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Fb 8 novembre 2020

Mt 25, 1-13 – XXXII domenica

p.Ermes Ronchi

 

Lampada ai miei passi

E’ bello questo racconto, è bello un Regno simile a dieci ragazze che sfidano la notte, armate solo di un po’ di luce, di quasi niente. Dieci piccole luci nel buio, gente coraggiosa che si mette per strada e osa sfidare la notte e il ritardo del sogno; e che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno, un po’ d’amore dalla vita, lo splendore di un abbraccio in fondo alla nebbia.

Nel dettaglio cinque ragazze sono sagge, sono custodi di luce perché vedono lontano, vedono oltre; cinque sono stolte, hanno una vita vuota e superficiale, presto spenta.

E qui cominciano i problemi. Tutti i protagonisti fanno brutta figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato che mette in crisi tutte le ragazze; le cinque stolte che non hanno pensato all’olio di riserva; le sagge che si rifiutano di condividere; e quello che chiude la porta della casa in festa, cosa che è contro l’usanza, perché tutto il paese partecipava all’evento delle nozze.

Gesù usa tutte le incongruenze possibili per provocare e rendere attento l’uditorio.

Il punto di svolta del racconto è un grido. Che rivela non tanto la mancata vigilanza (tutte si addormentano, sagge e stolte, tutte ugualmente stanche) ma lo spegnersi delle torce: “dateci un po’ del vostro olio perché le nostre lampade si spengono, perché senza luce non è vita”.

La risposta è lapidaria: no, perché non venga a mancare a tutte. Andate a comprarlo.

Tutto sembra oscurare l’atmosfera gioiosa della festa, ma il senso profondo di queste parole è un richiamo alla responsabilità: un altro non può amare al posto mio, essere buono o onesto al posto mio, desiderare Dio per me. Se io non sono protagonista di me stesso, chi lo sarà?

Una parabola difficile che si chiude con un esito duro: “Non vi (ri)conosco!”, e non potrebbe essere diversamente, perché lui è luce, luce pura, e gli spenti non sa chi siano.

Parabola esigente e consolante.

Gesù non spiega che cosa sia l’olio delle lampade. Sappiamo però che ha a che fare con la luce e col fuoco: in fondo, è saper bruciare per qualcosa o per Qualcuno. Saper bruciare per un’attesa.

L’alternativa centrale è tra vivere accesi o vivere spenti.

Tutte si addormentano, ed è la nostra storia: tutti ci siamo stancati, forse abbiamo mollato.

Dio non ci coglie in flagrante, è una voce che ci scuote, ogni volta, anche nel buio più fitto, per mille strade intricate e, nel momento più nero, qualcosa, ci ha risvegliato.

La nostra vera forza sta nella certezza che la voce di Dio verrà. È in quella voce, che non mancherà; che riuscirà a ridestare da tutti gli sconforti; che mi rialza dicendo che di me non è stanca, che mi sostiene nella paura; che disegna un mondo colmo di incontri e di luci.

A me basterà avere un cuore in ascolto, ravvivarlo come una lampada e uscire correndo, incontro al suo abbraccio.

 

