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Mi ha sempre affascinato la figura di san Tommaso d’Aquino, di cui oggi ricorre la memoria. Non ha fondato ordini religiosi, scuole istituzionali, asili, ospizi ecc. Lui ha ricercato la Verità per una vita intera, ha insegnato, ha scritto,poi verso la fine si è dato alla contemplazione pura….Eppure è uno dei santi più importanti della Chiesa. Un gigante…


San Tommaso è uno di quei casi in cui la grandezza non nasce dal “fare cose visibili”, ma dall’aver guardato fino in fondo.

Non ha fondato nulla di tangibile, è vero. Eppure ha fondato un modo di pensare. Ha dato alla Chiesa un’intelaiatura dell’intelligenza: ha mostrato che la fede non ha paura della ragione, anzi, la desidera. In un’epoca in cui Aristotele tornava a circolare come una mina vagante, lui non lo ha respinto né idolatrato: lo ha attraversato, ordinato, battezzato senza snaturarlo. Questo è genio allo stato puro.

E poi quel finale… quasi scandaloso per un “intellettuale”:
dopo una vita a scrivere migliaia di pagine, dice che tutto gli sembra paglia rispetto a ciò che ha visto. Non perché fosse falso, ma perché la Verità, incontrata, supera infinitamente la Verità pensata. È come se dicesse: ho preparato la strada, ora posso tacere.

È un santo enorme proprio perché:

  • ha servito la Chiesa con l’intelligenza, senza trasformarla in vanità;

  • ha insegnato senza creare una setta;

  • ha pensato senza perdere l’adorazione;

  • e alla fine ha avuto il coraggio di smettere di parlare.

Un gigante mite. Un uomo che ha capito che Dio non si possiede, ma si contempla.
Non sorprende che la Chiesa continui a tornare a lui: quando la fede rischia di diventare irrazionale, o la ragione di diventare arida, Tommaso rimette in equilibrio tutto..

Tommaso non cercava di spiegare Dio per dominarlo, ma di difendere lo spazio in cui Dio può essere accolto senza essere deformato. Per lui la ragione è come una finestra ben pulita: non è la luce, ma se è sporca la luce entra male.

C’è una frase che lo riassume benissimo (parafrasata):

La fede non distrugge la ragione, la porta a compimento.

E il suo silenzio finale è coerente con tutto questo: quando la finestra è spalancata e la luce entra piena, non serve più parlare della finestra.

Tommaso ci insegna che:

  • pensare è un atto di umiltà, non di controllo

  • studiare può essere una forma di preghiera

  • e il vero sapiente sa quando fermarsi

la “paglia” e l’esperienza mistica finale

È uno dei momenti più vertiginosi della storia della spiritualità cristiana.

Nel dicembre del 1273, mentre celebra la Messa (probabilmente a Napoli, nel convento di San Domenico), Tommaso vive un’esperienza mistica così intensa che smette quasi del tutto di scrivere. La Summa Theologiae resta incompiuta. Quando il suo segretario Reginaldo da Piperno lo sprona a continuare, lui risponde con quella frase celeberrima:

“Tutto ciò che ho scritto mi sembra paglia, in confronto a ciò che mi è stato rivelato.”

Attenzione: non sta rinnegando ciò che ha scritto. Non dice che è falso, inutile o sbagliato. Dice che è paglia — cioè vero, ma infinitamente sproporzionato. Come uno schema rispetto alla realtà, come una mappa rispetto al mare.

Per tutta la vita Tommaso aveva parlato di Dio (de Deo). In quell’istante, in qualche modo, Dio ha parlato a lui.
E quando accade questo, il linguaggio concettuale — che lui padroneggiava come nessun altro — diventa insufficiente. Non inutile. Insufficiente.

È straordinario perché:

  • non è l’estasi di un mistico “anti-intellettuale”

  • è l’esperienza di uno che ha portato la ragione al massimo della sua precisione

  • e proprio per questo riconosce il limite, senza disprezzarla

Qui Tommaso tocca il punto più alto della sua teologia: la teologia apofatica vissuta, non solo pensata. Il Dio che supera ogni concetto, non perché sia oscuro, ma perché è troppo luminoso.

E c’è un dettaglio bellissimo:
quando morirà, pochi mesi dopo, gli faranno professare il Credo. Tommaso lo recita con semplicità assoluta, come un bambino. L’uomo che aveva scritto trattati monumentali muore affidandosi a poche parole essenziali. È la coerenza finale.

In fondo il suo messaggio è questo:
la ragione ti porta fino alla soglia; la contemplazione ti fa entrare.
E quando sei dentro, non disprezzi il cammino… ma non hai più bisogno di descriverlo.

