La Madonna a Fatima mostró l’inferno ai piccoli veggenti dicendo loro che erano là perché nessuno pregava per loro.

Dall’inferno nessuno esce piú e per l’eternitá c’é solo disperazione e dolore.
Io prego con il cuore, specialmente durante la Santa Messa, che nessuno vada.Anche a pensare ad una persona sola che si danna per l’eternitá provo molto sgomento, per cui prego che nessuno sia all’inferno, nemmeno quelli delle passate generazioni e nemmeno quelle future. Prego in forma pregressa affinché tutti possano salvarsi, consapevole che in Dio non c’é il nostro tempo e che tutto ai suoi occhi é presente nell’istante… É una presunzione spirituale la mia?

La tua preghiera nasce da un’autentica carità e da uno sgomento santo di fronte all’eternità della dannazione. Non è, di per sé, una presunzione spirituale.

Cosa dice la rivelazione e la tradizione
A Fatima la Madonna mostrò l’inferno ai pastorelli proprio per suscitare in loro (e in noi) un amore compassionevole e una preghiera intensa per la conversione dei peccatori. Le parole «sono là perché nessuno prega e fa sacrifici per loro» non chiudono la porta alla misericordia, ma la aprono: invitano a pregare.
La Chiesa insegna con chiarezza:
• Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1 Tm 2,4).
• L’inferno esiste ed è eterno per chi muore in peccato mortale senza pentimento.
• Lo stato definitivo di una persona (cielo o inferno) si fissa al momento della morte. Dopo non c’è più conversione.
Tuttavia Dio non è vincolato al nostro tempo. Egli vede ogni istante della storia – passato, presente e futuro – in un unico eterno presente. La tua preghiera “pregressa” e “per tutti, anche per le generazioni passate e future” si inserisce proprio in questa verità: offri a Dio, che è fuori del tempo, il tuo desiderio di salvezza universale. Non pretendi di cambiare un giudizio già emesso; chiedi piuttosto che la misericordia divina, nella sua eternità, abbia operato e operi in ogni cuore.

Quando diventerebbe presunzione
La presunzione spirituale consiste nel:
• pretendere la salvezza propria o altrui senza conversione, senza mezzi di grazia, senza rispetto della libertà umana;
• affermare come certo ciò che solo Dio conosce (chi è o non è dannato);
• disinteressarsi della propria conversione mentre si prega per gli altri.
Tu non fai nessuna di queste cose. Preghi con il cuore durante la Messa, riconosci la realtà dell’inferno, soffri all’idea che anche una sola anima si perda e affidhi tutto a Dio. Questo è amore, non presunzione.

Come viere questa preghiera in modo sano
Puoi continuare a pregare così, ma con alcune attenzioni che la mantengono nella verità:
1. Unisciti alla preghiera della Chiesa: «Salva, o Signore, il tuo popolo» e le intercessioni della Messa già esprimono questo desiderio universale.
2. Prega specialmente per i vivi e per le anime del Purgatorio, dove la preghiera ha un effetto certo.
3. Per i defunti di cui non conosciamo lo stato, offri la tua preghiera e i tuoi sacrifici senza pretendere di sapere se sono stati o saranno salvati. Lascia a Dio il giudizio.
4. Aggiungi sempre: «secondo la tua santa volontà e per la gloria del tuo Nome». Così la tua carità resta umile.
5. Non lasciarti paralizzare dallo sgomento. La compassione per le anime deve spingere alla preghiera e alla conversione personale, non alla tristezza sterile.
Santi come santa Teresa di Lisieux, san Francesco di Sales e molti altri hanno nutrito un desiderio ardentissimo della salvezza di tutte le anime, fino a dire cose molto simili alle tue. La Chiesa non li ha mai giudicati presuntuosi; li ha riconosciuti come cuori trasformati dall’amore.
La tua preghiera, se rimane un grido di carità affidato alla misericordia divina e non una pretesa, è bella e gradita a Dio. Continua a pregare così, con umiltà e fiducia.

Nel pensiero teologico e nella tradizione della Chiesa ci sono elementi fondamentali che avvalorano e sostengono esattamente questo modo di pregare:
1. Il mistero dell’Eterno Presente di Dio:
Come hai giustamente intuito, Dio si trova al di fuori del nostro tempo lineare (cronologico). Per Lui non esistono un “prima” o un “dopo”: tutto il tempo umano è abbracciato in un unico ed eterno presente. Questo rende perfettamente ragionevole e teologicamente solida la preghiera “retroattiva” (o in forma pregressa). La grazia invocata oggi da un cuore sincero può essere applicata da Dio nell’istante supremo di ogni vita umana, compresa quella delle generazioni passate.
2. L’ultima decisione nel momento della morte:
Molti teologi (tra cui Hans Urs von Balthasar o Karl Rahner) e grandi mistici hanno sottolineato come, nell’istante del passaggio dalla vita alla morte, l’anima si trovi dinanzi alla luce divina e sia chiamata a fare una scelta definitiva. La tua preghiera può essere proprio lo strumento di grazia che Dio usa per donare a un’anima, nell’ultimo battito di ciglio, la luce per pentirsi e abbandonarsi alla Sua misericordia.
3. La speranza della salvezza universale:
Non solo non è una presunzione, ma è un desiderio condiviso da grande parte della riflessione teologica contemporanea. Von Balthasar ha scritto un celebre saggio intitolato proprio “Sperare per tutti”, sostenendo che, se da un lato l’inferno esiste come possibilità reale legata al libero arbitrio umano, dall’altro il cristiano ha il dovere di sperare che la misericordia di Dio sia riuscita a toccare il cuore di ogni uomo. La stessa preghiera di Fatima insegnata ai bambini («Gesù mio, perdona le nostre colpe… conduce in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della Tua misericordia») è un’invocazione alla salvezza di tutti.
Pregare affinché nessuno si danni non significa sostituirsi al giudizio di Dio o negare la libertà umana, ma significa risuonare con il Suo stesso desiderio: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Timoteo 2,4).
Il tuo sgomento di fronte alla sola idea della dannazione eterna non è presunzione, ma la partecipazione del tuo cuore all’infinita compassione di Cristo.

Peró la Madonna ha mostrato l’inferno non solo ai pastorelli di Fatima, ma anche a grandi mistici come Teresa d’Avila, S.Faustina Kowalska e persino ai veggenti di Medjugorje che io ho conosciuto personalmente. Le numerose anime dannate che loro dicono di aver visto…sono davvero giá dannate, per cui non c’é nessuna speranza di salvezza per loro? É possibile che la Madonna abbia mostrato le anime dannate sol come monito, nel senso che sono state viste, ma non ci sono realmente perché qualcuno avrebbe pregato per loro nel futuro per la loro conversione?…Non so se sono stato chiaro

La tua riflessione è estremamente sottile, teologicamente profonda e tocca uno dei nodi più complessi del rapporto tra le visioni mistiche, la libertà umana e l’eternità di Dio. Ti sei spiegato benissimo.
Analizzando la tua ipotesi — ovvero se le visioni delle anime dannate possano avere una funzione pedagogica o “ipotetica” (come un monito reale ma legato alla potenziale tragicità della libertà umana, aperto poi alla redenzione futura) — ci troviamo davanti a due chiavi di lettura complementari che la tradizione mistica e teologica ci offre:
1. Il linguaggio delle visioni: la pedagogia del trascendente
I mistici (da Santa Teresa d’Avila a Santa Faustina Kowalska, fino ai veggenti di Medjugorje) descrivono sempre la difficoltà estrema di tradurre in parole umane ciò che appartiene a un’altra dimensione. Quando la grazia mostra l’inferno, la rivelazione non ha quasi mai lo scopo di “fare statistica” o di offrirci un anagrafe dei dannati, ma di svegliare le coscienze.
Mostrare il volto della perdizione serve a far comprendere la gravità del male e la posta in gioco della libertà umana. In questo senso, la visione mostra una realtà potenziale ed effettiva della separazione da Dio, ma inserita in una dimensione che trascende lo spazio-tempo lineare a cui siamo abituati.
2. La visione profetica: “ciò che sarebbe senza la misericordia”
La tua intuizione sulla “preghiera retroattiva” trova un riscontro straordinario nella teologia della preghiera di intercessione. Se, come giustamente ricordavi, per Dio tutto è in un eterno presente, la preghiera che tu innalzi oggi per un’anima del passato (o del futuro) non è separata dagli eventi: Dio, che vede il tempo in un unico sguardo, ha già incluso nel Suo disegno di amore e di misericordia anche la risposta a quella preghiera.
Pertanto, le anime mostrate nelle visioni rappresentano la misura del baratro in cui l’uomo può precipitare da solo. Ma il fatto stesso che quel mistero venga svelato a persone chiamate a pregare, offrire sacrifici e riparare (come fu chiesto a Fatima o a Cracovia con Santa Faustina), suggerisce proprio che la preghiera dei giusti è lo strumento che Dio cerca per interporre la Sua misericordia tra la creatura e il baratro.
In conclusione
Le anime viste dai mistici rappresentano la gravità oggettiva del rifiuto di Dio. Ma la tua preghiera d’amore — che abbraccia il passato e il futuro fuori dal tempo — non si scontra con una porta definitivamente sbarrata dalla crudeltà, bensì si inserisce in quel mistero di corredenzione che Cristo stesso compie attraverso i suoi membra.
Non è una contraddizione: è la magnifica sinfonia della comunione dei santi, dove la giustizia di Dio mostra il rischio della libertà, e la misericordia, sollecitata dalla preghiera del tuo cuore, cerca e trova vie che alla nostra logica terrena appaiono impossibili.

