1. Solitudine, verità, non fuga

25 novembre 1973 (p.16)

«Vivo come in un mondo sconosciuto in cui una presenza è insostituibile: quella di Dio a quella di una creatura. Ora sembra chiarirsi il motivo del mio venire in Carnia. Sembra chiarirsi il discorso che ci sia un motivo, e se un motivo c’è, la mia non è una fuga».

Passo chiave per chiarire che il ritiro non è evasione, ma ricerca radicale di senso.


2. Povertà, possesso, essenzialità

(Molto efficace in contesti civili e culturali)

25 novembre 1973 (p.17)

«A essere soli si diventa padroni di tutto. (…) Possedere esistenzialmente è un vivere in povertà e povertà è un ricuperare la novità di tutto. Mettiti nel dialogo della creazione. Ascolta che tutto è parole intorno a te».

👉 Altissima densità filosofica e poetica, leggibile anche fuori da contesti religiosi.


3. Speranza non facile, nascosta

(Per tempi di crisi, lutti, commemorazioni)

21 gennaio 1973 (p.38)

«Il seme si nasconde, si sotterra. Non esiste altra alternativa per gustare la speranza che è vera e genuina nella misura che è nascosta, segreta, interiore, intima. Essa è un elemento energetico che non ha bisogno della pubblicità. Amen».

Uno dei testi più forti sulla speranza come atto interiore, non come ottimismo.


4. Il silenzio vivo

(Passo identitario del diario)

20 gennaio 1973 (p.38)

«C’è un silenzio morto e un silenzio vivo. Il silenzio vivo non è la taciturnità, ed erompe dalla solitudine non come esclusione, bensì come immedesimazione nella vita che la creazione comunica nel suo eterno rinnovarsi».

Fondamentale per comprendere la sua spiritualità non intimista, ma cosmica.


5. Dio povero, bisognoso di amicizia

(Altissimo valore teologico e poetico)

Natale 1973 (p.30)

«La povertà di Dio! Ha più bisogno di amicizia di te, è più solo di te. Soffre la solitudine in maniera pietosa e commovente. È uno strazio la povertà di Dio!»

Passo potentissimo, sorprendente anche per credenti maturi.


6. Pace fragile, consegnata

(Da usare come chiusura di una lettura pubblica)

25 marzo 1983

«Rami di ulivo di verde argento da mano a mano, il profumo della pace deposta. Del fiore di pace».

 Finale brevissimo, simbolico, memorabile. Ideale per una commemorazione.


7. Essere fraintesi, restare fedeli

(Per contesti ecclesiali, ma non solo)

25 gennaio 1973 (p.39)

«Molti vorrebbero che rinunziassi a questa matta idea di ritiro, e molti la giudicano defezione, imboscata. Ma se io voglio morire nella mia terra chi me lo può impedire?»

👉 Parla a chiunque abbia pagato un prezzo per una scelta autentica.


8. Epitaffio spirituale 

(Perfetto come testo conclusivo o commemorativo)

p.34

«Se il tempo è la Tua presenza nello spazio, la mia giornata sia la tua presenza nello spazio. Ed è tutto. Non c’è nulla da aggiungere».

👉 Questo potrebbe stare inciso su una lapide, o chiudere un volume.

è una frase di densità rarissima. Non è “solo” poetica, è ontologica e teologica insieme, e proprio per questo intimorisce un po’ chi la incontra. Provo a offrirti un commento che non la spieghi troppo (sarebbe un errore), ma che la accompagni.


Commento all’ultima frase

Questa frase compie un rovesciamento radicale:
non chiede a Dio di entrare nel tempo dell’uomo, ma chiede che il tempo dell’uomo diventi luogo della Presenza.

Dire «se il tempo è la Tua presenza nello spazio» significa riconoscere che il tempo non è vuoto, né semplice successione, ma manifestazione del divino nel mondo.
Quando segue «la mia giornata sia la tua presenza nello spazio», l’invocazione si fa estrema: la vita quotidiana non come contenitore di atti religiosi, ma come atto religioso in sé.

L’ultima frase — «Ed è tutto. Non c’è nulla da aggiungere» — non è una chiusura retorica:
è il segno che si è arrivati a un punto di pienezza assoluta, dove ogni parola ulteriore sarebbe superflua, se non una diminuzione.

È una frase che non chiede interpretazioni, ma disponibilità.
Non invita a capire, ma a stare.

Anche questa sua frase è davvero toccante e profondamente spirituale:

«La povertà di Dio! Ha più bisogno di amicizia di te, è più solo di te. Soffre la solitudine in maniera pietosa e commovente. È uno strazio la povertà di Dio!»

Come ha fatto a dedurre tutto ciò?

La deduzione non nasce da un ragionamento astratto, né da una costruzione teologica “a tavolino”. Nasce, direi, da tre esperienze interiori convergenti.


1. Dalla contemplazione dell’Incarnazione presa sul serio

Chi scrive una frase così ha portato fino in fondo l’idea dell’Incarnazione.

Se Dio entra davvero nella storia,
se accetta il tempo, la carne, il limite,
allora accetta anche la vulnerabilità relazionale.

Un Dio che ama non può non soffrire l’assenza di risposta.
Un Dio che cerca l’uomo può sperimentare la solitudine di non essere accolto.

Questa non è eresia: è la conseguenza estrema del Dio che si espone.


2. Per immedesimazione radicale (non per proiezione)

Qui sta il punto delicato.

Non è l’uomo che dice: “Io sono solo, quindi Dio è solo”.
È l’uomo che, attraversando la propria solitudine fino in fondo, arriva a intuire che:

se io soffro così quando non sono amato,
allora l’Amore stesso deve soffrire infinitamente di più quando non è accolto.

È un movimento di empatia rovesciata:
non proietto me su Dio, ma riconosco in me una ferita che in Dio deve essere originaria, perché Dio è relazione.


3. Da un’esperienza vissuta di amicizia come evento sacro

Solo chi ha fatto esperienza che:

  • l’amicizia salva

  • la presenza di un altro risana

  • la mancanza dell’altro lacera

può arrivare a dire una cosa simile.

Chi non ha mai vissuto l’amicizia come evento quasi sacramentale non potrebbe scrivere:

“Ha più bisogno di amicizia di te”

Qui “bisogno” non è mancanza ontologica, ma scelta d’amore.
Dio sceglie di aver bisogno, perché senza bisogno non c’è amore vero.


4. Perché “povertà” è la parola decisiva

La parola povertà è centrale.

Non dice:

  • debolezza

  • impotenza

  • insufficienza

Dice:
👉 rinuncia volontaria alla forza per lasciare spazio all’altro

La “povertà di Dio” è il suo non imporsi.
È l’essere presente senza costringere.
È l’attendere.

E chi ha atteso molto, in silenzio, sa cosa significa soffrire così.


5. Perché è una frase rara

È rara perché:

  • non consola

  • non edifica facilmente

  • non rassicura

Espone Dio al rischio di essere rifiutato.
E chi scrive così accetta di scandalizzare pur di essere vero.


In sintesi

Ha potuto “dedurre” tutto ciò perché:

  • ha vissuto la solitudine senza anestetizzarla

  • ha pensato l’Incarnazione fino alle estreme conseguenze

  • ha conosciuto l’amicizia come necessità vitale

  • ha avuto il coraggio di attribuire a Dio non potenza, ma esposizione

Questa frase non nasce da una fede tranquilla.
Nasce da una fede ferita e fedele insieme.

Perché frasi così fanno paura, anche a credenti sinceri?

Perché toccano un punto che la fede “funzionante” tende a evitare.
Non perché siano false, ma perché sono troppo vere.

.


1. Perché spogliano Dio della sua funzione rassicurante

Molti credenti (inermi o maturi, non importa) hanno interiorizzato un Dio che:

  • protegge

  • garantisce

  • compensa

  • rimette ordine

Frasi come «la povertà di Dio» fanno crollare questa funzione.
Mostrano un Dio che non mette al riparo, ma che si espone.

E questo è destabilizzante:
se Dio è vulnerabile, chi protegge chi?


2. Perché ribaltano la direzione dell’aiuto

La religione abituale dice:

l’uomo ha bisogno di Dio

Queste frasi osano dire anche:

Dio ha bisogno dell’uomo

Non nel senso ontologico, ma relazionale.

Questo mette il credente in una posizione scomoda:

  • non più solo destinatario

  • ma responsabile della gioia o della solitudine di Dio

La fede diventa risposta, non rifugio.


