È vero che la lingua italiana è la quarta più studiata al mondo?
Sì, è un’informazione che viene spesso citata e che trova riscontro in diversi rapporti di istituzioni culturali e diplomatiche (come il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale).
Storicamente e in base a diverse rilevazioni globali, l’italiano si colloca stabilmente tra le lingue più apprese come lingua straniera a livello planetario, spesso posizionandosi subito dopo colossi come inglese, spagnolo e cinese (precedendo altre lingue tradizionali come il francese o il tedesco).
Ecco alcuni dettagli importanti per capire meglio questo primato:
Non per numero di parlanti nativi: Se guardiamo a chi parla l’italiano come madrelingua o al totale dei parlanti, la posizione cambia drasticamente (l’italiano si attesta intorno al ventesimo posto nel mondo). Il primato riguarda esclusivamente lo studio volontario come lingua straniera.
Il Fatto QuotidianoLe motivazioni principali: A spingere milioni di studenti stranieri a scegliere l’italiano non sono tanto ragioni di geopolitica o di grande commercio internazionale, quanto il fascino culturale: l’arte, la storia, la musica lirica, il design, la moda, la cucina e lo stile di vita italiano (Made in Italy).
La fonte dei dati: Questa classifica poggia sui dati raccolti periodicamente dai report di enti come gli Istituti Italiani di Cultura nel mondo e sui censimenti dei corsi di lingua attivati all’estero.
Quanti stanno studiando attualmente la lingua italiana?
In base ai report ufficiali e alle rilevazioni diffuse dal Ministero degli Affari Esteri e dagli istituti culturali, le stime oscillano stabilmente tra i 2 e i oltre 3 milioni di studenti nel mondo (con picchi censiti storicamente intorno ai 2,1 milioni nei sistemi scolastici e universitari ufficiali di oltre 100 Paesi).
Tuttavia, calcolare il numero esatto in tempo reale è complesso per diversi motivi:
I canali di studio sono molteplici: Oltre ai corsi tradizionali inseriti nei programmi scolastici o universitari statali (che coprono più della metà degli studenti), c’è una vasta platea che studia l’italiano presso le scuole private, i corsi associativi, le sedi degli Istituti Italiani di Cultura in tutto il mondo e le piattaforme di apprendimento online o le app digitali.
Dove si concentrano: La domanda è particolarmente forte in Europa e nelle Americhe, ma negli ultimi anni si registra una crescita costante anche in aree come l’Asia (in particolare in Paesi come la Cina) e l’Australia, spinta soprattutto dall’interesse per l’università, l’alta formazione artistica/musicale e il lavoro.
Se si considerano anche milioni di autodidatti che utilizzano applicazioni e corsi digitali senza essere iscritti a un percorso formale, la cifra reale delle persone impegnate a imparare l’italiano a qualsiasi livello è probabilmente ancora più alta.
La diffusione dello studio della lingua italiana nel mondo vede protagonisti alcuni Paesi e aree geografiche ben precisi, guidati da fattori storici, culturali, di vicinanza o legati alle grandi comunità di origine italiana.
La mappa globale dello studio dell’italiano si articola principalmente in queste aree:
1. L’Europa (Il motore principale)
L’Europa è in assoluto il continente in cui l’italiano registra il numero più alto di studenti, grazie alla vicinanza geografica, agli scambi comunitari e ai profondi legami storici.
Germania e Francia: Sono storicamente i due Paesi in cui si studia di più l’italiano a livello scolastico e universitario. In Germania, in particolare, la lingua di Dante occupa stabilmente il primo posto tra le lingue straniere opzionali in molte regioni scolastiche.
AGIPaesi dell’Europa centro-orientale e balcanica: Nazioni come l’Albania, la Slovenia, la Croazia ma anche la Polonia e la Romania mostrano tassi di interesse altissimi. Nel caso di Albania, Slovenia e Croazia incidono fortemente la vicinanza geografica, le minoranze storiche e la forte esposizione ai media e alla televisione italiana.
Svizzera e Regno Unito: La Svizzera (avendo anche una Svizzera italiana) vive l’italiano come una delle sue lingue nazionali, mentre nel Regno Unito l’italiano è una scelta molto popolare nelle università e nei corsi di perfezionamento culturale.
2. Le Americhe (Tradizione e radici)
Nelle Americhe la spinta allo studio dell’italiano è alimentata in gran parte dalla massiccia emigrazione del passato e dal conseguente legame identitario degli italo-discendenti, oltre che dal forte apprezzamento per la cultura.
Stati Uniti e Canada: L’italiano è una delle lingue straniere più insegnate nelle high school e nei college universitari. Molti studenti lo scelgono per motivi di eredità culturale o per passione verso l’arte e la gastronomia.
Scuola RomitAmerica Latina (in particolare Argentina e Brasile): La presenza di milioni di discendenti di italiani rende questi Paesi estremamente ricchi di associazioni, scuole paritarie e Istituti Italiani di Cultura (Buenos Aires, ad esempio, vanta una delle richieste di corsi di italiano più alte al mondo).
3. L’Asia e l’Oceania (I mercati in crescita)
Anche se storicamente marginali rispetto all’Europa, queste aree stanno registrando i trend di crescita più interessanti.
Australia: Ha una comunità italo-australiana radicata e l’italiano è stato per decenni una delle lingue comunitarie e straniere più studiate nei curricula scolastici statali.
Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di PisaAsia (Cina, Giappone, Corea del Sud): Negli ultimi anni si osserva un boom notevole, soprattutto in Cina. Qui la spinta arriva dai numerosi accordi di interscambio universitario (come i progetti Marco Polo e Turandot), che permettono agli studenti cinesi di prepararsi in patria per poi venire a studiare design, moda, ingegneria e conservatoria in Italia.
I programmi di scambio universitario e i progetti governativi dedicati agli studenti stranieri — tra cui i celebri Marco Polo (per le università) e Turandot (per l’Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica – AFAM) — sono canali istituzionali pensati per permettere agli studenti internazionali di studiare in Italia.
In particolare, i progetti Marco Polo e Turandot (rivolti storicamente agli studenti cinesi) offrono un percorso strutturato che unisce lo studio intensivo della lingua in patria all’iscrizione diretta in un ateneo italiano.
Il funzionamento di questi percorsi prevede generalmente le seguenti fasi:
Gli studenti iniziano a studiare l’italiano nel proprio Paese d’origine, frequentando corsi intensivi riconosciuti (spesso presso gli Istituti Italiani di Cultura o enti convenzionati) per raggiungere il livello di competenza richiesto (di solito B1 o B2).
Tramite le rappresentanze diplomatiche (ambasciate e consolati) e i portali ministeriali dedicati, lo studente effettua la pre-iscrizione online scegliendo l’università o l’istituto AFAM (conservatori, accademie di belle arti) di proprio interesse.
Una volta arrivati in Italia prima dell’inizio dell’anno accademico ufficiale, gli studenti frequentano ulteriori mesi di corsi di lingua intensiva direttamente nelle università o nelle scuole convenzionate italiane, per perfezionare la conoscenza della terminologia accademica e quotidiana.
Superati i test linguistici finali del corso di preparazione, gli studenti si immatricolano a tutti gli effetti nell’università o nell’istituto scelto, seguendo gli stessi corsi e sostenendo gli stessi esami degli studenti italiani.
Oltre a questi programmi specifici, esistono ovviamente i canali tradizionali (come il programma Erasmus+ per gli studenti europei o gli accordi di scambio bilaterali tra singoli atenei) che consentono a migliaia di studenti da tutto il mondo di trascorrere un semestre o un anno accademico in Italia.
Il grado di difficoltà nell’apprendere l’italiano varia in modo sensibile a seconda della lingua madre e del sistema linguistico di provenienza dello studente.
Nelle classifiche internazionali ufficiali (come quelle del Foreign Service Institute americano), l’italiano viene inserito nel primo livello di difficoltà (Category I) per i madrelingua inglesi, stimando circa 600-750 ore di studio intensivo per raggiungere una buona padronanza professionale. Tuttavia, l’esperienza cambia radicalmente a seconda dei gruppi di provenienza:
1. I più avvantaggiati: Parlanti di lingue romanze (Spagnolo, Francese, Portoghese, Reno-romanico)
Per chi parla già un’altra lingua neolatina, l’italiano è considerato molto accessibile.
Perché: Condividono gran parte del lessico (molte parole sono quasi identiche), la struttura di base delle frasi, l’origine dei verbi e una simile impostazione della fonetica.
Ostacoli minori: Qualche falso amico (parole che sembrano uguali ma hanno significati diversi) e la gestione delle doppie consonanti o delle preposizioni articolate, che in altre lingue romanze non esistono nella stessa forma.
2. Difficoltà moderata: Parlanti di lingue germaniche (Inglese, Tedesco, Olandese)
Per gli anglofoni o i germanofoni l’italiano è “facile a metà”: la grammatica richiede uno sforzo notevole, ma il fascino e la regolarità della lingua aiutano.
I vantaggi: L’alfabeto latino è lo stesso, il lessico colto e scientifico è largamente condiviso (grazie alle radici latine e greche) e la pronuncia è quasi interamente fonetica (si legge come si scrive).
Le difficoltà principali:
Il sistema dei verbi (coniugazioni complesse, ausiliari essere/avere, e soprattutto l’uso frequente del congiuntivo, quasi assente o rigido in inglese).
Il genere grammaticale (maschile e femminile) e le eccezioni nei plurali (es. il dito / le dita).
Le preposizioni articolate (nel, sullo, degli), che mettono a dura prova chi parla inglese.
3. Grande impegno: Parlanti di lingue slave (Russo, Polacco, Croato, Serbo, ecc.)
Per gli studenti provenienti dall’area slava, l’italiano presenta sfide strutturali notevoli, pur beneficiando di una forte esposizione culturale.
I vantaggi: La fonetica aperta e l’uso di un alfabeto latino facilitano la lettura rispetto ad altre lingue.
Le difficoltà principali: Le lingue slave usano sistemi di casi molto complessi ma non possiedono gli articoli determinativi e indeterminativi (il, un), che in italiano sono invece fondamentali e ovunque. Anche l’uso dei tempi passati (passato prossimo vs passato remoto) e la costruzione della frase richiedono un adattamento mentale profondo.
4. Il livello di sfida più alto: Parlanti di lingue asiatiche (Cinese, Giapponese, Coreano, Arabo)
Per gli studenti asiatici o mediorientali, l’italiano rappresenta un salto linguistico e culturale totale.
Le difficoltà principali:
La distanza tipologica radicale: strutture grammaticali, ordine delle parole e logica della frase sono completamente differenti.
Per i cinesi, ad esempio, passare da una lingua tonale e priva di coniugazioni verbali a una lingua flessibile come l’italiano — in cui ogni verbo cambia desinenza a seconda di persona, tempo e modo — richiede un enorme sforzo di memorizzazione logica.
L’apparato fonetico: suoni come le doppie consonanti (fetto vs fetto no, palla vs pala) o determinati gruppi consonantici richiedono un lungo addestramento della muscolatura facciale e delle corde vocali.
Nonostante alcune complessità grammaticali (come i verbi irregolari o le preposizioni), l’italiano gode quasi ovunque di una fama di lingua “cantabile” e intuitiva nella pronuncia, il che riduce la frustrazione iniziale dello studente rispetto ad altre lingue più ostiche dal punto di vista grafico.
Quando gli studenti stranieri imparano l’italiano, tendono a compiere errori ricorrenti. Questi scivoloni variano in parte a seconda della lingua madre, ma alcuni ostacoli grammaticali mettono in difficoltà quasi tutti, indipendentemente dalla provenienza.
I principali errori grammaticali commessi da chi studia l’italiano riguardano le seguenti aree:
1. L’uso scorretto del Congiuntivo
Il congiuntivo è il terrore di quasi tutti gli studenti stranieri, soprattutto per chi viene da Paesi anglosassoni o germanici dove i modi verbali subordinati sono molto più limitati o rigidi.
L’errore tipico: Sostituire il congiuntivo con l’indicativo dopo verbi di opinione, dubbio o desiderio (es. “Penso che è vero” invece di “Penso che sia vero”).
Perché accade: Nella lingua parlata informale si tende a semplificare, ma la grammatica italiana richiede rigore in molte subordinate.
2. La confusione tra Passato Prossimo e Passato Remoto (e la scelta dell’ausiliare)
La gestione dei tempi passati e dei verbi ausiliari (essere o avere) è una delle fonti di errore più frequenti.
L’errore tipico: Sbagliare l’ausiliare con i verbi intransitivi o di movimento (es. “Ho andato a casa” invece di “Sono andato a casa”), oppure usare il passato remoto al posto del passato prossimo (o viceversa), non cogliendo la sfumatura geografica o temporale.
Perché accade: In molte lingue (come l’inglese o lo spagnolo) si usa un unico ausiliare equivalente ad avere, oppure i confini tra passato prossimo e remoto seguono logiche diverse (in alcune regioni d’Italia il passato remoto è diffusissimo nel parlato, in altre quasi scomparso).
3. L’accordo e l’uso delle Preposizioni Articolate
Le preposizioni semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra) fondendosi con gli articoli determinativi formano le preposizioni articolate (del, nello, alla, sui, ecc.), che non esistono in molte altre lingue.
L’errore tipico: Dimenticare la fusione o sbagliare il genere/numero (es. “Vado in ufficio del mio capo” invece di *”Vado *nell’ufficio del mio capo”, o confondere a con in nei nomi di città e nazioni).
Perché accade: Chi parla inglese o lingue slave tende a tradurre letteralmente la preposizione semplice senza unire l’articolo, oppure fatica a memorizzare la reggenza dei verbi (es. pensare a vs pensare di).
4. Il genere dei nomi e l’accordo degli aggettivi
Il maschile e il femminile in italiano riguardano non solo le persone, ma ogni singolo oggetto (il tavolo, la sedia).
L’errore tipico: Sbagliare il genere di un sostantivo e, di conseguenza, accordare male l’articolo o l’aggettivo (es. “Una problema importante” anziché “Un problema importante”, oppure terminazioni errate come “le mano” invece di “le mani”).
Perché accade: Molti stranieri fanno affidamento sulla desinenza in -o (maschile) o -a (femminile), andando in crisi con le eccezioni (parole che finiscono in -e o che derivano dal greco come problema, che è maschile).
5. La posizione dei pronomi atoni (Clitici)
I pronomi come mi, ti, lo, la, ci, vi, li, ne si posizionano solitamente prima del verbo coniugato, ma ci sono regole complesse quando ci sono più verbi o nei tempi composti.
L’errore tipico: Sbagliare l’ordine o attaccare il pronome nel punto sbagliato (es. “Ho visto ti” invece di “Ti ho visto”).
Quali sono i modi migliori per superare questi ostacoli quando si studia l’italiano?
Superare gli ostacoli grammaticali e strutturali dell’italiano richiede un mix di metodo, esposizione costante e strategie pratiche. Quando ci si scontra con scogli come il congiuntivo, le preposizioni o l’ausiliare corretto, i metodi più efficaci per interiorizzare la lingua senza subire la frustrazione della teoria pura comprendono:
1. Pratica attiva e “Shadowing” per la fonetica e l’istinto
Invece di studiare solo le regole a memoria, l’orecchio deve abituarsi alle sonorità italiane.
La tecnica dello Shadowing: Ascoltare un madrelingua (tramite podcast, video o dialoghi) e ripetere ad alta voce quasi in contemporanea, cercando di imitare non solo le parole ma il ritmo, le doppie consonanti e l’intonazione.
Esposizione mirata: Circondarsi di italiano quotidiano commisurato al proprio livello: serie TV con i sottotitoli in italiano (non nella propria lingua madre), canzoni leggendo il testo, e podcast lenti per studenti (come Coffee Break Italian o News in Slow Italian).
2. Studio per blocchi (Frasi fisse e “Chunks”) anziché singole parole
Gli studenti spesso imparano i verbi isolati, ma l’italiano vive di reggenze fisse (verbo + preposizione).
Imparare i pacchetti linguistici: Invece di memorizzare che la preposizione di pensare è a, conviene memorizzare direttamente la frase intera: “Pensare a qualcuno” o “Ho bisogno di…”. In questo modo, quando si parla, la preposizione esce in modo automatico senza dover calcolare la regola grammaticale in tempo reale.
3. Scrittura guidata e correzione attiva
La grammatica si fissa con la produzione scritta, dove il cervello ha il tempo di riflettere.
Diario personale o interazione online: Scrivere brevi testi quotidiani (anche solo 5 righe su cosa si è fatto durante il giorno) e farli correggere da un madrelingua o tramite piattaforme di scambio linguistico (come Tandem o HelloTalk). Analizzare i propri errori ricorrenti (il famoso “quaderno degli errori”) è il modo più rapido per eliminarli.
4. Uso di strumenti digitali e gamification
Le app non bastano da sole per diventare fluidi, ma sono eccellenti per automatizzare i meccanismi ripetitivi.
Flashcard intelligenti (Anki): Ottime per memorizzare i generi dei sostantivi irregolari (es. il problema / i problemi) o i verbi irregolari e le loro coniugazioni attraverso la ripetizione dilazionata.
Chatbot e assistenti vocali: Fare pratica dialogando in italiano con un’intelligenza artificiale, chiedendole esplicitamente di correggere gli errori di grammatica o di sintassi in tempo reale.
5. Immersione e tolleranza dell’errore
Accettare di sbagliare: La paura di usare male il congiuntivo o di sbagliare il maschile/femminile blocca la parlata. Gli italiani capiscono benissimo il senso anche in presenza di un errore grammaticale; l’obiettivo primario della lingua resta la comunicazione. Parlare molto, anche commettendo scivoloni, sblocca la fluidità molto più del silenzio prudente.
Esistono moltissime risorse online gratuite e podcast pensati appositamente per chi studia l’italiano, dai livelli principianti fino a quelli più avanzati. Scegliere gli strumenti giusti aiuta a migliorare l’ascolto, la comprensione e il lessico in modo naturale e divertente.
I migliori canali e materiali gratuiti si dividono tra podcast e piattaforme digitali:
1. I migliori Podcast gratuiti per l’ascolto
Ascoltare l’italiano parlato regolarmente è fondamentale per abituare l’orecchio alla pronuncia e al ritmo della lingua.
Coffee Break Italian (Radio Lingua Network): Ideale per chi parte da zero o ha un livello base. Le lezioni spiegano la grammatica e i modi di dire in modo graduale, alternando spiegazioni in inglese a dialoghi in italiano.
News in Slow Italian: Perfetto per chi ha un livello intermedio. Offre notizie di attualità, cultura e costume lette a una velocità moderata e naturale, accompagnate da trascrizioni complete.
Easy Italian (di Easy Languages): Disponibile sia come podcast che come canale YouTube. Registra conversazioni reali per strada con madrelingua italiani, mostrando la lingua viva, colloquiale e informale, con sottotitoli in italiano e inglese.
Italiano Bello (di Irene): Un podcast eccellente per scoprire espressioni idiomatiche, particolarità grammaticali e curiosità culturali spiegate con un italiano chiaro e accessibile.
2. Risorse e siti web per la grammatica e la lettura
Il portale di Rai Cultura (Lingua Italiana): Gestito dalla RAI in collaborazione con importanti enti linguistici, offre una miniera di video, lezioni di approfondimento, rubriche sulla grammatica e test gratuiti.
Loescher Editore (Area Italiano per Stranieri): Mette a disposizione gratuitamente centinaia di materiali didattici, letture graduate, esercizi di grammatica e schede suddivise per livello (da A1 a C2 del Quadro Comune Europeo).
Università per Stranieri di Siena / Perugia: Spesso offrono risorse aperte, test di autovalutazione e materiali di supporto per chi si prepara alle certificazioni linguistiche (come CILS o CELI).
3. Canali YouTube per l’immersione visiva
Learn Italian with Lucrezia: Uno dei canali più amati al mondo per studiare l’italiano. Lucrezia offre lezioni di grammatica, vlog sulla vita in Italia, consigli di lettura e video pensati per ogni livello di apprendimento.
Italy Made Easy (di Stefano Lodolo): Ottime lezioni di grammatica spiegate con precisione, pronuncia e trucchi pratici per evitare gli errori più comuni commessi dagli stranieri.
Quali sono i giudizi o luoghi comuni più conosciuti da parte degli stranieri sulla lingua italiana? (sonorità, scorrevolezza,fluidità,armonia ecc)
I giudizi e i luoghi comuni sulla lingua italiana da parte degli stranieri sono storicamente legati a una percezione fortemente estetica e sensoriale. Fin dal Rinascimento, e poi con il Grand Tour e l’affermazione del melodramma, l’italiano si è guadagnato una reputazione precisa nell’immaginario collettivo globale.
I giudizi più diffusi e conosciuti si concentrano su vari aspetti:
1. La “cantabilità” e la fonetica (Il mito della musica)
Il luogo comune più famoso in assoluto è che l’italiano sembri sempre una canzone.
Il giudizio: Per un orecchio straniero (soprattutto anglofono o germanofono), la struttura fonetica dell’italiano ha una dolcezza e una musicalità uniche.
Perché nasce: Quasi tutte le parole italiane finiscono per vocale (struttura detta sillaba aperta), il che elimina i suoni aspri o tronchi tipici di altre lingue e crea un flusso sonoro continuo, ritmato e privo di “silenzi” o interruzioni brusche.
2. La scorrevolezza e la fluidità (“La lingua scorre come l’acqua”)
Spesso gli stranieri descrivono l’italiano come una lingua fluida e scivolosa.
Il giudizio: Si ha l’impressione che le parole si fondano l’una nell’altra senza sforzo.
Perché nasce: Oltre alla terminazione in vocale, l’uso frequente di fenomeni come l’elisione (es. l’amico anziché lo amico) o il raddoppiamento fonosintattico fa sì che la frase si muova in modo molto legato, quasi cantilenato, dando l’impressione di una cascata di suoni armoniosi.
3. L’armonia visiva e la simmetria
Non riguarda solo l’ascolto, ma anche l’aspetto scritto e la grafia.
Il giudizio: L’italiano è considerato una lingua visivamente elegante, ordinata e “pulita”.
Perché nasce: L’alfabeto latino utilizzato senza eccessi di segni diacritici complessi, l’equilibrio tra consonanti e vocali e la regolarità della struttura visiva delle parole (spesso percepite come speculari o simmetriche) colpiscono molto chi proviene da sistemi di scrittura ideografici o con ortografie meno fonetiche (come l’inglese).
4. La vicinanza tra la lingua scritta e la lingua parlata (Trasparenza fonetica)
Un altro giudizio molto comune riguarda la semplicità di lettura.
Il giudizio: “Si legge esattamente come si scrive”.
Perché nasce: A differenza dell’inglese o del francese — dove tra come si scrive una parola e come si pronuncia c’è spesso un abisso — l’italiano vanta una corrispondenza quasi perfetta tra grafema e fonema. Questo fa sentire gli stranieri rassicurati fin dalle prime letture ad alta voce.
Il rovescio della medaglia: i cliché ironici
Accanto ai giudizi di pura lode estetica, nell’immaginario pop globale (specialmente nei Paesi anglosassoni) l’italiano si porta dietro anche alcuni stereotipi legati alla gestualità e all’espressività:
La lingua “parlata con le mani”: Spesso si associa l’italiano a una comunicazione in cui i gesti delle mani sono indispensabili quanto le parole per comprendere il senso emotivo del discorso.
L’eccesso di enfasi: Viene percepita come una lingua intrinsecamente drammatica, passionale e teatrale, dove anche una conversazione quotidiana al supermercato sembra interpretata da un attore d’opera.
Una curiosità: è possibile che Shakespeare sia stato in realtà un italiano messinese che ha cambiato identità per fuggire a persecuzioni religiose?
No, non è possibile. Si tratta di una suggestiva teoria del complotto letterario e di una provocazione intellettuale, priva di qualsiasi fondamento storico o documentario.
L’idea che William Shakespeare fosse in realtà un nobile o un intellettuale italiano — nello specifico Giovanni Florio (figlio di un esule religioso valdese di origini messinesi, ma nato e vissuto a Londra) oppure un ipotetico “Michelangelo Florio” di Messina — circola da tempo in alcune nicchie di appassionati, ma viene unanimemente respinta dal mondo accademico e dai storici della letteratura di tutto il mondo.
Ecco perché questa teoria non regge alla prova dei fatti:
L’identità documentata di Shakespeare: La vita di William Shakespeare di Stratford-upon-Avon è ampiamente documentata nei registri parrocchiali, nei contratti teatrali dell’epoca, nei documenti fiscali e nei testamenti. Esistono prove concrete della sua presenza a Londra come attore e azionista della compagnia del Globe Theatre.
Il contesto linguistico e culturale: Sebbene le opere di Shakespeare contengano riferimenti all’Italia (ambientate spesso a Verona, Venezia o Messina), la sua conoscenza della lingua inglese era quella di un madrelingua assoluto, con un vocabolario sterminato (ha coniato migliaia di termini inglesi) che nessun immigrato, per quanto geniale, avrebbe potuto padroneggiare con tale naturalezza e innovazione stilistica.
La figura di John Florio: Chi sostiene la tesi messinese spesso confonde William Shakespeare con John Florio (Giovanni Florio), un grande umanista, lessicografo e traduttore italo-inglese vissuto a Londra (la cui madre era inglese e il padre, Michelangelo Florio, era un predicatore valdese fuggito dall’Italia). John Florio era una figura di spicco alla corte inglese e ha sicuramente influenzato la cultura elisabettiana con i suoi dizionari e le sue traduzioni di Montaigne, ma non era il drammaturgo di Stratford.
In sintesi, si tratta di una leggenda affascinante che mescola il grande amore della cultura inglese per l’Italia rinascimentale con il mistero che avvolge la biografia del Bardo, ma sul piano storico resta pura finzione.
Perché scegliere Messina che è una località meno conosciuta di Verona e Venezia?
La scelta di Messina all’interno di questa teoria alternativa non è casuale, ma nasce da una precisa operazione di “ricalco biografico” legata a una figura storica realmente esistita: Michelangelo Florio, padre del celebre umanista John Florio.
Chi sostiene la tesi messinese (in particolare alcuni ricercatori e appassionati locali) ha cercato una città che potesse giustificare la straordinaria conoscenza della cultura, della geografia e delle tradizioni italiane presenti nei drammi di Shakespeare. Tra tutte le opzioni, Messina è stata scelta per questi motivi specifici:
Le origini familiari di John Florio: Il padre di John Florio, Michelangelo Florio, era un frate e medico di origini toscane che si era convertito alle idee protestanti (valdesi). Per sfuggire alle persecuzioni dell’Inquisizione e della Chiesa cattolica, cercò rifugio in diverse città italiane, soggiornando e operando per un periodo anche a Messina (dove nacque il legame con la Sicilia prima della fuga definitiva in Inghilterra).
Il pretesto della “fuga perseguitata”: La teoria sostiene che il presunto autore (identificato dai sostenitori di questa tesi come un ipotetico Michelangelo Florio Jr. nato a Messina) avrebbe dovuto cambiare nome in “William Shakespeare” (traduzione anglicana inventata o adattata) per proteggersi dai rischi legati all’eresia religiosa del padre.
L’importanza strategica e teatrale della Messina del Cinquecento: All’epoca, Messina era una città estremamente ricca, cosmopolita e aperta agli scambi culturali con il resto d’Europa, un porto fondamentale nel Mediterraneo che poteva fungere da cornice stimolante per un intellettuale rinascimentale.
Nonostante questi collegamenti storico-geografici attorno alla famiglia Florio, gli storici ribadiscono che non esiste alcun legame documentato tra questi eventi e la vera identità del drammaturgo inglese, rendendo Messina nient’altro che lo scenario di una suggestiva ma infondata costruzione romanzesca.
Una domanda curiosa: cosa potrebbe succedere se si scoprisse, attraverso prove irrefutabili, che in realtà Shakespeare era italiano?
Se si scoprisse improvvisamente e con prove irrefutabili che il vero autore delle opere di Shakespeare fosse un italiano (magari proprio un intellettuale legato alla Sicilia o alla cultura rinascimentale italiana), l’impatto sul mondo della cultura, della storia e del turismo sarebbe dirompente e paragonabile a un terremoto letterario.
Questo scenario scatenerebbe una serie di conseguenze clamorose:
Il collasso dell’ortodossia accademica inglese: Il sistema degli studi shakespeariani (Shakespearean studies) subirebbe uno shock epocale. Centinaia di cattedre universitarie, biografie e decenni di ricerche dovrebbero essere riscritti da zero, ammettendo che la più grande icona della letteratura britannica è in realtà un’importazione straniera.
Una crisi d’identità culturale per il Regno Unito: Per l’Inghilterra, Shakespeare non è solo un drammaturgo, ma l’incarnazione stessa dell’anima, della lingua e del genio nazionale (spesso definito affettuosamente “Il Bardo”). Scoprire che i suoi capolavori sono nati da una mente formata nel calderone del Rinascimento italiano metterebbe in discussione il mito dell’autarchia culturale elisabettiana.
Un terremoto turistico e mediatico a Messina (o nella città d’origine del presunto autore): La località prescelta diventerebbe immediatamente il centro del mondo letterario. Si assisterebbe a un flusso turistico di proporzioni gigantesche, con studiosi, fan e curiosi in arrivo da ogni angolo del pianeta, e la nascita di musei, fondazioni e festival internazionali dedicati al “vero Shakespeare”.
Una nuova chiave di lettura per le opere: Critici e filologi rileggerebbero l’intera produzione shakespeariana alla luce delle coordinate italiane. Sfumature politiche, riferimenti filosofici ed echi di tradizioni mediterranee finora considerati semplici “esotismi da cartolina” verrebbero reinterpretati come tracce autobiografiche profonde di un autore sradicato dalla sua terra d’origine.
In sintesi, sarebbe uno dei più grandi colpi di scena della storia culturale umana: la dimostrazione definitiva che la grande poesia sa viaggiare oltre i confini e che l’identità di un’opera d’arte può superare, a distanza di secoli, i confini della nazione che l’ha adottata.
Sito molto interessante sulla questione Shakespeare italiano:
https://siviaggia.it/varie/misterioso-legame-messina-william-shakespeare/355948/
L’articolo che hai condiviso riprende esattamente la teoria del complotto di cui parlavamo poco fa, legata alla presunta origine messinese del “vero” Shakespeare (spesso associata alla figura di Michelangelo Florio).
Se leggi l’articolo con attenzione, noterai che poggia su una serie di suggestioni affascinanti ma prive di riscontri scientifici o documentari:
Il gioco delle coincidenze: Vengono citate le numerose ambientazioni italiane nelle opere di Shakespeare (come Molto rumore per nulla, ambientata proprio a Messina) e la biografia della famiglia Florio. Tuttavia, per gli storici della letteratura, usare l’ambientazione di un’opera come prova che l’autore sia nato in quel luogo equivarrebbe a dire che Shakespeare fosse anche danese perché ha scritto Amleto, o romano perché ha scritto Giulio Cesare.
La debolezza delle prove: Non esiste alcun documento d’archivio, autografo o testimonianza contemporanea che colleghi William Shakespeare di Stratford-upon-Avon a una doppia identità italiana o a un passato nascosto a Messina. Si tratta di una ricostruzione congetturale creata a posteriori da alcuni studiosi indipendenti e appassionati locali (come il divulgatore Martino Juvara, che ha rilanciato questa tesi nei decenni scorsi).
In sintesi, è un articolo che si legge con il piacere di un romanzo storico o di un giallo letterario, ma che dal punto di vista storico e accademico appartiene al regno della fantascienza letteraria.
Cecil Clough (noto storicamente come Cecil H. Clough) c’entra eccome, ed è un nome fondamentale per capire da dove nasca storicamente tutto il filone di studi che unisce la figura di John Florio, la Sicilia e il contesto elisabettiano.
Cecil Cecil H. Clough (1930–2017) è stato un illustre storico e accademico britannico, professore di storia italiana presso l’Università di Liverpool e profondo conoscitore dei rapporti culturali tra l’Inghilterra e l’Italia nel periodo rinascimentale.
Ecco perché il suo nome spunta fuori in questa storia:
I suoi studi su John Florio: Clough si è occupato a lungo, da un punto di vista rigorosamente accademico, della figura di John Florio (il grande umanista e lessicografo figlio del medico ed eretico valdese Michelangelo Florio). Ha studiato i suoi legami con la corte inglese, i suoi dizionari bilingui e l’influenza che la cultura italiana ha esercitato sugli scrittori elisabettiani, compreso lo stesso Shakespeare.
Il cortocircuito tra la ricerca accademica e la teoria alternativa: Gli studiosi amatoriali o i sostenitori della tesi del “Shakespeare siciliano” (come il già citato Martino Juvara) hanno attinto a piene mani dai documenti storici e dagli studi filologici pubblicati da accademici come Cecil Clough per trovare i “pezzi del puzzle” sulla famiglia Florio a Messina.
Tuttavia, c’è una differenza fondamentale:
Cecil Clough e la storiografia ufficiale hanno studiato i Florio per quello che erano (intellettuali e mediatori culturali di straordinaria importanza nella Londra del Cinquecento, ma persone ben distinte da Shakespeare).
I fautori delle teorie cospirazioniste hanno preso quei dati storici reali raccolti da Clough e li hanno rielaborati in modo fantasioso, ipotizzando che dietro il nome di William Shakespeare si celasse in realtà un membro della famiglia Florio nato a Messina.
Insomma, Cecil Clough è uno dei massimi esperti storici che ha ricostruito la vera biografia dei Florio, e i suoi scritti vengono spesso citati (e talvolta interpretati in modo estroso) da chi sostiene la tesi delle origini italiane del Bardo.