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anni ’80

Suor Maria Nazarena della Congregazione suore del Buon Pastore soffriva di una malattia incurabile (a detta dei medici).
Grazie all’intercessione della Regina della Pace guarì istantaneamente.

Regista: Marcello De Stefano

 

 

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Molti pensano che per poter credere all’esistenza del Trascendente dovrebbero essere testimoni di un grande miracolo. Ignorano che il più grande miracolo é proprio la loro esistenza “dal nulla”, la loro mente, il fatto di avere una coscienza che é il precipitato dell’intero Universo, senza la quale tutto ció che esiste é come se non esistesse.

Ognuno di noi percepisce ogni forma di esistenza reale e potrebbe ricostruire mentalmente altre dimensioni , come l’immaginazione ed i sogni. Strano che questo fatto venga declassato a “normale” e ci si privi dello stupore che si prova di fronte a qualche evento che riteniamo straordinario.

Tutto in noi é straordinario ed estremamente interessante, ma non ce ne rendiamo spesso conto.

Il Trascendente é inimmaginabile, eppure é in noi…

 

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Perché cerchi i miracoli come eventi straordinari per credere nell’esistenza di Dio? In genere consideriamo il miracolo “un fatto che si ritiene dovuto a un intervento soprannaturale, in quanto supera i limiti delle normali prevedibilità dell’accadere o va oltre le possibilità dell’azione umana”.

Soffermati ad osservare con attenzione un semplice prato: chi riesce a crearne uno uguale con tutte le caratteristiche dovute all’azione del sole, dell’acqua, del vento, del suolo ecc? La tua stessa esistenza stessa è un continuo miracolo.

Grazie ai tuoi cinque sensi, osservi, ascolti, gusti, odori, tocchi, pensi, ragioni, lavori, operi, crei cose stupende.Tutta l’umanità è in continuo fermento creativo.

Il fatto è che spesso non lo sai vedere perché il tuo sguardo è coperto dal velo dell’abitudine. Tutto ciò che esiste è davvero sbalorditivo, strepitoso, incredibile. Non può essere considerato “normale”, perché nulla è normale come lo intendiamo noi, ma tutto è davvero straordinario.

Se il tuo sguardo è umile e pieno d’amore, saprai vedere il miracolo ovunque.Gesù disse: “il Regno dei Cieli è già in mezzo a voi”.

Aprendo il proprio cuore ed allargando l’orizzonte mentale hai la possibilità di prenderne consapevolezza e la tua vita potrebbe procedere in un continuo stato di stupore….

 

 

 

 

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di p. Ermes Ronchi

Vorrei essere uno dei cinquemila, quella sera, sul lago. Li invidio non per il miracolo dei pani, ma per la seduzione che hanno, più forte di ogni paura. Con Gesù, che ascoltano e bevono. Ascoltano e brucia loro il cuore, ascoltano e risplende la vita.

Stare con lui, quando scendono sera e notte su noi. E il lago, e il deserto, profumano di pane.

Stare con lui, e sentire che più vivo di così non sarò mai.

In quella infinita sera sul lago, due verbi opposti: comprare o dare. Comprare, dicono gli apostoli. Mentalità che è nostra: se vuoi qualcosa, lo devi pagare. Niente di scandaloso, ma diventa banale questa logica d’eterna illusione, in bilico tra dare e avere. In questo sistema chiuso, Gesù rilancia: date!

Date voi stessi da mangiare. Non già “vendete, scambiate, prestate”; ma radicalmente “date”. E sulla notte della necessità ecco spuntare l’alba della gratuità, dell’amore squilibrato e senza calcoli, del dare a fondo perduto senza aspettarsi nulla. Solo la gioia, forse.

Quante volte nel Vangelo lo si vede intento a condividere, felice, il pasto con altri, da Cana all’ultima cena, fino a Emmaus. Gesù amava così tanto mangiare insieme, che il tenerli vicini a sé è diventato il simbolo della sua vita: “quando me ne andrò, e non potrò più riunirvi e darvi il pane, e condividerlo, voi potrete unirvi e mangiare me”.

