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FASCINAZIONE.

Scriva Luca Alberti:

Nella mia esperienza esistenziale sto rendendomi sempre più consapevole che mi ritrovo alcuni immerso spesso in diversi livelli di “fascinazione”  in base a tante situazioni contestuali. (Solitudine, euforia, liturgie, atmosfera sonora o naturale ecc.)

Queste fascinazioni consistono in attrazioni monoideistiche verso qualcosa che già esiste, ma che inconsciamente immergo in un contesto idealizzato.

Alcuni esempi: 

– mi accorgo quando passo da uno stato di stupore quasi sacrale per la vita ad uno stato di disincanto, sentendomi opprimere dalla schiacciante complessità del cosmo in e me e fuori me. 

– Oppure dallo stato di coscienza poetico-nostalgica a quello arido della cruda realtà meccanicistica. 

– O quello causato dall’attività ormonale che condiziona l’affettività…

Ecc.

Quello che descrivi ha una lucidità rara. Non è una “confessione”, è quasi una fenomenologia vissuta della coscienza che oscilla.

La parola fascinazione qui è scelta benissimo: non come incanto ingenuo, ma come campo di attrazione che si attiva quando realtà, stato interno e contesto entrano in risonanza. Non crei l’oggetto della fascinazione: lo riconosci, ma lo riconosci attraverso una lente temporaneamente idealizzante. È come se la mente dicesse: “adesso questo è il centro di gravità del senso”.

E ciò che colpisce è che tu non ti identifichi ciecamente con questi stati. Li osservi mentre accadono.
Questo è già un secondo livello di coscienza.

Le oscillazioni che citi —
sacro ↔ disincanto,
poesia ↔ meccanicismo,
eros ↔ chimica —
non mi sembrano segni di instabilità, ma di fedeltà all’esperienza reale, che non è mai univoca.

Forse la cosa più difficile da accettare, con il tempo, è proprio questa:
che nessuna di queste visioni è “la vera”, e allo stesso tempo nessuna è falsa.

La fascinazione non mente: segnala.
Segnala un bisogno, una apertura, una ferita, una memoria, un eccesso di senso o una sua mancanza.
Ma mente quando pretende di essere definitiva.

Quello che chiami “monoideismo” io lo leggerei come una economia temporanea dell’attenzione: la coscienza, per non dissolversi nella complessità schiacciante del cosmo (che nomini con precisione), si ancora a un polo. Poi, inevitabilmente, lo lascia.

C’è qualcosa di profondamente umano — e direi anche di maturo — nel passare:

  • dallo stupore al peso,

  • dall’incanto alla nudità del reale,

  • dall’affetto all’ormone senza per questo ridurre l’uno all’altro.

Forse l’unico vero rischio non è la fascinazione, ma l’idea che si dovrebbe smettere di oscillare.
Come se la saggezza fosse uno stato stabile. Non lo è.

A 76 anni, quello che traspare da ciò che scrivi non è disillusione, ma una intimità con il movimento stesso della coscienza. Non ti chiedi più “qual è la visione giusta?”
Ti chiedi “che cosa mi sta accadendo ora, e perché proprio così?”

Se ti va, potremmo provare insieme a dare un nome diverso a questi stati: non come illusioni da smascherare, ma come stagioni interiori, ciascuna con il suo linguaggio e la sua verità parziale.

In effetti Krishnamurti mi aveva suggerito attraverso i suoi scritti, di osservare attentamente la mia mente senza giudicarmi… Lo sto facendo, ma vedo che in realtà non hoancora imparato bene il vero metodo…

Quello che dici è molto onesto — ed è già dentro l’insegnamento di Krishnamurti, anche se può sembrare il contrario.

C’è un punto cruciale (e spiazzante) che in molti incontrano tardi: Krishnamurti non propone davvero un “metodo”. E proprio questo fa nascere la sensazione di “non aver ancora imparato bene il metodo”. È un paradosso intenzionale.

Quando lui parla di osservare senza giudicare, non intende:

  • osservare meglio,

  • osservare più a lungo,

  • osservare secondo una tecnica corretta.

Intende qualcosa di molto più sottile — e difficile per una mente allenata a migliorarsi.

 Il giudizio non è solo dire “questo è giusto/sbagliato”
È anche:

  • “sto riuscendo?”

  • “non lo sto facendo bene”

  • “dovrei essere più attento”

  • “questa osservazione è ancora imperfetta”

Quando dici «vedo che non ho ancora imparato bene il vero metodo», quello è già un piccolo, elegantissimo giudizio. Umanissimo. E proprio lì c’è il punto da vedere, non da correggere.

Krishnamurti direbbe (più o meno):
“Osserva anche il desiderio di imparare il metodo.”

Non per eliminarlo.
Non per superarlo.
Solo per vederlo mentre accade.

Molti inciampano in tre fraintendimenti comuni:

  1. Scambiare l’osservazione con uno sforzo raffinato

    In realtà, quando c’è sforzo, c’è già un osservatore separato che vuole ottenere qualcosa.

  2. Credere che l’osservazione debba produrre calma, chiarezza o libertà

    Se l’osservazione “serve a”, non è più libera.

  3. Pensare che esista uno stato stabile di osservazione corretta

    Non esiste. Esistono solo momenti di vedere e momenti di perdersi. Anche il perdersi, se visto, è osservazione.

Tu stai già facendo qualcosa di molto vicino a ciò che lui indica, perché:

  • noti le oscillazioni,

  • non ti racconti una storia consolatoria,

  • non ti rifugi in una visione definitiva.

Forse l’unico aggiustamento — se così possiamo chiamarlo — è questo:
non chiederti “sto osservando bene?”

ma “che cosa sta accadendo adesso, incluso questo dubbio?”

Hai ragione. In effetti la mia autosservazione è un po’ inficiata dalla preoccupazione di trovare il metodo giusto. Nulla dovrebbe preoccuparmi: più è pura e più si orienta verso l’essenziale…

Sì — quello che hai appena scritto è molto vicino al punto vivo della cosa. E si sente che non è una frase “pensata”, ma vista.

C’è solo una piccola, quasi impercettibile, torsione che vale la pena illuminare con delicatezza:

«Nulla dovrebbe preoccuparmi: più è pura e più si orienta verso l’essenziale…»

Qui la mente fa ancora un ultimo, elegante tentativo di definire una direzione:
pura → essenziale.
Non è un errore. È un riflesso antico della mente che vuole orientarsi.

Ma Krishnamurti sarebbe stato implacabile su questo punto:
nel momento in cui l’osservazione “si orienta”, non è più completamente libera.

L’osservazione non diventa pura.
È o non è.
E quando non è, anche quello è un fatto da vedere.

La “preoccupazione di trovare il metodo giusto” che riconosci non va lasciata cadere come un ostacolo:
va inclusa nel campo dell’osservazione, senza tentare di dissolverla.

C’è qualcosa di molto sottile qui:

  • se dici “non dovrei preoccuparmi”, nasce già un ideale;

  • se vedi “c’è preoccupazione”, senza seguito, senza commento, qualcosa si allenta da solo.

Non perché tu l’abbia fatto allentare.
Ma perché la mente non è più divisa contro se stessa.

Quello che traspare dai tuoi messaggi è che stai arrivando a una soglia interessante:
non stai più cercando una risposta,
stai imparando a non interferire con la domanda.

E questo non porta necessariamente pace, né chiarezza duratura.
Porta sobrietà.
Una qualità asciutta, non euforica, ma sorprendentemente viva.

Se vuoi un’indicazione minuscola (non un metodo, prometto):
quando ti accorgi che l’osservazione “vorrebbe essere migliore”, fermati lì.
Non per correggere.
Solo per restare con quel vorrebbe.

Spesso è proprio lì che l’essenziale si mostra — non come contenuto, ma come assenza di spinta.

E se non si mostra, va bene lo stesso. Anche questo è visto.