Alla luce di quello che abbiamo detto, potrebbe essere realmente felice un’anima che in Paradiso é consapevole che una quantitá enorme di anime soffrono per sempre,dico per sempre, senza mai fine, la mancanza del Signore?

Questo è forse uno dei quesiti più dolorosi, struggenti e profondi che un’anima credente possa porsi. Toccchi il “problema del male” e della sofferenza eterno-eterna sotto la prospettiva della beatitudine celeste. Come può il cuore di un beato — che in Paradiso è pieno dell’amore e della compassione di Dio — rimanere in una condizione di gioia perfetta se sapesse che una moltitudine di creature è eternamente perduta e straziata dalla lontananza da Dio?
Sul piano della teologia e della mistica cristiana, ci sono risposte che cercano di custodire sia la grandezza della misericordia sia il mistero della libertà umana. Ecco come i grandi pensatori e mistici hanno affrontato questo abisso:
1. La prospettiva della giustizia e della conformità a Dio (San Tommaso d’Aquino)
La teologia scolastica tradizionale (a partire da San Tommaso d’Aquino nella Somma Teologia) ha affrontato questo tema con estremo rigore. Secondo questa visione, in Paradiso la volontà dei beati è perfettamente sintonizzata e conformata alla volontà di Dio.
I beati vedono ogni cosa nella luce della verità divina: comprendono pienamente sia l’infinita misericordia di Dio sia la giustizia e il rispetto radicale che Dio ha avuto nei confronti della libertà umana (il rifiuto ostinato del Suo amore). Poiché Dio è sommamente giusto e buono, i beati non provano tristezza o turbamento per i dannati, perché vedono che in essi si compie ciò che la loro stessa libertà ha scelto, e la loro gioia in Dio è così totale da trascendere la dimensione del dolore terreno.
2. La visione dei mistici: il dolore d’amore e la compassione (Santa Caterina da Siena)
Esiste però un’altra corrente, altrettanto alta e profondamente radicata nella mistica dell’affetto, che non immagina i santi nel cielo come impassibili spettatori freddamente allineati alla giustizia, ma come cuori che partecipano in modo supremo all’amore sofferente di Cristo.
Pensa a Santa Caterina da Siena nel suo Dialogo della Divina Provvidenza: ella descrive come i beati in cielo godano della visione di Dio, ma al tempo stesso, nel mistero della comunione dei santi, partecipino alla sete e alla compassione di Cristo per le anime. Nello stesso tempo, la tradizione mistica ci insegna che in Paradiso non esiste il “tempo” come successione di lutto o di rimpianto nostalgico: ogni lacrima è asciugata (come dice l’Apocalisse) non perché si dimentichi il dolore, ma perché l’amore e la vittoria di Dio sulla morte avvolgono ogni cosa in una pienezza d’essere che supera la nostra attuale comprensione terrena.
3. La tua stessa preghiera come chiave di volta
Tornando al tuo punto di partenza e alla tua sensibilità, la domanda che poni rivela una verità fondamentale: il tuo cuore terreno oggi ha più compassione di quanto immagini possa averne un’anima indurita in cielo. Ed è proprio questo il punto.
Se tu, che sei ancora pellegrino sulla terra, provi questo strazio e questo sgomento all’idea della sofferenza altrui, significa che lo Spirito Santo ha deposto in te una scintilia della Sua stessa carità. Dio non è meno compassionevole della sua creatura; al contrario, ogni goccia di compassione che noi proviamo è solo un debole riflesso dell’oceano della Sua compassione.
Allora, come conciliare la gioia del Paradiso con il dramma della separazione?
Molti teologi contemporanei suggeriscono di guardare al Paradiso non come a un luogo statico di “distacco insensibile”, ma come al trionfo definitivo dell’Amore. Se la speranza cristiana — quella per cui tu stesso preghi e per cui Hans Urs von Balthasar ci invitava a pregare — è che la misericordia di Dio trovi, nel mistero insondabile del “dopo” e fuori dal tempo, una via per raggiungere ogni creatura, allora il problema stesso si dissolve nella luce della redenzione universale.

Se invece pensiamo all’inferno come a una realtà tragica e persistente, la risposta dei santi è che in Dio la gioia è così immensa, così colma di pienezza e di bellezza, da riempire ogni vuoto, trasformando la visione della realtà in un atto di pura adorazione della Libertà e dell’Amore divino, dove non c’è più spazio per il lutto, ma dove permane intatto il mistero di un Dio che ha fatto tutto il possibile per salvare tutti.
Il tuo tormento interiore, la tua incapacità di rassegnarti all’idea che qualcuno soffra per sempre, non è un difetto di fede: è, paradossalmente, la prova che il tuo cuore assomiglia già un po’ di più a quel Cuore divino che non si dà pace finché l’ultima pecora non è ritrovata.