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Gv 10,1-10 IV di Pasqua

 

A sera, i pastori erano soliti condurre il loro gregge in un recinto per la notte, un solo recinto serviva per diversi greggi. Al mattino, ciascun pastore gridava il suo richiamo e le sue pecore, riconoscendone la voce, lo seguivano (B. Maggioni).

Su questo sfondo familiare Gesù inserisce l’eccedenza della sua visione, dettagli che sembrano eccessivi e sono invece rivelatori: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Quale pastore conosce per nome le centinaia di pecore del suo gregge e le chiama a sé a una a una? Per Gesù le pecore hanno ciascuna un nome, ognuna è unica, irripetibile; vuole te, così come sei, per quello che sei.

E le conduce fuori. Anzi: “le spinge fuori”. Non un Dio dei recinti ma uno che apre spazi più grandi, pastore di libertà e non di paure. Che spinge a un coraggioso viaggio fuori dagli ovili e dai rifugi, alla scoperta di orizzonti nuovi nella fede, nel pensiero, nella vita. Pecore che non possono tornare sui pascoli di ieri, pena la fame, ma “gregge in uscita”, incamminato, che ha fiducia nel pastore e anche nella storia, nera di ladri e di deserti, ma bianca di sentieri e di sorgenti.

Il pastore cammina davanti alle pecore. Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini. Non un pastore alle spalle, che grida o agita il bastone, ma uno che precede e convince, con il suo andare tranquillo che la strada è sicura.

Le pecore ascoltano la sua voce. E lo seguono. Basta la voce, non servono ordini, perché si fidano e si affidano. Perché lo seguono? Semplice, per vivere, per non morire. Quello che cammina davanti, che pronuncia il nome profondo di ciascuno, non è un ladro di felicità o di libertà: ognuno entrerà, uscirà e troverà pascolo. Troverà futuro.

Io sono la porta: non un muro, o un vecchio recinto, dove tutto gira e rigira e torna sui suoi giri. Cristo è porta aperta, buco nella rete, passaggio, transito, per cui va e viene la vita di Dio. “Amo le porte aperte che fanno entrare notti e tempeste, polline e spighe. Libere porte che rischiano l’errore e l’amore. Amo le porte aperte di chi invita a varcare la soglia. Strade per tutti noi. Amo le porte aperte di Dio” (Monastero di San Magno).

Sono venuto perché abbiano la vita, in abbondanza. Questa è il vangelo che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l’ascolto: lui è qui per la mia vita piena, abbondante, potente, vita ‘cento volte tanto’ come dirà a Pietro.

La prova ultima della bontà della fede cristiana sta nella sua capacità di comunicare vita, umanità piena, futuro; e di creare in noi il desiderio di una vita più grande, vita eterna, di una qualità indistruttibile, dove vivi cose che meritano di non morire mai.

 

p. Ermes Ronchi

 

Fb Gv 10,10

Io sono la tua porta

 

Per me, una delle fra­si più solari del Vangelo, dove poggia la mia fede, che mi rigenera ogni volta che l’ascolto: sono venuto per la vita piena, abbondante, gioiosa. Non quel minimo senza il quale non è vita, ma quella esuberante, eccessiva, che rompe gli argini e tracima, scialo di libertà e coraggio.

La parola “vita” lega tutta la Scrittura; è supplica nei Salmi: fa’ che io viva! Fammi camminare sui campi della vita! Giona si adira con Dio perché, invece di distruggere Ninive, è pastore per i centoventimila della città che non distinguono la destra dalla sinistra. Il primo dei comandamenti è: scegli la vita. Tutta la legge di Mosè introduce a questo: “Hai davanti a te la vita e la morte. Scegli!” E supplica, ti prega: scegli la vita! Vita è tutto ciò che pensiamo per riempire questo suono, è cambiare desiderio e mete, è gioia nelle terre di Dio.

Ancora, la piccola parola “vita” rende inconciliabili il pastore e il ladro. Unica condizione: ascoltare quella voce che chiama le pecore per nome, quel Gesù per cui non c‘è il gregge, ma ciascuno ha un volto.

Il pastore della vita entra nel recinto delle pecore. Lì egli pronuncia il mio nome e la mia verità: maestro capace di accogliere tutti i miei sentimenti. Sulla sua bocca il mio nome dice intimità, e lui mi chiama senza evocare nessun ruolo, autorità, funzione, attributo, riconoscendo il mio solo, puro e autentico io. Senza aggettivi.
Io sono la porta. Non muri o steccati a dividere; Cristo è passaggio, apertura, pasqua, breccia di luce, vita che entra ed esce. Lui è una porta sulla soglia dell’amore leale e sicuro, (chi entra attraverso di me si troverà in salvo); più forte di ogni prigione (potrà entrare e uscire), dove placare la fame e la sete della storia (troverà pascolo).

E le conduce fuori: il Dio degli spazi aperti!

Il pastore bello cammina davanti alle pecore. Non grida, non minaccia per farsi seguire, ma precede sicuro davanti a tutti a prendersi in faccia il sole e il vento! Lui, pieno di futuro, mi rassicura: tu non sei nel vecchio recinto dove si deve solo obbedire, sei nella vita definitiva, eterna, dove Qualcuno provvede manna per quarant’anni di deserto, pane per cinquemila, anfore colme fino all’orlo, acqua che diventa il miglior vino, pelle di primavera per il lebbroso, pietra rotolata per Lazzaro, vaso di nardo profumato a riempire la casa.

Dio non risponde ai miei bisogni essenziali, questo lo faranno altri, lui vuole per me la fioritura di tutto ciò che posso essere.

L’asse attorno alla quale danza il Vangelo è vita piena da parte di Dio, che un verso bellissimo di Giuseppe Centore canta così: “Tu sei per me ciò ch’è la primavera per i fiori!”. Senza te non esisto.

 

p. Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

 

 

IV DOMENICA DI PASQUA

Gv 10, 27-30

 

– Per quelli che ci hanno accompagnato nella vita e non ci hanno lasciati soli, grazie. Se noi invece ci siamo isolati dagli altri, senza farci compagnia a nessuno, ti chiediamo perdono

– Per quelli che ci hanno difeso dai pericoli, dai lupi e dalle paure, grazie. Se noi non abbiamo difeso gli ultimi, gli umiliati, perdono

– Per coloro che negli anni ci guidato a sorgenti buone, grazie. Se noi non abbiamo custodito la libertà e la speranza in qualcuno, perdono.

 

Omelia

Un Vangelo così breve che si può seguirlo parola per parola.

Le mie pecore ascoltano la mia voce. Prima grande sorpresa. Una voce attraversa le distanze, un io si rivolge a un tu, sopra di me c’è uno sguardo, che si interessa di me.

La prima delle caratteristiche dei discepoli è quella di ascoltare la voce, dare attenzione, tempo e cuore, a una voce.

Non ascoltano i comandi, la voce. Non tono intimidatorio, impositivo, costrittivo, sono toccati da quella voce. Ubbidiamo alla sua bellezza Quella voce che attraversa le distanze, inconfondibile; che racconta una relazione, rivela una intimità, fa emergere una presenza in te.

La voce giunge all’orecchio del cuore prima delle cose che dice. È l’esperienza con cui il bambino piccolo, quando sente la voce della madre, la riconosce, si emoziona, tende le braccia e il cuore verso di lei, ed è già felice ben prima di arrivare a comprendere il significato delle parole.

Ma perché le pecore ascoltano? Per dovere, per obbligo? No.

Perché ci si sente conosciuti, e la voce è entrata nel cuore

Pastore e agnelli: una relazione non basata sulle regole, sui precetti, ma sulla conoscenza. Non è un obbligo, è una voce che fa sentire conosciuti.

Non perché si deve, ma perché la voce è bellissima.

Nella nostra formazione prima di tutte venivano le regole, le strutture, l’inquadramento, stare al passo con il gregge. Non funziona così. È inutile tutto se quella parola non arriva nel cuore,

 

La sua voce sa toccare, perché conosce cosa c’è nel cuore. Io conosco le mie pecore: La samaritana al pozzo aveva detto: venite, c’è uno che mi ha detto tutto di me. Una bellissima definizione del Signore, colui che dice il tutto dell’uomo, che risponde alle domande più profonde del cuore, alla sete.

Due generi di persone si disputano il nostro ascolto: i seduttori e i maestri. Come distinguere tra i due? I seduttori, sono quelli che promettono piaceri facili, vita facile; i maestri veri sono invece quelli che rendono feconda la tua vita, che ti danno ali e fecondità.

 

Poi viene la seconda caratteristica del gregge. Io do loro la vita eterna. Un dono, al presente, di adesso, non un tfr alla fine del nostro lavoro nel mondo.

Che cos’è la vita eterna? Non è la vita dalla durata indefinita, ma è la qualità della vita, vita eterna è la vita dell’Eterno in noi, quel pezzetto di Dio in te, che spesso neppure cerchiamo: bellissimo sant’Agostino, tu eri in me più intimo a me di me stesso e io fuori di me ti cercavo…

Io do loro la vita eterna! è qui, in me, senza condizioni, prima di qualsiasi risposta, senza paletti e confini; la vita di Dio è data, presente come un seme potente, seme di fuoco nella mia terra nera. Come linfa che non vedo ma che risale la vite senza stancarsi mai, giorno e notte, e si dirama per tutti i tralci, dentro tutte le mie gemme. Ogni volta che sfiori Gesù o la parola un po’ più da vicino, prende a vibrare, a muoversi questo seme vivo. Il nostro male è che non sappiamo quanto siamo ricchi. S. Basilio: o uomo considera la tua dignità regale: tu porti Dio in te!

E poi la terza caratteristica: Non andranno mai perdute. La mia fede cristiana è dilatazione, cuore grande, accrescimento d’umano e di cose che meritano di non morire. Gesù lo dice con una immagine di lotta, di combattiva tenerezza: Nessuno le strapperà dalla mia mano. Una parola assoluta: nessuno. E un’altra parola infinita: in eterno.

Una promessa subito raddoppiata, come se avessimo dei dubbi: nessuno può strapparle dalla mano del Padre.

Io sono vita indissolubile dalle mani di Dio. Legame che non si strappa, nodo che non si scioglie. L’eternità è un posto fra le mani di Dio. Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani. E nella sua voce, che scalda il freddo della solitudine.

Io sono vita, che nessuno strapperà. Amato che nessuno porterà via, legame non lacerabile. Come agnelli abbiamo un ovile un posto nelle sue mani, come bambini ci aggrappiamo forte a quella mano che non ci lascerà cadere, come innamorati cerchiamo quella mano che scalda la solitudine, come crocefissi ripetiamo: nelle tue mani affido la mia vita.

E ad alcuni possiamo dire anche noi parole copiate da Dio: nessuno ti strapperà dalla mia mano. Coloro che amiamo, meritano queste parole divine.

Beati noi se potremo dire a qualcuno: tu sei inseparabile dalle mie mani.

l’avventura di coloro che vogliono, sulla terra, custodire e lottare, camminare e liberare, ed essere donatori di vita, inizia da qui, dalla certezza che per Dio tu sei importante. E io dovrei ripetere e rilanciare quersto, io a sua immagine, io pastore di anche solo un minimo gregge, dovrei dire parole di Dio: mi importa, ai care, diceva don Milani, del fratello dello Sri Lanka, agnelli uccisi a centinaia come pecore al macello mentre celebrano il Risorto a Pasqua; mi importa dell’annegato nel mediterraneo, dell’uomo o della donna sola, vicini di casa.

L’uomo mi importa. Altro che religione oppio dei popoli, voi capite che questa immagine del pastore, le sue parole se le mettiamo in pratica sono l’adrenalina dei popoli, e del cuore mai indifferente (don Borsato).

Le mie pecore mi seguono. Seguire Cristo vuol dire vivere una vita come la sua. Significa, in qualche modo, diventare pastori. Ciascuno voce e parola e mano di un discorso amoroso. Di più, ciascuno mano da cui il mio piccolo gregge non sarà mai rapito.

Oggi Dio mi rassicura: Nessuno mai ti strapperà dalle mie mani. Nessuno, mai.

 

Preghiera alla Comunione

 

Signore, nessuno mai ci rapirà dalle tue mani.

Nessuno mai ci separerà dall’amore.

Nessuno mai ci strapperà da quelle mani

che hanno dispiegato i cieli,

gettato le fondamenta della terra.

 

Mani di vasaio sull’argilla dell’Eden,

come una infinita carezza.

Mani di Creatore sull’Adamo addormentato

e nasce, estasi dell’uomo: Eva.

 

Mani inchiodate alla Croce

per un abbraccio senza fine,

che non rifiuterà nessuno mai, estasi della storia.

Nessuno mai ci strapperà da queste mani.

 

Come passeri abbiamo in esse il nido,

come bambini ci aggrappiamo forte

a quella mano che non ci lascerà cadere,

come innamorati cerchiamo la tua mano

che scalda la solitudine, annulla la lontananza.

 

Come crocifissi ripetiamo:

nelle tue mani, Signore, affido la mia vita.

A Te, il solo Pastore

che pei cieli ci fai camminare.

 

 

 

 

 

Sono molti quelli che ci parlano, pochi quelli che parlano al cuore.

Gesù è l’unico che parla sul cuore.

Lo ha detto il profeta Osea: Ti porterò nel deserto e là parlerò – letteralmentesul tuo cuore, a distanza annullata, come un bacio posato sulle labbra del cuore, toccandoti dentro.

 

Quante volte forse anche noi avremmo voluto dire queste parole, in casa, in comunità, sul lavoro. Il sogno di tutti è poter vivere con persone cui importiamo veramente, con dei pastori di vite.

 

Che come dice Geremia ci dia pastori secondo il suo cuore.

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

I seduttori e i maestri: due voci ben diverse

IV Domenica di Pasqua – Anno C – 2019

Vangelo – Giovanni 10,27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Le mie pecore ascoltano la mia voce. Non i comandi, la voce. Quella che attraversa le distanze, inconfondibile; che racconta una relazione, rivela una intimità, fa emergere una presenza in te. La voce giunge all’orecchio del cuore prima delle cose che dice. È l’esperienza con cui il bambino piccolo, quando sente la voce della madre, la riconosce, si emoziona, tende le braccia e il cuore verso di lei, ed è già felice ben prima di arrivare a comprendere il significato delle parole. La voce è il canto amoroso dell’essere: «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline» (Ct 2,8). E prima ancora di giungere, l’amato chiede a sua volta il canto della voce dell’amata: «La tua voce fammi sentire» (Ct 2,14)…

Quando Maria, entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta, la sua voce fa danzare il grembo: «Ecco appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,44).

Tra la voce del pastore buono e i suoi agnelli corre questa relazione fidente, amorevole, feconda. Infatti perché le pecore dovrebbero ascoltare la sua voce? Due generi di persone si disputano il nostro ascolto: i seduttori, quelli che promettono piaceri, e i maestri veri, quelli che danno ali e fecondità alla vita. Gesù risponde offrendo la più grande delle motivazioni: perché io do loro la vita eterna. Ascolterò la sua voce non per ossequio od obbedienza, non per seduzione o paura, ma perché come una madre, lui mi fa vivere. Io do loro la vita.

Il pastore buono mette al centro della religione non quello che io faccio per lui, ma quello che lui fa per me. Al cuore del cristianesimo non è posto il mio comportamento o la mia etica, ma l’azione di Dio. La vita cristiana non si fonda sul dovere, ma sul dono: vita autentica, vita per sempre, vita di Dio riversata dentro di me, prima ancora che io faccia niente.

Prima ancora che io dica sì, lui ha seminato germi vitali, semi di luce che possono guidare me, disorientato nella vita, al paese della vita. La mia fede cristiana è incremento, accrescimento, intensificazione d’umano e di cose che meritano di non morire. Gesù lo dice con una immagine di lotta, di combattiva tenerezza: Nessuno le strapperà dalla mia mano. Una parola assoluta: nessuno. Subito raddoppiata, come se avessimo dei dubbi: nessuno può strapparle dalla mano del Padre.

Io sono vita indissolubile dalle mani di Dio. Legame che non si strappa, nodo che non si scioglie. L’eternità è un posto fra le mani di Dio. Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani. E nella sua voce, che scalda il freddo della solitudine.

(Letture: Atti 13,14.43-52; Salmo 99; Apocalisse 7,9.14-17; Giovanni 10,27-30)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/i-seduttorie-i-maestri-due-voci-ben-diverse

Commento al Vangelo domenica IV di Pasqua – 12 maggio – p.Ermes – non i comandi, la Voce

IV DOMENICA DI PASQUA – ANNO C

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10,27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.

Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.

Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.

Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Parola del Signore

 

 

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Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

L’arte divina della compassione per restare umani

XVI Domenica – Tempo ordinario – Anno B – 2018

Vangelo – Marco 6, 30-34

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

C’era tanta gente che andava e veniva che non avevano neanche il tempo di mangiare. Gesù allora mostra una tenerezza di madre nei confronti dei suoi discepoli: andiamo via, e riposatevi un po’. Lo sguardo di Gesù va a cogliere la stanchezza dei suoi. Non si ferma a misurare i risultati ottenuti nella missione appena conclusa, per lui prima di tutto viene la persona, la salute profonda del cuore.

Più di ciò che fai, a lui interessa ciò che sei: non chiede ai dodici di pregare, di preparare nuove missioni o affinarne il metodo, solo li conduce a prendersi un po’ di tempo tutto per loro, del tempo per vivere. È il gesto d’amore di uno che vuole loro bene e li vuole felici. Come suggerisce questo testo molto noto:

Prenditi tempo per pensare / perché questa è la vera forza dell’uomo
Prenditi tempo per leggere /perché questa è la base della saggezza
Prenditi tempo per pregare /perché questo è il maggior potere sulla terra
Prenditi tempo per ridere /perché il riso è la musica dell’anima
Prenditi tempo per donare /perché il giorno è troppo corto per essere egoista
Prenditi tempo per amare ed essere amato/perché questo è il privilegio dato da Dio
Prenditi tempo per essere amabile / perché questo è il cammino della felicità.
Prenditi tempo per vivere!

(autore da ricercare)

E quando, sceso dalla barca vide la grande folla, provò compassione per loro. Appare una parola bella come un miracolo, filo conduttore dei gesti di Gesù: l’arte della compassione. Che è detta con un termine che evoca le viscere, un crampo nel ventre, un graffio, un’unghiata sul cuore. Che lo coinvolge. Gesù è preso fra due compassioni in conflitto: la stanchezza degli amici e lo smarrimento della folla. E cambia i suoi programmi: si mise a insegnare loro molte cose. Gesù cambia i suoi programmi, ma non quelli dei suoi amici. Rinuncia al suo riposo, non al loro. «Venite in disparte, con me», aveva detto. «Poi torneremo tra la gente con un santuario rinnovato di bellezza e generosità». E i suoi osservano e imparano ancora più a fondo il cuore di Dio: Dio altro non fa che eternamente considerare ogni suo figlio più importante di se stesso.

Stai con Gesù, lo guardi agire e lui ti offre il primo insegnamento: come guardare, prima ancora di come agire. E lo consegna ai dodici apostoli: prima ancora delle parole insegna uno sguardo che abbraccia, che ha compassione e tenerezza. Poi, le parole verranno e sapranno di cielo.

Se ancora c’è sulla terra chi ha l’arte divina della compassione, chi si commuove per l’ultimo uomo, allora questa terra avrà un futuro, allora c’è ancora speranza di restare umani, di arrestare questa emorragia di umanità, questo dominio delle passioni tristi.

(Letture: Geremia 23, 1-6; Salmo 22; Efesini 2,13-18; Marco 6, 30-34)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/l-arte-divina-della-compassione-per-restare-umani

Commento al Vangelo domenica 22 luglio – p.Ermes – L’arte divina della compassione per restare umani

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Cosa resterà di noi alla fine? L’amore dato e ricevuto

Solennità di Cristo, Re dell’ Universo – 2017

XXXIV Domenica – tempo ordinario – Anno A

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. […]

Il Vangelo dipinge una scena potente, drammatica che noi siamo soliti chiamare il giudizio universale. Ma che sarebbe più esatto definire invece “la rivelazione della verità ultima, sull’uomo e sulla vita”. Che cosa resta della nostra persona quando non rimane più niente? Resta l’amore, dato e ricevuto.

Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere: e tu mi hai aiutato. Sei passi di un percorso, dove la sostanza della vita ha nome amore, forma dell’uomo, forma di Dio, forma del vivere. Sei passi per incamminarci verso il Regno, la terra come Dio la sogna. E per intuire tratti nuovi del volto di Dio, così belli da incantarmi ogni volta di nuovo.

Prima di tutto Gesù stabilisce un legame così stretto tra sé e gli uomini da arrivare fino a identificarsi con loro: l’avete fatto a me. Il povero è come Dio! Corpo di Dio, carne di Dio sono i piccoli. Quando tocchi un povero è Lui che tocchi.

Poi emerge l’argomento attorno al quale si tesse l’ultima rivelazione: il bene, fatto o non fatto. Nella memoria di Dio non c’è spazio per i nostri peccati, ma solo per i gesti di bontà e per le lacrime. Perché il male non è rivelatore, mai, né di Dio né dell’uomo. È solo il bene che dice la verità di una persona.

Per Dio il buon grano è più importante e più vero della zizzania, la luce vale più del buio, il bene pesa più del male.
Dio non spreca né la nostra storia né tantomeno la sua eternità facendo il guardiano dei peccati o delle ombre. Al contrario, per lui non va perduto uno solo dei più piccoli gesti buoni, non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza, ma tutto questo circola nelle vene del mondo come una energia di vita, adesso e per l’eternità.

Poi dirà agli altri: Via, lontano da me… tutto quello che non avete fatto a uno di questi piccoli, non l’avete fatto a me.
Gli allontanati da Dio che male hanno commesso? Non quello di aggiungere male a male, il loro peccato è il più grave, è l’omissione: non hanno fatto il bene, non hanno dato nulla alla vita.

Non basta giustificarsi dicendo: io non ho mai fatto del male a nessuno. Perché si fa del male anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra. Non impegnarsi per il bene comune, restando a guardare, è già farsi complici del male comune, della corruzione, delle mafie, è la “globalizzazione dell’indifferenza” (papa Francesco).

Ciò che accade nell’ultimo giorno mostra che la vera alternativa non è tra chi frequenta le chiese e chi non ci va, ma tra chi si ferma accanto all’uomo bastonato e a terra, e chi invece tira dritto; tra chi spezza il pane e chi si gira dall’altra parte, e passa oltre. Ma oltre l’uomo non c’è nulla, tantomeno il Regno di Dio.

(Letture: Ezechiele 34,11-12.15-17; Salmo 22; 1 Corinzi 15,20-26.28; Matteo 25,31-46)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/cosa-restera-di-noi-alla-fine-l-amore-dato-e-ricevuto

 

 

Che cosa resta della nostra persona
quando non rimane più niente?
Resta l’amore, dato e ricevuto.

Avevo fame, avevo sete,
ero straniero, nudo,
malato, in carcere:
e tu mi hai aiutato.

Sei passi di un percorso,
dove la sostanza della vita ha nome amore,
forma dell’uomo,
forma di Dio,
forma del vivere.
Sei passi per incamminarci verso il Regno,
la terra come Dio la sogna.
E per intuire tratti nuovi del volto di Dio,
così belli da incantarmi ogni volta di nuovo.

… l’argomento attorno al quale si tesse l’ultima rivelazione: il bene, fatto o non fatto.
Nella memoria di Dio non c’è spazio per i nostri peccati, ma solo per i gesti di bontà e per le lacrime. Perché il male non è rivelatore, mai, né di Dio né dell’uomo.
È solo il bene che dice la verità di una persona.

(Ermes Ronchi – Solennità di Cristo, Re dell’ Universo – Anno A )

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/cosa-restera-di-noi-alla-fine-l-amore-dato-e-ricevuto

 

 

di p. Ermes Rochi

IV di Pasqua Gv 10,1-10

 

Il buon pastore, immagine di un tempo andato e che non torna. Ne incontri ancora qualcuno, di pastori, ma quelli che vediamo, nelle transumanze che ancora passano di qua, sono per lo più dei ragazzi abbastanza disperati, vengono dal profondo est, pagati poco, vivono all’addiaccio o in furgoni scalcinati, fanno una vita che nessuno vuol più fare.

Invece in un mondo lontano, in Mongolia, popolo delle tende, ancora nomade, ho visto pastori fieri del loro gregge, orgogliosi dei loro cavalli e delle loro mandrie. Se penso a un buon pastore oggi, lo vedo laggiù, nelle steppe.

Seguiamo nel vangelo di oggi le caratteristiche del pastore vero.

1 Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Chi ti chiama per nome ti conosce, non ti confonde con nessun altro. Sei tu. Se mi chiama per nome, vuol dire innanzitutto che lui parla con me, non solo di me.

Dice: voglio te, parlare con te. Io e te, relazione che mi avvolge.

Mi chiama con il mio nudo nome, cioè senza nessun ruolo o attività o funzione o laurea, davanti a lui non sono il prete o il frate, semplicemente uomo, nella mia umanità profonda. Così come sono, per quello che sono. Senza aggettivi, senza clausole. A immagine di Dio.

E nell’ultimo giorno non mi domanderà perché non sei stato come padre Pio o madre Teresa o papa Francesco. Ma: perché non sei stato Ermes, perché non sei stato te stesso?

2 La seconda caratteristica: Egli le conduce fuori. Il nostro non è un Dio dei recinti ma degli spazi aperti, è pastore di libertà e non di paure, che ha fiducia in ciò che è fuori: ha fiducia nella gente, fiducia nei suoi discepoli, fiducia nel mondo e nei poveri, nella steppa. Fiducia è la prima condizione perché vita ci sia. Io vivo perché mi fido.

Ci chiama a non scegliere mai, nella vita, in nome della paura, che può avere mille motivi, ma se l’ascolto, resto paralizzato dentro il mio recinto, e alzo palizzate, e più è piccolo quel buco dove sto più mi sembra sicuro. Esci fuori, fiducioso nelle persone e nel futuro: anche la steppa ha un gomitolo di sentieri, un ventaglio di strade, tra cui c’è la tua.

3 La terza caratteristica del pastore autentico è quella di camminare davanti alle pecore (v.4). Non abbiamo un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade. Non un pastore alle spalle, che grida o minaccia per farsi seguire, ma uno che è davanti, precede e convince, con il suo andare sicuro, davanti a tutti, a prendere in faccia il sole e il vento, che mi assicura: tu fai parte di un sistema aperto e creativo, non di un vecchio recinto dove tutto si ripete uguale. Strade nuove. E se io mi fermo ed ho paura ad un passaggio difficile, Lui ha già fatto quella strada e sa come venirmi in aiuto.

 

E poi: “Le pecore ascoltano la sua voce”. Non è facile ascoltarlo. Si tratta di abituare l’orecchio. Di allenarlo. A noi sembra, ai ragazzi, che in chiesa si dicono più o meno sempre le stesse cose. È vero. Ma il vangelo non è così. Il prete comincia a parlare e sai già dove va a finire. Ma il vangelo non è così, ti spiazza e ti sorprende. Addestrare l’orecchio.

La parola assurdo ha la stessa radice di sordo, entra nell’assurdo chi è sordo, chi non sa ascoltare, esce dall’assurdo chi ascolta la voce.

E, badate bene, la voce viene prima ancora di ogni parola, dice con la sua sola vibrazione che c’è un rapporto, una relazione amorosa tra lui e me, un combaciare tra noi come nel Cantico dei Cantici: la tua voce fammi sentire…mi basta un particolare. Ci si innamora dei particolari, di un tono, di una inflessione, di un modo di ridere…

4 Io sono la porta, non un muro chiuso, non uno steccato che divide. Cristo è passaggio, apertura, breccia di luce, luogo attraverso cui vita entra e vita esce. Va e viene, non chiude mai.

Entrerà, uscirà, troverà pascolo, tutti verbi al futuro, nella speranza, nella fiducia.

Cosa significa varcare quella porta? Semplice. Essere come Cristo. Diventare porta. L’alternativa che vediamo nel mondo: alzare muri o aprire porte. Blindarsi o spalancare. Tu come Cristo non sei muro, sei porta!

Tu come Cristo sei pastore! Pastore del tuo fosse anche minimo gregge, di casa tua, o degli amici, tu sei porta aperta, attraversata da molte vite e non steccato chiuso, sei pane e pascolo per molti, per alcuni, anche per uno soltanto.

 

E poi l’ultima parola: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Per me, una delle frasi più solari di tutto il vangelo. Anzi, è la frase della mia fede, quella che mi seduce e mi rigenera ogni volta che l’ascolto: sono qui per la vita piena, abbondante, potente. Non solo quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita che rompe gli argini e tracima e feconda; uno spreco che profuma di amore, di libertà e di coraggio. Di accoglienza, gioia, energia. E speranza…

Così è nella Bibbia: manna non per un giorno ma per quarant’anni nel deserto, pane per cinquemila persone, carezza per i bambini, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, vaso di nardo prezioso versato sui piedi del grande Viandante delle nostre vite.

Dio non intende rispondere ai tuoi bisogni essenziali, questo lo farà la politica, la tecnica, l’intelligenza, Egli è il Dio del centuplo, dei talenti da moltiplicare, del seme che dà il 30, il 60, il 100 per uno, del perdono 70 volte 7.

Che ha immesso nei solchi della storia un seme che tenacemente, implacabilmente salirà a spezzare la crosta arida della nostra e di tutte le epoche per riportarvi primavera.

Giornata delle vocazioni. Vorrei cambiare il titolo: giornata della vocazione, quella evangelica, di tutti, comune a tutti. E qual è?

Unica, una sola per tutti: avere la vita in pienezza. Per questo Cristo è venuto, e ogni scelta concreta che uno fa, ogni vocazione specifica, quella del frate o dello sposato, quella della suora o della moglie, non è che una strada diversa, ma quella adatta a me, per l’unica meta: avere la vita in pienezza.

Che non significa una vita più facile, ma più piena e appassionata, ferita e luminosa, piagata e guaritrice.

Credere fa bene, credetemi (credete a Tommaso, a Giovanni, a Maddalena, a quanti l’hanno incontrato). Credete all’ultima riga del vangelo di Giovanni: tutto questo è stato scritto, perché crediate e, credendo, abbiate in voi la vita (Gv 20,31).

 

Vivere è camminare per un futuro di pienezza: lo prepara e lo tiene aperto lui, il pastore innamorato.

Innamorato di ognuno, “il solo pastore che per i cieli ci fa camminare” (D. M. Turoldo).

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

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I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron