1. La Genesi e i “miti scopiazzati”
Il contesto culturale: È vero che la letteratura biblica condivide motivi, generi letterari e somiglianze con i miti mesopotamici e cananei (ad esempio il Diluvio universale o la creazione). Tuttavia, ridurla a una “copia malamente fatta” ignora la profonda rivoluzione teologica ed etica operata dall’antico Israele: mentre nei miti politeisti le divinità agiscono per capriccio o violenza, nella Genesi il cosmo è frutto di un ordine logico, buono e voluto da un unico Dio creatore.
La luce prima del sole: L’autore della risposta ironizza sul fatto che la luce (il giorno e la notte) sia creata prima del sole. Dal punto di vista letterario ed esegetico, i primi capitoli della Genesi non sono un manuale di astrofisica moderna, ma un testo teologico e sapienziale. La luce nei primi versetti simboleggia l’ordine che vince sul caos primordiale (tohu wa-bohu), un linguaggio tipico della cosmologia antica che prescindeva del tutto dalla formula scientifica.
2. Lilith e Asherah: tra leggenda e manipolazione
La figura di Lilith: L’idea che Lilith fosse “la prima donna prima di Eva” non proviene dalla Bibbia canonica, ma appartiene al folklore e alla letteratura rabbinica tardiva (resa celebre soprattutto dal Alfabeto di Ben Sira nel Medioevo). Non c’è alcuna parte di testo biblico “magicamente scomparsa” che riguardasse Lilith; semplicemente, la figura non fa parte del canone biblico ebraico-cristiano.
Asherah: Nel tentativo di correggersi alla fine, l’autore fa confusione. Nella mitologia ugaritica e cananea antica, El era il dio padre supremo e Asherah la sua consorte (la dea madre). Jahvè (il dio di Israele) si è storicamente sovrapposto o relazionato a questa figura nel periodo pre-esilico, e l’archeologia ha trovato iscrizioni (come a Kuntillet Ajrud) che menzionano “Jahvè e la sua Asherah”, indicando simboli o oggetti di culto associati. Tuttavia, definire Jahvè “figlio di El e Asherah” è una semplificazione grossolana che mescola il pantheon politeista ugaritico con l’evoluzione enoteista e poi rigorosamente monoteista dell’antico Israele. L’accusa di un “intento di cancellare la femminilità” applicata a una società patriarcale antica è un anacronismo ideologico.
3. La datazione e la selezione dei Vangeli
La datazione al “secondo secolo”: Affermare che i Vangeli canonici siano stati scritti oltre cento anni dopo la morte di Cristo è storicamente falso. La stragrande maggioranza degli storici e dei biblisti (sia laici che confessionali) data i Vangeli tra il 70 d.C. e il 95-100 d.C. al massimo (quindi tra i 40 e i 60 anni dopo la morte di Gesù), con le lettere di Paolo risalenti addirittura agli anni ’50 d.C.
Il mito delle cordicelle e dell’altare: La leggenda secondo cui i vangeli canonici furono scelti mettendo i manoscritti su un altare e vedendo cadere gli apocrifi “tramite delle cordicelle” è una storiografia da bar o una leggenda polemica tardiva priva di qualsiasi fondamento storico. La formazione del canone del Nuovo Testamento è stata un processo storico complesso, durato secoli, basato su criteri rigorosi: l’origine apostolica (scritti dagli apostoli o da testimoni vicini a essi), la coerenza con la regola della fede e l’effettivo utilizzo liturgico da parte delle comunità cristiane delle origini.
Una prospettiva equilibrata
Ridurre la Bibbia a una mera “raccolta di orrori per il controllo della popolazione” ignora il fatto che la biblioteca biblica racchiude generi letterari diversissimi (poesia, profezia, legislazione, narrazione storica, lettere, apocalittica) ed è stata il fondamento etico, culturale e letterario dell’Occidente.
Critiche serie e fondate ai testi sacri (come le difficoltà storico-critiche, le diversità teologiche tra i vari libri o le pagine più aspre dell’Antico Testamento) meritano rispetto e approfondimento accademico; tuttavia, certe insinuazioni tradiscono spesso un pregiudizio ideologico superficiale, zeppo di inesattezze storiche e di luoghi comuni facilmente smentibili.