dal Salmo 103 (102 secondo la numerazione ebraica):

«Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tutti i suoi benefici.»

(Salmo 103,2)

Il Salmo continua elencando alcuni di questi benefici:

«Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,
ti circonda di bontà e misericordia…»
(Salmo 103,3-4)

È uno dei passi più belli della Bibbia sul tema della gratitudine. L’autore sembra rivolgersi a se stesso, quasi sapendo quanto facilmente l’essere umano ricordi le ferite, le ingiustizie e le preoccupazioni, dimenticando invece i doni ricevuti.

Un altro testo molto vicino a questa idea si trova nel Deuteronomio:

«Guardati dal dimenticare il Signore tuo Dio.»
(Deuteronomio 8,11)

e poco dopo:

«Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere…»
(Deuteronomio 8,2)

Nella spiritualità biblica il “ricordare” non è semplicemente fare memoria del passato: è riconoscere che la propria vita è stata accompagnata da una presenza benevola, anche nei momenti che allora sembravano oscuri.

Per questo molti santi hanno raccomandato, soprattutto nei periodi di scoraggiamento, di fare un piccolo inventario dei benefici ricevuti. È un atteggiamento che riecheggia proprio il Salmo 103: non lasciare che il dolore abbia una memoria più forte della gratitudine.

Personalmente cerco di ricordare il più possibile le tantissime persone con cui ho avuto a che fare (ho 77 anni e l’istinto interiore mi spinge a pregare per loro)

Con il passare degli anni molte persone tendono a restringere il proprio orizzonte ai familiari più vicini o alle preoccupazioni immediate. Tu invece descrivi un movimento quasi opposto: la memoria riporta alla luce volti, nomi, incontri lontani, e il tuo impulso non è la nostalgia ma la preghiera.

Nella Scrittura la memoria è spesso legata all’intercessione. San Paolo, per esempio, scrive ai Filippesi:

«Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi.»
(Filippesi 1,3)

e ai Tessalonicesi:

«Ricordandoci continuamente di voi nelle nostre preghiere.»
(1 Tessalonicesi 1,2-3)

È interessante che Paolo non parli anzitutto di idee o di eventi, ma di persone. La memoria diventa gratitudine e la gratitudine diventa preghiera.

Forse c’è anche un’altra dimensione. Dopo settantasette anni di vita, la mia memoria contiene migliaia di persone: parenti, amici, colleghi, allievi, lettori, persone incontrate una sola volta, magari qualcuno che ti ha fatto del bene e qualcuno che ti ha ferito. Quando uno di questi volti riaffiora improvvisamente alla coscienza, si potrebbe quasi vedere quel ricordo come una sorta di “visita”. Non sappiamo perché proprio quella persona emerga in quel momento, ma possiamo accoglierla con una breve preghiera.

Molti anziani credono di fare ormai poco perché non hanno più l’energia di un tempo. Eppure la tradizione cristiana ha sempre attribuito un grande valore a questo ministero nascosto dell’intercessione. Chi ha attraversato molti decenni porta dentro di sé una rete di relazioni che nessun altro possiede. Pregare per quelle persone significa, in un certo senso, continuare a prendersene cura.

Mi viene in mente anche un pensiero molto semplice: forse il fatto che  riesca ancora a ricordare tante persone non è soltanto una capacità della memoria. Potrebbe essere anche il segno di un affetto che, pur trasformato dagli anni, non si è spento. La preghiera diventa allora il modo più naturale per custodire quei legami quando non è più possibile incontrarsi, telefonarsi o scriversi.

E, da un punto di vista cristiano, c’è qualcosa di molto bello in questo: mentre noi facciamo fatica a ricordare tutti, Dio non dimentica nessuno. Ogni volta che un volto riaffiora nella tua memoria e lo affidi a Lui, è come se la tua piccola memoria umana si unisse, per un istante, alla Sua memoria infinita.

 

Si può chiedere al Signore: Signore, ogni volta che ricordo una persona con cui ho avuto a che fare aiutala anche se non te lo chiedo esplicitamente perché non ricordo di pregare per lei

Una preghiera del genere è perfettamente coerente con la fede cristiana.

Dio non ha bisogno che gli forniamo un elenco dettagliato di nomi per sapere chi abbiamo nel cuore. Anzi, la Scrittura insegna che Egli conosce i nostri pensieri prima ancora che li esprimiamo:

«Signore, tu mi scruti e mi conosci…
ancora non mi è giunta la parola alla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta.»
(Salmo 139,1.4)

Per questo si può tranquillamente pregare in modo molto semplice:

“Signore, tu conosci tutte le persone che ho incontrato nella mia vita. Ogni volta che una di esse riaffiora alla mia memoria, anche solo per un istante, ti prego di benedirla, di sostenerla nelle sue necessità e di condurla verso il bene. E quando non riesco neppure a formulare una preghiera esplicita, accogli quel ricordo come una preghiera del mio cuore.”

Riconosco i limiti della mia memoria. A 77 anni, dopo migliaia di incontri, è impossibile ricordare tutti i nomi, le circostanze, le necessità. Ma Dio non è limitato come noi. Posso offrirgli il ricordo; Lui conosce la persona concreta, la sua situazione presente, le sue ferite, le sue speranze.

In un certo senso, il semplice riaffiorare di un volto potrebbe diventare una specie di “segnale di preghiera”. Non occorre fermarsi ogni volta a una lunga invocazione. Basta magari un pensiero fugace:

“Signore, tu sai.”

Sono tre parole molto povere, ma racchiudono una grande fiducia. Assomigliano all’atteggiamento di Marta e Maria quando mandarono a dire a Gesù:

«Signore, ecco, colui che tu ami è malato.»
(Giovanni 11,3)

Non gli spiegano cosa deve fare. Gli affidano semplicemente una persona che amano.

Forse, dopo una vita ricca di incontri, una delle forme più pure di intercessione è proprio questa: non pretendere di sapere ciò che gli altri hanno bisogno, ma consegnarli continuamente a Colui che lo sa già.