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La verità non si impone mai con la forza o la violenza. Essa é sempre proposta a chi é predisposto con umiltà e purezza di cuore.

(Gesù a suor Maria della Trinità, Colloquio interiore n 301)

“La verità non fa chiasso, ma nulla però la distruggerà giammai: ciò che é resta.

Essa non cerca di abbattere gli ostacoli, di risplendere in una maniera abbagliante…”

Spesso è ricoperta di menzogna, ma resta al di dentro delle circostanze e delle creature come una brace inestinguibile e la sua luce finisce sempre per trapassare tutti gli ostacoli… non c’è nulla che possa spegnere la verità.

Il mio Spirito agisce nelle anime vostre, impercettibilmente, non cerca di trionfare fulminando ciò che gli é opposto, ma come una luce interna finisce per trasparire attraverso tutto.
È cos’ potente come i venti più impetuosi che domina. Soffia dove vuole e, se lo lasciaste agire, trasformerebbe il vostro universo.
Ma si è fatto vostro servo.

Non è forse lui che previene i vostri desideri?
Ed Egli aspetta che voi preghiate prima di rispondere alle vostre domande.

Dall’istante che lo invocate, è là.
Benché lo contristiate spesso, mai si vendica. Non può però impedire che subiate le conseguenze delle vostre azioni.
Aspetta che ritorniate a Lui: instancabile è la sua pazienza.

Sì, il mio Spirito si è fatto vostro servo… affinché impariate da me a sottomettervi completamente a Dio.

(Gesù a suor Maria della Trinità, Colloquio interiore n 301)

 

 

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Fb 13 settembre 2020

p. Ermes Ronchi

 

Matteo 18,21-35

Il peso d’oro nel dolore del re

C’è un modo regale di stare nel mondo, un modo divino che risiede nella larghezza del cuore: sa perdonare chi è più grande e più forte.

Gesù lo spiega con la parabola dei due debitori.

Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore, qualcosa come un bilancio di stato, un debito insolvibile. E il re ne sentì compassione. Un re che non è un campione del diritto, ma modello di pietà: sente come suo il dolore del servo.

Dolore che pesa più dell’oro.

In opposizione a quello regale ecco il cuore servile: appena uscito, quel servo (del denaro) trovò un altro uomo.

Appena uscito, appena visto quanto sia grande un cuore di re, con la fretta del tutto e subito, preso il suo compagno per il collo lo strangolava… Ridammi i miei dieci euro! Lui, perdonato di milioni.

Il servo non è ingiusto, è senza pietà. È onesto e al tempo stesso malvagio. Quanto è facile essere giusti e insensibili, onesti e spietati. Perché non basta essere giusti per essere uomini, giustizia e diritto da soli non faranno nuovo il mondo. Anzi, l’estrema giustizia, ridammi tutti i miei dieci euro, è la massima offesa all’uomo: lo strangolava…

Così anche per noi. Bravissimi a calare sul piatto i nostri diritti, abilissimi prestigiatori nel far scomparire i nostri doveri.

Gesù propone l’illogica pietà: non dovevi anche tu avere pietà di lui, come io ne ho avuta di te?

Perché avere pietà e in aggiunta perdonare?

Per immettere il suo divino disordine nell’equilibrio apparente del mondo. Perché niente vale quanto una vita, compresa la nostra. E allora occorre una dismisura, occorre imparare un eccesso di pietà.

Mentre l’uomo pensa per equivalenza, Dio pensa per eccedenza, e sull’eterna illusione dell’equilibrio tra dare e avere, fa prevalere l’umile grazia che nasce dalla compassione.

Questo è il mistero del perdonare: fare ciò che Dio fa, a sua immagine.

E’ il perdono di cuore. Difficilissimo. Comporta un atto di fede, non d’intelligenza. Verso l’uomo, e verso me stesso. Un atto di speranza e non di spontaneità, che guarda al domani e non a ieri.

Come fa Dio con me: mi perdona come colui che non ha tempo per il passato, lui deve sospingere avanti. Un liberatore che sprona, che lancia, che fa salpare ancora e di nuovo verso albe intatte. Lui è vento nelle vele, un supplemento d’energia, e perdona sospingendo verso il pieno fiorire, verso il futuro che non sai.

Perdonare significa – secondo l’etimologia del greco aphíemi – lasciare andare, liberare, troncare tentacoli e corde che annodano malignamente in una reciprocità di debiti, in un labirinto di legami.

Bellissimo questo stupore dell’illogico perdono, fino a settanta volte sette. Dio che mi assolve, che libera il futuro, non come uno smemorato che dimentica il male, ma con la casta follia della croce che si prende gioco della logica umana e anche delle mie morti quotidiane. Perché lui è l’Innamorato che vede già primavere dentro i miei inverni.

