliano, noto come “l’Apostata” per l’adesione al paganesimo e il tentativo di ripristino della religione tradizionale, agì in un primo momento con buonsenso nelle lotte interne al Cristianesimo, per le quali, a differenza del predecessore, nutriva scarso interesse; solo in un secondo momento prese provvedimenti contro i Cristiani, a tutela del sistema culturale pagano che mirava a ripristinare. Il 9 febbraio 362 richiamava dall’esilio per i vescovi precedentemente allontanati: pochi giorni dopo, Atanasio faceva rientro ad Alessandria, ottenendo anche le chiese già in mano a Lucio. Il vescovo agì subito per ripristinare la fede ortodossa, presiedendo un concilio che riconfermò i canoni niceni, assieme a Eusebio di Vercelli e a dei rappresentanti di Lucifero di Cagliari, che si accingevano a rientrare dall’esilio in Tebaide. Le conclusioni del concilio sono attestate dal Tomus ad Antiochenos, la lettera (attribuita ad Atanasio) inviata dai padri conciliari in prima istanza ai protagonisti dello scisma che allora divideva la comunità ortodossa di Antiochia.

La ripresa dell’influente e autoritaria attività di Atanasio attirò le antipatie degli Ariani di Alessandria, che convinsero Giuliano a decretare per lui un nuovo esilio (ottobre 362). Rufino descrive una miracolosa fuga del vescovo lungo il Nilo.

Nell’agosto 363, giunse in Egitto la notizia della morte di Giuliano (avvenuta il 26 giugno, durante una campagna militare in Persia) e dell’acclamazione, da parte dell’esercito, del cristiano ortodosso Gioviano come imperatore. Questi richiamò subito dall’esilio Atanasio, che si recò al suo cospetto ad Antiochia e lo informò circa la retta fede nicena; il viaggio del vescovo era finalizzato, probabilmente, anche ad analizzare personalmente i contrasti tra le due fazioni locali. Atanasio rientrò ad Alessandria il 14 febbraio 364. Tre giorni dopo, Gioviano morì.

Il successore di Gioviano, il cristiano niceno Valentiniano, associò al potere nell’area orientale il fratello filo-ariano Valente. Secondo Teodoreto, fu la moglie a convincere Valente ad aderire all’Arianesimo, con la collaborazione dell’ariano Eudossio di Antiochia, che battezzò l’imperatore. Questi emanò nel 365 un nuovo provvedimento di espulsione per i vescovi esiliati da Costanzo e richiamati da Giuliano: tra essi, anche Atanasio. Il prefetto Flaviano compì un vano assalto in una chiesa per catturare il vescovo (5 ottobre 365), il quale era già fuggito dalla città. Secondo gli storici greci, Atanasio restò nascosto per alcuni mesi nella tomba del padre per quattro mesi. Potè uscire allo scoperto il 1° febbraio 366, quando fu resa pubblica una lettera di revoca del provvedimento d’esilio da parte di Valente. Secondo Sozomeno, la decisione dell’imperatore avvenne per timore di sommosse popolari ad Alessandria e di incorrere nella disapprovazione del fratello. 

Fu l’ultimo e definitivo rientro per Atanasio: aveva subito cinque esilii e, in totale, aveva trascorso lontano dalla cattedra episcopale oltre diciassette anni. Ormai anziano, visse gli ultimi anni amministrando serenamente la chiesa alessandrina, circondato dall’ammirazione della fazione nicena ma ormai ai margini delle controversie che seguirono. Si spense nella notte tra il 2 e il 3 maggio 373, all’età di circa settantasei anni, dopo quarantacinque anni di episcopato.

Atanasio fu uno tra i primi vescovi non martiri a essere venerato come santo; il culto si diffuse subito dopo la sua morte ad Alessandria e in tutta la Cristianità. Le reliquie sembrano essere state trasportate a Costantinopoli agli inizi dell’VIII secolo; a seguito della conquista latina della città al termine della quarta Crociata (1204) e la conseguente dispersione in Occidente di numerose reliquie ivi conservate, le reliquie di Atanasio ricomparvero a Venezia, nella chiesa del monastero di Santa Croce della Giudecca; l’invenzione e la traslazione delle spoglie del santo furono oggetto di un resoconto compilato da Ermolao Barbaro il Vecchio (BHL 732b), su istanza delle stesse monache di Santa Croce. Dal monastero insulare, le reliquie furono traslate nel 1806 nella chiesa cittadina di San Zaccaria, in un’apposita cappella. Nel maggio 1973, in occasione del sedicesimo centenario della morte del santo, le reliquie sono ritornate ad Alessandria, su richiesta del patriarca copto Shenuda III.

 

Sant’Atanasio e il dogma della SS. Trinità

Anche in questo numero parliamo di santi, ma questa volta l’argomento mi viene offerto dalla mia tesi di laurea triennale in Lettere, che consiste nell’edizione di una Vita di sant’Atanasio d’Alessandria, padre della Chiesa, vissuto nel IV secolo, un personaggio fondamentale nella storia della fede cattolica.

Abbiamo celebrato da poco la solennità della Santissima Trinità. Un immenso mistero, che fu oggetto di lunghe lotte prima di essere definitivamente descritto nella orma che conosciamo, che è merito anche dello strenuo impegno di Atanasio. Nei primi secoli dopo la venuta di Cristo, risultava difficile a molti comprendere come Dio potesse essere uno e trino; venerare Cristo come Dio sembrava contraddire la fede monoteista: il rapporto di Cristo e dello Spirito con il Padre fu descritto in vari modi, alcuni piuttosto fantasiosi, in seguito bollati come eretici. Quando il Cristianesimo divenne religione lecita, con l’editto di Milano dell’imperatore Costantino (313), si aprì la stagione dei primi concili ecumenici (= a cui partecipano tutti i vescovi) che definirono i principali dogmi della fede cristiana. In quegli anni si stava propagando in tutto l’Oriente l’eresia ariana, dal nome del fondatore, il presbitero Ario di Alessandria d’Egitto. Gli Ariani, pur non negando la Trinità, sostenevano che Cristo e lo Spirito fossero di natura inferiore al Padre e di sostanze diverse. Atanasio, nato anch’egli ad Alessandria nel 296 circa, spese la propria vita per difendere l’ortodossia e combattere l’Arianesimo.

Il primo concilio ecumenico di Nicea (325) sancì il dogma della consustanzialità, producendo la prima forma della professione di fede che recitiamo ancora oggi. Il giovane Atanasio, che accompagnava il proprio vescovo Alessandro, si segnalò per la propria determinazione nel dibattere le questioni di fede. Eletto successore di Alessandro nel 328, fin da subito fu oggetto di diverse accuse da parte degli Ariani: a più riprese si disse che non era stato eletto legittimamente, che aveva fatto uccidere un vescovo di nome Arsenio, che aveva violentato una donna, che aveva fatto assalire un sacerdote mentre celebrava la Messa…

L’imperatore Costantino cedette alle pressioni degli Ariani, e mandò Atanasio in esilio in Gallia, nel 335. Il vescovo potè ritornare in patria due anni dopo, richiamato dal figlio Costantino II, che però morì poco dopo. L’impero fu diviso fra i due figli superstiti di Costantino: Costante, che governò l’Occidente e sostenne la dottrina ortodossa, rappresentata in primo luogo dal Papa, e Costanzo, imperatore in Oriente, che assecondò le richieste degli Ariani e perseguitò a lungo Atanasio.

Atanasio fu in esilio una seconda volta per sette anni, dal 339 al 346. A poco valsero le richieste di papa Giulio, che accolse per lungo tempo lui e altri vescovi esuli: l’autorità del vescovo di Roma nonera ancora riconosciuta da tutti e gli Ariani, forti dell’appoggio di Costanzo, disattesero la sua volontàdi far rientrare Atanasio. Questi soggiornò anche ad Aquileia, presso il patriarca Fortunaziano, nel 344-345; potè finalmente rientrare quando Costanzo accondiscese alle richieste del fratello Costante.

In questi anni e in quelli che seguirono, ebbero luogo numerosi concili, in cui i vescovi presenti di volta in volta ribadivano i canoni di Nicea, se ortodossi, o la dottrina eretica, se ariani. Gli imperatori non erano degli esperti in dottrina né dei cristiani particolarmente devoti, si limitavano ad appoggiare in modo piuttosto volubile l’una o l’altra fazione, con l’obiettivo di recuperare l’unità religiosa e poter governare in pace.

Dopo qualche anno vissuto in pace, Atanasio patì nuovamente l’esilio, dal 356 al 362. Questi furono gli anni più critici: il vescovo di Alessandria era latitante e vagava nel deserto egiziano, ospitato da monaci e persone pie; potè partecipare alle controversie solamente inviando i suoi scritti, in cui difendeva il proprio operato e ribadiva strenuamente la fede del concilio di Nicea. Nel frattempo, la sua assenza permise di deliberare, in una serie di concili voluti dall’imperatore Costanzo, formule di fede sempre più vicine all’Arianesimo. Per un paio d’anni, davvero si corse il rischio che avesse la meglio la fede eretica. Con la morte di Costanzo, nel 361, la situazione migliorò. Atanasio, ormai anziano, non era più protagonista delle vicende di quegli anni, ma non per questo fu lasciato governare in pace la sua chiesa: fu esiliato per altre due volte, nel 361-362, e per qualche mese nell’inverno 365- 366. Solo un santo poteva sopportare una vita così piena di prove e pericoli: numerose volte era fuggito in modo rocambolesco, evitando la cattura e l’esecuzione; mai si rassegnò di fronte ai provvedimenti di condanna, ma a testa alta, con orgoglio e fiducia nell’assistenza da parte del Dio che fedelmente serviva, non cessò mai di proclamare la fede ortodossa a viva voce e con la punta acuta della sua penna ispirata e inclemente verso l’eresia. Dopo aver vissuto finalmente alcuni anni in pace, morì nel 373, all’età di circa 76 anni. Dopo la sua morte, il concilio di Tessalonica (381) condannò definitivamente l’Arianesimo, anche se questo continuò a sopravvivere, soprattutto tra i popoli barbari convertiti al Cristianesimo, ancora per diversi secoli. Papa Pio V lo dichiarò Padre nella Chiesa nel 1568; le reliquie, conservate per lungo tempo a Venezia, dove erano giunte nel Medioevo, sono ritornate ad Alessandria nel 1973. La memoria liturgica ricorre il 2 maggio.

Per il non credente, lotte come quelle che abbiamo sinteticamente ripercorso sono il segno che la Chiesa è un’istituzione puramente umana; e, come ogni fenomeno umano, ha soltanto una dimensione storica, in cui si verificano anche avvenimenti terribili, di certo non provocati da una volontà provvidente superiore. Le verità di fede sarebbero dunque costruzioni maturate a tavolino dall’uomo in secoli di riflessioni (e di contrasti). Per chi crede, invece, è il segno che il Signore si serve degli uomini, con l’ordinarietà dei loro caratteri e dei loro difetti, per costruire cose grandi: e se la Chiesa, che risente dei limiti della fragilità umana e del peccato, è sopravvissuta per due millenni alle persecuzioni, agli scandali e alle controversie dottrinali, è segno che lo Spirito di Dio la assiste, perchéin essa dimorano anche santità e giustizia: il Signore promise ad Abramo che non avrebbe annientato neppure Sodoma, se vi avesse trovato anche soltanto dieci uomini giusti (Gen, 18). Per mezzo di uomini come Atanasio, procede quel disegno misterioso alla cui realizzazione tende il corso turbolento della storia dell’umanità, a patto che l’uomo accetti di collaborare con il suo Creatore.

Alessandro Perabò