Uno scrive su Quora:
“Come si fa a non impazzire invecchiando? Pensando al ragazzo che eri, ai primi baci, alle immense compagnie di amici, ai viaggi e tutto ciò non tornerà mai più e tu non sei più la stessa persona”

 

Chissà cosa intendeva per “impazzire” invecchiando?
La “pazzia” c’è in tutte le età, solo che non ne siamo consapevoli. Un giovane che ha il terrore di invecchiare non è consapevole che la vita stessa è un misto di meraviglia e terrore contemporaneamente. Il terrore è esistenziale, è il percepirsi così fragili, vulnerabili, misteriosi..

La  riflessione sposta la questione dal semplice rimpianto della giovinezza a qualcosa di più profondo: la condizione esistenziale dell’essere umano, a qualsiasi età.

Chi scrive su Quora sembra temere soprattutto la perdita: non essere più il ragazzo di un tempo, non poter rivivere i primi baci, le amicizie, i viaggi, le esperienze che hanno contribuito a formare la propria identità. Ma forse, dietro questa nostalgia, si nasconde anche qualcosa di più radicale: la difficoltà di accettare che noi stessi siamo esseri in continua trasformazione e che nessuna fase della nostra vita può essere trattenuta per sempre.

La vita è meravigliosa perché esistiamo, percepiamo, amiamo, pensiamo, scopriamo. Ma è anche inquietante perché non abbiamo scelto di esistere, non conosciamo fino in fondo il mistero della nostra esistenza e siamo esposti alla fragilità, alla sofferenza, alla perdita e alla morte.

La meraviglia e il terrore non sono necessariamente due esperienze separate: possono essere le due facce della stessa consapevolezza. Quanto più avvertiamo la preziosità della vita, tanto più possiamo percepire la paura di perderla.

Vorrei aggiungere tre considerazioni al ragionamento.

– La nostalgia può diventare una prigione. Se confrontiamo continuamente il presente con ciò che siamo stati, rischiamo di non riconoscere più il valore di ciò che siamo diventati. Il ragazzo di un tempo non è più qui nella sua forma originaria, ma qualcosa di lui sopravvive nella nostra memoria, nei nostri affetti, nel nostro modo di guardare il mondo.

– La giovinezza non è necessariamente sinonimo di serenità. Un giovane può essere tormentato dall’incertezza, dalla paura di non essere amato, dal bisogno di affermarsi e dall’angoscia del futuro. Talvolta idealizziamo retrospettivamente quegli anni, conservandone soprattutto i momenti felici e dimenticando le inquietudini che li accompagnavano.

– Invecchiare può significare diventare più consapevoli, non necessariamente più infelici. Si può perdere qualcosa in termini di energia, occasioni e prospettive, ma si può anche acquisire una maggiore capacità di distinguere l’essenziale dal superfluo. La questione è imparare a vivere il tempo presente senza pretendere che restituisca ciò che apparteneva a un’altra stagione della vita.

Quanto alla parola «impazzire», forse chi scriveva su Quora intendeva proprio questo: come sopportare psicologicamente la consapevolezza che il tempo è irreversibile e che anche la nostra identità cambia.

La tua intuizione, però, va oltre. Il disagio non nasce soltanto quando invecchiamo: è insito nella stessa condizione umana, anche se non sempre ne siamo consapevoli. La giovinezza può distrarci da questo mistero attraverso l’entusiasmo, le relazioni e le infinite possibilità che sembrano aprirsi davanti a noi. Con l’età, invece, alcune illusioni possono cadere e certe domande diventare più pressanti.

Eppure, proprio qui si apre una possibilità: non dobbiamo necessariamente eliminare il terrore per vivere serenamente. Possiamo imparare a riconoscerlo, a comprenderlo e a non lasciargli l’ultima parola.

Nel tuo pensiero, che ha anche una possibile apertura spirituale, si potrebbe aggiungere che la fragilità umana non è soltanto una condanna: può diventare una via verso la profondità, la compassione e la ricerca di un significato che non dipenda esclusivamente dalla durata delle nostre esperienze.

Ti proporrei, come possibile conclusione del tuo testo, questa formulazione:

LA MERAVIGLIA E IL TERRORE DI ESISTERE

La vita stessa è un mistero che oscilla continuamente tra meraviglia e terrore. Meraviglia perché esistiamo, possiamo amare, conoscere, contemplare e stupirci. Terrore perché siamo fragili, vulnerabili, mortali e incapaci di comprendere pienamente il significato della nostra presenza nel mondo.

Non è necessario invecchiare per avvertire questa inquietudine: essa appartiene alla condizione umana, anche se spesso la giovinezza, con i suoi entusiasmi e le sue promesse, riesce a nascondercela.

Invecchiare significa forse diventare più consapevoli dell’irreversibilità del tempo. Ma non tutto ciò che passa perde il proprio valore. Le esperienze vissute, gli affetti e persino le sofferenze continuano a far parte di ciò che siamo.

Il vero problema non è che non possiamo tornare quelli di un tempo, ma che talvolta vorremmo esserlo ancora, dimenticando che anche il presente, pur diverso dal passato, è una parte irripetibile della nostra esistenza.

Forse la saggezza consiste proprio nell’imparare ad abitare questo mistero senza esserne sopraffatti: accogliere la meraviglia, riconoscere il terrore e continuare a cercare, con umiltà, una ragione per cui vivere e amare.

La domanda che rimane, a mio parere, è questa: la consapevolezza del mistero dell’esistenza deve necessariamente generare angoscia, oppure può trasformarsi in una forma più profonda di serenità? È proprio in questa alternativa che la tua riflessione può trovare il suo sviluppo più originale.