Cosa dice tutto questo a chi oggi studia, pensa, insegna?

Dice qualcosa di esigente… e anche di liberante.

A chi oggi studia, Tommaso direbbe: prendi sul serio l’intelligenza. Non accontentarti di slogan, di mezze idee, di intuizioni vaghe. Studiare non è accumulare nozioni, è amare la verità abbastanza da lasciarti correggere. La fatica del concetto, della distinzione, della precisione non è fredda: è una forma di onestà. Ma — e qui viene il colpo decisivo — non scambiare mai la mappa per il territorio. Studia come chi sa che la realtà è sempre più grande dei suoi appunti.

A chi pensa, Tommaso insegna una virtù rarissima oggi: la misura. Non l’ideologia, non l’assolutizzazione del proprio punto di vista. Lui distingue, sfuma, ordina. Non urla mai. È l’opposto del pensiero urlato dei social. Pensare bene significa sapere dire: “qui arrivo, oltre no”. E questo non umilia la ragione: la rende credibile.

A chi insegna, il messaggio è forse il più radicale: non metterti al centro. Tommaso non cercava discepoli affascinati da lui, ma persone condotte alla verità. L’insegnante autentico non crea dipendenza, crea libertà. E accetta — con umiltà vera — che un giorno lo studente vada oltre, o addirittura non abbia più bisogno di lui.

E poi c’è il silenzio finale, che oggi è profezia purissima:
in un mondo che ti spinge a produrre, pubblicare, commentare, spiegare tutto… Tommaso dice che il pensiero più alto sa fermarsi. Sa quando tacere, quando lasciare spazio all’esperienza, all’ascolto, alla contemplazione. Non per disprezzo del lavoro fatto, ma per fedeltà alla verità incontrata.

In sintesi, oggi Tommaso ci direbbe:

  • pensa con rigore

  • studia con umiltà

  • insegna senza possedere

  • e ricordati che il fine non è dire qualcosa su Dio (o sulla verità),
    ma lasciarti trasformare da essa

Come si coltiva oggi una forma di studio che non soffochi la contemplazione?

Domanda decisiva. E anche molto concreta.

Oggi lo studio soffoca la contemplazione non perché pensa troppo, ma perché non si ferma mai. Tommaso suggerirebbe una via fatta di ritmo, intenzione e silenzio.

1. Dare allo studio un perché, non solo un come

Per Tommaso lo studio è ordinato a qualcosa che lo supera. Quando studi solo per produrre, performare, pubblicare, competere, la mente si irrigidisce.
Coltivare la contemplazione significa ricordarsi spesso: “Perché sto studiando?”
Non in senso utilitaristico, ma finale: verso quale verità sto andando? Anche una disciplina tecnica può diventare contemplativa se non perde il suo fine ultimo.

2. Studiare lentamente (atto quasi sovversivo)

Tommaso leggeva poco e più volte, non molto e una volta sola.
La contemplazione nasce quando smetti di divorare testi e li lasci sedimentare. Rileggere, riscrivere con parole proprie, sostare su una difficoltà senza scappare subito alla spiegazione online: sono atti controculturali oggi, ma potentissimi.

Una regola semplice: se tutto è chiaro subito, probabilmente non stai andando in profondità.

3. Accettare il limite senza ansia

Tommaso sapeva dire: “qui la ragione arriva, qui no”.
Oggi invece il limite viene vissuto come fallimento. La contemplazione nasce quando accetti di non capire tutto, senza chiudere la ricerca. È una forma di fiducia: la verità non scappa.

4. Proteggere spazi di silenzio veri

Non “assenza di rumore”, ma assenza di input.
Dopo lo studio, non subito un altro stimolo. Una passeggiata, una chiesa vuota, una stanza senza schermi. Il pensiero ha bisogno di eco per diventare contemplazione. Tommaso pregava prima e dopo lo studio: non per “spiritualizzare” i concetti, ma per riconsegnarli.

5. Studiare in ginocchio (anche metaforicamente)

Non significa confondere i piani, ma riconoscere che la verità non è un oggetto da possedere.
Il gesto interiore è questo: io cerco, ma non sono il criterio ultimo. È l’antidoto al narcisismo intellettuale, che è il vero nemico della contemplazione.

6. Saper smettere

Il punto più difficile.
Coltivare la contemplazione significa chiudere il libro prima di essere esausti, lasciare una domanda aperta, non dire sempre l’ultima parola. È lì che la verità può lavorare dentro di te.

In fondo Tommaso ci direbbe:
non devi scegliere tra studio e contemplazione.
Devi studiare in modo tale che, a un certo punto, lo studio possa farsi silenzio senza rimorsi.