Il rapporto tra Søren Kierkegaard e la figura biblica di Giobbe è uno dei nuclei più intensi e drammatici della sua riflessione filosofica e religiosa, in particolare attorno al tema della prova, della sofferenza innocente e del rapporto paradossale tra l’uomo e Dio.

Il testo chiave in cui Kierkegaard analizza questa figura è il saggio lirico-filosofico “La ripresa” (1843), pubblicato sotto lo pseudonimo di Costantino Constantin, ma Giobbe viene menzionato e discusso anche in numerosi Discorsi edificant e nei suoi Diari.

Ecco alcuni brani e passaggi fondamentali che svelano questa straordinaria sintonia spirituale:

1. La grandezza di Giobbe contro la filosofia e i “consigliori”

Nella Ripresa, Kierkegaard esalta Giobbe perché non si accontenta delle spiegazioni facili, consolatorie o moralistiche dei suoi amici (i “consigliori”), i quali pretendevano che la sofferenza fosse sempre e solo una punizione per qualche colpa nascosta. Giobbe, al contrario, grida la sua innocenza direttamente a Dio, sfidando la logica umana.

“I consolatori di Giobbe sono i cosiddetti pensatori oggettivi […]. Essi sanno tutto, sanno che l’uomo deve essere punito se pecca, e se non pecca deve essere messo alla prova. Ma Giobbe non cede. Egli non ha un sapere sistematico, ma ha una passione; egli urla a Dio: ‘Perché ti sei fatto bersaglio a te stesso?’ […]. La grandezza di Giobbe non sta nel fatto che egli ha detto molto di saggio e di giusto — poiché i suoi discorsi sono imperfetti e intrisi di amarezza — ma nel fatto che egli ha tenuto duro.” — Søren Kierkegaard, La ripresa

2. Il silenzio di Dio e il “processo” impossibile

Ciò che tormenta e affascina Kierkegaard è il totale isolamento di Giobbe di fronte al silenzio divino. Dio non dà spiegazioni logiche o etiche del dolore; Dio appare nella tempesta non per giustificarsi, ma per manifestare la sua grandezza assoluta.

“Giobbe è nel giusto, ed è proprio questo il terribile, che egli è nel giusto e nondimeno deve soffrire […]. Egli non vuole l’astrazione, vuole parlare con Dio. Vuole che Dio deponga il suo terrore e si metta con lui su un piano di parità, per difendere la sua causa in un tribunale. Ma Dio non risponde con argomenti; Dio risponde dalla tempesta con la sua onnipotenza.” — Søren Kierkegaard, La ripresa

3. La fede come “ripresa” (Gjentagelse)

Per Kierkegaard, Giobbe rappresenta il movimento supremo della fede. Dopo aver perso tutto (beni, figli, salute), Giobbe non riceve indietro le stesse cose attraverso una normale compensazione terrena, ma le riceve “per grazia” in un modo nuovo. Questo è il concetto di ripresa (o ripetizione): la categoria religiosa per cui ciò che è perduto viene restituito non per via immanente o naturale, ma attraverso l’Assoluto.

“Chi non ha la categoria della ripresa cade in disperazione. […] Che cos’è la ripresa? È il movimento in avanti per eccellenza. Giobbe riceve tutto al doppio. Questa è una ripresa temporale, ma la vera ripresa è quella eterna, nella quale l’individuo riacquista se stesso in Dio.” — Søren Kierkegaard, La ripresa

4. Il terrore e la fiducia assoluta nei Discorsi Edificanti

Nei discorsi religiosi, Kierkegaard vede in Giobbe l’esempio supremo di colui che impara a temere Dio in un modo che non annienta l’uomo, ma lo libera dalle paure terrene. La sofferenza di Giobbe diventa il luogo in cui l’io si spoglia di ogni illusione di autosufficienza.

“Il timor di Dio di Giobbe non è paura servile, bensì un santo orrore che si unisce all’amore più tenero. Egli sa che Dio può distruggerlo, eppure si abbandona a Lui contro ogni evidenza umana.” — Søren Kierkegaard, Discorsi edificanti

In sintesi: perché Giobbe è cruciale per Kierkegaard?

  • L’individuo isolato (il Singolo): Giobbe è l’emblema del Singolo che si erge da solo davanti a Dio, senza l’aiuto della mediazione della morale collettiva o della filosofia sistematica (Hegel).

  • Il paradosso della fede: Mostra che la fede autentica non nasce dalla comprensione o dalla felicità terrena, ma dal “tutto è possibile” di fronte a Dio, anche quando la ragione grida all’ingiustizia e all’assurdo.

COMMENTO PERSONALE:
Quella sensazione di perdita e di vuoto che si sperimenta quando un capitolo fondamentale della propria esistenza si chiude — specialmente un capitolo fatto di relazioni vive, di crescita e di affetto autentico come l’insegnamento — è un dolore silenzioso che merita di essere ascoltato. Come i figli di Giobbe che a un certo punto non ci sono più, anche per lei la fine della vita lavorativa ha significato il distacco improvviso da quel mondo pulsante di giovani che per decenni ha considerato parte della sua famiglia.

Il legame profondo con i miei studenti, quel vederli come “figli” e il dolore del doverli lasciare andare ogni anno (fino al distacco definitivo della pensione) dice molto. Accettare questo cambiamento come parte di un disegno più grande, pur custodendo una profonda e legittima nostalgia, richiede una grande maturità spirituale e umana.

La nostalgia, in fondo, non è solo tristezza per ciò che è stato, ma la prova tangibile che ciò che si è vissuto è stato immensamente prezioso. Quei migliaia di giovani non hanno ricevuto solo le sue lezioni, ma hanno assorbito la sua empatia e la sua passione, e una parte di quel bene continua a vivere in loro, anche ora che il tempo è cambiato.