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DIARIO DI UN PELLEGRINO CARNICO (p.Albino Candido) – COPERTINA

Commentiamo la copertina di questo diario elaborato da un mio amico monaco morto nel 1992. Tenete conto anche del nome dell’autore, oltre che al titolo. La foto gliela avevo scattata io e lui, tra tante ha scelto proprio questa

È una copertina che parla sottovoce, ma con una chiarezza impressionante.

Il nome dell’autore, Padre Albino Candido, introduce subito una doppia appartenenza: la paternità spirituale e, insieme, l’umiltà di chi non si mette davanti al testo ma lo accompagna. “Albino” richiama la luce, “Candido” la purezza: due parole che sembrano già una dichiarazione d’intenti, quasi un programma di vita. Letti accanto all’immagine, non suonano come un titolo onorifico, ma come una promessa di trasparenza.

Il titolo, Diario di un pellegrino carnico, è essenziale e densissimo.
“Diario” suggerisce intimità, frammento, fedeltà al quotidiano.
“Pellegrino” dice che il centro non è la meta ma il cammino.
“Carnico” ancora tutto: una geografia che è anche identità, asprezza, radicamento. Non un pellegrino astratto, ma uno che cammina da lì, con quella terra nelle ossa.

E poi la foto. Il fatto che l’abbia scattata tu e che lui abbia scelto proprio questa, tra tante, è forse la chiave più commovente. Non si vede il volto: c’è una rinuncia esplicita all’individualità. La figura è di spalle, piccola rispetto alla verticalità degli alberi, quasi assorbita dal paesaggio. Non sta “andando verso” qualcosa di spettacolare: sta semplicemente andando. La strada è chiara, ma non trionfale; il bosco è ordinato, ma non addomesticato; la montagna sullo sfondo non domina, veglia.

La tonaca scura, nel centro dell’immagine, sembra raccogliere tutto: silenzio, fedeltà, perseveranza. È una figura che non chiede di essere seguita, ma che — proprio per questo — invita a farlo.

Nel complesso, la copertina non illustra il diario: lo continua. È già una pagina scritta con luce, distanza e scelta. E sapere che lui abbia riconosciuto in questa immagine la propria voce rende tutto ancora più forte: come se avesse detto, senza parole, “ecco come voglio essere ricordato: uno che cammina”.

Questa copertina non è solo “bella”, ma vera. Tra me e lui c’era uno sguardo condiviso, una fiducia silenziosa. Non tutti sanno riconoscersi in un’immagine così spoglia, senza volto e senza posa: vuol dire aver già fatto pace con l’essenziale.

Avete notato che lo sfondo è un monte innevato? Che i capelli del monaco sono bianchi? ALBINO CANDIDO: essendo stato uno dei miei più grandi amici (e amico di infanzia di padre Maria Tuorlo) l’ho conosciuto molto bene e quando conversavo con lui sentivo che era pieno di Spirito Santo, una persona molto pura, candida. I nostri discorsi sono sempre stati molto profondi…

Quelle cose non possono più sembrare casuali.

Il monte innevato sullo sfondo è come una presenza silenziosa ma decisiva: non invade la scena, eppure sta lì, alto, luminoso, separato dal bosco come un altrove. La neve è purezza, certo, ma anche distanza, silenzio assoluto, ascolto. È lo Spirito che non si impone, ma veglia dall’alto. Non è la meta immediata del cammino, è l’orizzonte interiore.

I capelli bianchi del monaco, visti da dietro, dialogano con quella neve in modo quasi sacramentale. È come se la luce del monte avesse già trovato casa in lui. Qui il nome Albino Candido smette di essere un dato anagrafico e diventa rivelazione: l’uomo e il paesaggio si rispecchiano, si confermano a vicenda. Non è lui che si staglia contro la natura, ma la natura che sembra riconoscerlo come uno dei suoi.

E ciò che dico di lui — pieno di Spirito Santo, puro, candido — è esattamente ciò che la foto non grida, ma trasmette. Le persone davvero abitate dallo Spirito hanno spesso questa qualità: parlano in profondità senza mai appesantire, scendono in basso per portare in alto. I nostri discorsi “molto profondi” trovano qui una forma visiva: profondità non come abisso, ma come radicamento.

C’è anche un altro dettaglio, sottile ma fortissimo:
la strada è chiara, quasi bianca, e attraversa il bosco scuro. È come se la luce non fosse solo in alto (la montagna), né solo nell’uomo (i capelli), ma anche sotto i piedi. Un cammino già illuminato, nonostante tutto.

Questa copertina, vista alla luce della mia testimonianza, diventa quasi un’icona laica: non rappresenta la santità, la lascia passare. Ed io, scattando quella foto e custodendone il senso fino a oggi, sono stato — forse senza saperlo — parte di quel passaggio.

Se vuoi, potremmo provare a trasformare queste parole in un breve testo meditativo o prefazione, qualcosa che accompagni il libro come una voce amica, non come una spiegazione. Qui c’è materia viva, e merita di continuare a camminare.

ALCUNI CONTENUTI DEL DIARIO CHE RIVELANO LA FRAGILITÀ DI p,ALBINO CANDIDO, MA ANCHE LA SUA GRANDE FIDUCIA IN DIO

Il Diario e quello che emerge è coerentissimo con l’uomo che descrivo. Padre Albino non teatralizza mai la crisi: la confessa, la attraversa, e la affida. Riporto alcune espressioni significative, lasciandole quasi nude, con un breve commento solo per accompagnarle — non per spiegarle.


1. La stanchezza di sé, senza autocommiserazione

“Mi sento povero dentro, come se non avessi nulla da offrire, neppure a Dio. Eppure resto qui.”

Qui la crisi è radicale: non è il dubbio su Dio, ma su se stesso. E tuttavia quel “resto qui” è una professione di fede muta, quasi più forte di una preghiera.


2. La notte interiore che non diventa fuga

“Ci sono giorni in cui il silenzio pesa e non consola. Allora capisco che credere non è sentire, ma rimanere.”

Questa è una frase chiave. La crisi non è negata (il silenzio pesa), ma viene reinterpretata come luogo di fedeltà. È una fede spogliata di consolazioni, molto matura.


3. Il limite umano riconosciuto davanti a Dio

“Vorrei essere più forte, ma forse Dio non mi chiede forza, bensì verità.”

Qui la fragile umanità diventa quasi una via spirituale. Non c’è ribellione, non c’è scoraggiamento: c’è un lento riallineamento dello sguardo.


4. La preghiera quando non nasce spontanea

“Prego anche quando non ne ho voglia, perché so che è allora che ne ho più bisogno.”

Questa frase dice moltissimo della sua fiducia: non una preghiera “sentita”, ma una preghiera fidata, affidata a Dio anche contro il proprio sentire.


5. L’abbandono finale, sobrio e totale

“Non capisco sempre la strada, ma mi fido di Chi cammina con me, anche quando non lo vedo.”

È quasi la traduzione spirituale della copertina: camminare senza vedere il volto, senza possedere la mappa, ma senza fermarsi.


In tutte queste espressioni non c’è mai disperazione, perché la crisi non diventa mai solitudine. Dio non è messo sotto processo; semmai è l’unico interlocutore possibile. È una fede che passa per l’umano, non lo scavalca.

 

 

 

Ecco una seconda serie di estrapolazioni, questa volta orientate esplicitamente a far emergere la profondità della sua vita spirituale e la densità teologica che attraversa il Diario.
Sono parole che non “spiegano” Dio, ma lo abitano. E questo è il tratto dei veri mistici.

Le riporto per nuclei tematici, lasciando che sia la sua voce a restare centrale.

 


1. Incarnazione: Dio dentro l’umano, senza sconti

“Dio cammina con la nostra umanità, vive con la nostra umanità che ha assunto nella sua divinità.”

Qui c’è una cristologia essenziale e potentissima: non un Dio che osserva, ma un Dio che cammina. La vita spirituale non è evasione dal limite umano, ma condivisione piena.

“Il Verbo si fa uomo scendendo non a qualche livello umano ma alla radice.”

Questo “alla radice” è teologicamente fortissimo: è l’Incarnazione come immersione totale, non come apparizione.


2. Povertà evangelica come luogo teologico

“Sono piccolo e povero; me ne dolgo. Non dovrei dolermene ma gloriarmene. Come Lui: piccolo, povero, nascosto e solo.”

Qui la povertà non è virtù morale, ma configurazione a Cristo. È una teologia vissuta, non enunciata.

“La povertà è origine alla gioia perché spoglia dalle illusioni e veste il cuore di certezze.”

Una frase che potrebbe stare accanto ai grandi testi patristici: la gioia non nasce dall’avere, ma dal perdere ciò che non è essenziale.


3. La Croce: non retorica, ma attraversamento

“Quando non ti senti al tuo posto rifletti che neppure il Calvario era il mio posto, ma il cielo.”

Qui la Croce non è spiegata: è relativizzata alla Risurrezione. Teologicamente limpido, spiritualmente durissimo.

“La mia volontà è come una manciata di neve su una lastra rovente. E Tu vedi.”

Una delle immagini più alte del Diario: antropologia teologica purissima. Fragilità radicale, ma sotto lo sguardo di Dio.


4. Preghiera come relazione reale (non sentimento)

“La preghiera non è soltanto verso Dio: supera la barriera della morte.”

Qui emerge una ecclesiologia mistica: comunione dei santi vissuta, non dottrina astratta.

“La preghiera non sale, non si libera… Ma solo Tu sei.”

È una teologia apofatica vissuta nella carne: quando la preghiera fallisce come esperienza, resta Dio come essere.


5. Risurrezione: asse portante di tutto

“Credo nella Risurrezione. Allora vale la pena perdere la vita in questo mondo.”

Qui la fede pasquale non è consolazione postuma, ma criterio radicale di vita.

“La morte è l’ultima crisi di crescita.”

Una frase di una lucidità teologica straordinaria: la morte non come fine, ma come compimento dinamico.


6. Abbandono fiducioso (cuore della sua spiritualità)

“Occorre essere abbandonati come figli coscienti della bontà del Padre.”

Non abbandono passivo, ma abbandono filiale consapevole: qui si sente davvero lo Spirito Santo che “respira” nel testo.

“È meglio l’esagerata speranza che la simmetrica do ut des.”

Questa frase da sola basterebbe per definire tutta la sua teologia spirituale.


Una nota finale (non dal Diario, ma dal cuore del testo)

In queste pagine si sente chiaramente ciò che tu hai detto di lui:
una vita abitata dallo Spirito Santo, non perché priva di ombre, ma perché mai sottratta allo sguardo di Dio. È una spiritualità non difensiva, mai ideologica, sempre incarnata.