Avvenire XXXII A

Matteo 25,1-13

Nessuno dei protagonisti della parabola fa una bella figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato mette in crisi tutte le ragazze; le cinque stolte non hanno pensato a un po’ d’olio di riserva; le sagge si rifiutano di aiutare le compagne; il padrone chiude la porta di casa, cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava alle nozze, entrava e usciva dalla casa in festa. Eppure è bello questo racconto, mi piace l’affermazione che il Regno di Dio è simile a dieci ragazze che sfidano la notte, armate solo di un po’ di luce. Di quasi niente. Per andare incontro a qualcuno. Il Regno dei cieli, il mondo come Dio lo sogna, è simile a chi va incontro, è simile a dieci piccole luci nella notte, a gente coraggiosa che si mette per strada e osa sfidare il buio e il ritardo del sogno; e che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno, “uno sposo”, un po’ d’amore dalla vita, lo splendore di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede. Ma qui cominciano i problemi. «Tutte si addormentarono», le stolte e le sagge. Perché la fatica del vivere, la fatica di bucare le notti, ci ha portato tutti a momenti di abbandono, a sonnolenza, forse a mollare. La parabola allora ci conforta: verrà sempre una voce a risvegliarci, Dio è un risvegliatore di vite. Non importa se ti addormenti, se sei stanco, se l’attesa è lunga e la fede sembra appassire. Verrà una voce, verrà nel colmo della notte, proprio quando ti parrà di non farcela più, e allora “non temere, perché sarà Lui a varcare l’abisso” (D. M. Turoldo). Il punto di svolta del racconto non è la veglia mancata (si addormentano tutte, tutte ugualmente stanche) ma l’olio delle lampade che finisce. Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa: una vita spenta, una vita accesa. Tuttavia lo scatto in alto, l’inatteso del racconto è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare alla vita. Io non sono la forza della mia volontà, non sono la mia capacità si resistere al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda, di certo verrà, a ridestare la vita da tutti gli sconforti, a consolarmi dicendo che di me non è stanca, a disegnare un mondo colmo di incontri e di luci. A me serve un piccolo vaso d’olio. Il vangelo non dice in che cosa consista quell’olio misterioso. Forse è quell’ansia, quel coraggio che mi porta fuori, incontro agli altri, anche se è notte. La voglia di varcare distanze, rompere solitudini, inventare comunioni. E di credere alla festa: perché dal momento che mi mette in vita Dio mi invita alle nozze con lui. Il Regno è un olio di festa: credere che in fondo ad ogni notte ti attende un abbraccio.

 

 

 

 

Gesù non è compreso: Egli si offre interamente ad ogni uomo nell’Eucaristia, ma pochi gli danno retta e non desiderano ricevere questo immenso dono, il quale è la realizzazione di quello che Gesù stesso ha promesso: “Io sarò con voi sino alla fine del mondo”.

Ognuno di noi credenti ha il compito di comunicare agli altri la grandezza di questo dono per invogliarli ad apprezzarlo seriamente.

Tutti dovremo rispondere davanti a Dio di quello che abbiamo fatto di questo incredibile mistero. Purtroppo moltissimi non credono o sono troppo pigri per correre con entusiasmo a ricevere l’Eucaristia.

Altri sono totalmente indifferenti o ci vanno solo per abitudine con la tristezza e la noia nel proprio cuore. Ciò dispiace moltissimo a Gesù, il quale ci vuole tutti sereni e contenti.

L’Eucaristia è il mezzo migliore per amare Gesù: grazie ad essa siamo spinti ad amare Dio ed il prossimo perché veniamo gradualmente divinizzati per prepararci alla venuta del Regno dei Cieli, l’incontro definitivo della nostra anima con lo Sposo divino.

 

 

 

Se fossimo profondamente coscienti del valore di una Santa Messa ben partecipata, cercheremmo di fare di tutto per frequentarla giornalmente. In essa ascoltiamo le parole del nostro Divino Maestro, gli chiediamo le grazie necessarie per noi ed il prossimo, lo riceviamo in corpo, sangue, anima e divinitá…

Ripeto: riceviamo il corpo, il sangue, l’anima e la divinità di Gesú Cristo, per mezzo del quale tutto esiste e continua ad esistere grazie al suo divino sostegno. Durante la Santa Messa noi possiamo ricevere grandi grazie, tra le quali il perdono delle nostre colpe, la salute dell’anima e del corpo, la risoluzione dei problemi che ci affliggono, la protezione speciale della SS. Trinitá, la forza e la gioia dello Spirito Santo, la pace interiore, la conversione dei nostri cari e di tutte le persone che raccomandiamo al Signore, la benedizione del Padre e la protezione dai nemici e dalle insidie del demonio, la speciale protezione di Maria Santissima (presente, all’Eucaristia insieme agli angeli ed ai Santi), la liberazione delle anime dal purgatorio insieme alla loro gratitudine eterna.

Pensiamo molto bene cosa perdiamo trascurando la Santa Messa per pigrizia o per incredulità od indifferenza!MEDITATE,

 

MEDITATE GENTE DI BUONA VOLONTA’ !!!

 

 

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Dio è l’amico, l’alleato, lo sposo. Nella preghiera si può stabilire un rapporto di confidenza con Lui, tant’è vero che nel “Padre nostro” Gesù ci ha insegnato a rivolgergli una serie di domande.

