I seguito al contenuto del video:

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Fedeltà alla Liturgia e Verità del Sacramento: Una Riflessione sulla Preghiera Eucaristica

La traduzione liturgica ufficiale italiana attualmente in uso nel Messale Romano riporta proprio «per voi e per molti», in fedeltà al testo latino (pro multis), che a sua volta traduce il greco dei vangeli (pollōn).

La formula corretta della consacrazione del calice è infatti:

«Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per molti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me.»

L’uso di «per molti» (anziché “per tutti”) è teologicamente e biblicamente significativo: riflette il testo evangelico (cfr. Matteo 26,28 e Marco 14,24) e indica che il sacrificio di Cristo è sovrabbondante e offerto per la salvezza dell’intera umanità, ma si apre all’accoglienza libera e responsabile di ciascuno (“molti” nel linguaggio semitico indica la moltitudine, l’insieme di tutti gli uomini chiamati alla salvezza).

Esistono ancora molte copie del Messale Romano stampate prima della riforma della traduzione italiana entrata ufficialmente in vigore all’inizio dell’Avvento del 2020 (con la terza edizione italiana del Messale).

Fino ad allora, la formula liturgica comune in Italia riportava appunto “per tutti”. Con la revisione recente, la Conferenza Episcopale Italiana e la Santa Sede hanno uniformato il testo liturgico al testo latino (pro multis), ripristinando ufficialmente il «per molti» che corrisponde alla tradizione biblica dei sinottici (Matteo e Marco).

Di conseguenza, se il parroco utilizza quel libro liturgico stampato nelle edizioni precedenti al 2020, sta semplicemente leggendo il testo che era ufficialmente in vigore in Italia per decenni, e non sta compiendo un’improvvisazione arbitraria di sua iniziativa

Il sacerdote è tenuto ad adottare la nuova edizione del Messale Romano e quindi a utilizzare la formula «per molti».

  • Il valore normativo del nuovo Messale: La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha reso obbligatoria l’adozione della terza edizione italiana del Messale Romano, superando definitivamente i testi precedenti.

  • Il dovere liturgico del sacerdote: Come ribadito anche dai documenti ufficiali e dalle disposizioni ecclesiastiche, l’uso dei libri liturgici aggiornati non è facoltativo per i celebranti, poiché le rubriche e i testi tradotti esprimono la fede e la disciplina della Chiesa universale.

  • La transizione pastorale: Molti sacerdoti continuano a utilizzare vecchie edizioni dei messalini o dei libri liturgici per abitudine o per non aver acquistato la nuova edizione stampata dopo il 2020, ma l’adeguamento formale alle nuove disposizioni spetta a ciascun celebrante per garantire la piena comunione ecclesiale e la conformità al rito ufficiale.

La celebrazione della Santa Messa rappresenta il culmine della vita cristiana e il momento in cui si rinnova il mistero centrale della nostra fede. Proprio per la sua altissima natura, la liturgia non è uno spazio aperto alla creatività personale, all’improvvisazione o alla consuetudine arbitraria, ma un tesoro affidato alla Chiesa che richiede da parte dei ministri un profondo spirito di obbedienza e di custodia.

Tra le questioni che più frequentemente sollevano interrogativi nei fedeli e nel clero vi è l’esatta formulazione delle parole della Consacrazione, in particolare nel racconto del calice, e il rapporto tra la liceità del rito e la sua validità.

Il nodo della traduzione: da “tutti” a “molti” Un tema ricorrente riguarda l’espressione «versato per voi e per tutti» rispetto al testo tradizionale e biblico «versato per voi e per molti» (cfr. Mt 26,28; Mc 14,24). Come noto, la terza edizione italiana del Messale Romano ha ripristinato ufficialmente la formula «per molti», allineandosi rigorosamente al testo latino (pro multis) e al testo biblico originale.

Molti sacerdoti, adagiati su abitudini radicate o per non aver aggiornato i libri liturgici in uso, continuano talvolta a pronunciare la vecchia formula. Sebbene l’uso di testi non conformi all’ultima edizione del Messale costituisca un’infrazione alle norme liturgiche, la teologia dogmatica cattolica distingue nettamente tra la regolarità del rito e la sua efficacia sacramentale. Un’imprecisione o il persistere nell’uso di una formula precedente non rendono di per sé nullo il sacramento, purché sussistano i tre elementi fondamentali definiti dalla tradizione: la materia corretta (pane di frumento e vino d’uva), l’intenzione retta del celebrante di fare ciò che compie la Chiesa, e la forma essenziale della consacrazione.

Ministri e non padroni del rito Il sacerdote all’altare agisce in persona Christi Capitis. Non è l’autore della preghiera, ma il ministro di un mistero che lo precede e lo supera. Ogni alterazione volontaria, ogni aggiunta estemporanea e ogni forzatura del testo liturgico non rappresentano un arricchimento pastorale, bensì una ferita inferta alla comunione ecclesiale. Come ricordato autorevolmente nel magistero liturgico, la pienezza della fede si riflette anche nella cura meticolosa della forma, poiché la liturgia appartiene a tutta la Chiesa universale.

La responsabilità condivisa di custodire il sacro

Affrontare queste problematiche non significa cedere a un rigore formalista sterile, ma custodire la fiducia dei fedeli. Quando un laico partecipa all’Eucaristia, affida la propria anima alla fedeltà della Chiesa e del suo pastore. Promuovere una “conversione liturgica” significa riscoprire la bellezza e la responsabilità di servire il mistero eucaristico con esattezza, umiltà e amore, affinché l’altare rimanga sempre il luogo in cui splende la verità di Cristo, senza ombre di improvvisazione.