 

AVVENIRE

Matteo 18,21-35

«Non fino a sette, ma fino a settanta volte sette», sempre: l’unica misura del perdono è perdonare senza misura. Gesù non alza l’asticella della morale, porta la bella notizia che l’amore di Dio non ha misura.

E lo racconta con la parabola dei due debitori. Il primo doveva una cifra iperbolica al suo signore «allora, gettatosi a terra, lo supplicava…»

Il debito, ai tempi di Gesù, era una cosa durissima, chi non riusciva a pagare diventava schiavo per sempre.

Quando noi preghiamo: rimetti i nostri debiti, stiamo chiedendo: donaci la libertà, lasciaci per oggi e per domani tutta la libertà di volare, di amare, di generare.

Ma il servo perdonato «appena uscito»: non una settimana, non il giorno dopo, non un’ora dopo, ma «appena uscito», ancora stordito di gioia, appena liberato «preso per il collo il suo collega, lo strangolava gridando: “Dammi i miei centesimi”», lui condonato di milioni!

Nitida viene l’alternativa evangelica: non dovevi anche tu aver pietà ? Siamo posti davanti alla regola morale assoluta: anche tu come me, io come Dio… non orgoglio, ma massima responsabilità. Perché perdonare? Semplice: perché così fa Dio.

Il perdono è scandaloso perché chiede la conversione non a chi ha commesso il male, ma a chi l’ha subito. Quando, di fronte a un’offesa, penso di riscuotere il mio debito con una contro offesa, non faccio altro che alzare il livello del dolore e della violenza. Anziché liberare dal debito, aggiungo una sbarra alla prigione. Penso di curare una ferita ferendo a mia volta. Come se il male potesse essere riparato, cicatrizzato mediante un altro male. Ma allora saranno non più una, ma due ferite a sanguinare. Il vangelo ci ricorda che noi siamo più grandi della storia che ci ha partorito e ferito, che possiamo avere un cuore di re, che siamo grandi quanto “il perdono che strappa dai circoli viziosi, spezza le coazioni a ripetere su altri il male subìto, rompe la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell’odio” (Hanna Arendt).

Il tempo del perdono è il coraggio dell’anticipo: fallo senza aspettare che tutto si verifichi e sia a posto; è il coraggio degli inizi e delle ripartenze, perché il perdono non libera il passato, libera il futuro.

Poi l’esigenza finale: perdonare di cuore… San Francesco scrive a un guardiano che si lagnava dei suoi frati: farai vedere negli occhi il perdono. Non il perdono a stento, non quello a muso duro, ma quello che esce dagli occhi, dallo sguardo nuovo e buono, che ti cambia il modo di vedere la persona. E diventano occhi che ti custodiscono, dentro i quali ti senti a casa. Il perdonante ha gli occhi di Dio, colui che sa vedere primavere in boccio dentro i miei inverni.

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Nella gerarchia di Dio chi ama occupa il posto più alto

XXIX Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Vangelo – Marco 10,35-45

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». […]

Commento di Padre Ermes Ronchi

Giovanni, il discepolo preferito, il migliore, il fine teologo, si mette di fronte a Gesù e gli chiede, con il fare proprio di un bambino: «Voglio che tu mi dia quello che chiedo. A me e a mio fratello». Eppure Gesù lo ascolta e rilancia con una bellissima domanda: «Cosa vuoi che io faccia per voi?». «Vogliamo i primi posti!»

Dopo tre anni di strade, di malati guariti, di uomini e donne sfamati, dopo tre annunci della morte in croce, è come se non avessero ancora capito niente. Ed ecco ancora una volta tutta la pedagogia di Gesù, paziente e luminosa. Invece di arrabbiarsi o di scoraggiarsi, il Maestro riprende ad argomentare, a spiegare il suo sogno di un mondo nuovo.
Non sapete quello che chiedete! Non capite quali corde oscure andate a toccare con questa domanda, quale povero cuore, quale povero mondo nasce da queste fame di potere. E la dimostrazione arriva immediatamente: gli altri dieci apostoli hanno sentito e si indignano, si ribellano, unanimi nella gelosia, accomunati dalla stessa competizione per essere i primi.

Adesso non solo i due figli di Zebedeo (i boanerghes, i figli del tuono, irruenti e autoritari come indica il loro soprannome), ma tutti e dodici vengono chiamati di nuovo da Gesù, chiamati vicino.
E spalanca loro l’alternativa cristiana: tra voi non sia così. I grandi della terra dominano sugli altri, si impongono… Tra voi non così! Credono di governare con la forza… tra voi non è così!

Gesù prende le radici del potere e le capovolge al sole e all’aria: Chi vuole diventare grande tra voi sia il servitore di tutti. Servizio, il nome difficile dell’amore grande. Ma che è anche il nome nuovo, il nome segreto della civiltà. Anzi, è il nome di Dio. Come assicura Gesù: Non sono venuto per procurarmi dei servi, ma per essere io il servo. La più sorprendente, la più rivoluzionaria di tutte le autodefinizioni di Gesù. Parole che danno una vertigine: Dio mio servitore! Vanno a pezzi le vecchie idee su Dio e sull’uomo: Dio non è il padrone e signore dell’universo al cui trono inginocchiarsi tremando, ma è Lui che si inginocchia ai piedi di ogni suo figlio, si cinge un asciugamano e lava i piedi, e fascia le ferite.

Se Dio è nostro servitore, chi sarà nostro padrone? L’unico modo perché non ci siano più padroni è essere tutti a servizio di tutti. E questo non come riserva di viltà, ma come moltiplicazione di coraggio. Gesù infatti non convoca uomini e donne incompiuti e sbiaditi, ma pienamente fioriti, regali, nobili, fieri, liberi. Belli della bellezza di un Dio con le mani impigliate nel folto della vita, custode che veglia, con combattiva tenerezza, su tutto ciò che fiorisce sotto il suo sole.

(Letture: Isaia 53,10-11; Salmo 32; Ebrei 4,14-16; Marco 10,35-45)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/nella-gerarchia-di-dio-chi-ama-occupa-il-posto-piu-alto

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Un Dio che ci chiama a non rimanere mai immobili

XXXIII Domenica – Tempo Ordinario – Anno A

Vangelo – Matteo 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. […]

Il Vangelo è pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del lievito, di inizi che devono fiorire. A noi tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei germogli e dei talenti. Dio è la primavera del cosmo, a noi il compito di esserne l’estate feconda di frutti.
Come sovente nelle parabole, un padrone, che è Dio, consegna qualcosa, affida un compito, ed esce di scena. Ci consegna il mondo, con poche istruzioni per l’uso, e tanta libertà. Una sola regola fondamentale, quella data ad Adamo: coltiva e custodisci, ama e moltiplica la vita.
La parabola dei talenti è l’esortazione pressante ad avere più paura di restare inerti e immobili, come il terzo servo, che di sbagliare (Evangelii gaudium 49); la paura ci rende perdenti nella vita: quante volte abbiamo rinunciato a vincere solo per il timore di finire sconfitti!
La pedagogia del Vangelo ci accompagna invece a compiere tre passi fondamentali per l’umana crescita: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura. Soprattutto da quella che è la madre di tutte le paure, cioè la paura di Dio.
Se leggiamo con attenzione il seguito della parabola, scopriamo che ci viene rivelato che Dio non è esattore delle tasse, un contabile che rivuole indietro i suoi talenti con gli interessi.
Dice infatti: «Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto». Ciò che i servi hanno realizzato non solo rimane a loro, ma in più viene moltiplicato. I servi vanno per restituire, e Dio rilancia: e questo accrescimento, questo incremento di vita è esattamente la bella notizia. Questa spirale d’amore che si espande è l’energia segreta di tutto ciò che vive, e che ha la sua sorgente nel cuore buono di Dio. Tutto ci è dato come addizione di vita.
Nessuna tirannia, nessun capitalismo della quantità: infatti colui che consegna dieci talenti non è più bravo di quello che ne riporta quattro. Non c’è una cifra ideale da raggiungere: c’è da camminare con fedeltà a te stesso, a ciò che hai ricevuto, a ciò che sai fare, là dove la vita ti ha messo, fedele alla tua verità, senza maschere e paure. Le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative.
Dietro l’immagine dei talenti con ci sono soltanto i doni di intelligenza, di cuore, di carattere, le mie capacità. C’è madre terra, e tutte le creature messe sulla mia strada sono un dono del cielo per me. Ognuno è talento di Dio per gli altri.
Magnifica suona la nuova formula del matrimonio: «Io accolgo te, come mio talento, come il regalo più bello che Dio mi ha fatto». Lo può dire lo sposo alla sposa, l’amico all’amico: Sei tu il mio talento! E il mio impegno sarà prendermi cura di te, aiutarti a fiorire nel tempo e nell’eterno.
«L’essenza dell’amore non è in ciò che è comune, è nel costringere l’altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente tanto, a diventare il meglio di ciò che può diventare» (R.M. Rilke)

(Letture: Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; Salmo 127; 1 Tessalonicesi 5,1-6; Matteo 25,14-30)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/un-dio-che-ci-chiama-a-non-rimanere-mai-immobili

La parabola dei talenti – (Matteo 25,14-30)

La parabola dei talenti
(Matteo 25,14-30)

Come sovente nelle parabole,
un padrone, che è Dio, consegna qualcosa,
affida un compito, ed esce di scena.
Ci consegna il mondo,
con poche istruzioni per l’uso,
e tanta libertà.
Una sola regola fondamentale,
quella data ad Adamo:
coltiva e custodisci,
ama e moltiplica la vita.

(Ermes Ronchi – XXXIII Dom. T. O. Anno A)

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

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I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron