
La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Queste parole di San Paolo, tratte dalla Lettera ai Filippesi (3,20-21), sono tra le più belle e consolanti di tutto il Nuovo Testamento. Contengono una vera e propria sintesi della speranza cristiana: non siamo destinati a rimanere prigionieri della nostra fragilità terrena, perché la nostra esistenza è orientata verso una vita gloriosa in Cristo.
Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti che ritengo particolarmente profondi.
1. «La nostra cittadinanza infatti è nei cieli»
San Paolo adopera un’espressione molto significativa: cittadinanza.
Non dice semplicemente che il cielo è il luogo nel quale speriamo di andare dopo la morte. Dice qualcosa di più: la nostra vera appartenenza è già nei cieli.
Noi viviamo sulla terra, abbiamo una casa, una famiglia, delle abitudini, degli affetti, delle responsabilità. Tutto questo è importante e va vissuto con amore. Tuttavia, nessuna realtà terrena può rappresentare la nostra dimora definitiva.
Il cristiano è dunque un cittadino del cielo che, per il momento, sta compiendo il proprio pellegrinaggio sulla terra.
Questa consapevolezza dovrebbe cambiare il nostro modo di vivere: non dovremmo attaccarci eccessivamente alle cose che passano, né lasciarci sopraffare dalle preoccupazioni quotidiane, dalle delusioni e dalle inevitabili perdite.
Non siamo semplicemente persone che invecchiano e si avvicinano alla morte: siamo persone che, giorno dopo giorno, si avvicinano alla pienezza della vita.
2. «E di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo»
Qui troviamo un particolare molto bello: noi aspettiamo Gesù.
La fede cristiana non consiste soltanto nel credere in un insieme di verità religiose o nell’osservare determinati precetti. È soprattutto un rapporto personale con Qualcuno.
Aspettiamo una Persona: Gesù Cristo.
Egli non è soltanto colui che ci ha salvati attraverso la sua Passione e la sua morte in Croce. È anche colui che verrà a compiere definitivamente la nostra salvezza.
Questo significa che la morte, nella prospettiva cristiana, non dovrebbe essere considerata soltanto come una separazione dagli affetti, una perdita o un annientamento.
Per chi muore in Cristo, essa rappresenta il passaggio verso l’incontro con il Signore.
Naturalmente non conosciamo nei particolari le modalità di questo incontro e dobbiamo lasciare a Dio il mistero della vita eterna. Ma possiamo confidare nella promessa di Gesù:
«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: Vado a prepararvi un posto?» (Giovanni 14,2).
Che meravigliosa prospettiva: non siamo noi a dover conquistare faticosamente una dimora sconosciuta; è Cristo stesso che ci ha promesso un posto presso il Padre.
3. «Trasfigurerà il nostro misero corpo»
Questo è forse il passaggio più sorprendente.
San Paolo non afferma che il nostro corpo verrà semplicemente abbandonato o dimenticato. Dice che verrà trasfigurato.
Il corpo che oggi conosce la stanchezza, il dolore, le malattie, l’invecchiamento e la progressiva perdita delle proprie capacità sarà trasformato da Dio.
Pensiamo a quanto il nostro corpo sia fragile!
Un tempo potevamo correre, lavorare per molte ore, affrontare fatiche che oggi ci sembrerebbero insostenibili. Con il passare degli anni compaiono limitazioni, acciacchi e difficoltà che ci ricordano continuamente la nostra condizione creaturale.
Eppure, secondo la fede cristiana, questa non è la condizione definitiva dell’essere umano.
La risurrezione non consiste nel recuperare semplicemente il corpo che avevamo a vent’anni. È qualcosa di infinitamente più grande: Dio ci donerà una condizione corporea completamente rinnovata, libera dalla corruzione e dalla morte.
È la risurrezione della carne che professiamo nel Credo.
Anche il nostro corpo, dunque, è destinato alla gloria!
4. «Per conformarlo al suo corpo glorioso»
Qui troviamo il vertice del pensiero paolino.
Il modello della nostra futura condizione non è una bellezza umana ideale, né una perfezione immaginata secondo i nostri desideri.
È il corpo glorioso di Gesù risorto.
Pensiamo agli apostoli che incontrarono Gesù dopo la risurrezione. Era veramente Lui, lo stesso Gesù che avevano conosciuto e amato, ma la sua condizione era ormai diversa: il suo corpo non era più soggetto ai limiti della vita terrena.
San Paolo ci dice che anche noi saremo conformati a questa realtà.
Non sappiamo esattamente come saremo, ma sappiamo a chi saremo conformati: a Cristo.
Questo significa che la salvezza non è soltanto una liberazione dalle sofferenze. È una trasformazione che coinvolge tutta la nostra persona.
Potremmo dire che Dio non vuole semplicemente recuperarci dalla morte: vuole renderci partecipi della vita gloriosa del Figlio.
5. «In virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose»
San Paolo conclude con un’affermazione di straordinaria potenza.
La nostra speranza non poggia sulle nostre capacità, sulla nostra forza di volontà o sui meriti che pensiamo di aver accumulato.
Poggia sulla potenza di Cristo.
Colui che ha vinto la morte, che è risorto e che ha ricevuto ogni potere in cielo e sulla terra, è capace di portare a compimento ciò che ha promesso.
Questo dovrebbe liberarci da una certa inquietudine spirituale: quella di pensare che tutto dipenda esclusivamente dalla nostra capacità di essere perfetti.
Certamente siamo chiamati a collaborare con la grazia, a convertirci, ad amare, a chiedere perdono e a perseverare. Ma la salvezza rimane sempre un dono di Dio.
La nostra fiducia ultima non è nella nostra perfezione, ma nella fedeltà di Cristo.
Una riflessione particolare per chi è avanti negli anni
Vorrei aggiungere una considerazione che nasce proprio da queste parole di San Paolo.
Quando si è giovani, spesso si guarda al futuro pensando a ciò che si potrà realizzare. Quando si è anziani, invece, si comincia inevitabilmente a guardare al futuro anche in un’altra prospettiva: quella dell’incontro con Dio.
Ma questo cambiamento non dovrebbe essere vissuto con tristezza.
Anzi, potrebbe diventare una delle stagioni spiritualmente più feconde della nostra esistenza.
Due coniugi anziani che vivono insieme, magari con figli e nipoti lontani, possono guardare alla propria giornata con una prospettiva nuova.
Ogni gesto di attenzione reciproca, ogni preghiera, ogni piccolo sacrificio, ogni sofferenza accettata con fiducia può diventare un modo per prepararsi all’incontro con il Signore.
E c’è un pensiero ancora più consolante: non stiamo andando verso il nulla, ma verso Qualcuno che ci conosce infinitamente meglio di quanto noi stessi ci conosciamo e ci ama infinitamente più di quanto riusciamo a comprendere.
La vecchiaia cristiana non è semplicemente l’attesa della fine: può essere l’attesa dell’incontro.
Mi piace concludere con una parafrasi spirituale di questo brano:
La mia vera patria è nei cieli. Qui sono soltanto un pellegrino, chiamato ad amare, a perdonare, a servire e a confidare nella misericordia di Dio. Il mio corpo è fragile e destinato a invecchiare, ma non sarà questa fragilità ad avere l’ultima parola. Gesù Cristo, che ha vinto la morte, verrà a compiere in me la sua opera. Un giorno sarò trasformato a immagine del suo corpo glorioso. Non conosco il momento né le modalità di questo incontro, ma conosco Colui che mi attende. E questo mi basta per vivere con fiducia.
La nostra ultima destinazione non è la tomba: è la gloria di Cristo risorto.