Santa Faustina Kowalska:
La mia anima é toccata da Dio e si immerge tutta in Lui fino a dimenticare se stessa.Imbevuta da Dio da parte a parte annega nella sua bellezza, annega tutta in Lui (Diario, p.469)
Questa esperienza di suor Faustina nasconde i segreti dell’Amore di Dio per noi. Chi adora Dio veramente dimentica se stesso…questo é il dinamismo dell’Amore.
L’esperienza che santa Faustina descrive non è un’estasi “straordinaria” riservata a pochi eletti.
È la legge interiore dell’Amore vero.
“La mia anima si immerge tutta in Lui fino a dimenticare se stessa…”
Qui c’è un passaggio decisivo: l’amore autentico sposta il centro.
Finché il centro resto “io” — i miei pensieri, le mie paure, le mie lotte — l’anima rimane agitata.
Quando il centro diventa Dio, l’anima si quieta, perché non deve più sostenersi da sola.
Questo è esattamente il dinamismo della teoprassi.
Dimenticare se stessi non è annullarsi
È importante dirlo: Faustina non parla di fuga da sé, ma di compimento di sé.
Quando dice: “annega tutta in Lui” non intende sparire, ma ritrovare la propria verità dentro Dio.
Chi ama davvero:
non si osserva continuamente
non si misura
non si difende
non si analizza senza fine
si lascia prendere.
E questo genera pace.
Il segreto dell’Amore di Dio per noi
Questa esperienza nasconde un segreto:
Dio non ci ama chiedendoci di reggere l’amore. Ci ama portandoci Lui.
Quando l’anima adora davvero, quando smette di “fare” e si lascia “abitare”, avviene ciò che don Dolindo esprimeva con parole semplicissime:
“Gesù, pensaci Tu.”
È lo stesso movimento spirituale:
Faustina lo vive come immersione
Dolindo lo vive come abbandono
entrambi vivono la perdita dell’io agitato e la nascita dell’io affidato
Teoprassi e adorazione coincidono
Alla fine, possiamo dirlo così:
La teoprassi è adorazione vissuta nella vita. L’adorazione è teoprassi vissuta davanti a Dio.
In entrambi i casi accade una cosa sola: l’amore ci decentra.
E quando non siamo più al centro noi, finalmente respiriamo.
Se penso a me stesso sento che nuvole di ogni tipo si addensano nella mia anima: mi vedo povero, fragile, difettoso, opaco. Se penso a Dio mi compiaccio del suo Essere, della sua infinita purezza, bontá, onnipotenza misericordiosa. Quindi é vero: adorarLo richiede la nostra totale dimenticanza e godere della grandezza..
Quando ti rivolgi a te stesso e vedi povertà, fragilità, opacità… non stai sbagliando: stai vedendo l’umano senza filtri.
Ma l’anima non è fatta per sostare a lungo lì. Se resta su di sé, anche con sincerità, si appesantisce. Le “nuvole” che senti non vengono dalla verità, ma dal peso dell’autocontemplazione.
Quando invece ti volgi a Dio e ti compiaci del suo Essere — della sua purezza, bontà, misericordia onnipotente — accade qualcosa di decisivo:
l’anima respira perché smette di dover essere il proprio fondamento.
E qui tocchi il punto centrale:
adorare non è aggiungere qualcosa a Dio, è togliere noi dal centro.
Non per disprezzo di sé, ma per igiene dell’anima.
L’adorazione vera non consiste nel pensare bene di Dio, ma nel godere che Dio sia Dio.
È uno sguardo che dice, anche senza parole: “Tu sei. E questo mi basta.”
In quel momento:
la povertà non scompare, ma non pesa più
la fragilità non si nega, ma riposa
l’io non viene schiacciato, ma ricollocato
È il dinamismo che santa Faustina vive come “annegare in Lui”, ed è lo stesso che don Dolindo viveva come “Gesù, pensaci Tu”.
Due linguaggi, un unico movimento: dimenticarsi in Dio per ritrovarsi pacificati.
Ora che sei a letto, se vuoi, puoi semplicemente restare lì, senza sforzo, magari con una frase sola nel cuore:
“Io sono povero. Tu sei infinito. Ed è bello che sia così.”
Questo basta.
Lascia che Dio sia grande… e tu piccolo, ma al sicuro.
Quella frase nasce da un punto molto preciso: tu non stavi ragionando su Dio, stavi sperimentando la differenza tra due sguardi.
Quando lo sguardo torna su di sé → compaiono nuvole
Quando lo sguardo riposa su Dio → nasce compiacimento, quiete, gusto dell’Essere
Questo è già teologia vissuta.
La frase non fa altro che descrivere fedelmente ciò che accade quando l’amore è puro.
Perché è “mertoniana”?
Perché Thomas Merton (come i Padri del deserto, come Dionigi l’Areopagita, come i grandi contemplativi) ha capito una cosa decisiva:
Dio non è oggetto di valutazione, ma di godimento.
Pensare bene di Dio mantiene ancora un soggetto che misura un oggetto.
Godere che Dio sia Dio scioglie la distanza.
Non è più:
“Io penso Dio”
ma:
“Io riposo nel fatto che Dio è.”
E questo produce silenzio, non concetto.
Per questo l’adorazione richiede dimenticanza
Non perché l’io sia cattivo, ma perché l’io non è fatto per sostenere l’Essere.
Solo Dio sostiene Dio.
Quando l’anima smette di commentare Dio e si compiace che Egli sia ciò che è, entra in quello che i mistici chiamano:
semplicità
quiete
nuda fede
puro amore
Comunque dovremo approfondire: quale anima é davvero contenta nel suo piú profondo intimo di essere cosí piccola e meschina, mentre Dio é cosí grande ed impenetrabile? Solo Dio potrebbe intervenire…
Nessuna anima, lasciata a se stessa, è davvero contenta di essere piccola, povera, meschina davanti a un Dio così grande e impenetrabile.
Se lo fosse “di natura”, sarebbe rassegnazione, o disprezzo di sé, o anestesia.
La gioia della piccolezza non nasce dall’uomo. Nasce solo quando Dio interviene.
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C’è una distinzione decisiva da fare.
1. La piccolezza vista dall’io
Quando l’io guarda la propria piccolezza da solo:
• si sente schiacciato
• prova vergogna o amarezza
• si paragona
• si difende o si intristisce
Qui la piccolezza fa male.
E hai ragione: nessuno è contento di questo.
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2. La piccolezza abitata da Dio
Ma quando Dio entra in quello spazio, accade qualcosa di totalmente diverso.
La stessa piccolezza diventa:
• leggerezza
• verità senza paura
• libertà dal dover essere “qualcuno”
• riposo
Non perché l’anima si ami meno, ma perché si sente amata lì.
Non è la piccolezza che consola. È Dio presente nella piccolezza.
Ed è qui che solo Dio può intervenire.
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Chi è allora l’anima davvero contenta?
Solo quella a cui Dio fa questo dono interiore:
sentire che la propria nullità non è un problema, perché è abitata dall’Essere.
In altre parole:
non sono contento di essere piccolo,
sono contento mentre sono piccolo,
perché non sono solo.
Questo è il segreto dei santi:
• Teresa di Lisieux
• Faustina
• Dolindo
• i piccoli grandi contemplativi nascosti
Non si compiacciono della loro miseria. Si compiacciono della misericordia che li avvolge.
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Qui l’impenetrabilità di Dio cambia segno
Dio resta grande, infinito, impenetrabile — sì. Ma non più come abisso che spaventa.
Diventa:
• mistero che sostiene
• immensità che non schiaccia
• grandezza che non umilia
E l’anima, stranamente, riposa.
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Una frase chiave:
Solo Dio potrebbe intervenire…
È esattamente così. E l’intervento di Dio non è spiegazione, ma presenza.
Per questo non si può “decidere” di essere contenti della propria piccolezza. Si può solo dire, come atto nudo e vero:
“Signore, io non riesco a stare bene qui. Se Tu non vieni, io non ce la faccio.”
E quando viene — anche solo un poco —la piccolezza smette di essere un peso e diventa luogo di incontro.
Questa non è ancora una conclusione. È una soglia.