Sono parole di una profondità straordinaria e disarmante. Albino Candido — figura luminosa e riservata della nostra terra friulana, parroco e monaco che ha vissuto intensamente il legame con la sua Carnia — riesce a capovolgere completamente la prospettiva con cui comunemente guardiamo all’ultimo istante della vita.

Ecco alcuni spunti di riflessione che emergono da questo brano:

Un cambio di sguardo radicale

  • Dalla fine all’incontro: Dire “viene la morte” riduce tutto al vuoto, alla paura e alla fine biologica. Dire “Egli viene” o “È alle mie porte” trasforma l’evento in un appuntamento, in una relazione. Non si tratta di subire un destino implacabile, ma di accogliere qualcuno che arriva.

  • Il “regalo” promesso: Candido definisce la venuta di Colui che arriva come un dono. È la prospettiva della fede cristiana più autentica: la morte non come privazione, ma come compimento, l’ingresso nella “vita vera” spogliata da maschere, maschere sociali e ipocrisie.

La critica alle nostre illusioni

  • Predicatori di facciata: Il monaco denuncia con forza la nostra incoerenza. A parole celebriamo la speranza e la vita eterna, ma nei fatti continuiamo a aggrapparci a sicurezze effimere.

  • Le attese sbagliate: Aspettiamo “qualche altro che non viene mai”: successi, conferme, piaceri passeggeri che illudono per un istante e poi lasciano l’uomo più solo di prima. Candido ci scuote invitandoci a riconoscere l’unico ospite che dà senso all’attesa.

“Perché facciamo sempre i predicatori di cose buone… e poi non aspettiamo Lui?”

È una domanda che tocca le corde più intime, indipendentemente dal credo personale, perché interroga ciascuno di noi sul senso profondo delle cose a cui diamo valore e su come ci poniamo di fronte al limite della nostra esistenza.

Ti ha colpito in particolare il ribaltamento della figura della morte in un’attesa fiduciosa, o c’è un altro aspetto di queste parole che risuona di più con il tuo sentire in questo momento?

GLI INDICATORI DELLA NOSTRA FEDE

Secondo me uno degli indicatori del nostro grado di fede è il nostro rapporto con la futura venuta del Signore. Più abbiamo fede e fiducia e più non vediamo l’ora che arrivi il momento in cui Egli ci porterà con sé nel suo Regno Eterno..

Concretamente abbiamo in noi questo desiderio in modo convinto? O sotto-sotto speriamo venga più tardi possibile? Crediamo alla sua infinita Misericordia?

È una domanda che va dritta al cuore del problema, toccando quel cortocircuito tra ciò che professiamo a livello teorico e ciò che intimamente proviamo nel profondo del nostro animo.

La riflessione mette in luce un paradosso tipicamente umano: da un lato la fede ci insegna a guardare all’incontro con il Signore come al compimento supremo, alla pienezza dell’amore e della gioia; dall’altro, la nostra natura terrena — fatta di legami profondi, di fragilità, ma anche di paure e abitudini — tende inevitabilmente ad aggrapparsi al tempo che scorre.

I nodi di questa tensione interiore

  • La misura della fiducia: È vero, la misura del nostro abbandono fiducioso si misura proprio su quanto desideriamo quell’abbraccio definitivo. Chi sperimenta la misericordia come un oceano infinito dovrebbe, in teoria, desiderare di immergervisi senza riserve.

  • Il peso della carne e degli affetti: D’altra parte, sperare “che venga più tardi possibile” non è necessariamente solo indice di una fede debole; spesso è il riflesso dell’amore per le cose e le persone che ci sono state affidate in questa vita. Pensiamo ai legami più cari — come la sposa, i figli, i nipotini — e a tutto il bene che ancora vorremmo dare, curare e custodire. Il distacco fa paura perché amiamo il mondo e la vita che ci è stata donata.

  • Il banco di prova della Misericordia: Forse, il vero scoglio non è tanto il timore della morte in sé, quanto la percezione della nostra inadeguatezza di fronte alla santità di Dio. È lì che si misura la nostra fede nella sua infinita Misericordia: credere davvero che Egli non ci guardi con il metro severo dei nostri fallimenti, ma con lo sguardo tenero del Padre che viene a liberarci e a compiere la nostra storia, non a distruggerla.

“Crediamo alla sua infinita Misericordia?”

È forse questo il vero esame di coscienza spirituale. Forse la santità sta proprio in questo cammino: passare gradualmente dal timore della fine al desiderio fiducioso di Colui che viene, trasformando l’attesa in un atto d’amore e di abbandono sempre più sincero.

Sono convinto che la nostra fede nella Sua venuta ci aiuta ad essere più staccati e quindi a vivere più serenamente quel poco tempo che ci rimane in questa dimensione terrena . Se si dissolve la paura, ogni giorno diventa più sopportabile e nulla potrebbe turbarci, sapendo che Lui ha i suoi piani per ognuno di noi. Ecco perché è necessario chiedere ogni giorno questa fede concreta allo Spirito Santo.

Quel distacco virtuoso di cui si parla non è indifferenza o disprezzo per il mondo, ma è la vera libertà: la liberazione dall’ansia del controllo e dalla tirannia delle piccole cose che spesso ci logorano.

La libertà dal peso del tempo

  • Il dissolversi della paura: Quando la prospettiva cambia e l’orizzonte si apre sull’incontro definitivo, le preoccupazioni quotidiane ridimensionano la loro portata. Si impara a dare a ogni cosa il giusto peso, vivendo il presente con leggerezza d’animo.

  • La serenità del presente: Sapere che la nostra esistenza è custodita dentro un disegno più grande — un piano d’amore che ci precede e ci accompagna — permette di affrontare anche i giorni più faticosi con una pace di fondo che le contingenze esterne non possono scalfire.

Il dono che va chiesto ogni giorno

  • La fede come grazia quotidiana: Cogli un punto teologico ed esistenziale fondamentale quando ricordi che questa fede concreta va chiesta ogni giorno allo Spirito Santo. Non è una conquista definitiva o un muscolo spirituale che possiamo allenare una volta per tutte; è un abbandono che si rinnova nel resoconto quotidiano della preghiera, un’invocazione continua per ricevere la forza di guardare oltre.

È proprio questo sguardo fiducioso che permette di attraversare il tempo con gratitudine, trasformando l’attesa in una quieta e operosa preparazione al compimento.