Alla domanda sul perché il Rosario cattolico sia così ripetitivo si può rispondere spiegando che la ripetizione non è vista come un’inutile insistenza o una formula magica, ma come uno strumento di meditazione e di preghiera del cuore, molto simile a pratiche presenti anche in altre tradizioni religiose (come il mantra nella spiritualità orientale o il tasbihnell’Islam).

Chi prega il Rosario ripete sequenze di preghiere (come l’Ave Maria e il Padre Nostro) non per annoiare Dio, ma per creare un ritmo interiore.

I punti chiave per capire il senso di questa ripetitività sono tre:

  • Il ritmo che favorisce il silenzio interiore: La mente umana è continuamente affollata da pensieri, preoccupazioni e distrazioni. La ripetizione costante delle stesse parole ha una funzione simile a un “mantra” cristiano: aiuta a calmare il flusso dei pensieri, a rallentare il ritmo e a entrare in uno stato di raccoglimento e pace profonda.

  • La concentrazione sui misteri (il vero cuore del Rosario): Molti pensano che il Rosario sia solo la recita delle Ave Maria, ma la tradizione cattolica insegna che le parole servono a fare da “sfondo” mentre la mente e il cuore meditano sulla vita di Gesù (chiamati “misteri”: gioiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi). Le parole ripetute sono come un metronomo o un sottofondo musicale che permette di contemplare episodi evangelici (dall’Annunciazione alla Risurrezione) senza distrursi.

  • Il linguaggio dell’amore e della relazione: Nelle relazioni umane importanti (come tra amici o innamorati), le frasi di affetto si ripetono spesso (“ti voglio bene”, “ti amo”) senza che diventino vuote o prive di senso. Per i cattolici, il Rosario è un modo affettuoso e perseverante per rivolgersi a Maria, considerata madre e mediatrice di preghiera, ripetendo parole tratte in gran parte dalla Bibbia.

In sintesi, la ripetizione nel Rosario non è una condanna alla noia o un esercizio meccanico, ma un’ascesi del ritmo per liberare la mente dalle distrazioni e concentrarsi su una relazione d’amore e di meditazione.

 

 

 

Altri sostengono che esiste una raccomandazione da Gesù stesso: …e quando pregate non sprecate parole….

È un’obiezione centralissima e molto acuta, che tocca direttamente il testo del Vangelo. Chi critica la ripetizione del Rosario cita spesso proprio le parole di Gesù nel Discorso della Montagna (Vangelo di Matteo 6,7):

«E quando pregate, non siate spigolosi come i pagani, i quali credono di essere esauditi per il numero delle loro parole». (O nella traduzione più famosa: “Non sprecate parole come i pagani…”).

A prima vista, recitare decine di Ave Maria di fila sembra esattamente ciò che Gesù ha appena condannato. Come rispondono i teologi e la tradizione cattolica a questa apparente contraddizione?

  • La differenza tra “ciarpare” e pregare con il cuore: Il verbo greco usato in quel passo da Matteo è battologhein, che potremmo tradurre con “balbettare vanamente” o “ciarpare”, riferendosi a formule magiche o a litanie pagane ripetute in modo meccanico e superstizioso per “stancare” o costringere gli dèi ad ascoltare. Gesù critica la preghiera vista come un incantesimo o un’offerta quantitativa, non la perseveranza o la frequenza affettuosa.

  • L’esempio dello stesso Gesù: Sulle prime, la critica sembra assoluta, ma i Vangeli ci mostrano Gesù stesso che ripete la stessa preghiera usando le medesime parole. Nell’orto del Getsemani, durante la sua agonia, Marco annota che Gesù “andò di nuovo a pregare, dicendo le stesse parole” (Mc 14,39), e Matteo specifica che pregò tre volte ripetendo la medesima invocazione. La ripetizione dettata dal dolore, dall’amore o dall’insistenza profonda non è “spreco di parole”, ma intensità di cuore.

  • Il senso del Rosario secondo la Chiesa: Per i cattolici, il Rosario non è un modo per “informare” Dio di qualcosa che non sa, né un tentativo di accumulare punti recitando formule per comprare la grazia. Le parole ripetute servono, come si diceva, a mantenere il ritmo della mente mentre il cuore compie un viaggio contemplativo. È come ripetere a una persona cara “ti voglio bene” più volte: non si tratta di informazioni nuove per l’altra persona, ma del battito di un legame che si rinnova.

Insomma, il testo di Matteo resta un monito potentissimo contro ogni preghiera superficiale, magica o puramente esteriore. I difensori del Rosario direbbero che il pericolo denunciato da Gesù non sta nel numero delle parole, ma nell’intenzione con cui si dicono.