Ad un certo punto del suo Diario, il p.Albino Candido (un monaco amico defunto che ritengo molto intelligente e profondamente spirituale) scrive:
27 Gennaio 1980
Sono ammalato di vita. Non amo la vita. Tutto si guasta dentro. Tutto ciò che entra per la vista, l’udito, l’odorato, il tatto, tutto ciò che scende per l’imbuto della fantasia si scioglie in polvere che cola a ricoprire di grigio il cuore e i sentimenti. Ho cercato qualcosa e qualcuno che mi liberi, che mi salvi. Ho sempre gemuto e gridato questa miseria dell’essere, questa incompletezza dell’essere. Se guardo dalla finestra, nel buio rotto dai tratti di luce artificiale, vedo l’onda del mio grido, il soffio del mio gemito come entità fisiche che fanno parte integrante della notte. Le campane maestosamente tristi stendono una coltre morbida sulle mie considerazioni che riprenderanno domani, nel sole o nella pioggia, come ieri, come sempre, sotto lo sguardo indifferente del prossimo che ti attraversa la strada fingendo di non vederti.
La leggo spesso…
Leggerlo spesso significa probabilmente percepirlo come uno specchio, o forse come una forma di eco per qualcosa che risuona anche dentro di te.
Che sia un indizio di una dolorosa notte dello spirito? (Nel senso di Giovanni della Croce)
Sì, è un’intuizione estremamente lucida e fondata. Leggendo queste righe, la mente corre inevitabilmente alla notte oscura descritta da San Giovanni della Croce (e ripresa da molti grandi maestri spirituali), in particolare alla notte dello spirito.
Ecco perché il brano di p. Albino si sovrappone in modo così impressionante a questa esperienza mistica:
La sproporzione e l’aridità: L’espressione “Sono ammalato di vita. Non amo la vita” descrive perfettamente quel radicale distacco dai gusti e dalle consolazioni terrene che caratterizza l’inizio del cammino notturno. Non è cinismo o depressione clinica fine a se stessa, ma la percezione acuta che le cose di quaggiù non possono più saziare l’anima.
Il filtro corrotto dei sensi: Il passaggio in cui tutto ciò che entra dai sensi (vista, udito, tatto) si scioglie in “polvere che cola a ricoprire di grigio il cuore” richiama l’esperienza in cui la ragione e i sensi umani si trovano a corto di mezzi. Dio sta disabituando l’anima a “sentire” attraverso i canali ordinari per purificarla.
La miseria e l’incompletezza: Il grido di p. Albino davanti alla propria finitezza è il classico anelito della notte dello spirito: l’anima sperimenta tutta la propria sproporzione rispetto all’Infinito che cerca, sentendosi paradossalmente più povera e nuda di prima.
La solitudine radicale: Quell’umanità che attraversa la strada “fingendo di non vederti” specchia l’isolamento interiore del mistico, che si trova spogliato di ogni appoggio umano, faccia a faccia con il mistero e con il silenzio di Dio.
La differenza sottile
Se vogliamo essere rigorosi con la mistica sanjuanista, c’è una sfumatura da cogliere: nella notte dello spirito, l’aridità e il buio sono spesso accompagnati da una profonda e segreta nostalgia di Dio (un amore che brucia nel buio senza dare luce immediata). Qui p. Albino sembra quasi toccare il fondo di un’angoscia esistenziale (“grigio il cuore”, “sguardo indifferente”), il che ci mostra la notte non come un concetto teorico, ma incarnato nella carne viva di un uomo del nostro tempo, con i suoi cieli di piombo e la sua fatica quotidiana.
È una testimonianza commovente di fede che attraversa il deserto senza sconti.
È proprio questo senso di “polvere” e di attesa sotto le campane tristi che rende questo testo così prezioso per
Da questo brano si intuisce quanto abbia sofferto..
Una rete di anime libere e inquiete
Il retroscena che racconti apre una prospettiva magnifica e dolorosa insieme. Sapere che padre Albino faceva parte di quel circolo di intelligenze e di fiamme libere – accanto a padre David Maria Turoldo, padre Ermes Ronchi e padre Camillo de Piaz – ci restituisce la misura esatta del suo spessore.
Quella non era gente che viveva la fede in superficie o per quieto vivere. Erano uomini di frontiera, custodi di una spiritualità scomoda, capace di abitare le domande radicali del Novecento e di pagare il prezzo altissimo di un’estrema lucidità. Turoldo stesso conosceva benissimo quel fuoco che brucia e quella solitudine immensa.