Dio ferma la fame del mondo solo quando le nostre mani imparano a donare. L’aveva detto: “Voi farete cose più grandi di me”.

E a noi, che sempre preghiamo dacci oggi il nostro pane, il Signore risponde: date voi il vostro pane.

Ecco che i cinque pani passano dalle mani di uno a quelle di tutti i cinquemila. Misteriosa e multipla regola del Regno: poco pane condiviso è sufficiente, perché solo così diventa pane di Dio. Cinque pani allora basteranno per una folla, e i pezzi rimasti riempiranno le ceste. Nulla andrà perduto. Cinque pani e due pesci: è poco, è solo una goccia nel mare, ma è quella goccia che può dare senso a tutta la vita (Madre Teresa). La fame inizia quando io tengo il mio pane per me, quando l’Occidente sazio tiene il proprio pane per sé. Fame che, allora, non finirà.

Sfamare la terra invece è un miracolo possibile se la condivisione si fa realtà. C’è pane sufficiente per tutti nel mondo, ma è diventato insufficiente per l’avidità di pochi.

Il profeta ripete: chi ha fame venga e mangi, senza denaro né spesa. Ma quale fame morde dentro di noi? Solo di pane? O fame di giustizia per noi e per tutti? Fame di avere o anche fame di dare?
Il Signore sia il nostro affamatore, e sapremo dare pane a chi ha fame e accendere fame di cose grandi in chi è sazio di solo pane. E la nostra sarà fame di un mondo nuovo, con mani di pane che conoscono il miracolo del dono.

 

Avvenire XVIII Matteo 14,13-21

Vangelo del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste. Segno da custodire con particolare cura, raccontato per ben sei volte dai vangeli, carico di promesse e profezia.

Gesù vide la grande folla, sentì compassione di loro e curò i loro malati. Tre verbi rivelatori (vide, sentì, curò) che aprono finestre sui sentimenti di Gesù, sul suo mondo interiore.  Vide una grande folla, il suo sguardo non scivola via sopra le persone, ma si posa sui singoli, li vede ad uno ad uno. Per lui guardare e amare sono la stessa cosa. E la prima cosa che vede alzarsi da tutta quella gente e che lo raggiunge al cuore è la loro sofferenza: e sentì compassione per loro. Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo, è ferito dalle ferite di chi ha davanti, ed è questo che fa gli cambiare i programmi: voleva andarsene in un luogo deserto, ma ora chi detta l’agenda è il dolore dell’uomo, e Gesù si immerge nel tumulto della folla, risucchiato dal vortice della vita dolente.

Primo viene il dolore. Il più importante è chi patisce: nella carne, nello spirito, nel cuore. E dalla compassione fioriscono miracoli: guarì i loro malati. Il nostro tesoro più grande è un Dio appassionato che patisce per noi.

Il luogo è deserto, è ormai tardi, questa gente deve mangiare…i discepoli alla scuola di Gesù sono diventati sensibili e attenti, si prendono a cuore le persone. Gesù però fa di più: mostra l’immagine materna di Dio che raccoglie, nutre e alimenta ogni vita, e incalza i suoi: Voi stessi date loro… Le emozioni devono diventare comportamenti, i sentimenti maturare in gesti. Date da mangiare:   “la religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo: sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra”  (Ev Ga 182). Dacci il pane noi invochiamo, donate ribatte Lui. Una religione che non si occupi anche della fame è sterile come la polvere.

Il miracolo del pane è raccontato come una questione di mani. Un moltiplicarsi di mani, più che di pane. Che passa di mano in mano: dai discepoli a Gesù, da lui ai discepoli, dai discepoli alla folla. Allora apri le tue mani. Qualunque sia il pane che tu puoi donare, non trattenerlo, apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si spacca, la nuvola che sparge il suo contenuto.

Che diritto hanno i cinquemila di ricevere pane e pesce? L’unico loro titolo è la fame. E il pane di Dio, quello delle nostre eucaristie, non impoveriamolo mai all’alternativa meschina tra pane meritato o pane proibito: esso è il pane donato, con lo slancio della divina compassione. Pane gioioso e immeritato, per i cinquemila quella sera sulla riva del lago, per tutti noi sulla riva di ogni nostra notte.