A Dio possiamo chiedere tutto, tutto; spiegare tutto, raccontare tutto. Non importa se nella relazione con Dio ci sentiamo in difetto: non siamo bravi amici, non siamo figli riconoscenti, non siamo sposi fedeli. Egli continua a volerci bene. È ciò che Gesù dimostra definitivamente nell’Ultima Cena, quando dice: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22,20). In quel gesto Gesù anticipa nel cenacolo il mistero della Croce.

Dio è alleato fedele: se gli uomini smettono di amare, Lui però continua a voler bene, anche se l’amore lo conduce al Calvario. Dio è sempre vicino alla porta del nostro cuore e aspetta che gli apriamo. E alle volte bussa al cuore ma non è invadente: aspetta. La pazienza di Dio con noi è la pazienza di un papà, di uno che ci ama tanto. Direi, è la pazienza insieme di un papà e di una mamma. Sempre vicino al nostro cuore, e quando bussa lo fa con tenerezza e con tanto amore.

Proviamo tutti a pregare così, entrando nel mistero dell’Alleanza. A metterci nella preghiera tra le braccia misericordiose di Dio, a sentirci avvolti da quel mistero di felicità che è la vita trinitaria, a sentirci come degli invitati che non meritavano tanto onore. E a ripetere a Dio, nello stupore della preghiera: possibile che Tu conosci solo amore? Lui non conosce l’odio. Lui è odiato, ma non conosce l’odio. Conosce solo amore. Questo è il Dio al quale preghiamo. Questo è il nucleo incandescente di ogni preghiera cristiana. Il Dio di amore, il nostro Padre che ci aspetta e ci accompagna.

Papa Francesco 14 maggio 2020

 

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La morte è certa, è l’ora che è incerta!

Generalmente non sappiamo il momento esatto in cui il Signore verrà a prenderci. Il fatto che Egli verrà a prenderci è la cosa più certa della nostra vita, ma non l’ora.

Il Signore ha deciso sin dall’Eternità il suo piano su di noi che non sempre conosciamo bene. È importante pregare lo Spirito Santo che ci illumini continuamente su questo. Che ci illumini su come dobbiamo comportarci durante l’attesa, perché la vita terrena, dobbiamo convincerci, è attesa della sua venuta!

La venuta dello Sposo comporta anche gioia interiore, perché allora finiremo di peccare e di soffrire se saremo redenti in Lui.

D’ora in poi facciamo tutto con distacco: mangiamo, lavoriamo, amiamo noi stessi ed il prossimo, serviamo il Signore con passione, consapevoli che passa la scena di questo mondo e che ci attende una realtà molto più luminosa ed intensa: la contemplazione diretta di Dio.

 

 

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di p. Ermes Ronchi

Domenica XXXII A

Matteo 25,1-13

Una parabola difficile, una conclusione dura (“non vi conosco”), un racconto pieno anche di incongruenze. Tutti i protagonisti della parabola fanno brutta figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato che mette in crisi tutte le ragazze; le cinque stolte che non hanno pensato a un po’ d’olio di riserva; le sagge che si rifiutano di condividere; e quel padrone che chiude la porta della casa in festa, cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava alle nozze, entrava e usciva dalla casa in festa… Gesù usa tutte una serie di incongruenze per provocare e rendere attento l’uditorio. Eppure è bello questo racconto, mi piace sentire che il Regno è simile a dieci ragazze che sfidano la notte, armate solo di un po’ di luce. Di quasi niente. Per andare incontro a qualcuno. Il regno dei cieli, il mondo come Dio lo sogna, è simile a chi va incontro, Il regno dei cieli è simile a dieci piccole luci nella notte, a gente coraggiosa che si mette per strada e osa sfidare il buio e il ritardo del sogno; e che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno, “uno sposo”, un po’ d’amore dalla vita, lo splendore di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede. Nella notte: cioè nel pessimismo, nella delusione, nella stanchezza, in quell’aria di scoraggiamento e di sfascio che ha preso tutta questa nostra stagione civile, noi dovremmo essere gente che sa prendere la propria lampada: c’è da andare incontro e va; c’è da fare qualcosa e lo fa. Perché il mondo cambia se noi cambiamo. Noi, testimoni della luce, come è detto di Giovanni Battista (cf. Gv 1, 7-8). In questa notte scura,
qualcuno di noi, nel suo piccolo,
è come quei “lampadieri” di una volta, che,
camminando davanti agli altri, tengono la pertica rivolta all’indietro,
appoggiata sulla spalla,
con la lanterna in cima.
Così,
il “lampadiere” vede poco davanti a sé,
ma consente ai viaggiatori che vengono dietro di lui di camminare più sicuri.
 Qualcuno ci prova.
Non per eroismo o narcisismo,
ma per sentirsi dalla parte buona della vita.
 Per quello che si è.
Perché ci credi.
Avanzi un po’ a tentoni, esplori, ma altri ti seguono sicuri. Sono piccoli grandi profeti che esplorano piste, ipotesi, che rischiano, con la loro originalità creativa. Spingono ad ogni passo la notte più in là. Dio ha dato a ciascuno il potere di arricchire le vite degli altri.

Ma qui, nella parabola, cominciano i problemi. «Tutte si addormentarono», stolte e sapienti, prudenti e superficiali. Perché la fatica del vivere, la fatica del credere, di attraversare la notte, di fare i lampadieri, ha portato tutti noi a momenti di abbandono, a sonnolenza, forse a mollare. Il problema non è tanto resistere al sonno; forse per un po’, solamente per un po’, ce la facciamo. Il vero problema è risvegliarci alla voce di mezzanotte, e preparare la lampada, risvegliarci al grido che indica lo sposo, ravvivare il cuore e rimettersi in piedi. La parabola mi conforta: verrà sempre una voce che ci risveglia. Dio è un risvegliatore di vite. Non importa se ti addormenti, se sei stanco, se l’attesa è lunga, se il tuo cristianesimo sembra appassire; c’è sempre una voce che ti risveglia; allora ravvivi il cuore e vai; perché Dio è vivo, ed è lui che viene incontro, e sarà lui a varcare l’abisso (Turoldo). Il punto di svolta del racconto è non tanto la mancata vigilanza, si addormentano tutte, tutte ugualmente stanche, ma lo spegnersi delle torce: Dateci un po’ del vostro olio perché le nostre lampade si spengono…La risposta è dura: no, perché non venga a mancare a noi e a voi. Andate a comprarlo. Il senso vero di queste parole è un appello alla responsabilità: un altro non può amare al posto mio, non può essere buono, onesto al posto mio, non può andare incontro alla vita al posto mio. Se io non sono responsabile di me stesso, chi lo sarà per me? Ognuno di noi è una di quelle ragazze: se sagge o folli spetta ad ognuno di noi stabilirlo. Matteo non spiega che cosa significhi l’olio. Possiamo immaginare che abbia a che fare con la luce e col fuoco: qualcosa come una passione ardente, che ci faccia vivere accesi e luminosi. Qualcosa però che non può essere né prestato, né diviso, ognuno di noi risponde in proprio, per la propria saggezza e per la propria follia, per il bene e per il male. Illuminante a questo proposito è una espressione di Gesù: “risplenda la vostra luce davanti agli uomini e vedano le vostre opere buone” (Mt 5,16). Forse l’olio che dà luce sono le opere buone, quelle che comunicano vita agli altri. Illumina altri e ti illuminerai. Due sono gli inviti della parabola di oggi: l’invito a uscire e andare incontro e poi l’invito a vivere accesi. Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa: una vita spenta, una vita accesa. Ma il perno attorno cui ruota la parabola è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare la vita. Io non sono la forza della mia volontà, non sono la mia resistenza al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, voce di Dio, che, anche se tarda, di certo verrà; che ridesta la vita da tutti gli sconforti, che mi consola dicendo che di me non è stanca, che disegna un mondo colmo di incontri e di luci. A me serve avere un cuore che ascolta e ravvivarlo, come fosse una lampada, e uscire incontro a chi mi porta un abbraccio. E come si fa per vivere accesi? Io conosco tre risposte. La prima risposta viene dalla parabola di oggi. Per vivere accesi è necessario essere uomini e donne che sanno andare incontro agli altri, varcare distanze, rompere solitudini, inventare comunione. Costoro diventano persona-lampada, luminosa e illuminante. La seconda risposta viene da Isaia quando dice: «Illumina altri e ti illuminerai, guarisci la ferita d’altri e la tua piaga guarirà presto» (Is 58). La terza risposta la dona un bellissimo Salmo: «Guardate a Dio e sarete raggianti, guardate a lui e non avrete più volti oscuri» (34, 6). Chi guarda solo a se stesso non si illumina mai; chi guarda a Dio, allo sposo, diventa almeno un piccolo lampadiere che cammina e spinge la notte più in là. Che solleva, per il suo piccolo corteo, la lampada. E spinge la notte più in là. Perché ci crede, perché sa che in fondo alla notte lo attende, li attende, un abbraccio.

PREGHIERA

Dio nostra luce, viva fiamma

che mantieni accesa la nostra lampada,

illumina il nostro cammino

con la tua parola,

sola speranza nella lunga notte.

Sei fedele, e noi cerchiamo

di imparare da Te nella fatica,

di resistere al silenzio

ancora stretti l’uno all’altro.

Può accadere un prodigio

in questa notte, in tutte le notti,

al di là di ogni speranza, di ogni attesa:

perché Tu sei Dio di chiarità,

risvegliatore di vite.

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Un Dio che ci chiama a non rimanere mai immobili

XXXIII Domenica – Tempo Ordinario – Anno A

Vangelo – Matteo 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. […]

Il Vangelo è pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del lievito, di inizi che devono fiorire. A noi tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei germogli e dei talenti. Dio è la primavera del cosmo, a noi il compito di esserne l’estate feconda di frutti.
Come sovente nelle parabole, un padrone, che è Dio, consegna qualcosa, affida un compito, ed esce di scena. Ci consegna il mondo, con poche istruzioni per l’uso, e tanta libertà. Una sola regola fondamentale, quella data ad Adamo: coltiva e custodisci, ama e moltiplica la vita.
La parabola dei talenti è l’esortazione pressante ad avere più paura di restare inerti e immobili, come il terzo servo, che di sbagliare (Evangelii gaudium 49); la paura ci rende perdenti nella vita: quante volte abbiamo rinunciato a vincere solo per il timore di finire sconfitti!
La pedagogia del Vangelo ci accompagna invece a compiere tre passi fondamentali per l’umana crescita: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura. Soprattutto da quella che è la madre di tutte le paure, cioè la paura di Dio.
Se leggiamo con attenzione il seguito della parabola, scopriamo che ci viene rivelato che Dio non è esattore delle tasse, un contabile che rivuole indietro i suoi talenti con gli interessi.
Dice infatti: «Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto». Ciò che i servi hanno realizzato non solo rimane a loro, ma in più viene moltiplicato. I servi vanno per restituire, e Dio rilancia: e questo accrescimento, questo incremento di vita è esattamente la bella notizia. Questa spirale d’amore che si espande è l’energia segreta di tutto ciò che vive, e che ha la sua sorgente nel cuore buono di Dio. Tutto ci è dato come addizione di vita.
Nessuna tirannia, nessun capitalismo della quantità: infatti colui che consegna dieci talenti non è più bravo di quello che ne riporta quattro. Non c’è una cifra ideale da raggiungere: c’è da camminare con fedeltà a te stesso, a ciò che hai ricevuto, a ciò che sai fare, là dove la vita ti ha messo, fedele alla tua verità, senza maschere e paure. Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative.
Dietro l’immagine dei talenti con ci sono soltanto i doni di intelligenza, di cuore, di carattere, le mie capacità. C’è madre terra, e tutte le creature messe sulla mia strada sono un dono del cielo per me. Ognuno è talento di Dio per gli altri.
Magnifica suona la nuova formula del matrimonio: «Io accolgo te, come mio talento, come il regalo più bello che Dio mi ha fatto». Lo può dire lo sposo alla sposa, l’amico all’amico: Sei tu il mio talento! E il mio impegno sarà prendermi cura di te, aiutarti a fiorire nel tempo e nell’eterno.
«L’essenza dell’amore non è in ciò che è comune, è nel costringere l’altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente tanto, a diventare il meglio di ciò che può diventare» (R.M. Rilke)

(Letture: Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; Salmo 127; 1 Tessalonicesi 5,1-6; Matteo 25,14-30)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/un-dio-che-ci-chiama-a-non-rimanere-mai-immobili

La parabola dei talenti – (Matteo 25,14-30)

La parabola dei talenti
(Matteo 25,14-30)

Come sovente nelle parabole,
un padrone, che è Dio, consegna qualcosa,
affida un compito, ed esce di scena.
Ci consegna il mondo,
con poche istruzioni per l’uso,
e tanta libertà.
Una sola regola fondamentale,
quella data ad Adamo:
coltiva e custodisci,
ama e moltiplica la vita.

(Ermes Ronchi – XXXIII Dom. T. O. Anno A)

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Nella notte, la voce dello sposo che risveglia la vita
XXXII Domenica – tempo ordinario – Anno A – 2017

Vangelo – Matteo 25,1-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. (…)

 

Una parabola difficile, che si chiude con un esito duro («non vi conosco»), piena di incongruenze che sembrano voler oscurare l’atmosfera gioiosa di quella festa nuziale. Eppure è bello questo racconto, mi piace sentire che il Regno è simile a dieci ragazze che sfidano la notte, armate solo di un po’ di luce. Di quasi niente.

Che il Regno è simile a dieci piccole luci nella notte, a gente coraggiosa che si mette per strada e osa sfidare il buio e il ritardo del sogno; e che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno, uno sposo, un po’ d’amore dalla vita, lo splendore di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede.

 

Ma qui cominciano i problemi. Tutti i protagonisti della parabola fanno brutta figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato che mette in crisi tutte le ragazze; le cinque stolte che non hanno pensato a un po’ d’olio di riserva; le sagge che si rifiutano di condividere; e quello che chiude la porta della casa in festa, cosa che è contro l’usanza, perché tutto il paese partecipava all’evento delle nozze… Gesù usa tutte le incongruenze per provocare e rendere attento l’uditorio.

 

Il punto di svolta del racconto è un grido. Che rivela non tanto la mancata vigilanza (l’addormentarsi di tutte, sagge e stolte, tutte ugualmente stanche) ma lo spegnersi delle torce: Dateci un po’ del vostro olio perché le nostre lampade si spengono… La risposta è dura: no, perché non venga a mancare a noi e a voi. Andate a comprarlo.

 

Matteo non spiega che cosa significhi l’olio. Possiamo immaginare che abbia a che fare con la luce e col fuoco: qualcosa come una passione ardente, che ci faccia vivere accesi e luminosi. Qualcosa però che non può essere né prestato, né diviso.

Illuminante a questo proposito è una espressione di Gesù: «risplenda la vostra luce davanti agli uomini e vedano le vostre opere buone» (Mt 5,16). Forse l’olio che dà luce sono le opere buone, quelle che comunicano vita agli altri. Perché o noi portiamo calore e luce a qualcuno, o non siamo.

«Signore, Signore, aprici!».
Manca d’olio chi ha solo parole: «Signore, Signore…» (Mt 7,21),
chi dice e non fa.

Ma il perno attorno cui ruota la parabola è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare la vita. Io non sono la forza della mia volontà, non sono la mia resistenza al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che, anche se tarda, di certo verrà; che ridesta la vita da tutti gli sconforti, che mi consola dicendo che di me non è stanca, che disegna un mondo colmo di incontri e di luci. A me basterà avere un cuore che ascolta e ravvivarlo, come fosse una lampada, e uscire incontro a chi mi porta un abbraccio.

(Letture: Sapienza 6,12-16; Salmo 62; 1 Tessalonicesi 4,13-18; Matteo 25,1-13)

Gesù: «risplenda la vostra luce davanti agli uomini
e vedano le vostre opere buone» (Mt 5,16).
Forse l’olio che dà luce sono le opere buone,
quelle che comunicano vita agli altri.
Perché o noi portiamo calore e luce a qualcuno, o non siamo.

Ma il perno attorno cui ruota la parabola è
quella voce nel buio della mezzanotte,
capace di risvegliare la vita.
Io non sono la forza della mia volontà,
non sono la mia resistenza al sonno,
io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, che,
anche se tarda, di certo verrà

… quella Voce che ridesta la vita da tutti gli sconforti, che mi consola dicendo
che di me non è stanca, che disegna un mondo colmo di incontri e di luci.
A me basterà avere un cuore che ascolta e ravvivarlo, come fosse una lampada,
e uscire incontro a chi mi porta un abbraccio.

 

 

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1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

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I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron