In Esodo 20 si legge: “non farti immagini e non inginocchiarti davanti a loro”
Noto che protestanti e TdG mettono molto in evidenza questa proibizione e la interpretano in modo molto radicale: le statue e le varie rappresentazioni iconografiche secondo loro non esistono.
In un messaggio della Regina della Pace di anni fa ho letto l’esortazione a mettere in casa immagini sacre (per ravvivare la devozione)
Come interpreti tutto ciò?
La divergenza di vedute nasce non da una diversa lettura del testo di Esodo, che per tutti è lo stesso, ma dal contesto storico, dal significato dei termini e dalla prospettiva cristologica (il senso dell’Incarnazione).
1. La posizione protestante e dei Testimoni di Geova: il divieto assoluto
Il testo di Esodo 20:4-5 recita:
“Non ti farai idolo né alcuna immagine di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai”.
L’interpretazione letterale e radicale: Per i protestanti (specialmente di stampo riformato) e per i Testimoni di Geova, questo passo vieta la fabbricazione e l’uso di qualsiasi rappresentazione visiva (statue, quadri, icone) intesa come ausilio o oggetto di culto.
Il timore dell’idolatria: La preoccupazione principale è salvaguardare la trascendenza e la spiritualità assoluta di Dio, evitando che la devozione si sposti dal Creatore alla creatura (o all’oggetto materiale). Storicamente, la Riforma protestante ha rimosso la maggior parte delle immagini dalle chiese proprio per questa ragione.
2. La posizione cattolica e ortodossa: immagine vs idolo
La Chiesa Cattolica e quella Ortodossa non negano il testo di Esodo 20, ma lo interpretano alla luce della Bibbia nel suo insieme e, soprattutto, del Nuovo Testamento.
Il divieto riguardava gli idoli, non l’arte sacra: Nel contesto del Vicino Oriente antico, i popoli pagani credevano che la divinità abitasse fisicamente dentro la statua, la quale diventava l’oggetto del culto stesso (idolatria). La Bibbia vieta di ridurre Dio a un oggetto fatto da mani umane. Lo dimostra il fatto che nello stesso Antico Testamento Dio ordina di costruire immagini a scopo cultuale o simbolico (come i cherubini d’oro sopra l’Arca dell’Alleanza o il serpente di bronzo nel deserto).
La svolta dell’Incarnazione: Il pilastro teologico cristiano per l’uso delle immagini è il mistero dell’Incarnazione (Cristo è l’immagine visibile del Dio invisibile, Colossesi 1:15). Dio stesso si è fatto carne, si è reso visibile, toccabile e rappresentabile in Gesù Cristo. Negare ogni rappresentazione visiva, secondo la teologia cattolica e ortodossa, significherebbe quasi negare che il Figlio di Dio sia realmente entrato nella storia umana con un corpo vero.
Venerazione (latreia vs doulia): Già dal Concilio di Nicea II (787 d.C.), la Chiesa ha stabilito una distinzione netta:
L’adorazione (latreia) spetta unicamente a Dio.
La venerazione (doulia) rivolta alle immagini (statue, icone) non si ferma al legno o alla pietra, ma passa oltre, arrivando alla persona rappresentata (Cristo, la Madonna, i santi). L’immagine è come una finestra o una fotografia: non baci la carta di una foto, ma l’affetto va alla persona ritratta.
3. Le apparizioni mariane e le immagini sacre (Medjugorje / Regina della Pace)
I messaggi attribuiti alla Madonna a Medjugorje (o in altri contesti di spiritualità popolare e mariana) insistono spesso sull’importanza dei sacramentali, tra cui le immagini sacre in casa (crocifissi, immagini della Madonna, rosari).
La funzione pedagogica ed esistenziale: L’esortazione a “mettere immagini sacre nelle case” non ha lo scopo di promuovere una forma di superstizione o idolatria, ma di creare un richiamo visivo e spirituale nella vita quotidiana.
Il contesto secolarizzato: In una casa moderna spesso dominata da schermi e distrazioni materiali, la presenza di un’icona o di un crocifisso serve a ravvivare la memoria di Dio, a favorire la preghiera familiare e a ricordare i valori cristiani in mezzo alle preoccupazioni di tutti i giorni. È un’espressione di quella “incarnazione” della fede che entra negli spazi concreti della vita domestica.
Sintesi
Per protestanti e Testimoni di Geova, la lettera del comandamento di Esodo è un argine netto contro il rischio sempre presente di scivolare nell’idolatria materiale.
Per cattolici e ortodossi, lo stesso comandamento viene letto attraverso la lente del Nuovo Testamento: l’Incarnazione ha redento la materia, e le immagini sacre non sono divinità da adorare, ma segni visibili che aiutano il cuore a innalzarsi verso il Cielo.
La distinzione tra le icone delle Chiese ortodosse (e orientali) e le statue della tradizione cattolica (e in parte anglicana) è una delle questioni più affascinanti non solo dell’arte sacra, ma della teologia cristiana. Questa differenza tocca il modo stesso in cui i credenti concepiscono la materia, lo spazio liturgico e il rapporto con il divino.
1. La definizione e lo statuto teologico dell’icona (Ortodossia)
Per la Chiesa Ortodossa, l’icona non è semplicemente un’opera d’arte o un dipinto religioso, ma un oggetto sacramentale e teologico.
Una teologia in colori: Secondo la teologia ortodossa (ratificata nel Concilio di Nicea II), l’icona è la prova visibile della realtà dell’Incarnazione. Se Dio si è fatto carne, la materia (legno, oro, colori) può diventare veicolo dello Spirito Santo.
L’iconografo come “scrittore”: L’icona non viene “dipinta”, ma “scritta” (theographia). L’artista segue rigidi canoni tradizionali, digiuna e prega prima di lavorare, perché non deve esprimere la propria creatività personale o il proprio stile, ma trasmettere una verità spirituale immutabile.
Prospettiva inversa e assenza di tridimensionalità: Nelle icone si usa la cosiddetta prospettiva rovesciata (le linee convergono verso lo spettatore anziché all’orizzonte) e si evitano il chiaroscuro realistico e il volume pesante. Il volto del santo o di Cristo non ha ombre profonde perché è illuminato dalla luce increata del Regno dei Cieli. Non ci sono sfondi naturalistici realistici, ma sfondi d’oro puro, simbolo del divino che avvolge tutto.
La finestra sull’Eterno: L’icona non guarda te, ma ti invita a entrare in un’altra dimensione. Per questo gli ortodossi non la considerano un oggetto tridimensionale che “occupa” spazio nel mondo terreno, ma una presenza spirituale.
2. Le statue cattoliche: realismo, emozione e vicinanza
La Chiesa Cattolica, pur riconoscendo e valorizzando immensamente l’arte iconografica (soprattutto nei secoli passati e nella tradizione orientale cattolica unita), ha sviluppato nei secoli una forte predilezione per la rappresentazione plastica e scultorea (statue in legno, marmo, gesso).
L’incarnazione e il realismo sensibile: Mentre l’icona punta all’astrazione spirituale, la statua cattolica tende a valorizzare la concretezza della carne, il dolore fisico (si pensi ai crocifissi realistici o alle statue del Cristo sofferente), la tenerezza di una Madonna con il Bambino o l’espressività dei volti dei santi.
Dimensione psicologica ed emotiva: Le statue sono tridimensionali, occupano lo spazio fisico della chiesa o della casa e creano un contatto quasi “umano” e diretto con il fedele. Spesso richiamano episodi storici o agiografici precisi (es. San Francesco con gli stimmate, Sant’Antonio con il Bambino).
L’evoluzione storica (Gotico e Barocco): Con il Rinascimento e soprattutto con la Controriforma (dopo il Concilio di Trento), la Chiesa Cattolica ha incoraggiato un’arte che commovesse, istruisse e coinvolgesse emotivamente i fedeli, usando il realismo volumetrico per rendere i santi e i misteri della fede vicini e tangibili alle persone comuni.
3. Tabella comparativa: Icone Ortodosse vs Statue Cattoliche
| Caratteristica | Icona Ortodossa | Statua Cattolica |
|---|---|---|
| Forma artistica | Bidimensionale (tavola di legno dipinta a tempera d’uovo e oro) | Tridimensionale (scultura in legno, marmo, gesso, ceramica) |
| Spazio liturgico | Raccolta nell’Iconostasi (la parete che separa l’altare dal popolo) e venerata sui banchi | Disposta lungo le navate, nelle cappelle laterali, o portata in processione |
| Stile visivo | Canonico, stilizzato, prospettiva rovesciata, sfondi d’oro | Realistico, espressivo, attento ai volumi, all’anatomia e ai dettagli storici |
| Funzione primaria | Essere una “finestra sul cielo”, oggetto di preghiera contemplativa e liturgica | Aiutare la devozione popolare, l’identificazione emotiva e la memoria visiva del santo |
| Realizzazione | Un atto quasi monastico e liturgico (preghiera e regole fisse) | Un’opera d’arte artigianale o scultorea basata sullo stile dell’epoca |
In sintesi
Entrambe le tradizioni cercano di tradurre il mistero invisibile di Dio in forme visibili, ma lo fanno con sensibilità diverse: l’Ortodossia sceglie la via della stilizzazione astratta e trascendente dell’icona per evocare la luce del mondo futuro; il Cattolicesimo accoglie anche la via del realismo plastico della statua per abbracciare la concretezza della storia umana e dei sentimenti.