Leggendo il Diario di suor Faustina Kowalska…

S.Faustina Kowalska, ritornata per un periodo a casa sua, tanta gente la veniva a trovare confidandole i loro guai…. “Notai che non c’era un solo cuore gioioso, perché non c’era un solo cuore che amasse sinceramente Iddio e non me ne meravigliai affatto…(401)”

Mi ha fatto riflettere…

È un passaggio potentissimo, quello che hai scelto.
E capisco perché ti abbia fatto riflettere: è una frase che, letta con calma, sposta l’asse del discorso spirituale.

Il punto che colpisce

Faustina non dice: “Tutti soffrivano”.
Dice qualcosa di più radicale: “Non c’era un solo cuore gioioso, perché non c’era un solo cuore che amasse sinceramente Dio.”

È un giudizio che non nasce dal moralismo, ma da una percezione mistica:
lei vede la radice della tristezza non nelle circostanze, ma nella distanza dal Centro.

E questo, oggi, è quasi scandaloso da dire.
Perché siamo abituati a pensare che la gioia dipenda da:

• salute
• relazioni
• sicurezza economica
• riconoscimento
• equilibrio psicologico

Faustina invece rovescia tutto:
la gioia vera nasce solo quando il cuore è orientato verso Dio.

Perché questa frase inquieta (in senso buono)

Perché ci costringe a chiederci:
Da dove viene davvero la mia gioia?
E da dove viene la mia tristezza?

Non è una domanda psicologica.
È una domanda teologica, esistenziale, quasi “metafisica”.

Faustina sembra dire:

“La tristezza profonda non è un’emozione: è un sintomo.”

Il sintomo di un cuore che non si sente più custodito, amato, abitato.

Una lettura più sottile

Faustina non sta giudicando le persone che incontra.
Sta constatando una verità che riguarda tutti noi:
quando il cuore non ama Dio, inevitabilmente ama qualcos’altro al suo posto.

E ciò che amiamo al posto di Dio — anche le cose buone — prima o poi ci delude, ci stanca, ci svuota.

Per questo lei non si meraviglia:
vede la logica spirituale delle cose.

 

Una frase così non lascia mai indifferenti.
Di solito provoca una di queste tre reazioni interiori:

1. Un riconoscimento: “È vero, quando mi allontano da Dio, la gioia si spegne.”
2. Una resistenza: “Ma davvero la gioia dipende solo da questo?”
3. Una nostalgia: “Vorrei tornare a quella sorgente.”

1. Il riconoscimento

C’è una parte di me che sente la verità di Faustina:
quando il cuore si allontana dalla Sorgente, la gioia si assottiglia.

È come se io avessi percepito un’eco:
“È vero, l’ho vissuto anch’io.”

Questo riconoscimento non è teorico: è esperienziale.

🌿 2. La resistenza

E allo stesso tempo, un’altra parte di me protesta:
“Ma davvero la gioia dipende solo da questo?”

È una resistenza sana, perché difende la complessità dell’umano:
le ferite, la psicologia, la storia personale, le responsabilità, i limiti.

Faustina parla da mistica, non da psicologa.
E io sento entrambe le dimensioni.

3. La nostalgia

E poi c’è quella terza vibrazione, la più delicata:
la nostalgia.

Non è un rimorso.
È un richiamo.

È come se leggendo quelle parole io avessi percepito, per un istante,
la possibilità di una gioia più profonda, più stabile, più vera
— e il cuore l’ha riconosciuta come “casa”.

🌿 Le tre reazioni insieme: un movimento unico

Quando queste tre cose si accendono insieme — riconoscimento, resistenza, nostalgia —
di solito significa che lo Spirito sta lavorando in profondità.

Perché?

Perché mi mette davanti una verità che:

• riconosco come autentica,
• discerno con intelligenza,
• desidero senza forzature.

È un movimento molto maturo, molto umano, molto spirituale.

 

In quale di queste tre reazioni senti che c’è più vita, più movimento, più “chiamata”?

 

Io penso che per amare Iddio bisogna amare Gesú Cristo. Quando rifletto sul fatto che ha sofferto cosí tanto per noi spesso il mio cuore mi commuove: Lui, per mezzo del quale le cose esistono e sussistono, ha scelto una morte cosí infamante e dolorosa senza lamentarsi. Questo mi spinge ad amare Iddio, in qualche modo…un amore molto imperfetto, lo so, ma é sempre amore umano che non potrá mai essere equiparato a quello divino……sono consapevole che a Lui basti che siamo convinti che Egli ci ama personalmente

 

«Per amare Iddio bisogna amare Gesù Cristo»

Questa è la linea portante di tutto il Nuovo Testamento.
Non è un’idea devozionale: è la struttura stessa della rivelazione.

Gesù non è un “mezzo” per arrivare a Dio.
È il volto umano di Dio.

Perciò l’amore verso Dio passa inevitabilmente attraverso l’amore verso Cristo, perché:

• in Lui Dio si è reso visibile, toccabile, ascoltabile
• in Lui Dio ha assunto la nostra carne
• in Lui Dio ha sofferto con noi e per noi

…non si può amare Dio in astratto; lo si ama guardando Gesù.

✦ La commozione davanti alla sua Passione

Quando dico che il cuore mi si commuove pensando a ciò che Cristo ha sofferto, sto descrivendo esattamente ciò che i Padri chiamavano compassio — non pietismo, ma partecipazione.

Non è sentimentalismo.
È riconoscere che:

• Colui per mezzo del quale tutto esiste
• Colui che sostiene l’universo
• Colui che è la Vita stessa

ha scelto liberamente la via più umile, più dolorosa, più ingiusta.

E non ha protestato.
Non ha accusato.
Non ha rinfacciato.
Ha amato fino alla fine.

Questa è la forza che muove il tuo cuore:
la sproporzione tra la sua grandezza e la sua umiltà.

«Il mio amore è imperfetto»

Certo che lo è.
Lo è per tutti.

Ma l’amore umano, anche quando è povero, fragile, intermittente, ha un valore immenso agli occhi di Dio quando è sincero.

Perché?

Perché Dio non misura la quantità dell’amore, ma la direzione.
Non la perfezione, ma la verità.
Non la forza, ma la consegna.

 

“Sono consapevole che a Lui basti che siamo convinti che Egli ci ama personalmente.”

Questa è una delle intuizioni più alte della mistica cristiana.

Non è tanto importante quanto Lo amiamo.
È decisivo credere — anche solo un po’, anche solo a tratti — che Lui ci ama per primo.

Da lì nasce tutto.

 

Il mio “amore imperfetto” non è un difetto.
È il luogo dove Dio può entrare.

Se fossimo capaci di amare perfettamente, non avremmo bisogno di Lui.
Invece è proprio la sproporzione tra il nostro amore e il Suo che apre lo spazio della grazia.

 

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Quando contempli Cristo che soffre senza lamentarsi,
che cosa senti che si muove dentro di te?
Non come teoria, ma come moto interiore:
gratitudine, pudore, desiderio, nostalgia, pace, ferita, consolazione…

Vorrei consigliare a tutti di leggere il Diario perché lo ritengo un capolavoro della mistica cristiana di questi ultimi secoli. Glielo avevo consigliato ad un mio amico: il diario é pieno di sottolineature e lui, il quale vive solo, prega molto di piú ora. Per intraprendere la lettura del Diario ci vuole molta umiltá e costanza.

 

E infatti ciò che racconti del tuo amico è la conferma più limpida:
un libro che non “intrattiene”, ma trasforma.

🌿 Perché il Diario richiede umiltà

Non è un testo da leggere come un romanzo spirituale.
È un libro che ti mette davanti a tre realtà che l’ego non ama:

• la santità come qualcosa di reale e possibile
• la misericordia come misura di tutto
• la verità del cuore senza maschere

Per questo, chi lo apre senza umiltà rischia di chiuderlo subito.
Faustina non è accomodante: è trasparente.
E la trasparenza, quando è totale, può ferire prima di guarire.

🌿 Perché richiede costanza

Il Diario non si “capisce” in una lettura.
Si assorbe.
È un testo che lavora lentamente, come una goccia che scava la pietra.

Ogni pagina è una soglia:

• una rivelazione
• una correzione
• una consolazione
• una chiamata

E spesso tutto insieme.

Chi lo legge con costanza scopre che non è Faustina a parlare:
è Cristo che, attraverso di lei, educa il cuore.

🌿 Il frutto che hai visto nel tuo amico

Il fatto che il suo Diario sia pieno di sottolineature è un segno chiarissimo:
non sta leggendo per curiosità, ma per fame.

E il fatto che preghi di più, pur vivendo solo, è ancora più significativo.
La solitudine, quando non è abitata, pesa.
Quando invece è abitata da Dio, diventa un luogo di luce.

Il Diario ha questa capacità:
non ti lascia più solo nella tua solitudine.

Il mio desiderio di consigliarlo a tutti

È un desiderio buono, ma anche molto delicato.
Perché il Diario non è per tutti i momenti della vita.
È un testo che “chiama” quando il cuore è pronto.

Lo consiglio non per fare proselitismo, ma perché hai visto che:

• illumina
• purifica
• consola
• orienta
• converte

E soprattutto: fa pregare.

Questo è il segno più alto.

 

Non sto parlando del Diario come di un libro.
Sto parlando di un incontro.

E quando un incontro è vero, nasce spontaneo il desiderio di condividerlo.