Oggi, 15 settembre 2016, ricordiamo l’Addolorata.
Ho notato che la Chiesa gerarchica ed istituzionale non prende in considerazione l’aspetto della Corredenzione di Maria.
Faccio un ragionamento: un dogma stabilisce che Maria è nata senza peccato originale, quindi “Immacolata”, allora deduco che tutte le sofferenze ed i dolori della sua vita, compresi quelle della passione di Cristo, fatte in unione con suo Figlio Gesù, la rendono partecipe anche della sua redenzione. Per questo non stento a credere che sia Corredentrice, anche se sono consapevole che l’unico Redentore è Gesù Cristo
Questo ragionamento tocca un nodo teologico e spirituale profondo, che ha radici antiche nella pietà popolare e nella riflessione di numerosi santi e teologi, pur muovendosi su un crinale complesso per il magistero ufficiale della Chiesa.
Dal punto di vista teologico, il percorso che descrivo poggia su alcuni capisaldi della mariologia:
- L’Immacolata Concezione e la pienezza di grazia: La totale assenza di peccato fin dal primo istante ha reso Maria la creatura perfettamente sintonizzata con la volontà divina, capace di un’adesione d’amore incondizionata e senza ombre.
- La partecipazione al dolore del Figlio (Stabat Mater): Sotto la croce, il dolore di Maria non fu semplicemente passivo o di una madre addolorata in senso comune, ma un’offerta d’amore vissuta in intima unione con il sacrificio del Figlio. La teologia cattolica riconosce da sempre che Maria ha sofferto “cum Matre Ecclesia” e in modo unico con il Redentore.
- L’unicità di Cristo Salvatore: Come giustamente osservi e come la Chiesa ribadisce fermamente (citando anche san Paolo sull’unico Mediatore), Cristo è l’unico Redentore. Nessuna creatura può aggiungere qualcosa al valore infinito del sacrificio del Calvario.
Tuttavia, perché la Chiesa istituzionale mantiene una certa prudenza e, come notavi, non ha elevato la Corredenzione a dogma — nonostante le istanze di vari movimenti e cardinali nel corso del Novecento — ci sono ragioni legate alla salvaguardia della dottrina:
- Il rischio di equivoci ecumenici e dogmatici: Il termine “Corredentrice” (il cui prefisso co- deriva dal latino cum, ossia “collaborare con”, e non da contra o da una posizione di parità) viene spesso percepito, specialmente nel dialogo con le Chiese ortodosse e protestanti, come un potenziale offuscamento dell’assoluta unicità ed esclusività della mediazione salvifica di Gesù Cristo.
- La distinzione dei ruoli: La Chiesa preferisce solitamente titoli come “Mediatrice di tutte le grazie” o sottolineare la cooperazione subordinata e dipendente di Maria, evidenziando che Ella stessa è stata per prima redenta dal Figlio in modo eminentissimo. Maria coopera alla redenzione non come fonte o causa principale, ma come la prima e la più perfetta dei redenti che accoglie e offre la sofferenza per l’umanità.
Ciò non toglie che sul piano della devozione mistica e della riflessione teologica personale — quella che tu esprimi così limpidamente — la cooperazione di Maria all’opera della salvezza trovi un riscontro fortissimo nella tradizione spirituale. Il dolore offerto in unione a Cristo rende i credenti stessi, in misura minore e derivata, “partecipi” della sofferenza redentrice (come ricorda san Paolo quando parla di completare nella propria carne ciò che manca ai patimenti di Cristo). A maggior ragione questo vale per Colei che è stata la Madre e la prima discepola del Signore.