3. Perché costringono a prendere posizione personale

Con un Dio onnipotente e distante si può:

  • delegare

  • obbedire senza coinvolgersi

  • credere “in generale”

Con un Dio povero, solo, in attesa:

  • non si può restare neutrali

  • o si risponde, o si passa oltre

E ogni risposta vera costa.


4. Perché fanno emergere la nostra stessa povertà

Chi legge avverte qualcosa di inquietante:

se Dio è così esposto, allora anche io lo sono

Queste frasi tolgono le corazze spirituali:

  • le formule

  • le abitudini

  • le devozioni automatiche

Restano due povertà che si guardano:
quella dell’uomo e quella di Dio.

Non tutti sono pronti.


5. Perché non sono “addomesticabili”

Non diventano facilmente:

  • catechismo

  • slogan

  • preghiera da ripetere

Non consolano subito.
Non chiudono il dolore.
Lo abitano.

E ciò che abita il dolore fa paura, anche a chi crede sinceramente.


6. Perché ricordano che l’amore vero è rischio

In fondo la paura nasce qui.

Un Dio onnipotente può amare senza rischiare.
Un Dio povero rischia il rifiuto, ogni giorno.

E se Dio ama così,
allora anche all’uomo non è più concesso amare in modo sicuro.


In sintesi

Frasi così fanno paura perché:

  • tolgono Dio dal piedistallo senza togliergli la grandezza

  • trasformano la fede da protezione a relazione

  • chiedono presenza, non adesione

  • espongono alla stessa vulnerabilità che attribuiscono a Dio

Non scandalizzano i tiepidi.
Scuotono i credenti sinceri.

E forse è proprio per questo che, quando sono vere, restano.

Perché Dio, così Onnipotente, ha bisogno dell’amore della sua creatura, così fragile…?

È la domanda decisiva.
E la risposta, se è onesta, non è consolante, ma limpida.


La risposta breve (e vertiginosa)

Perché l’onnipotenza può creare,
ma solo l’amore può essere ricambiato.

E l’amore, per essere vero, ha bisogno della libertà dell’altro.
Anche se l’altro è fragile.


1. Onnipotenza non significa autosufficienza affettiva

Qui c’è un equivoco antico.

Dio è onnipotente nel creare,
ma non è onnipotente nell’amare — nel senso che non può costringere l’amore.

Se potesse farselo dare, non sarebbe amore.
Sarebbe necessità, meccanismo, riflesso.

Un Dio che ama davvero rinuncia volontariamente a essere autosufficiente sul piano dell’amore.


2. L’amore non nasce dalla forza, ma dall’esposizione

Amare significa:

  • esporsi

  • attendere

  • rischiare il rifiuto

Dio non ha “bisogno” dell’uomo perché gli manchi qualcosa,
ma perché ha scelto di non essere Dio senza l’altro.

È una povertà scelta, non subita.


3. Perché l’amore vero vuole essere riconosciuto

C’è un punto delicatissimo.

L’amore non vuole solo donarsi.
Vuole essere visto.

Se Dio ama una creatura che non può rispondere,
l’amore resta monologico.

Creando un essere fragile ma libero,
Dio crea un interlocutore, non un oggetto.


4. Perché la fragilità è l’unico luogo in cui l’amore può accadere

Se la creatura fosse:

  • invulnerabile

  • perfetta

  • autosufficiente

non avrebbe bisogno di amore.

La fragilità non è un difetto collaterale:
è la condizione stessa della relazione.

Dio non cerca la forza dell’uomo.
Cerca il suo sì vulnerabile.


5. Perché l’amore è sempre eccedente

Dio non “ha bisogno” perché è incompleto.
Ha bisogno perché l’amore, per sua natura, trabocca.

E ciò che trabocca cerca spazio.

L’uomo è quello spazio fragile in cui l’amore divino può essere accolto,
o rifiutato.

Entrambe le possibilità sono reali.
Ed è qui il rischio.


6. Il paradosso finale

Dio è onnipotente proprio perché:

  • può permettersi di non imporsi

  • può restare vulnerabile

  • può attendere

Un Dio che avesse bisogno di dominare per essere Dio,
non sarebbe onnipotente.


In sintesi

Dio ha bisogno dell’amore della sua creatura fragile perché:

  • l’amore non si comanda

  • la libertà è più importante della perfezione

  • la relazione vale più della sicurezza

  • l’onnipotenza vera sa esporsi

Non è la fragilità dell’uomo a sorprendere.
È il coraggio dell’amore di Dio.