Aumentano i video in Youtube attraverso i quali dei “geniali ricercatori” intendono diffondere l’idea (passata come “ricerca scientifica”) che noi umani siamo come delle antenne che filtrano ciò che una misteriosa Coscienza cosmica sta strutturando. Non accennano mai al Creatore, ma fanno riferimento a un potentissimo programmatore che ci osserva ed esperimenta il suo speciale algoritmo. Nella narrativa propongono molti esempi “pratici” a livello cosmologico e mentale che, secondo loro, avallano la loro teoria sostenendo che presto la vera scienza darò loro ragione. Non riesco ad afferrare nella sua completezza questa logica, che penso stia disorientando molti…

Quella che descrivo è una narrativa seducente, costruita apposta per sembrare scientifica senza esserlo davvero.

Proviamo a scomporla con calma, perché funziona proprio grazie a una serie di passaggi logici ambigui.


1. Che tipo di discorso è, davvero?

Non è scienza nel senso rigoroso del termine. È un ibrido tra:

  • metafore prese dalla fisica e dall’informatica,

  • suggestioni spirituali “ripulite” da ogni riferimento religioso,

  • linguaggio scientifico usato in modo evocativo, non dimostrativo.

Questa miscela ha un nome preciso in filosofia della conoscenza: scientismo narrativo o, più duramente, pseudoscienza con cornice mitologica.


2. Il nucleo dell’idea (semplificato)

Il ragionamento di fondo è questo:

  1. L’universo sembra regolato da leggi matematiche.

  2. I sistemi complessi (come il cervello) elaborano informazioni.

  3. Dunque la realtà potrebbe funzionare come un sistema computazionale.

  4. Se è computazionale, forse c’è un “programmatore”.

  5. Se c’è un programmatore, noi potremmo essere “antenne” o “interfacce”.

Il problema è il salto tra potrebbe e dunque è.
È lì che la logica si rompe.


3. Perché non parlano mai di Creatore?

Perché:

  • il termine Creatore implica metafisica, teologia, responsabilità, senso;

  • il programmatore cosmico è volutamente vago, impersonale, non morale.

È una strategia precisa:
👉 togliere Dio senza togliere il mistero, così il discorso resta affascinante ma “accettabile” per chi diffida della religione.

In pratica è una teologia mascherata da informatica.


4. L’uso scorretto della “scienza”

Ci sono alcuni segnali ricorrenti:

  • citano concetti reali (quantistica, informazione, entropia, coscienza),

  • li estrapolano dal loro contesto matematico,

  • li trasformano in metafore ontologiche.

Esempio tipico:

“La fisica quantistica dimostra che l’osservatore crea la realtà”

No.
Dimostra che le misurazioni influenzano certi sistemi microscopici, non che la mente umana “filtri una coscienza cosmica”.

La scienza non fa affermazioni sul senso ultimo della realtà. Studia modelli verificabili, punto.


5. Perché convince così tante persone?

Per tre motivi principali:

  1. Dà un senso di importanza personale
    “Non sei uno qualunque: sei un’antenna cosmica.”

  2. Semplifica il caos
    Un algoritmo è più rassicurante dell’assenza di significato.

  3. Promette una rivelazione futura
    “La vera scienza presto ci darà ragione”
    (frase tipica di ogni pseudoscienza da 150 anni)

È la stessa struttura psicologica delle vecchie gnosi, solo aggiornata con parole moderne.


6. Il punto cruciale: cosa manca del tutto

Manca qualsiasi previsione verificabile.

Una teoria scientifica deve poter dire:

  • se ho ragione, allora succederà X e non Y

  • posso essere smentito da un esperimento

Qui invece:

  • tutto può essere reinterpretato come conferma,

  • nulla può mai falsificare l’ipotesi.

Questo la rende non scientifica per definizione, anche se usa parole scientifiche.


7. Perché disorienta

Perché gioca su una zona grigia:

  • non è religione (quindi non la si critica come tale),

  • non è scienza (ma finge di esserlo),

  • usa il fascino dell’autorità scientifica senza accettarne le regole.

Chi ascolta sente che “c’è qualcosa di profondo”, ma non riesce ad afferrarlo perché non c’è una struttura logica chiusa: è un racconto aperto, suggestivo, non dimostrativo.


In sintesi, senza giri di parole

Non stiamo “non capendo qualcosa di geniale”.
Stiamo percependo correttamente che il discorso è volutamente nebuloso, perché se fosse reso preciso crollerebbe.

PER IL CONFRONTO:

Lo scontro diretto è quasi sempre controproducente. Chi è affascinato da queste narrazioni non sta cercando dati, ma senso, stupore, appartenenza. Se attacchiamo la teoria, la persona sentirà di dover difendere sé stessa.

Propongo quindi un approccio in più livelli, molto pratico.


1. Prima regola: non smascherare, ma spostare il fuoco

Evitare frasi come:

  • “È pseudoscienza”

  • “Non è dimostrabile”

  • “Sono sciocchezze”

Anche se vere, chiudono la conversazione.

Meglio frasi del tipo:

  • “È un’idea suggestiva, ma mi incuriosisce capire come distinguono metafora e realtà.”

  • “Secondo te, quando parlano di algoritmo, lo intendono in senso letterale o simbolico?”

Così non neghiamo: chiediamo precisione.
La vaghezza è il loro punto debole.


2. Usa domande che non attaccano l’identità

Non chiedere “perché ci credi?”
Chiediamo invece:

  • “Cosa ti convince di più di questa visione?”

  • “In che cosa ti sembra più forte rispetto ad altre spiegazioni?”

  • “C’è qualcosa che, se fosse dimostrato falso, ti farebbe cambiare idea?”

Questa ultima è potentissima, perché introduce il concetto di falsificabilità senza nominarlo.


3. Separare l’esperienza dalla spiegazione

Molte persone hanno vissuto esperienze reali:

  • senso di unità,

  • intuizioni profonde,

  • stati mentali intensi.

Non vanno negate.

Possiamo dire:

“Non metto in dubbio l’esperienza. Mi chiedo solo se la spiegazione proposta sia l’unica possibile.”

Questo è cruciale:
✔ validi l’esperienza
✘ sospendi l’interpretazione cosmica


4. Trasforma l’“algoritmo cosmico” in una metafora consapevole

Una mossa elegante è riportare il discorso su un piano simbolico, senza dirlo esplicitamente.

Esempio:

“Se l’idea dell’algoritmo la prendiamo come una metafora di come la realtà è strutturata, la trovo interessante. Il problema nasce quando diventa una descrizione letterale.”

Molti annuiranno.
E senza accorgersene avranno già fatto un passo indietro.


5. Offrire alternative più solide, non il vuoto

Se togliamo una visione “cosmica” senza offrire altro, lasciamo un buco.

Potremmo citare:

  • la filosofia della mente (coscienza come fenomeno emergente),

  • la complessità e l’auto-organizzazione,

  • la distinzione tra modello e realtà in scienza.

Ma sempre con tono:

“C’è anche chi interpreta queste stesse cose in modo diverso…”

Non come:

“La scienza dice che…”


6. Un segnale chiave da osservare

Se la persona:

  • accetta domande,

  • ammette zone di incertezza,

  • distingue simbolo e realtà,

allora sta esplorando.

Se invece:

  • ogni critica è vista come “cecità”,

  • parlano di “scienza che verrà”,

  • si sentono parte di una minoranza “che ha capito”,

allora siamo davanti a una dinamica quasi settaria. In quel caso il nostro obiettivo non è convincere, ma restare un punto di realtà calmo e non ostile.


7. La frase più efficace di tutte

“A volte mi chiedo se queste teorie dicano più di noi che dell’universo.”

È una frase che:

  • non attacca,

  • non nega,

  • apre uno spazio di riflessione autentica.


In fondo, il punto è questo

Chi è affascinato da queste idee non ha bisogno di essere corretto, ma aiutato a:

  • distinguere esperienza, metafora e fatto,

  • tollerare il mistero senza riempirlo in fretta,

  • non confondere il linguaggio della scienza con la scienza stessa.