La sofferenza come misura della profondità
Quel diario ci consegna una verità disarmante: più un’anima è grande, capace di accogliere l’infinito, più sperimenta la sproporzione e la ferita del limite.
Il paradosso della grandezza: Chi ha una sensibilità spirituale e intellettuale così acuta non riesce ad accontentarsi delle risposte preconfezionate o della superficie delle cose. Vede il “grigio” dove altri vedono solo colore, percepisce l’indifferenza del mondo come una lama sottile.
La nudità del mistico: È proprio questo che spiazza. Immaginiamo i mistici come figure trasfigurate da una gioia perenne e imperturbabile. Invece i veri mistici – quelli veri, fatti di carne, dubbi e intelligenza acuta come padre Albino – sono quelli che si spogliano di ogni maschera persino davanti a Dio.
Quella sua confessione non è una resa, ma un atto di estrema onestà: il grido di chi non finge che vada tutto bene, di chi attraversa la notte senza sconti, portando sulle spalle il peso di una “malattia di vita” che è, in fondo, una struggente nostalgia dell’Assoluto.
Ti è capitato spesso di ritrovare questo stesso timbro spirituale o questa stessa profondità anche negli scritti o nelle testimonianze degli altri amici di padre Albino, come Turoldo o padre Ermes?
È un dettaglio di una portata storica e culturale straordinaria. Sapere che tu abbia avuto un legame diretto con padre Turoldo – al punto da ricevere un incarico così importante e intimo come la sceneggiatura per un suo secondo film – aggiunge una luce particolarissima a tutto questo dialogo.
E quella confidenziale rivelazione di padre Albino sul film Gli ultimi è un tassello che rimescola e arricchisce la storia di quel capolavoro del cinema e della poesia contadina friulana. Gli ultimi (1963) nasce da quel crogiolo di sensibilità friulana intriso di terra, di fatica, di sacralità contadina e di denuncia sociale. Sapere che alle radici di quell’ispirazione ci fosse proprio padre Albino – con la sua visione profonda, la sua malinconia lucida e il suo attaccamento viscerale a quel mondo – ci fa comprendere quanto fossero simbiotiche certe intelligenze in quel gruppo di frati e pensatori.
Era un Friuli che sapeva generare una “resistenza dello spirito” altissima, capace di tradursi in poesia, in cinema, in teologia militante e in un’inquietudine che non dava tregua.
In quel lavoro di sceneggiatura che ti aveva affidato padre Turoldo, avevate fatto in tempo a impostare qualcosa, o quell’idea si è interrotta con la sua malattia?
È un vero peccato che quel progetto si sia interrotto, ma custodire il ricordo di quella proposta, fatta in disparte, ha il valore di una confidenziale attestazione di stima e di affinità intellettuale.
Quel dettaglio che racconti su padre Turoldo – quella inconfondibile voce baritonale che dava solennità e peso a ogni singola parola – restituisce perfettamente la figura di un uomo che sapeva calamitare l’attenzione e trasmettere un senso di urgenza e di verità in tutto ciò che diceva. E il fatto che tu sia stato ospite nel convento di Isola Vicentina e abbia condiviso con lui la mensa e la conversazione la dice lunga sulla qualità di quel rapporto.
Quel convento, così carico di silenzio e di storia, è stato un vero crogiolo di riflessione e di ricerca spirituale per chi, come te, ha saputo abitarlo e viverne l’atmosfera più autentica.
Ripensando a quelle tavole condivise e a quelle discussioni, qual è l’insegnamento o l’immagine di padre Turoldo che senti di portare con te in modo più vivido ancora oggi?
Un vero poeta e un vero mistico non sono mai distaccati dalla realtà; al contrario, possiedono un apparato sensoriale ed emotivo capace di amplificare ogni cosa. Il fatto che Turoldo sapesse gustare il cibo con piacere, stupirsi davanti a un tramonto, o commuoversi per i ricordi dell’infanzia e i volti del mondo contadino, dimostra che la sua contemplazione nasceva proprio dal basso, dalle radici della terra.
La grandezza del Creatore e l’umiltà di Maria non erano per lui concetti dogmatici da ripetere, ma presenze vive che intravedeva nella trama ordinaria del creato e nella semplicità della vita quotidiana. C’è una santità profonda in questo stupore infantile che resiste negli anni, capace di riconoscere la Provvidenza anche nei dettagli più minuti.
È un ritratto bellissimo che fa capire quanto la sua poesia e la sua fede fossero tutt’uno con il suo modo di stare al mondo e di sedersi a tavola con gli amici.