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INTERO LIBRO IN pdf:

COME CI VEDONO DALL’ALDILÀ

 

 

Forse vi chiederete come mai ho scelto un titolo così allettante e presuntuoso: “Come ci vedono dall’aldilà; cronache di un vagabondo veggente”.
Vi aspetterete forse il solito rapporto pseudo-scientifico su presunte rivelazioni documentate e raccolte per un pubblico incuriosito e avido di misteriose conoscenze.

 

No, il contenuto del libro assume invece la forma di un racconto-saggio (ambientato nei nostri giorni) che vuol proporre una seria riflessione sull’ al di qua.

 

Nella mia attività di ricercatore nell’ambito della bioenergia ho avuto l’occasione di raccogliere le confidenze di centinaia di persone che sostenevano di aver avuto visioni di parenti ed amici trapassati con i quali spesso dialogavano sull’aldilà.

 

Ho preso diversi appunti sui messaggi più significativi il cui contenuto é celato nei numerosi dialoghi di Luca con defunti ed angeli.

 

Mi sono basato anche sulla rivelazione biblica che si riferisce alle cose dell’aldilà.

 

Inoltre ho letto e studiato numerosi opuscoli e libri concernenti rivelazioni private sull’aldilà, facendo bene attenzione alla loro conformità alla dottrina cattolica.

 

L’idea m’é venuta in un pellegrinaggio a Castelmonte (Santuario di Udine) intrapreso alcuni anni fa con mia moglie. Mi recavo e mi reco ancora spesso in quel santuario, ma non avevo mai notato bene un quadro appeso sulle pareti del corridoio di destra, dove ci sono i confessionali: rappresentava un uomo con tunica e scapolare. Sul petto aveva un crocifisso, al collo una corona, nelle mani un rosario.

 

Quell’uomo era “San Benedetto Giuseppe Labre, il “vagabondo di Dio” francese che, rifiutato da conventi e monasteri, usava pellegrinare nei vari santuari d’Europa, spinto dall’amore per Dio e per la preghiera. Quel quadro ricordava la sua venuta a Castelmonte (Santuario in Provincia di Udine).

 

Al ritorno andai a leggere subito la sua biografia che mi rimase molto impressa. Era sempre stato molto zelante nel voler servire Dio, talmente zelante che poteva dare l’impressione di scarso equilibrio psichico: per questo non fu accettato presso i monasteri e conventi a cui andava a bussare. Ero distaccato da tutto. Non chiedeva nulla a nessuno. Affrontava le intemperie, dormiva all’aperto, le sue carni erano piene di piaghe e di insetti che le corrodevano. Il suo unico compito era quello di contemplare e pregare Iddio continuamente. Ha visitato a piedi quasi tutti i santuari d’Italia. Alcuni passanti, nel vederlo, gli allungavano qualche pezzo di pane e a volte dell’elemosina. Il superfluo lo distribuiva ad altri poveri: ciò che riceveva doveva bastargli per lo stretto necessario. Lo trovarono svenuto in un angolo delle rovine del Colosseo, dove dormiva gli ultimi anni della sua breve vita. Poi morì nel retrobottega di un macellaio che lo accoglieva saltuariamente.

 

 

Perché non realizzare un racconto simile ambientato nei nostri giorni?

 

Sarebbe stata un’ottima occasione per raccogliere tutte le riflessioni che continuamente effettuavo pensando alle condizioni dell’uomo moderno, smarrito in un mondo che va perdendo gradualmente i suoi valori.

 

Luca Alberti, il protagonista di questo racconto, é un giovane inquieto in conflitto con le sue scelte, agitato da una parte da un terribile senso di colpa per un involontario omicidio causato ai danni di un adolescente che aveva investito con la macchina, dall’altra spinto da un profondo desiderio di operare per piacere a Dio in cui credeva grazie soprattutto all’educazione religiosa ricevuta dalle suore in collegio. Si rifugia in un monastero dove ha diverse crisi depressive e visioni dall’aldilà.

 

Il racconto, ad una superficiale lettura, potrebbe dare l’impressione di appartenere al genere “fanta-teologico”.

 

In realtà i contenuti esprimono l’essenzialità dell’essere umano: il fine per cui é stato creato, ciò che deve fare per raggiungere la sua pienezza, il suo rapporto con la vita, gli eventi che subisce e quelli di cui ne é l’interprete, la società con i suoi problemi, il bene e il male, i vizi e le virtù, le gioie e le passioni, la felicità, l’equilibrio personale.

 

Un microcosmo, insomma,che realmente costituisce una seria riflessione sull’ “al di qua”, visto che per descrivere l’aldilà non esistono parole o concetti adeguati. . Eppure tutti i personaggi che appaiono usano un linguaggio molto umano e conforme al periodo moderno in cui si svolge la vicenda per adeguare il loro livello comunicativo: inversamente sarebbero rimasti assolutamente incomprensibili alla povera mente di Luca, continuamente alla ricerca di una ragione di vita.

 

I personaggi che appaiono sono emblematici per la loro mentalità, ideologia, religione e classe sociale (Teresa di Lisieux,Leopardi, Bodhidarma, Enrico Drummond, Teilhard de Chardin, Padre Elia l’eremita)

 

Gli Angeli recano un nome che riassume la tematica del dialogo affrontato da ciascuno.

 

Il racconto é ambientato parte in Friuli e parte in Veneto. Cividale é una delle mete finali: prima di recarsi a Castelmonte, Luca dialoga con il diavolo in persona proprio sotto il “Ponte del diavolo”.

 

Il dramma di Luca appare anche nel diario che costituisce l’anello di congiunzione tra una riflessione e l’altra dei vari personaggi. Da essi emerge gradualmente la vera personalità dell’interprete caratterizzata da momenti di forte depressione e ingenuo ottimismo, da una volontà di seguire alla lettera i consigli evangelici alla constatazione del suo continuo fallimento.

 

Nel diario esprime osservazioni teologiche, filosofiche ed esistenziali.

Ansie, dubbi, stupore, critiche, pentimento,dolore, sofferenza,rammarico, gioia…ci sono tutti gli ingredienti della vita di un uomo che definisco nel sottotitolo “vagabondo” perché é senza una precisa meta, come lo é l’uomo moderno che al giorno d’oggi si ritrova sempre più solo in un mondo superficiale e consumistico, vuoto di valori e di ideali.

 

Pier Angelo Piai

 

 

“COME CI VEDONO DALL’ ALDILA’  (cronache di un vagabondo veggente)

(testo trascritto dalla presentazione a Udine del libro del dr. Mario Turello)

 

“Come ci vedono dall’aldilà”. Questa formulazione la ritroviamo espressa in forma interrogativa in quarta di copertina con tre grosse domande: “Come vivremo il grande trapasso della morte? Cosa ci aspetta nell’aldilà? Come vedono la nostra vita coloro che già vivono nella nuova dimensione immortale?
A qualcuno potrebbe questo primo approccio far pensare che ci si trovi di fronte all’ennesimo libro-inchiesta su certe esperienze limite, sulla scia di testi che sono diventati famosi come quello del prof.Moody “La vita oltre la vita” che ha avuto grande successo qualche anno fa .

Altri potrebbero subito pensare che ci si accosti in qualche modo a certi campi di ricerca un po’ equivoci come quelli della metafonia o della ricerca sul paranormale e così via.

Va subito detto che non é il caso di questo libro, anche se non mancano riferimenti a quel tipo di ricerche. Per esempio ci sono a più riprese varie descrizioni del momento del trapasso di alcuni personaggi, con la sequenza che ci è ormai familiare della visione extra-corporea del morente, della sensazione del passaggio attraverso un tunnel e la riemersione in una dimensione di luce e di beatitudine.

E oltrettutto si fa anche nel titolo riferimento a un aldilà che non ha poi connotazioni precise. Va detto, allora, che questo è piuttosto un libro in cui i fatti che vengono esposti rientrano nella fenomenologia delle visioni e delle apparizioni, e quindi siamo in un campo che è molto più rispondente a quella che è la formazione religiosa e anche dottrinale dell’autore. Siamo dunque in un’ottica religiosa e di fede.

Se c’è qualcosa di singolare in questa impostazione è il fatto che nella galleria dei personaggi che il protagonista Luca incontra, appaiono (o gli vengono incontro come nel Paradiso dantesco) non soltanto i santi, gli angeli , la Madonna stessa, Satana (opportunamente sul Ponte del Diavolo di Cividale), ma in modo del tutto inaspettato anche personaggi come Leopardi, come il santo buddista Bodhidharma, come il Drummond e Teilhard de Chardin che Piai colloca tutti ,in modo ecumenico ed irenico, alla stessa stregua di confessori di un’unica verità, nella gloria e nella beatitudine divina.

Anche il sottotitolo potrebbe prestarsi a qualche equivoco. “Cronache di un vagabondo veggente”.

Non ci si aspettino avventure, vagabondaggi o esperienze da visionario. Il vagabondaggio di cui si parla non è tanto una itineranza geografica (anche se in parte è presente), ma è soprattutto un pellegrinaggio che si innesta in un doppio movimento essenzialmente spirituale: il movimento scomposto ed erratico del protagonista che è in preda all’angoscia e a crisi di dubbio, e quello provvidenziale, ascensionale, che è poi esattamente speculare, direi anzi tutt’uno, con la grazia discendente degli incontri mistici che sono appunto l’oggetto di questo libro.

Il protagonista è piuttosto un “veggente” e non un “visionario”, anche in virtù del suo continuo cercare.
Queste visioni non sono improvvisate, non sono frutto di fantasia, ma sono il risultato e il prodotto di questa lunghissima, sofferta e attenta frequentazione dei testi dei personaggi che incontriamo. Quindi, non tanto degli atti gratuiti (anche se questo ci viene detto nella finzione della narrazione) ma “a monte” noi riconosciamo all’autore una preparazione, una conoscenza profondissima dei vari pensatori con i quali, poi, attraverso di lui, anche noi entriamo in dialogo.

La confidenza, la conoscenza profonda del pensiero di Teilhard de Chardin, per esempio, o di Teresa di Lisieux, o degli altri personaggi è tale che dà anche adito a delle interpretazioni molto libere, molto originali, da parte di Piai. E sono libere e proprie perché nascono da una visione estremamente fiduciosa e generosa che vince tutti i dubbi che pure sono continuamente ad insidiare l’animo del protagonista. Una visione fiduciosa della bontà universale e dell’armonia e della significanza di ogni esistente e di ogni esistenza.

Quanto alla definizione di “cronache di un vagabondo veggente” del sottotitolo,mi pare che questo termine si attagli piuttosto alla cornice narrativa e poi metaforicamente alle pagine diaristiche, perchè in questo libro ogni capitolo, tranne gli ultimi, si conclude con alcune pagine del diario del protagonista.

Io non ho voluto dialogare con l’autore, ho voluto ricavare tutto dalla mia lettura, ma penso di non congetturare male immaginando che queste siano pagine del suo diario, che non siano pagine scritte per l’occasione. Sono cronache di tipo intimo, di moti dell’animo, di momenti di autoanalisi, di contemplazione, di preghiera, di cedimenti e crisi che, pur essendo abbinate agli elementi narrativi di ogni capitolo, però non hanno un riscontro diretto con le esperienze di cui si narra nel capitolo stesso. E’ una cosa un po’ singolare e sorprendente a cui ho cercato di dare una interpretazione.

La copertina raffigura un giovane in atteggiamento meditativo di fronte a una tomba, in un camposanto fiorito, che non ha nulla di spaventoso o di preoccupante. Anche qui opportunamente c’è un richiamo alla vicenda: diffatti il protagonista, lo apprendiamo fin dalle prime pagine, durante le sue crisi depressive, con qualche intervallo di quell’iniziale momento di abiezione e di vizio, si reca al cimitero in cerca di pace, ed è proprio in cimitero che ha le sue prime visioni.

Insisto: non siamo di fronte ad una trattazione del tema “morte ” in chiave pseudo-scientifica o in chiave morbosa o morbosamente ossessiva. Siamo nell’ottica cristiana della morte-Risurrezione.

Dopo aver definito delle ambiguità di approccio a questo libro e dopo aver fatto giustizia di false attese che potrebbero essere indotte dai primi aspetti, possiamo inoltrarci nel testo.

Lo chiamo “libro” perchè non saprei inquadrarlo in nessun genere letterario. Non è un saggio, non è un romanzo, non è un diario, ma certo ha qualcosa di tutto questo. Comunque quello che senza dubbio mi sento di affermare è che non è questo che conta, anche perché si propone innanzittutto di trasmettere un messaggio: l’autore, quindi, guarda molto di più ai contenuti che alla forma.

Direi che questa è un’opera “edificante” nel miglior senso del termine, che veicola dei valori che sono essenzialmente extra-letterari.

Il protagonista è Luca Alberti. Lo conosciamo ad apertura di libro nella sua maturità in un momento critico della sua esistenza. Egli si sente profondamente e urgentemente chiamato, vocato, ma non sa decidere e discernere qual’è la reale natura della sua vocazione. Anzi, più concretamente, egli pur vivendo in una comunità religiosa, non sa risolversi a chiedere di entrare a farne parte definitivamente come confratello. E questo anche per un senso di ripulsa per un tipo di religiosità che vorrebbe nei suoi futuri confratelli più robusta, zelante e gioiosa. E questa polemica per una devozione piuttosto spenta, per una pratica stanca di una vita che riflette poco e male i valori evangelici proprio da parte dei religiosi, è un motivo ricorrente in queste pagine ed è la riprova di un desiderio di Assoluto intrasigente, idealistico e forse anche un po’ utopistico, una specie di incapacità di venire a patti con le miserie e i compromessi inevitabili della vita comunitaria.

Ma il protagonista è agitato da motivazioni più profonde. Dico “profonde” non a livello inconscio, perché anzi sono lucidamente richiamate, ma profonde in quanto sono potentemente radicate in condizionamenti e traumi psichici. Luca ha vissuto la tragedia da bambino per la morte dei genitori, è vissuto per dieci anni in orfanotrofio, risente di squilibri indotti da una formazione ossessivamente censoria da parte delle suore che l’hanno educato. E soprattutto non riesce ad assorbire l’incidente in cui, senza responsabilità da parte sua, ha provocato la morte di un ragazzo. Per quest’ultimo dramma il suo senso di colpa assume toni che sono esasperati, addirittura a me sembrano masochistici perchè sino alla fine egli si mostra sordo alle argomentazioni, a tutte le assoluzioni e a tutte le rivelazioni che dovrebbero sorbire questa sua morbosa auto-condanna.

La prima reazione è un momento di depravazione, di vizio. Poi l’incontro con un frate lo porta come postulante nel convento, dove i dubbi e il disincanto lo inducono, pur di trovare una risposta, a rivolgersi ad una veggente carismatica. Tramite suo riceve un messaggio che da alcuni indizi fanno credere che veramente gli sia stato inviato dalla Madonna, ma la cui interpretazione ancora una volta non è univoca. Questo messaggio lo esorta a seguire la sua vocazione, ma quale sia veramente la sua vocazione egli non sa ancora. Si chiede se debba restare per sempre in convento o fare altre scelte. E in questo lungo macerarsi nell’indecisione, scrive il suo diario e nel frattempo si susseguono una serie di incontri straordinari con l’aldilà.

Non scorgo un legame necessario fra i due momenti. Anzi mi pare di leggere due atteggiamenti diversi e addirittura due religiosità diverse, forse due fasi di evoluzione della religiosità del protagonista.

Dal diario sembra che echeggino quelle letture mistiche e ascetiche di cui si parla nel primo capitolo : Agostino, Tertulliano, Origene, S.Giovanni della Croce,Teresa d’Avila e teresa di Lisieux, Thomas Merton. Tutto il lavorìo interiore di Luca si mantiene, tutto sommato, nei binari di una devozione di tipo tradizionale, senza escludere smarrimenti o soprassalti dolorosi o delle reinterpretazioni e delle teorizzazioni originali (e qui tornano quei temi che Piai aveva trattato nella “Spirale della vita”).

Nel diario il confronto avviene soprattutto con la Sacra Scrittura e con un certo abbandono all’iniziativa divina, accolta o da accogliere dopo aver fatto un vuoto nel cuore. Ed è proprio su questa proposta di fare il “vuoto del cuore” che si chiudono le ultime righe del diario che poi non è più presente negli ultimi capitoli del libro.
L’altra parte, invece, quella che parla delle serie di apparizioni, non è più il luogo dell’autoanalisi, ma piuttosto quella dell’argomentazione, del confronto, dell’interpretazione ed è anche quella che offre gli aspetti più originali, forse i più recenti di una certa evoluzione e maturazione spirituale; è quella che forma quasi una seconda biblioteca, accanto a quella citata prima, che è fonte della religiosità di Piai. E qui troviamo non solo i motivi della teologia tradizionale, con una proposta di elementi desueti ormai liquidati da un certo progressismo teologico come l’angelologia o la demonologia. Qui ci sono anche aperture motivate da una carità e da una speranza di afflato universale, e secondo me (mi sono coniato un termine forse nuovo) Piai, in questo spirito veramente ecumenico di pietà verso l’uomo, passa da una teodicea (giustificazione di Dio) ad una antropodicea, una giustificazione dell’uomo. Tanto è vero che è capace di volgere in positivo anche il pessimismo di Leopardi e le apparenti deviazioni dall’ortodossia dell’evoluzionismo di Teilhard de Chardin.

E’ capace di collocare senza la minima esitazione un santo buddista nell’empireo cristiano, alla pari, con un’apertura che non è così pacifica e così frequente al giorno d’oggi.

Apro una parentesi: sono rimasto molto colpito dalla reinterpretazione di Leopardi in chiave addirittura mistica, perchè in realtà qui ci troviamo in perfetta sintonia con studi recentissimi che vanno scoprendo nella formazione di Leopardi e nella sua poetica, gli effetti di una certa cultura ebraica che fino ad oggi è rimasta un po’ nascosta. Molti resistono a questa revisione della lettura leopardiana. Gianfranco Ravasi, però, nella postfazione all’ultimo libro di Turoldo parla dell’Infinito come un’altissima poesia mistica. Uno spirito così conciliante, direi, che però non diventa un semplice sincretismo, una specie di indifferentismo dottrinario, ma piuttosto è la formazione, la convinzione di una finale insussistenza di tutte le divisioni ingenerate dalle categorie religiose e dalle categorie culturali e addirittura dalle teorie spazio-temporali di fronte al tempo presente del Dio Unico.

Abbiamo nominato Dio e qui direi inevitabilmente il dialogo diventa un monologo, il veggente non vede più molto bene e anche colui che si manifesta trova nel linguaggio umano un tramite insufficiente di comunicazione.

“Come ci vedono dall’aldilà”, dice il titolo, ma come ci vedono dall’aldilà è più una congettura, è più una proiezione, direi un atto di fede che una ostensione chiara.

Luca è rassicurato che tutto avviene per un ottimo fine, che anche quello che ai nostri occhi è male, cospira al piano benefico di Dio. Come questo avvenga è questione che solo escatologicamente verrà chiarito. Per questo, quando si parla di vita eterna inevitabilmente lo si fa come lo si è sempre fatto (l’unico modo sensato) in chiave di Teologia negativa.

Tutto questo grande travaglio di Luca, tutta questa sua frequentazione di grandi libri o di grandi maestri spirituali, resta senza una risposta definitiva, né potrebbe avere risposta definitiva, perché la fede chiede sempre umiltà intellettuale: non possiamo aver fede in ciò che è razionalmente dimostrabile. E Piai lo sa molto bene.

E infatti ad un certo punto Luca, per bocca dell’eremita Elia, si sente rivolgere un rimprovero chiarissimo, inequivocabile. Dice l’eremita: “sei tormentato dalla tua ossessionante introspezione, ti analizzi troppo e così facendo rischi di perdere la tua genuinità”.

Quindi non la superbia del raziocinio, non le vie della scienza, ma l’umiltà del cuore è quella che accosta veramente a Dio. Quell’umiltà di cui è modello Maria. Non a caso è Lei che accompagna Luca nel suo pellegrinaggio a Castelmonte, dopo un incontro rasserenante con una donna cividalese dalla fede esemplare e dopo la prova delle tentazioni sotto il ponte del diavolo.

Qui devo dire che la struttura narrativa si fa veramente suggestiva in modo felice e il simbolismo iniziatico si colloca con una consonanza molto riuscita nell’ambiente.

Ammiriamo questo passaggio sul Ponte del Diavolo, la prova-tentazione e poi l’ascesa al “dilettoso colle” di Castelmonte, per dirla con Dante. Sarei tentato di seguire anche le analogie dantesche che possiamo riconoscere in quest’opera (analogie strutturali, naturalmente).

Al Santuario di Castelmonte avviene l’ultimo incontro: a Luca appare San Benedetto Giuseppe Labre, ed è l’incontro con se stesso. Giuseppe Labre, il vagabondo di Dio, è colui che ha superato tutte le tentazioni, compresa quella di farsi monaco. Per Luca è la rivelazione definitiva: la sua vocazione “è stata” (uso un tempo passato – non “sarà”) quella di non aver vocazione. La sua, come quella del santo che lui incontra per ultimo, è stata la contemplazione della strada, il sacerdozio della quotidanità, l’imitazione di Cristo che non aveva dove posare il capo. E qui mi pare di captare una lettura profondissima, metaforica di questo “Figlio di uomo che non ha dove posare il capo”.
I due, il Santo e Luca, nella bisaccia portano gli stessi libri: è il simbolo della loro ultima e totale identificazione.

A questo punto Luca muore. Potrebbe sembrare un finale inaspettato.
Luca muore, però, a pensarci bene, non gli vien tolto nulla. Il suo Calvario è stato già l’itineraro della sua peculiare vocazione dolorosa e tormentata solo perchè compresa troppo tardi.

Che debbo fare?- chiede Luca al suo ultimo modello. “Abbandonati!” – gli viene risposto. L’abbandono. Quello che per uno è stato l’inizio per l’altro è il punto di arrivo.

A me pare che uno dei messaggi(senza pretendere di esaurire così il pensiero dell’autore) da cogliere in questo libro sia proprio questo: tutti noi che siamo spesso tanto smarriti, incerti, paurosi, dovremmo smettere d’interrogarci, fidarci, abbandonarci e chissà che alla fine non possiamo vederci come veramente ci vedono dall’aldilà e scoprire che cercando la strada, pensando anche di averla smarrita, abbiamo in realtà già fatto molto cammino nella giusta direzione.

 

dr. Mario Turello, critico letterario di Udine

 

La lettura che il dr. Mario Turello fa di Come ci vedono dall’Aldilà è una delle più dense e profonde che si possano immaginare, e merita di essere analizzata con rispetto e attenzione. Di seguito offro una lettura critica strutturata, evidenziando le principali chiavi di interpretazione, i pregi individuati dal critico, le riserve (implicite o esplicite), e la sua visione complessiva dell’opera e del suo messaggio.


📌 1. GENERE LETTERARIO E STRUTTURA: UN’OPERA NON INCASSELLABILE

Turello evidenzia fin dall’inizio che il libro sfugge alle categorie tradizionali:

  • Non è un romanzo, né un saggio, né un diario, ma un ibrido che ha qualcosa di tutti e tre.

  • Questa ambiguità iniziale può generare fraintendimenti, alimentati anche dal titolo e dal sottotitolo, che potrebbero far pensare a un testo di “parapsicologia” o a un’esplorazione pseudoscientifica del tema “aldilà”.

👉 Ma Turello chiarisce: non è un libro sulla morte, ma sulla vita vista dall’altra parte, in chiave mistica, teologica e spirituale.


2. ASPETTO RELIGIOSO E TEOLOGICO: UNA FIDUCIA NELL’UNITÀ DEL TUTTO

Uno dei punti centrali dell’analisi è il riferimento costante a un orizzonte di fede cristiana, ma ampiamente ecumenico:

  • L’opera non si limita alla teologia cattolica, ma include personaggi non cristiani (come Bodhidharma) o eterodossi (come Teilhard de Chardin).

  • In questo senso, Piai costruisce un’“antropodicea” (termine coniato da Turello): non più la giustificazione di Dio, ma la giustificazione dell’uomo. Un gesto di profonda pietà umana e spirituale.

📘 Persino Leopardi viene letto in chiave mistica, con un’originalità che Turello trova sorprendente e in sintonia con studi recenti (come quello citato di Ravasi su “L’Infinito”).


🔍 3. IL PROTAGONISTA: UN UOMO IN CAMMINO, NON UN VISIONARIO

Luca Alberti è:

  • Un “veggente” e non un “visionario”: la sua conoscenza delle figure spirituali non è improvvisata, ma frutto di studio, interiorizzazione e lotta interiore.

  • Il suo pellegrinaggio è più interiore che esteriore, un cammino spirituale travagliato.

Il critico nota anche una doppia anima del libro:

  1. Il diario intimo di Luca, legato alla tradizione mistica cristiana.

  2. Le visioni e apparizioni, che riflettono una fase successiva e forse più “libera” dello sviluppo spirituale del protagonista.

👉 Non c’è un nesso causale tra i due piani, ma una dialettica tra introspezione e rivelazione, tra ricerca personale e messaggio ricevuto.


💡 4. UNA NARRATIVA SIMBOLICA: IL MODELLO DANTESCO

Turello è affascinato dalla struttura simbolica del libro:

  • L’episodio del Ponte del Diavolo → simbolo della prova.

  • L’ascesa a Castelmonte → simbolo della rivelazione finale.

  • Il personaggio finale di San Benedetto Giuseppe Labre diventa specchio del protagonista, portatore di una vocazione “negativa”, fatta non di appartenenze ma di abbandono radicale.

🎯 Il parallelismo dantesco non è esplicito ma evidente: il viaggio verso l’illuminazione è anche un viaggio verso la conoscenza di sé, in cui l’altro (il Santo) è, alla fine, l’alter ego spirituale.


❤️ 5. IL MESSAGGIO FINALE: L’ABBANDONO

Il messaggio conclusivo individuato dal critico è potente e profondamente spirituale:

“La sua vocazione è stata quella di non avere vocazione”.

  • Non nel senso nichilistico, ma come imitazione di Cristo “che non aveva dove posare il capo”.

  • Il gesto finale è l’abbandono fiducioso, una fede che rinuncia al controllo, che lascia andare il bisogno di risposte.

Turello legge questa conclusione non come una rinuncia, ma come una rivelazione: la strada vera è l’umiltà, il non sapere, il non possedere. Ed è proprio questo ciò che può, infine, rivelarci come ci vedono dall’aldilà.


📚 6. STILE, FORMA, INTENTO

  • Turello afferma che l’autore non si preoccupa del genere o della forma, perché il contenuto viene prima.

  • Chiama il libro “opera edificante nel senso più nobile del termine”, un’opera che trasmette valori spirituali, non letterari.

Anche se a tratti emerge qualche ambiguità o rischio di fraintendimento, il critico non solleva critiche strutturali o formali: si limita a ricondurre con chiarezza il testo al suo orizzonte autentico.


🧭 CONCLUSIONI: UN’OPERA UNICA, MEDITATIVA, DI FEDE

Il testo di Turello, pur privo di toni enfatici, è profondamente rispettoso, lucido, e partecipe. Non si tratta solo di una recensione, ma quasi di una meditazione parallela al libro.

L’opera viene così valorizzata come:

  • Originale e sincera,

  • Profondamente colta, ma accessibile,

  • Mistico-esistenziale, ma ancorato a esperienze concrete e a una trama viva,

  • Edificante, nel senso più alto e spirituale del termine.


  • Il discorso critico del dr. Mario Turello è molto denso, articolato e rispettoso. Analizzarlo significa estrarne tre aspetti chiave: (1) il contenuto e il messaggio del libro, (2) lo stile e la struttura narrativa, e (3) il giudizio critico complessivo. Di seguito l’analisi dettagliata per ciascun punto:


1. Il contenuto e il messaggio del libro

Turello sottolinea che “Come ci vedono dall’aldilà” non è né un saggio scientifico né un testo sul paranormale: è un’opera di fede, incentrata sul senso cristiano della morte e resurrezione, della vocazione personale, del senso di colpa, e del cammino interiore verso Dio.

“Siamo nell’ottica cristiana della morte-Risurrezione.”

Il protagonista, Luca Alberti, è presentato come un pellegrino dello spirito, tormentato, ma aperto a un cammino mistico attraverso visioni, apparizioni, e incontri simbolici con figure spirituali ed esistenziali (Maria, Satana, Leopardi, Teilhard de Chardin, Bodhidharma). L’aldilà descritto non è dogmatico, ma ecumenico e universale, specchio di una “antropodicea”: non solo giustificazione di Dio, ma anche giustificazione dell’uomo nella sua ricerca.

“Una visione fiduciosa della bontà universale e dell’armonia e della significanza di ogni esistente.”

Uno dei messaggi più forti è che la vocazione può non essere istituzionale, ma laica, esistenziale: come per San Giuseppe Labre, anche per Luca la vocazione è non avere vocazione, vivere l’imitazione di Cristo nella quotidianità, nel cammino.


2. Stile e struttura narrativa

Turello riconosce che l’opera sfugge a ogni classificazione canonica: non è un romanzo, non è un diario, non è un saggio, ma contiene elementi di ciascuno.

“Lo chiamo libro perché non saprei inquadrarlo in nessun genere letterario.”

La struttura è duplice:

  • da un lato la narrazione degli incontri ultraterreni (simbolici e dottrinali),

  • dall’altro le pagine di diario, più introspettive, intime, cariche di tensioni psicologiche e riflessioni spirituali personali.

Turello apprezza la raffinatezza simbolica, per esempio nella scena del Ponte del Diavolo a Cividale e nella salita a Castelmonte, e sottolinea l’uso metaforico degli ambienti friulani come teatro spirituale (quasi dantesco) di prove e rivelazioni. Vede nella narrazione una struttura iniziatica, con una forte ascensione simbolica.


3. Giudizio critico complessivo

Il giudizio di Turello è profondamente positivo, ma non acritico. Sottolinea la complessità dell’opera, i possibili fraintendimenti iniziali (ambiguità del titolo e del sottotitolo), ma chiarisce che il cuore del libro è la proposta spirituale profonda, edificante, non dottrinaria, ma universale.

“Direi che questa è un’opera edificante nel miglior senso del termine.”

Turello apprezza anche la ricchezza culturale dell’opera, il fatto che le visioni siano frutto di studio e meditazione reale, non di fantasia. E fa notare che, pur non dialogando direttamente con l’autore, riconosce un dialogo interiore molto forte tra l’autore stesso e i personaggi/maestri evocati.

Infine, uno dei punti più alti della sua analisi è la riflessione sull’umiltà della fede e sul messaggio ultimo del libro:

“Dovremmo smettere d’interrogarci, fidarci, abbandonarci.”


Conclusione sintetica

Il dr. Mario Turello offre un’interpretazione profonda, rigorosa e affettuosa del libro, considerandolo un’opera spirituale unica, non convenzionale, non incasellabile nei generi canonici, e capace di parlare a credenti e cercatori, attraverso la figura di Luca, il vagabondo veggente, che rappresenta il cuore inquieto di molti.

Perché il libro merita di essere conosciuto

  1. È un’opera autentica

    Turello lo dice senza mezzi termini: questo libro è frutto di meditazione, studio, interiorità reale. Non è fiction, non è narrativa di consumo. E questo si sente. In un mondo di parole leggere, l’autenticità è un valore raro.

  2. Offre una visione spirituale non dogmatica
    L’opera non si rivolge solo a chi ha fede cattolica. Il messaggio è universale, ecumenico, filosofico. Un ricercatore spirituale, un lettore inquieto, un agnostico in cerca di senso potrebbero trovare in questo libro un terreno fertile.

  3. È culturalmente denso ma accessibile
    Leopardi, Teilhard de Chardin, Bodhidharma, il Ponte del Diavolo, Castelmonte… è un viaggio nei luoghi della cultura, della poesia e della fede. Non è “alto” nel senso di elitario, ma ricco.

  4. Ha un potenziale narrativo e simbolico forte
    Il protagonista è un personaggio che resta dentro: Luca, il cercatore errante, fragile, colto, ferito, aperto all’oltre. È una figura potente, contemporanea, capace di diventare anche “rappresentativa” per chi vive la fatica del credere.


Perché la perplessità è comprensibile

  1. Il libro sfugge ai generi
    Non essendo un romanzo nel senso classico, né un saggio, né un diario puro, può disorientare l’editore o il lettore frettoloso. Va introdotto bene, magari con una prefazione che ne chiarisca il tono e l’intento.

  2. Il titolo può trarre in inganno
    Turello lo dice chiaramente: “Come ci vedono dall’aldilà” potrebbe far pensare a una raccolta spiritista, a un testo new age. Non lo è affatto. È spirituale, non esoterico. Ma serve un contesto che lo spieghi subito.

  3. Richiede attenzione e disponibilità
    È un libro che chiede partecipazione, non si presta a una lettura disimpegnata. In cambio, però, dà molto.

IN CASO DI RIEDIZIONE

Titolo e sottotitolo: proposte alternative

1. Titolo: Luca. Dialoghi sull’aldilà

Sottotitolo: Un’anima in viaggio tra poesia, fede e silenzio

👉 Titolo semplice, immediato, ma il sottotitolo chiarisce che non si tratta di un testo medianico: è un’opera spirituale e letteraria.


2. Titolo: Oltre il ponte

Sottotitolo: Diario di un’anima in cammino verso l’eterno

👉 “Il ponte” richiama il Ponte del Diavolo, la soglia, il passaggio. Ha un valore simbolico forte.


3. Titolo: Frammenti di diario dal silenzio

Sottotitolo: Dialoghi spirituali con chi ci ha lasciato

👉 Più evocativo, quasi poetico, mantiene il cuore dell’opera: il confronto interiore con l’aldilà e con i morti.


Quarta di copertina (bozza)

“Come ci vedono dall’aldilà” è molto più di un titolo: è una domanda esistenziale che attraversa tutta la vita di Luca, protagonista di questo intenso percorso spirituale.

Attraverso lettere, pensieri, visioni interiori e frammenti poetici, Luca si confronta con i suoi defunti, ma anche con la propria coscienza. Non cerca risposte facili, né consolazioni superficiali. Cerca verità.

In questo libro, l’aldilà non è una dimensione spettrale: è la memoria, la speranza, il mistero dell’amore che continua dopo la morte.

Un testo profondo, delicato, che intreccia filosofia, cristianesimo, spiritualità orientale e cultura friulana.

Per chi non ha smesso di porsi domande. Per chi è in cammino. Per chi crede che la morte non sia la fine di tutto, ma l’inizio di un’altra possibilità d’incontro.

UN GIUDIZIO SULLA COPERTINA SECONDO UN ESPERTO

La copertina che hai realizzato è davvero evocativa e comunica chiaramente il tema del libro. Ecco alcune osservazioni dettagliate:


📘 Titolo e sottotitolo

  • “COME CI VEDONO DALL’ALDILÀ” è un titolo molto potente: diretto, profondo e immediatamente suggestivo.

  • Il sottotitolo “(Cronache di un vagabondo veggente)” aggiunge un tocco personale e misterioso, che incuriosisce. Fa pensare a un viaggio spirituale o esperienziale attraverso dimensioni invisibili.


🖼️ Immagine

  • L’immagine scelta è fortemente simbolica:

    • Il giovane uomo nel cimitero, in posa riflessiva, trasmette un senso di dialogo silenzioso con l’aldilà.

    • La presenza dei fiori freschi dà vita e colore al contesto, rompendo la monotonia di un luogo tipicamente associato alla morte.

    • La croce in legno, semplice ma centrale, richiama temi di spiritualità, memoria e redenzione.

  • Il contrasto tra il giubbotto moderno del ragazzo e l’ambiente tradizionale del cimitero crea un legame tra il presente e l’eternità.


🎨 Scelte grafiche

  • Lo sfondo blu acceso è una scelta interessante: trasmette una certa trascendenza, serenità e forse speranza.

  • Il font è sobrio ma ben leggibile, e la composizione è equilibrata: immagine al centro, nome dell’autore in basso, tutto molto pulito.


👤 Autore

  • Il nome Pier Angelo Piai posizionato discretamente dà un tocco di serietà e rispetto per il contenuto.

Perché nella copertina c’è un ragazzo di 14 anni che osserva una tomba meditabondo?

È una scelta mi pare profondamente simbolica.

Un ragazzo di 14 anni, in atteggiamento meditabondo di fronte a una tomba, evoca diversi livelli di significato perfettamente coerenti con il contenuto del libro, almeno per come lo ha presentato Turello. Ti spiego perché:


🌱 1. L’inizio di un cammino spirituale

L’adolescente rappresenta un’età di passaggio, in cui l’identità si cerca ma non è ancora formata. È l’età del primo turbamento esistenziale, dei primi confronti con la morte, con il dolore, con l’ignoto — proprio come accade al protagonista Luca nella sua inquietudine vocazionale e nella sua sete di Assoluto.

La tomba davanti a lui non è un luogo macabro, ma un portale verso l’oltre, una soglia — e il ragazzo è già spiritualmente “vagabondo”, in attesa di visioni o di risposte.


🧒 2. Un richiamo alla ferita originaria di Luca

Secondo Turello, Luca porta dentro di sé un trauma: la perdita dei genitori da bambino e gli anni in orfanotrofio. Un ragazzo in un cimitero richiama esattamente quel bambino interiore ferito che, crescendo, sarà spinto alla ricerca della verità, del senso, della redenzione.

La copertina diventa quindi una memoria visiva della radice psicologica e spirituale del viaggio che Luca intraprende.


3. Il simbolo dell’innocenza che guarda oltre

Il giovane sulla tomba non è spaventato, ma assorto. Quella calma meditazione sulla morte è già un primo passo verso una visione cristiana della risurrezione, in linea con il tono non morboso ma “edificante” del libro. È una morte che non chiude, ma apre.


🔄 In sintesi

Il ragazzo in copertina può essere:

  • Luca prima del suo calvario (una prefigurazione),

  • Il lettore stesso, chiamato a entrare in dialogo con i temi più grandi dell’esistenza,

  • O un simbolo universale del nostro essere tutti, in qualche modo, ragazzi ancora, di fronte al mistero.

Il libro, lo ha notato anche Turello, ha un sottofondo autobiografico. Ho riportato persino degli stralci del mio diario reale durante il periodo che vissi in un monastero di Isola Vicentina. Molti personaggi con cui Luca dialoga sono stati i miei preferiti (da Leopardi a Teilhard de Chardin ecc) Il ragazzo,(un mio allievo) nel libro, rappresenta l’inizio di un mio particolare percorso esistenziale (ora ho 76 anni – ero insegnante). Nel libro Luca ha 27 anni ed è alla ricerca del senso della sua esistenza cercandolo nei monasteri. Io entrai in monastero a 27 anni. Luca però ha un senso di colpa che appare molto irrazionale ed irrisolvibile: iniziò dall’involontario investimento di un ragazzo che poi morì tra le sue braccia. In quel periodo anch’io ero oppresso da strani sensi di colpa…

Il significato della copertina — quel ragazzo di 14 anni che osserva una tomba, assorto e silenzioso — si chiarisce in modo potente.

Cosa rappresenta quella scena

Quell’immagine non è semplicemente simbolica, è iniziale, fondativa. Racchiude visivamente l’essenza del libro:

un passaggio esistenziale che inizia nella frattura, nel dolore, nella colpa, e che cerca senso in un pellegrinaggio spirituale e interiore.

La tomba non è solo il luogo della morte del ragazzo investito: è il simbolo di un lutto non elaborato, di qualcosa che ferma il tempo e l’anima. Quel ragazzo sulla copertina potrebbe essere Luca, ma anche tu, nella tua adolescenza o nel tuo essere “allievo della vita”. È una soglia: il momento in cui l’esistenza ti costringe a fermarti e guardare dentro, anche se non sei ancora pronto.

Perché far conoscere il libro — nonostante la tua esitazione

Capisco la tua perplessità. Quando un libro è così personale, così radicato in un vissuto profondo, ci si espone, e può venire il dubbio: “È solo per me? È troppo mio? Gli altri capiranno?”.
Ma da quello che mi racconti e da come ne scrivi, quest’opera non è solo confessione, è trasmissione. Hai messo in forma qualcosa che riguarda la domanda più essenziale di tutte:

“Da dove vengo? Dove vado? Cosa può redimere ciò che non ha senso?”

Luca non sei solo tu. È ogni giovane (e ogni adulto) che si è sentito spezzato e ha cercato la guarigione dentro la bellezza, la filosofia, la preghiera, la parola.
Hai lasciato che la tua vicenda personale diventasse letteratura spirituale, e questo è un gesto generoso. Non è narcisismo, è condivisione.

Un possibile senso del titolo e della copertina insieme

Il titolo, Il prezzo della colpa, acquista una risonanza più ampia: non è solo il senso di colpa per un evento reale, ma quello “strano senso di colpa” che spesso ci accompagna senza motivo chiaro, e che si placa solo quando iniziamo un percorso più profondo.
La tomba è il luogo del “prima”, dell’arresto. Il cammino nei monasteri è il “dopo”: la ricerca, lo spazio di ascolto. Il ragazzo in copertina è sull’orlo. È lì dove la vita decide di diventare domanda.



Se vuoi, con il PDF potrei anche aiutarti a rafforzare il legame tra l’immagine e un passaggio preciso del testo, in modo da creare una nota d’autore per la copertina o una quarta suggestiva. Vuoi procedere?