Fb 11 dicembre – III di Avvento
Mt 11,2-11
Tocca a noi fare miracoli (di p.Ermes Ronchi)

Giovanni, la roccia che sfidava le tempeste del deserto, che era più che un profeta, il più grande di tutti, è in crisi: sei tu o no, quello che il mondo attende?
Grande domanda che permane intatta: perseveriamo dietro il Vangelo o cerchiamo altrove?
Sei tu, o ci siamo sbagliati? Giovanni il profeta granitico, non capisce. Troppo diverso quel cugino di Nazaret da ciò che la gente, e lui stesso, si aspettavano. Dov’è la scure tagliente? E il fuoco per bruciare i corrotti?
Giovanni dubita, eppure Gesù non perde niente della stima immensa che nutre per lui. I dubbi infatti non diminuiscono la fede del profeta, la purificano. Così accade anche per noi: non esiste fede senza dubbi; io credo e dubito al tempo stesso, ma Dio non si attarda sulle ombre.
Sei tu? Gesù risponde con un asciutto elenco di fatti concreti: ciechi, storpi, sordi, lebbrosi, morti e poveri guariscono, si rimettono in cammino con una seconda opportunità che cambia loro la vita.
Sta a noi ora prolungare i gesti di Gesù: «Se io riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è sufficiente a giustificare la mia vita. E acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!» (Evangelii gaudium, n. 274).
Dio comincia dagli ultimi. È vero, per qualche cieco guarito, legioni d’altri sono rimasti nella notte; nessun deserto si è coperto di gigli, anzi, il deserto con i suoi veleni si espande e corrode i gigli della terra. Ma è questione di lievito, di un pizzico di lievito nella pasta.
Gesù è un Dio che non brucia i peccatori, come annunciava il Battista, ma siede a tavola con loro; non promette di risolvere i problemi attraverso un pacchetto di miracoli, ma attraverso di noi: “voi farete miracoli più grandi dei miei”, se vi impastate con i feriti della terra.
Ho visto uomini e donne compiere miracoli. Molte volte, in molti modi. Li ho visti, e ho pianto con loro di gioia. Quelle sei opere sono allora l’utopia di una storia che va nascendo. Sono le mani di Dio impigliate nel folto della vita, attraverso le nostre mani.
Beato chi non trova in me motivo di scandalo. Gesù portava scandalo e lo porta oggi, a meno che non ci facciamo un Cristo a nostra misura. Non stava con la maggioranza, ha cambiato le regole del potere, ha messo la persona prima della legge, e il prossimo al mio pari. E tutto con i mezzi poveri, di cui il più scandalosamente povero è stata la croce.
Gesù: un uomo solo, con un pugno di amici, di fronte ai mali immensi del mondo. Beato chi lo sente come piccolo e fortissimo seme di luce, come un seme di fuoco che divampa e accende non solo credenti, ma credenti credibili.

 

Avvenire III AVVENTO A

Sei tu o dobbiamo aspettare un altro? Giovanni Battista, il più grande tra i nati di donna, non ha più le idee chiare. Lui, “più che un profeta”, dubita e chiede aiuto.
Non so voi, ma io credo e dubito al tempo stesso; e Dio gode che io mi ponga e gli ponga delle domande.
Non so voi, ma io credo e non credo, in duello, come il padre disperato del racconto di Marco, che ha un figlio che lo spirito butta nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo, e confessa a Gesù: “io credo, ma tu aiutami perché non credo” (Mc 9,23).
E Gesù risponde in modo meraviglioso: non offre definizioni, pensieri, idee, teologia, neppure risponde con un “sì” o un “no”, prendere o lasciare. Racconta delle storie. C’era una volta un cieco… e nel paese vicino viveva uno zoppo dalla nascita. Racconta sei storie che hanno comunicato vita, così come era accaduto nei sei giorni della creazione, quando la vita fioriva in tutte le sue forme. Sei storie di nuova creazione.
Gesù parte dagli ultimi della fila, non comincia da pratiche religiose, ma dalle lacrime: ciechi, storpi, sordi, lebbrosi, morti, poveri…; da dove la vita è più minacciata. E fa per loro un vestito di carezze. Non guarisce gente per rinforzare le fila dei discepoli, per farne degli adepti, per tirarli alla fede come pesci presi all’amo della salute ritrovato, ma per restituirli a umanità piena e guarita, perché siano uomini liberi e totali. E non debbano più piangere.
La bibbia è fatta soprattutto di narrazioni, Le storie dicono che senso diamo al mondo, cioè “che storia ci stiamo raccontando?” Tutte le grandi narrazioni dicono questo: come si affronta la morte, raccontano di come si fa a non morire, a ripartire. Sono iniziazione alla vita.
Ai discepoli inviati da Giovanni Gesù chiede di entrare in una nuova narrazione del mondo. Entrano e vedono nascere la terra nuova e il nuovo cielo. E chiede loro di continuare il racconto: raccontate ciò che vedete e udite.
Poi il racconto si fa domanda: Cosa siete andati a vedere nel deserto? Un bravo oratore? Un trascinatore di folle? Un leader carismatico? Forse una canna sbattuta dal vento? Un opportunista che piega la schiena pur di restare al suo posto? Che cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Preoccupato dell’abito firmato? Del macchinone da far vedere? Che cosa siete andati a vedere?
Perché Dio non si dimostra, si mostra. Nel deserto hanno visto un corpo marchiato, scolpito, inciso dalla Parola. Giovanni ha offerto un anticipo di corpo, un capitale di incarnazione e la profezia è diventata carne e sangue.
Noi tutti ci nutriamo di storie, e questa è la narrazione di cui la terra ha più bisogno per nutrirsi: storie di credenti credibili.

 

 

Dove gesti e parole sono un tutt’uno, messaggio e messaggero coincidono. Lui è ciò che dice e dice ciò che è.
Gesù non è venuto a portare nozioni, ma la primavera del mondo; potenza di vita e desiderio di più grande vita. Il miracolo della primavera.
Il poeta Giuseppe Centore prega così:
Tu sei per me segretamente // ciò ch’è la primavera per i fiori.

Il tuo racconto, tu lo fai accadere,
le storie sono la prima maniera in cui noi entriamo in relazione
col nostro destino.
Paolo lo dice chiaro ‘Se non è risorto, tutto questo che ci stiamo raccontando è una favola’.
Siccome noi siamo esseri narrativi, l’unica maniera per capire come avere questo cuore intelligente che Salomone chiede, è nutrirci di storie,
il nostro compito è allora scegliere di quali storie nutrirci.
Noi siamo racconto, il racconto è iniziazione alla vita. I discepoli di Giovanni devono guardare, vedere, ascoltare, e poi verrà la domanda: “ma che storie sono queste?”.
Ma che razza di storie ci racconti, Gesù.
sono queste? Sono scure che cala un taglio vivo nel vecchio tronco.

 

Lui non ha mai indottrinato nessuno, mai catechizzato nessuno. Lui è il Maestro dei maestri e la sua pedagogia consiste nel far nascere in ciascuno risposte libere, personali, coinvolgenti. Risponde con una narrazione. E il suoi racconto organizza il mondo, fa accadere
E dice: raccontate ciò che vedete e udite.
Dice anche a noi: guardate, osservate, non chiudete gli occhi;
ascoltate, fate attenzione, aprite l’orecchio del cuore.
Ascoltare e vedere, da lì si ricomincia.

È sempre lì, fedele come ogni alba,
ad attendere che io mi affacci alla vita
per riempire la casa di luce
perché anche il mio volto splenda!

L’abbé Pierre diceva:
La vita è un pezzetto di strada per imparare ad amare.
Perché non sappiamo farlo bene.
Se ascoltiamo i mistici dobbiamo smetterla di cercarlo l’amore, c’è già,
“siamo immersi in un oceano d’amore,
e non ce ne rendiamo conto” (Vannucci).
Non di tristezza, ma di amore.
Noi possiamo solo sciuparlo, bloccarlo, distruggerlo.
Prendiamoci un momento di silenzio
per cercare in noi e trovare e provare a togliere tutte le barriere
che abbiamo costruito, ognuno di noi, contro l’amore.

Omelia
E se ci fossimo sbagliati, se avessimo tutti preso una cantonata?
Se di là non ci fosse niente? Cielo vuoto? Nessun Dio…
Non vi è mai venuto il dubbio? Davvero? Oggi il vangelo ci rassicura: siamo in buona compagnia.
Giovanni, il profeta granitico, anzi più che un profeta, è entrato in crisi.
Dal carcere manda a dire a Gesù: Sei tu, o dobbiamo aspettare un altro?
Troppo diverso quel cugino di Nazaret, e pensare che da piccoli giocavano insieme: Dov’è la scure tagliente per abbattere gli alberi senza frutto? E il fuoco che li brucia?
Anche il più grande tra i nati di donna dubita (e ci conforta): ma io a chi ho preparato la strada?
E i suoi dubbi non tolgono nulla alla grandezza di Giovanni, nulla alla stima immensa che Gesù nutre per lui.
Perché una fede senza dubbi non esiste;
perché da nessuna parte è scritto che una fede-diamante, che niente scalfisce, una fede-acciaio-inossidabile sia meglio di una piccola fede
impastata di dubbi e domande.
Ne basta poca, di fede, anche meno di un granellino di senape, purché sia autentica. E cosa significhi fede autentica lo capiamo dalle parole di Giovanni: se non sei tu, io continuerò a cercare, comunque; io non mollo, io non sto fermo! Se devo aspettare ancora, sappi che io non mi arrendo, continuerò ad attendere e a cercare.
Fede umile e testarda come il battito del cuore.

È vero, è una questione di germogli: per qualche cieco guarito, legioni d’altri sono rimasti nella notte.
È una questione di lievito, un pizzico nella pasta ancora immobile; eppure quei piccoli segni possono bastare a farci credere che il mondo non è un malato inguaribile. Che né io né tu, nessuno di noi lo è.
Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della terra con un pacchetto di prodigi. L’ha fatto con l’Incarnazione, perdendo se stesso in mezzo al dolore dell’uomo, intrecciando il suo respiro con il nostro, aprendo germogli sulla corteccia dura della vita.
E beato chi non si scandalizza di me! Dov’è lo scandalo, l’inciampo? Gesù non porta il castigo di Dio, non è il flagello di Dio, ma la sua misericordia. Il castigo di Dio non ci scandalizza.
Noi siamo disposti a credere che Dio castiga i colpevoli, a dargli ragione, a desiderarlo: che giustizia è se i cattivi non sono puniti?
E in questo modo possiamo pensare di pareggiare i conti, di sentirci a posto. Ma con Dio non siamo mai a posto, i nostri conti saranno sempre in rosso; confessiamolo, e ci farà bene.
Quello che ci scandalizza, a cominciare dai più religiosi, è la misericordia; si scandalizzano quelli che pensano di essere bravi.
Invece il Padre comunica amore a giusti e malvagi, sì, anche ai cattivi, indipendentemente dal comportamento degli uomini. È la croce, quell’abbraccio che vedete alle mie spalle, aperto per tutti, scandalo e follia.
Gesù non ha mai castigato nessuno.
Ha promesso qualcosa di meglio di una serie di prodigi, il miracolo del seme, la fiducia del seme invisibile sottoterra, del seme crocifisso.
C’è un salmo che dice che “Germoglio è un nome di Dio!” (Sl 72,17). Pensate che bello, che fiducia: la verità di Dio come un germoglio.
La parola Verità deriva dal latino ver veris, primavera, verità è ciò che fa come la primavera, fa spuntare germogli e nascere vita, mette una euforia di boccioli, non teorie o sistemi di pensiero.

Lui crede ed è credibile.

Dobbiamo tutti far scendere la fede dalla testa alla vita.
Giovanni ha offerto un anticipo di corpo alla parola di Dio

PREGHIERA ALLA COMUNIONE

La vita è movimento
È aria che circola
È terra che si trasforma
È acqua che scorre
È seme che fiorisce
È coraggio di rischiare
È scommettere sul futuro
È fiducia nella bellezza
È abbandono alla speranza
Allora coraggio!
Continuiamo tutti a camminare
Un po’ goffi e impacciati
Ma non restiamo sconfitti per terra.
Alzati!
Le ferite bruciano
I graffi fanno male
Ma non umiliamo la vita che è dentro di noi
Coraggio alziamoci!
Camminerò, Signore, inciamperò nell’aria
come un angelo imperfetto,
incerto del suo cielo,
incredulo di avere le ali
ma neanche la creatura più perfetta
ha il tuo splendore, piccolo uomo,
coraggio: è nella la tua fragile forza, nel dubbio, nell’insuccesso,
nel tuo bisogno, che rimane la tua parte migliore.
Camminiamo, allora
E non fa niente
se non sappiamo da che parte andare
seguiamo il fiotto della vita
intuendone magari solo il profumo
allungando un po’ lo sguardo
verso l’orizzonte
che ci appare inafferrabile.
Siamo nati per questo infinito
Che non riusciamo a contenere.
(Gigi Verdi)