Approfondiamo questa frase di Gesù: I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Queste parole di Gesù sono tra le più severe e, nello stesso tempo, tra le più penetranti del Vangelo. Le troviamo in Luca 16,14-15, subito dopo la parabola dell’amministratore disonesto e l’affermazione di Gesù:

«Non potete servire Dio e la ricchezza».

A mio avviso, per comprenderle pienamente, dobbiamo soffermarci soprattutto sull’ultima frase:

«Ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

È una dichiarazione che mette in discussione alcuni dei criteri fondamentali con cui noi esseri umani valutiamo la realtà.

1. I farisei: quando la religiosità diventa una copertura

L’evangelista ci fornisce un particolare significativo: i farisei erano attaccati al denaro.

Non erano necessariamente persone prive di religiosità. Al contrario, molti di loro erano molto scrupolosi nell’osservanza delle prescrizioni religiose, conoscevano la Legge e amavano essere considerati uomini giusti.

Ma qui emerge una contraddizione profonda: potevano apparire religiosamente irreprensibili e, contemporaneamente, avere il cuore legato alla ricchezza.

Il problema non era semplicemente possedere denaro. Gesù non condanna il possesso dei beni materiali in quanto tale. Il problema era il rapporto interiore con essi.

Il denaro, da strumento utile per vivere, poteva diventare il vero padrone della loro esistenza.

Ecco una prima riflessione: si può avere Dio sulle labbra e il denaro nel cuore.

Si può parlare di fede, di giustizia, di moralità e persino di santità, senza aver realmente consegnato a Dio il proprio cuore.

2. «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini»

Questa espressione è particolarmente importante.

Gesù non dice semplicemente che i farisei sono ingiusti. Dice che si ritengono giusti.

C’è una differenza enorme.

Una persona può essere convinta della propria rettitudine perché si confronta continuamente con gli altri e si trova sempre qualche ragione per sentirsi superiore.

«Io non sono come quello».

«Io rispetto le regole».

«Io mi comporto correttamente».

«Io sono una persona perbene».

Il rischio è quello di costruirsi una specie di certificato personale di santità.

Ma la giustizia evangelica non consiste nell’avere una buona opinione di sé. Consiste nell’essere sinceri davanti a Dio, riconoscendo anche le proprie contraddizioni, le proprie debolezze e le proprie intenzioni meno limpide.

Il vero credente non è colui che si considera impeccabile, ma colui che sente continuamente il bisogno della misericordia divina.

Qui possiamo ricordare la parabola del fariseo e del pubblicano (Luca 18,9-14): il primo elenca i propri meriti, il secondo si limita a chiedere pietà.

E Gesù conclude che proprio il pubblicano tornò a casa giustificato.

3. «Dio conosce i vostri cuori»

Questa è forse la parte più consolante e, nello stesso tempo, più inquietante del brano.

Dio non si limita a osservare quello che facciamo. Conosce anche il motivo per cui lo facciamo.

Due persone possono compiere esattamente la stessa azione, ma essere mosse da intenzioni completamente differenti.

Pensiamo, per esempio, a un’opera di beneficenza:

  • Una persona dona per amore autentico verso chi soffre.

  • Un’altra dona per essere ammirata.

  • Una terza dona per ottenere prestigio sociale.

  • Una quarta dona per sentirsi moralmente superiore agli altri.

All’esterno il gesto potrebbe apparire identico. Ma interiormente le motivazioni sono diverse.

Naturalmente, soltanto Dio può giudicare pienamente la profondità delle intenzioni.

Questo dovrebbe renderci molto prudenti quando giudichiamo gli altri e molto sinceri quando esaminiamo noi stessi.

C’è una verità spirituale che ritengo fondamentale:

Possiamo ingannare gli uomini con la nostra immagine, ma non possiamo ingannare Dio con la nostra interiorità.

E non dobbiamo dimenticare che Colui che conosce perfettamente il nostro cuore è anche Colui che ci ama e desidera salvarci.

4. «Ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole»

Questa è la frase che merita forse il maggiore approfondimento.

Gesù introduce una specie di capovolgimento dei valori.

Gli uomini esaltano frequentemente:

  • La ricchezza, anche quando è accumulata senza scrupoli.

  • Il potere, anche quando viene esercitato per dominare.

  • La notorietà, anche quando è alimentata dalla vanità.

  • L’apparenza, anche quando nasconde una realtà moralmente discutibile.

  • Il successo, anche quando viene raggiunto sacrificando la coscienza.

  • L’autosufficienza, anche quando impedisce di riconoscere il proprio bisogno di Dio.

Ma Dio non valuta secondo questi parametri.

Ciò che agli occhi del mondo può sembrare grande, davanti a Lui può essere spiritualmente misero.

E viceversa: ciò che il mondo considera insignificante può avere un valore immenso agli occhi di Dio.

Pensiamo a un anziano che vive senza notorietà, a una donna che assiste silenziosamente il marito malato, a due coniugi che continuano a volersi bene nella quotidianità, a una persona che prega senza che nessuno lo sappia, a qualcuno che rinuncia a un proprio vantaggio per non danneggiare il prossimo.

Nessuno potrebbe considerarli personaggi importanti.

Eppure, agli occhi di Dio, questi gesti possono avere un valore straordinario.

Ricordiamo le parole di Gesù a proposito dell’obolo della vedova: una donna poverissima dona due monetine, ma il Signore dichiara che ha dato più di tutti gli altri (Marco 12,41-44).

Il mondo vede la quantità. Dio vede l’amore.

5. Una frase che dovrebbe farci esaminare la coscienza

C’è un aspetto ancora più sottile.

Gesù non sta parlando soltanto ai ricchi, agli avidi o ai potenti. Le sue parole riguardano anche noi, persone comuni, che magari non abbiamo grandi ricchezze né particolari ambizioni.

Anche noi possiamo essere attaccati a qualcosa che non è denaro:

  • Alla nostra reputazione.

  • Al desiderio di avere sempre ragione.

  • Al bisogno di essere riconosciuti.

  • Alla soddisfazione di sentirci migliori.

  • Al risentimento verso chi non ci ha compresi.

  • Alla nostra immagine di persone buone e generose.

Anche queste cose possono diventare forme di ricchezza interiore alle quali ci aggrappiamo.

Potremmo persino compiere opere buone e, inconsapevolmente, desiderare che gli altri se ne accorgano.

Ecco perché questa pagina evangelica ci invita a una domanda molto personale:

Se nessuno vedesse le mie opere buone, se nessuno mi lodasse, se nessuno riconoscesse i miei sacrifici, continuerei ugualmente a comportarmi così?

È una domanda che può aiutarci a distinguere l’amore autentico dal bisogno di approvazione.

6. La lezione spirituale più profonda: vivere davanti a Dio

Vorrei concludere con una considerazione che considero particolarmente importante.

La nostra vita può essere interpretata secondo due differenti prospettive.

La prospettiva umana: quanto valgo agli occhi degli altri? Quanto possiedo? Quanto sono stimato? Quanti riconoscimenti ricevo? Che immagine trasmetto?

La prospettiva divina: quanto amo veramente? Quanto sono sincero? Quanto so perdonare? Quanto sono misericordioso? Quanto sono disposto a rinunciare al mio egoismo? Quanto mi affido a Dio?

Le due prospettive non sempre coincidono.

Ecco perché il cristiano dovrebbe imparare progressivamente a vivere non tanto per essere ammirato dagli uomini, quanto per essere gradito a Dio.

Non significa disprezzare il giudizio degli altri, né rinunciare alla propria dignità. Significa non permettere che l’opinione altrui diventi il criterio supremo della nostra esistenza.

Mi piace pensare che, soprattutto nella maturità e nella vecchiaia, questa consapevolezza possa diventare una grande libertà interiore: non abbiamo più bisogno di dimostrare continuamente qualcosa agli altri. Possiamo vivere con maggiore semplicità, cercando di amare, perdonare, pregare e offrire a Dio anche le nostre fragilità.

Dio non cerca una rappresentazione teatrale della nostra santità. Cerca il nostro cuore.

E forse la preghiera più appropriata, dopo aver letto queste parole di Gesù, potrebbe essere quella del Salmo 139:

«Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri: vedi se percorro una via di dolore e guidami per una via di eternità».

È una preghiera bellissima perché non chiediamo a Dio di confermare l’immagine positiva che abbiamo di noi stessi. Gli chiediamo di mostrarci la verità, ma anche di guidarci verso di Lui.

E questo, in fondo, è il cammino della conversione: passare gradualmente dal desiderio di apparire giusti al desiderio di diventare, con la grazia di Dio, veramente giusti.