Del mare e della terra faremo pane,


coltiveremo a grano la terra e i pianeti,


il pane di ogni bocca,

di ogni uomo,
ogni giorno
arriverà

perché andammo a seminarlo
e a produrlo

non per un uomo
ma per tutti,


il pane,

il pane
per tutti i popoli


e con esso

ciò che ha
forma e sapore di pane


divideremo:


la terra,
la bellezza,
l’amore,

tutto questo ha sapore di pane

( Pablo Neruda)

 

FB 1 marzo I DI QUARESIMA Matteo 4,1-11

p.Ermes Ronchi

Gesù deve scegliere che tipo di Messia diventare, è la scelta decisiva di tutta la sua vita. La prima sfida riguarda il corpo e le cose: sazia la fame, di’ che queste pietre diventino pane. Pietre o pane, piccola alternativa, che Gesù spalanca. E dice: vuoi diventare più uomo, vivere meglio? Non inaridire la vita a ricerca di beni, di roba. Sogna, ma non ridurre mai i tuoi sogni a cose e denaro. “Non di solo pane vivrà l’uomo”. C’è dentro di noi un di più, una eccedenza, una breccia, per dove entrano mondi, creature, affetti, un pezzetto di Dio.

L’uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. E accende in me una fame di cielo che noi tentiamo di colmare con larghe sorsate di terra. Invece il pane è buono ma più buona è la parola di Dio; il pane è vita ma più vita viene dalla bocca di Dio.

Dalla bocca di Dio, dalla sua parola è venuta la luce, il cosmo con sua bellezza e le creature. Dalla bocca di Dio è venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu. Se l’uomo vive di ciò che viene da Dio, io vivo di te: fratello, amico, amore, di te. Parola pronunciata dalla bocca di Dio per me.

La seconda sfida tocca la relazione con Dio. Buttati giù, provoca un miracolo! fallo attraverso ciò che sembra il massimo della fede in Dio e invece ne è la caricatura, la ricerca di un Dio magico a proprio servizio. Buttati, così potremo vedere uno stuolo di angeli in volo… Mostra un miracolo, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. Il diavolo è seduttivo, si presenta come un amico che vuole aiutare Gesù a fare meglio il lavoro di messia.

Gesù risponde: non metterai alla prova Dio. Ed è la mia fede: io credo che Dio è con me, ogni giorno, mia forza e mio canto. Ma io non avanzerò nella vita a forza di miracoli, bensì per il miracolo di un amore che non si arrende, di una speranza che non ammaina le sue bandiere.

La terza posta in gioco è il potere sugli altri: prostrati davanti a me e avrai il mondo ai tuoi piedi. Il diavolo fa un mercato, al contrario di Dio, che non fa mai mercato dei suoi doni. E quanti lo hanno ascoltato! Hanno fatto mercato di se stessi, in cambio di carriera, una poltrona, denaro facile.

Il Satana dice: vuoi cambiare il mondo con l’amore? Sei un illuso! Assicura agli uomini pane, miracoli e un leader, e li avrai in mano. Ma Gesù non cerca uomini da dominare, vuole figli liberi e amanti. Per Gesù ogni potere è idolatria.

Il diavolo allora si allontana e angeli si avvicinano e lo servono. Avvicinarsi e servire, le azioni da cui si riconoscono gli angeli. Se in questa quaresima ognuno si avvicina ad una persona che ha bisogno, ascoltando, accarezzando, servendo, allora vedremmo la nostra terra assomigliare ad un nido di angeli.

 

 

 

 

Tutto é sorretto dalla Divina Misericordia. Dal concepimento alla morte corporale, ogni persona usufruisce anche inconsapevolmente di questo immenso Mistero.

Si tratta solo di prenderne consapevolezza per poi far scaturire la personale gratitudine verso il Signore.

Ma per far questo bisogna chiedere l’aiuto dello Spirito Santo. La Misericordia Divina opera sempre, anche nelle cose che nemmeno immaginiamo.

Durante la giornata essa é presente in noi anche quando commettiamo delle colpe o ci disinteressiamo del nostro Creatore, trascurando la preghiera.

Essa suscita in noi il pentimento sincero, ma rispetta il nostro libero arbitrio.

Non ci rendiamo conto di quanti pericoli affrontiamo ogni giorno: la nostra vita terrena é davvero un miracolo della Misericordia Divina. Per questo é necessario riconoscerla ed essere grati in ogni momento al Signore.

 

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Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

XXXII Dom.T. O. – Anno C – 2019

Vita eterna, non durata ma intensità senza fine

Vangelo – (Luca 20,27-38)

[…] Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. […]

I sadducei si cimentano in un apologo paradossale, quello di una donna sette volte vedova e mai madre, per mettere alla berlina la fede nella risurrezione. Lo sappiamo, non è facile credere nella vita eterna. Forse perché la immaginiamo come durata anziché come intensità. Tutti conosciamo la meraviglia della prima volta: la prima volta che abbiamo scoperto, gustato, visto, amato… poi ci si abitua.

L’eternità è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre. La piccola eternità in cui i sadducei credono è la sopravvivenza del patrimonio genetico della famiglia, così importante da giustificare il passaggio di quella donna di mano in mano, come un oggetto: «si prenda la vedova… Allora la prese il secondo, e poi il terzo, e così tutti e sette».

In una ripetitività che ha qualcosa di macabro. Neppure sfiorati da un brivido di amore, riducono la carne dolorante e luminosa, che è icona di Dio, a una cosa da adoperare per i propri fini.

«Gesù rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell’uomo ma l’eternità stessa di Dio» (M. Marcolini). Che cosa significa infatti la «vita eterna» se non la stessa «vita dell’Eterno»? Ed ecco: «poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio», vivono cioè la sua vita.

Alla domanda banale dei sadducei (di quale dei sette fratelli sarà moglie quella donna?) Gesù contrappone un intero mondo nuovo: quelli che risorgono non prendono né moglie né marito.

Gesù non dice che finiranno gli affetti e il lavoro gioioso del cuore. Anzi, l’unica cosa che rimane per sempre, ciò che rimane quando non rimane più nulla, è l’amore (1 Cor 13,8).

I risorti non prendono moglie o marito, e tuttavia vivono la gioia, umanissima e immortale, di dare e ricevere amore: su questo si fonda la felicità di questa e di ogni vita. Perché amare è la pienezza dell’uomo e di Dio.

I risorti saranno come angeli. Come le creature evanescenti, incorporee e asessuate del nostro immaginario? O non piuttosto, biblicamente, annuncio di Dio (Gabriele), forza di Dio (Michele), medicina di Dio (Raffaele)? Occhi che vedono Dio faccia a faccia (Mt 18,10)?

Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi. In questa preposizione « di », ripetuta cinque volte, in questa sillaba breve come un respiro, è inscritto il nodo indissolubile tra noi e Dio.

Così totale è il legame reciproco che Gesù non può pronunciare il nome di Dio senza pronunciare anche quello di coloro che Egli ama.

Il Dio che inonda di vita anche le vie della morte ha così bisogno dei suoi figli da ritenerli parte fondamentale del suo nome, di se stesso:

« sei un Dio che vivi di noi » (Turoldo).

(Letture: 2 Maccabei 7,1-2.9-14; Salmo 16; 2 Tessalonicesi 2,16-3,5; Luca 20,27-38)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/vita-eterna-non-durata-ma-intensita-senza-fine?fbclid=IwAR3YfUUvZUbFvxeGc3_Ru4Fi1sBq_lYIhIvz8kzFLVNXrfZN5kHc418Jwa0

 

 

 

Una goccia di rugiada é un vero miracolo.

Come lo é una foglia appesa ad un ramo.

É un miracolo un bimbo che comincia a balbettare e questo pianeta che gira in modo cosí preciso attorno al sole.

Siamo noi stessi un miracolo vivente per la nostra straordinaria capacità di osservare, percepire e pensare.

Ma soprattutto l’amore é il piú grande miracolo per la nostra esistenza.

Non capisco coloro che vanno a cercare le prove sull’esistenza di Dio.

O coloro che cercano miracoli straordinari nella sospensione delle leggi della natura per avere delle prove sulla Trascendenza, se é gia Tutto un miracolo!

 

 

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Rinnoviamo in noi lo stupore di esistere, perché ogni nostro risveglio é sempre un “miracolo” e noi non ce ne accorgiamo.

La creazione é sorretta dagli angeli ed il nuovo giorno é sempre unico ed irripetibile, per cui é giusto lodare il Signore che ci protegge con il suo eterno Amore.

 

 

SE DESIDERI PREGARE:

È molto importante iniziare bene la giornata. Ci sono molte persone che appena si alzano il mattino cominciano a lamentarsi di tutto e sentono un forte disagio nell’affrontare la giornata. Queste persone possono anche influenzare negativamente l’umore in famiglia o in una comunità. Si lamentano spesso di qualche acciacco fisico, di una preoccupazione, delle loro frustrazioni ecc. Ma a tutto può esserci un rimedio, se c’è un po’ di buona volontà. Innanzittutto è necessario che queste persone prendano consapevolezza che, dopo aver trascorso la notte, si ritrovano nella nuova giornata ancora in vita e che possono esercitare i loro sensi, muoversi, pensare, operare ecc., cosa che non tutti possono fare. Un buon metodo per vincere questo pessimismo, innato od acquisito, è quello di mettersi innanzi al Creatore e ringraziarlo di cuore per tutti i benefici ricevuti e di quelli che si avrà durante la giornata. Inoltre, queste persone dovrebbero programmare solo la giornata che stanno affrontando, senza preoccuparsi del domani, perché a ciascun giorno basta la sua pena. Invocando lo Spirito Santo le cose e gli eventi si trasformano, assumono una luce particolare che fa in modo di guardare i famigliari e le persone con cui si ha a che fare con occhio benevolo, puntando solo a considerare i pregi, più che i difetti, le cose che abbiamo, piuttosto di quelle che ci mancano.

 

PER LA LITURGIA DELLE ORE:

 

http://www.liturgiadelleore.it/

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

II Dom. T. O. anno C – 2019

Cana, i nostri cuori come anfore da riempire
Dio si è fatto trovare a tavola.

Giovanni 2,1-11

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». […]

Commento di p. Ermes

C’è una festa grande, in una casa di Cana di Galilea: le porte sono aperte, come si usa, il cortile è pieno di gente, gli invitati sembrano non bastare mai alla voglia della giovane coppia di condividere la festa, in quella notte di fiaccole accese, di canti e di balli. C’è accoglienza cordiale perfino per tutta la variopinta carovana che si era messa a seguire Gesù, salendo dai villaggi del lago. Il Vangelo di Cana coglie Gesù nelle trame festose di un pranzo nuziale, in mezzo alla gente, mentre canta, ride, balla, mangia e beve, lontano dai nostri falsi ascetismi. Non nel deserto, non nel Sinai, non sul monte Sion, Dio si è fatto trovare a tavola.La bella notizia è che Dio si allea con la gioia delle sue creature, con il vitale e semplice piacere di esistere e di amare: Cana è il suo atto di fede nell’amore umano. Lui crede nell’amore, lo benedice, lo sostiene. Ci crede al punto di farne il caposaldo, il luogo originario e privilegiato della sua evangelizzazione. Gesù inizia a raccontare la fede come si racconterebbe una storia d’amore, una storia che ha sempre fame di eternità e di assoluto. Il cuore, secondo un detto antico, è la porta degli dei. Anche Maria partecipa alla festa, conversa, mangia, ride, gusta il vino, danza, ma insieme osserva ciò che accade attorno a lei. Il suo osservare attento e discreto le permette di vedere ciò che nessuno vede e cioè che il vino è terminato, punto di svolta del racconto: (le feste di nozze nell’Antico Testamento duravano in media sette giorni, cfr. Tb 11,20, ma anche di più). Non è il pane che viene a mancare, non il necessario alla vita, ma il vino, che non è indispensabile, un di più inutile a tutto, eccetto che alla festa o alla qualità della vita. Ma il vino è, in tutta la Bibbia, il simbolo dell’amore felice tra uomo e donna, tra uomo e Dio. Felice e sempre minacciato. Non hanno più vino, esperienza che tutti abbiamo fatto, quando ci assalgono mille dubbi, e gli amori sono senza gioia, le case senza festa, la fede senza slancio. Maria indica la strada: qualunque cosa vi dica, fatela. Fate ciò che dice, fate il suo Vangelo, rendetelo gesto e corpo, sangue e carne. E si riempiranno le anfore vuote del cuore. E si trasformerà la vita, da vuota a piena, da spenta a felice. Più Vangelo è uguale a più vita. Più Dio equivale a più io. Il Dio in cui credo è il Dio delle nozze di Cana, il Dio della festa, del gioioso amore danzante; un Dio felice che sta dalla parte del vino migliore, del profumo di nardo prezioso, che sta dalla parte della gioia, che soccorre i poveri di pane e i poveri di amore. Un Dio felice, che si prende cura dell’umile e potente piacere di vivere. Anche credere in Dio è una festa, anche l’incontro con Dio genera vita, porta fioriture di coraggio, una primavera ripetuta.
(Letture: Isaia 62,1-5; Salmo 95; 1 Corinzi 12,4-11; Giovanni 2,1-11)

Commento al Vangelo domenica 20 gennaio – p.Ermes – Cana. I nostri cuori come anfore da riempire

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/cana-i-nostri-cuori-come-anfore-dariempire

La bella notizia è che Dio si allea
con la gioia delle sue creature,
con il vitale e semplice piacere di esistere e di amare:
Cana è il suo atto di fede nell’amore umano.
Lui crede nell’amore, lo benedice, lo sostiene.
Ci crede al punto di farne il caposaldo,
il luogo originario e privilegiato della sua evangelizzazione.
Gesù inizia a raccontare la fede come si racconterebbe una storia d’amore,
una storia che ha sempre fame di eternità e di assoluto.
Il cuore, secondo un detto antico, è la porta degli dei.
Non è il pane che viene a mancare, non il necessario alla vita,
ma il vino, che non è indispensabile,
un di più inutile a tutto,
eccetto che alla festa o alla qualità della vita.
Ma il vino è, in tutta la Bibbia, il simbolo dell’amore felice
tra uomo e donna,
tra uomo e Dio. Felice e sempre minacciato.
(Ermes Ronchi – Giovanni 2,1-11)

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/26969/commento-al-vangelo-domenica-20-gennaio-p-ermes-cana-i-nostri-cuori-come-anfore-da-riempire/

 

 

 

Il Vangelo a cura di Padre Ermes Ronchi

XXX Domenica
Tempo ordinario – Anno B – 2018
Siamo anche noi ciechi e mendicanti, come Bartimeo
Vangelo – Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Commento di Padre Ermes

Un mendicante cieco: l’ultimo della fila, un naufrago della vita, relitto abbandonato al buio nella polvere di una strada di Palestina.

Poi improvvisamente tutto si mette in moto: passa Gesù ed è come un piccolo turbine, si riaccende il motore della vita, soffia un vento di futuro.

Bartimeo comincia a gridare: Gesù, abbi pietà. È, tra tutte, la preghiera più cristiana ed evangelica, la più umana. Rimasta nelle nostre liturgie, nel suono antico di “Kyrie eleison” o di “Signore, pietà”, confinata purtroppo nell’ambito riduttivo dell’atto penitenziale. Non di perdono si tratta. Quando preghiamo così, come ciechi, donne o lebbrosi del vangelo, dobbiamo liberare in volo tutto lo splendido immaginario che preme sotto questa formula, e che indica grembo di madre, vita generata e partorita di nuovo. La misericordia di Dio comprende tutto ciò che serve alla vita dell’uomo.

Bartimeo non domanda pietà per i suoi peccati, ma per i suoi occhi spenti. Invoca il Donatore di ‘vita in abbondanza’: mostrati padre, sentiti madre di questo figlio che ha fatto naufragio, ridammi alla luce!

La folla fa muro al suo grido: taci! Disturbi! Terribile pensare che davanti a Dio la sofferenza sia fuori luogo, che il dolore possa disturbare. Ma è così ancora, abbiamo ritualizzato la religione e un grido fuori programma disturba. Ma la vita è un fuori programma continuo: la vita non è un rito. C’è nell’uomo un gemito, di cui abbiamo perso l’alfabeto; un grido, su cui non riusciamo a sintonizzarci.

Invece il rabbi ascolta e risponde. E si libera tutta l’energia della vita. Lo notiamo dai gesti, quasi eccessivi: Bartimeo non parla, grida; non si toglie il mantello, lo getta; non si alza da terra, ma balza in piedi.

La fede porta con sé un balzo in avanti, porte che si spalancano, sentieri nel sole, un di più illogico e bello. Credere è acquisire bellezza del vivere.

Bartimeo guarisce come uomo, prima che come cieco. Guarisce in quella voce che lo accarezza: qualcuno si è accorto di lui, qualcuno lo tocca, anche solo con una voce amica, e lui esce dal suo naufragio umano: l’ultimo comincia a riscoprirsi uno come gli altri.

È chiamato con amore e allora la sua vita si riaccende, si rialza in piedi, si precipita, anche senza vedere, verso una voce, orientato da una parola buona che ancora vibra nell’aria. Sentire che qualcuno ci ama rende fortissimi.

Anche noi ci orientiamo nella vita come il mendicante cieco di Gerico, forse senza vedere chiaro, ma sull’eco della Parola di Dio, ascoltata nel vangelo, nella voce intima che indica la via, negli eventi della storia, nel gemito e nel giubilo del creato. E che continua a seminare occhi nuovi e luce nuova sulla terra.

(Letture: Geremia 31,7-9; Salmo 125; Ebrei 5,1-6; Marco 10,46-52)

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/26793/commento-al-vangelo-28-ottobre-p-ermes-credere-e-acquisire-bellezza-del-vivere-2/

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/siamo-anche-noi-ciechi-e-mendicanti-come-bartimeo

 

 

 

di p. Ermes Ronchi

 

XX domenica Gv 6,51-58

 

Prendete, mangiate! Parole che mi sorprendono ogni volta, come una dichiarazione d’amore: ‘io voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nell’intimo tuo come sangue, farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita’.

 

In otto versetti, Gesù ripete per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno. Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici ma che ascendono, come una spirale; o come un sasso che getti nell’acqua e vedi i cerchi delle onde allargarsi sempre più.

Siamo alla fine del lungo capitolo 6 di Giovanni, uno scontro dai toni sempre più inconciliabili tra lui e i sapienti del tempo. Che ha luogo dopo il miracolo dei pani e dei pesci, il miracolo peggio riuscito, da cui derivano conflitti, crisi, l’abbandono di molti discepoli. Ma Gesù tira dritto, non si piega ai sondaggi d’opinione, non attenua le sue posizioni, anzi rilancia.

Il vangelo di oggi racconta la parte più calda, più impetuosa del discorso. L’intervento più irruente del durissimo conflitto di Cafarnao.

E ogni volta Gesù alza la posta e alla fine scopre le carte, con una pretesa, una presunzione che gli fa dire: solo io so chi è Dio.

Non lo sanno i profeti, non lo sanno i sacerdoti, nessun rabbino, io solo, perché io e Dio siamo una cosa sola.

Ha perso la testa, verrebbe da dire. E rilancia ancora: chi mangia la mia carne ha vita eterna.

Cos’è questa cosa che sembra non interessare più ai cristiani d’oggi? La vita eterna non è una vita lunga, che non finisce mai, alla fine anche un po’ noiosa. Non la vita eterna ma la vita dell’Eterno.

E tu capisci allora che è la vita del Creatore, del Liberatore, del Tutto-abbracciante. C’è dentro la pulsazione delle stelle, l’esultanza degli amanti, le grida di vittoria del popolo che attraversa il mar Rosso, c’è il volto stupefatto di tua madre quando ti ha preso in braccio la prima volta, il sorriso del povero. La vita dell’Eterno.

Ed entra in noi attraverso Gesù: Apri il vangelo e senti sapore di vita e non di morte, vita appassionata, vibrante, calda. Il sapore della vita è fatto di tre sapori: amore, libertà e coraggio.

Ha scelto il pane come simbolo, geniale, il pane è tutto ciò che ti fa vivere, se c’è una cosa che sa di vita e non di morte, è proprio il pane. Dio come pane!

Nessuno conosce il Padre…Solo io so chi è Dio. E infatti ci rovescia l’immagine di Dio.

  1. Noi pensiamo di avvicinarci a Dio rendendo sempre più spirituale la vita, riti e preghiere e pensieri alti… Gesù rovescia: ti avvicini a Dio diventando sempre più umano. Come ha fatto lui, toccando piaghe, ferite, dolori, la fame. Facendoti pane. Più diventiamo umani più noi si comunica Dio.
  2. Noi pensiamo di essere per Dio, Gesù rovescia: Dio è per noi; noi pensiamo di essere creati per lui, per credere servire ubbidire amare Dio; Gesù rovescia: Dio esiste per amare servire nutrire alimentare. Si offre come dono, regalo, cibo da prendere. Pane che non esiste per sé ma per te.
  3. Noi pensiamo che Dio agisca attraverso interventi miracolosi, effetti speciali, rovesciando le regole della natura, e Gesù rovescia questa immagine: Dio agisce come il pane. Il pane che entra in te e scompare, che entra e si dissolve, ma per diffondersi fino all’ultima cellula, ad ogni battito del cuore. Il silenzio del pane. L’umiltà del pane. E di Dio.

Qui è il miracolo, il batticuore, lo stupore:

Dio in me, il mio cuore lo assorbe,

lui assorbe il mio cuore,

e diventiamo una cosa sola,

con la stessa vocazione:

non andarcene da questo mondo

senza essere diventati pezzo di pane buono per qualcuno.

Pane buono spezzato per la fame e la gioia di qualcuno.

 

Quando parla di sangue e carne Gesù vi riassume la sua piena umanità, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime, le sue passioni, i suoi abbracci, i piedi intrisi di nardo e la casa che si riempie di profumo e di amicizia. E qui c’è una sorpresa, una cosa imprevedibile.

Gesù non dice: prendete assimilate la mia sapienza, nutritevi della mia santità, mangiate il sublime che è in me. Dice, invece: prendete la mia umanità, il mio modo di abitare la terra, libero e creativo, e di incontrare e di entrare nelle case, e di chiedere acqua alla samaritana e di far scendere Zaccheo dal suo albero, e di accogliere uomini e donne alla sua scuola di vita. Nutritevi del mio modo di essere umano, come un bimbo che è ancora nel grembo della madre si nutre del suo sangue. Il grembo del vangelo. Perché facciamo la comunione? Risponde benissimo san Leone Magno: lo scopo della comunione è che possiamo diventare ciò che riceviamo, anche noi corpo di Cristo.

 

E perché allora ci deve supplicare, perché questa supplica ripetuta otto volte, prendete mangiate?…

Perché abbiamo mangiato male prima.

Perché la vita ci ha regalato traumi da togliere il fiato, talvolta. E non è per colpa nostra. Abbiamo forse traumi sull’amore. Pensiamo che nessuno ti ami senza cercare un vantaggio per sé. E pensiamo che con Dio sia lo stesso. Che nessuno dia niente per niente…

E davanti al pane della comunione, riemerge il Dio sbagliato: sì, ma che cosa dovrò dare io in cambio? In sforzi, in fatica morale, e il tener duro sempre… è un altro dovere in più? E se non lo compio, ci sarà un castigo? In fondo, noi abbiamo ancora paura di Dio.

Dio non è un dovere, è un regalo.

Non è una esigenza, ma una offerta.

Non c’è niente da dare in cambio a Dio. Capite? Niente.

Dio dona tutto e non prende niente.

Non è vero che Dio ha qualcosa da chiederci, ha tanto da darci.

Una trasfusione di vita.

Dio è “prendete”, è dono, regalo, offerta, e noi abbiamo paura.

Ma che cosa tu potresti mai dare in cambio della vita dell’Eterno?

Che non meriteremo mai, di cui non saremo mai degni.

Con quale moneta pagarla? Con sacrifici e rinunce? