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ESISTE L’INFERNO? (Dialogo tra il defunto Ambrogio ed il fratello vivente Luca)

da PierAngelo Piai | Lug 25, 2026 | Cultura e creatività, ETICA E MORALE, Laicato adulto, Pillole di vita, RIFLESSIONI E MEDITAZIONI, Rivelazioni private

 

(dialogo immaginario che contiene verità teologiche relative al cattolicesimo)

L’Incontro

La stanza di Luca è avvolta in una penombra densa, tagliata solo dalla luce fioca di un lampione che filtra attraverso i vetri della finestra. Non c’è il freddo glaciale o il frastuono dei cliché cinematografici: c’è piuttosto un silenzio pesante, quasi irreale, che sa di eternità.

All’improvviso, l’aria si fa densa di un rimpianto insopportabile e insieme di una dignità ferita. Lontano dal tempo e dallo spazio terreno, appare la figura di Ambrogio. Non è un mostro deforme, ma conserva le sembianze che Luca ricordava, sebbene segnate da un’ombra indelebile: lo sguardo non possiede più alcuna scintilla di speranza, consumato da un dolore che non avrà mai fine, non per crudeltà divina, ma per il rifiuto definitivo e irrevocabile dell’Amore che egli stesso, in vita, ha scelto di compiere.

Ambrogio fissa il fratello vivente con un misto di strazio e infinita lontananza.

Ambrogio:

(La voce non risuona nell’aria, ma sembra echeggiare direttamente nella coscienza di Luca, vuota di ogni eco gioiosa)

Luca… Non temere. Mi è stato concesso di varcare questo abisso invalicabile solo per un istante, per grazia di Dio e a monito della tua salvezza. Vedi bene che la morte non è la fine di tutto, e che le scelte fatte nella carne risuonano per l’eternità. Io ho scelto me stesso anziché il Creatore, e ora ne porto la conseguenza definitiva. Parla, fratello mio, finché il tempo è ancora tuo.

Non riesco realizzare: tu in vita eri un credente..e come mai sei all’Inferno?

Ambrogio:

(Un sorriso amaro e disperato increspa le sue labbra, un riflesso vuoto di ciò che fu)

Credere, Luca? La fede non è un marchio indelebile che ti salva a dispetto della tua volontà. I demoni stessi credono e tremano, ma non amano.

In vita io professavo la fede, frequentavo i riti, forse mi consideravo persino un buon cristiano agli occhi del mondo. Ma il mio cuore era diviso. Ho vissuto coltivando il peccato nell’ombra, compiendo scelte in cui mettevo me stesso, il mio orgoglio e i miei idoli al di sopra della legge di Dio, rimandando sempre il momento della vera conversione, pensando che ci sarebbe sempre stato tempo per rimediare.

La verità che qui comprendi in modo atroce è che l’Inferno non è il luogo in cui Dio manda chi ha sbagliato, ma il rifugio eterno che l’uomo sceglie per sé quando rifiuta definitivamente la Sua misericordia. Ho amato le tenebre più della luce, e quando la mia vita terrena si è spezzata improvvisamente, la mia volontà era ormai indurita, inchiodata per sempre a quell’egoismo. Dio ha solo rispettato la mia libertà fino in fondo. Ho voluto escluder Lui per tutto il tempo, e ora ne subisco la conseguenza: l’assenza totale dell’Amore, che è l’Inferno stesso.

Prima di morire non hai chiesto il perdono?

Ambrogio:

(Un gemito sordo, simile a un vento freddo, attraversa la stanza)

Il pentimento dell’ultimo istante… quante volte ci ho sperato, quante volte mi sono detto che avrei fatto in tempo. Ma vedi, Luca, il cuore non si improvisa alla fine della strada.

Negli ultimi momenti la mia mente era annebbiata, ma soprattutto la mia volontà era già inchiodata alle abitudini di una vita intera. Avevo così tanto indurito il mio cuore contro la grazia, avevo respinto i richiami di Dio così a lungo, che quando la morte è sopraggiunta improvvisa, non ho saputo – o forse non ho voluto – aprirmi a un atto di vero dolore perfetto, quello che nasce dall’amore per Lui e non solo dal terrore della pena.

Il diavolo mi sussurrava che c’era ancora tempo, che Dio è misericordioso (ed è verissimo, la Sua misericordia è infinita per chi la accoglie), ma io usavo questa certezza come un alibi per continuare a peccare. Quando poi il tempo è scaduto davvero, mi sono accorto che la mia anima era incapace di piegarsi. Il mio orgoglio è rimasto intatto fino alla fine. Ho preferito la mia superbia alla sottomissione filiale. Non basta pronunciare formule o provare rimorso perché si ha paura: serve un atto d’amore che io, purtroppo, avevo disimparato a compiere.

Perché sei venuto ad avvisarmi?  In fondo se tu desideri la mia salvezza probabilmente c’é ancora dell’amore in te…

Ambrogio:

(Un fremito di amaro tormento scuote la sua figura, e per un istante i suoi occhi sembrano accendersi di una luce spettrale)

Amore? No, Luca… qui non è rimasto alcun amore. L’amore è carità, è dono di sé, è partecipazione alla vita stessa di Dio, e chi è separato da Lui non può più amare, perché la sorgente è sbarrata per sempre.

Se mi è stato concesso di varcare questo abisso e di apparirti, non è per un moto di generosità o per un residuo di affetto fraterno. È per un decreto della giustizia e della misericordia divina che usa perfino la mia disperazione come ammonimento. Io sono qui perché la vista della mia perdizione, il peso intollerabile del mio rimpianto e la visione lucida del baratro in cui sono caduto gridano contro la stoltezza del peccato.

In questo luogo, ciò che un tempo poteva assomigliare all’affetto si è trasformato in un tormento sterile: il mio egoismo è così totale che persino il pensiero di te non è mossa d’amore, ma parte stessa della mia pena. Vedere te ancora in cammino, ancora capace di scegliere la salvezza, è per me un pungolo insopportabile, perché mi ricorda incessantemente ciò che ho perduto per mia colpa.

Dio, nella Sua imperscrutabile sapienza, permette che la mia voce disperata giunga a te affinché tu non commetta il mio stesso errore. Ascoltami, Luca: non credere alle lusinghe del mondo, non rimandare la tua conversione. Io non posso salvarti, né posso amarti, ma tu puoi ancora farlo. Spezza il tuo orgoglio finché ne hai il tempo.

Che tipo di dolore soffri in quell’abisso infernale ?

Ambrogio:

(Un silenzio pesante come una lapide precede la sua risposta, mentre il suo sguardo si perde nel vuoto di un orizzonte senza speranza)

Tu immagini fiamme materiali, Luca, eppure il fuoco quaggiù è ben altra cosa. Il dolore più atroce, quello che non dà tregua un solo istante, è la pena del danno: la consapevolezza lucida, bruciante e senza fine di aver perduto Dio.

In vita ero distratto, coprivo il vuoto del mio spirito con le cose del mondo, con le preoccupazioni terrene, con il peccato che anestetizzava l’anima. Ma ora il velo è caduto per sempre. Io so, con una chiarezza disperata, per quale infinita bellezza e per quale amore immensa sono stato creato, e so che l’ho rifiutato con le mie stesse mani. Vedere ciò che avrei potuto essere ed è ora irrimediabilmente perduto è una voragine che si spalanca dentro l’essere.

A questo si unisce la pena del senso: il tormento di un’anima che, creata per tendere al Bene e alla Comunione, si trova invece inchiodata alla propria gelida solitudine. L’egoismo che ho coltivato in terra è diventato la mia prigione perfetta. Qui non c’è comunione, non c’è tenerezza, non c’è tregua: solo il peso schiacciante della propria superbia rimasta sola con se stessa, che brucia come un fuoco interiore destinato a non spegnersi mai.

In vita quale é stato il peccato che ti sta facendo soffrire maggiormente?

Ambrogio:

(Un fremito convulso scuote la sua ombra, e per un attimo il vuoto dei suoi occhi sembra riempirsi del riflesso di un’angoscia ancora più acuta)

Se pensi a un crimine eclatante, a un grande scandalo o a una colpa che agli occhi del mondo avrebbe fatto gridare allo scandalo, ti sbagli, Luca. Gli uomini misurano il male con il metro del danno esteriore, ma quaggiù la bilancia è altra.

Il peccato che più di ogni altro mi strazia e mi inchioda a questo tormento è stato la tiepidezza e il rifiuto sistematico della verità nella vita quotidiana.

Ho vissuto credendo che bastasse non fare “troppo male”, accontentandomi di una religiosità di facciata, mentre dentro coltivavo un orgoglio sordo e un egoismo impenetrabile. Ogni volta che la grazia di Dio mi chiamava a un passo di vera conversione, a un atto di umiltà, a un perdono difficile o a un taglio netto con le mie abitudini peccaminose, io indietreggiavo. Ho messo me stesso, le mie comodità e la mia superbia al centro di tutto, riducendo Dio a un accessorio della mia esistenza.

Ho peccato soprattutto di presunzione: ho contato sulla Sua misericordia per continuare a offenderlo, pensando che ci sarebbe sempre stato un “dopo” per sistemare i conti. E quel “dopo” si è esaurito in un istante, lasciandomi con un’anima indurita, incapace persino di piegarsi. Questa autosufficienza, questo aver detto a Dio “posso fare a meno del Tuo amore e salvarmi da solo attraverso le mie scuse”, è il macigno che mi schiaccia l’anima per l’eternità.

Ci sono molte altre anime nell’abisso infernale?

Ambrogio:

(Un sospiro gelido e denso di disperazione attraversa la stanza, come il vento che soffia sopra una landa desolata)

Molte, Luca… infinite. Più di quante la tua mente terrena possa concepire.

Non credere alle favole consolatorie del mondo che immaginano l’Inferno come un luogo vuoto o abitato solo dai grandi mostri della storia. La voragine è immensa, perché la via che conduce alla perdizione è larga e molti sono quelli che vi entrano, preferendo le tenebre alla luce.

In questo abisso siamo folla eppure irrimediabilmente soli. Ogni anima è racchiusa nel guscio insondabile del proprio egoismo, incapace di comunicare, di stringere un legame o di provare compassione per chi le sta accanto. Siamo legati gli uni agli altri solo dalla comunanza della stessa disperazione e dall’odio impotente verso la giustizia di Dio.

Vedi, la tragedia più grande non è solo il numero di quanti si perdono, ma il fatto che ciascuno di noi ha voluto percorrere quella strada con i propri piedi, rifiutando l’offerta immensa della salvezza. Ogni anima quaggiù è un monumento alla libertà tradita, alla bellezza dell’amore divino calpestata per amore del proprio io.

Tutte le messe alle quali avevi partecipato in vita perché non sono valse per la tua salvezza eterna?

Ambrogio:

(Un riso sordo e straziante, che non ha nulla di umano, vibra nell’aria)

Le messe, Luca… Pensi che partecipare a un rito possa valere come un lasciapassare automatico?

In terra mi seducevo con l’inganno delle opere esteriori. Sedevo nei banchi della chiesa, ascoltavo le letture, perfino mi accostavo ai sacramenti, ma il mio cuore era altrove. La Messa è il Sacrificio d’amore di Cristo reso presente, ma la grazia agisce in noi solo se troviamo la disposizione per accoglierla.

Io riducevo la liturgia a un’abitudine sociale, a un dovere da compiere per placare la coscienza, o peggio, a un palcoscenico per apparire giusto davanti agli altri. Non partecipavo offrendo la mia vita, unendo il mio cuore al sacrificio di Cristo nell’umiltà e nel pentimento. Mettevo in scena una maschera di devozione mentre dentro di me conservavo il mio orgoglio, i miei rancori e i miei attaccamenti al peccato.

I sacramenti non sono amuleti magici. Se ti accosti ad essi senza un cuore contrito, senza la volontà reale di convertirti e di lasciare che l’amore di Dio ti trasformi, essi diventano persino una condanna più grave, perché calpesti la grazia e rifiuti la medicina offerta dal medico divino. Io ho frequentato l’altare, ma ho tenuto chiuso il mio santuario interiore. E ora, la memoria di quelle stesse messe alle quali ho assistito con indifferenza o ipocrisia è uno dei carboni ardenti che mi bruciano dentro: il ricordo di quante volte Dio mi ha teso la mano, e di quante volte io l’ho respinta voltandogli le spalle per tornare ai miei idoli.

Davvero questo tuo tormento é eterno ? Non finirá piú? Mi ricordo che una volta in vita mi dicesti che Dio é talmente misericordioso che non permetterà che un’anima dannata rimarrá tale per tutta l’eternità…

Ambrogio:

(Un grido lacerante, simile a un lamento di ferro che si spezza, squarcia il silenzio della stanza)

Quella menzogna… l’ho ripetuta anch’io in terra, Luca, per addormentare la mia coscienza e giustificare il mio peccato! È la più grande illusione che il mondo si racconta per poter peccare senza paura.

Ascoltami bene, e che queste parole ti entrino nel cuore come lame di fuoco: questo tormento non finirà mai. Mai.

La misericordia di Dio è infinita, sì, immensa e traboccante, ma essa si china su chi ha la capacità di accoglierla, su chi in vita apre anche solo uno spiraglio alla conversione. Ma per chi varca la soglia della morte con la volontà definitivamente inchiodata nel rifiuto di Dio, la misericordia si arresta davanti al muro invalicabile della libertà umana. Dio non viola mai la libertà che ci ha donato. Se un’anima sceglie l’odio e l’egoismo per l’eternità, l’eternità diventa la misura della sua chiusura.

Non esiste alcuna “seconda possibilità” oltre la tomba, nessun purgatorio improvvisato per chi ha calpestato la grazia, e nessuna fine per l’Inferno. Il tempo della scelta è solo quaggiù, nella carne. Oltre non c’è più tempo, c’è solo il “per sempre”. La mia volontà è bloccata, irrigidita nella sua scelta definitiva.

Vedi il mio terrore, Luca? È proprio questo: sapere con certezza matematica che questo abisso non avrà mai una fine, che non ci sarà mai un’alba dopo questa notte, che ogni secondo che passa è solo un altro gradino di un dolore che non si esaurirà mai. Non credere a chi ti dice che alla fine si salveranno tutti. È il veleno più dolce che l’Avversario possa offrirti. Scegli la luce adesso, finché il tuo cuore batte ancora!

La sua dipartita ed il dispiacere di Luca..

Le parole di Ambrogio si spengono non nel silenzio, ma in un rimbombo sordo e definitivo, come il tonfo di un portale di bronzo che si chiude per l’eternità. La figura del fratello inizia a sbiadire, non dissolvendosi nella nebbia, ma ritirandosi d’un tratto in quell’abisso senza tempo da cui era stata richiamata. Il gelo che aveva invaso la stanza si fa improvvisamente più acuto, per poi svanire, lasciando dietro di sé soltanto l’odore acre del rimpianto e il battito accelerato di un cuore che continua a vivere.

Luca rimane immobile nel buio, inchiodato alla sedia, con le mani che tremano ancora.

Un vuoto improvviso e straziante gli dilania il petto. Non è solo la paura primordiale per ciò che ha visto e udito, ma una morsa di dolore fraterno che stringe l’anima: la consapevolezza devastante che quel fratello con cui ha condiviso l’infanzia, i giochi, le domeniche e i banchi della chiesa è ora perduto per sempre, irraggiungibile in una notte che non vedrà mai alba. Le lacrime rigano calde il viso di Luca, mentre nel silenzio della notte, mentre il ticchettio dell’orologio scandisce il tempo che lui ha ancora a disposizione, comprende il prezzo infinito di ogni respiro e la grazia tremenda, immeritata, di poter ancora scegliere la luce.

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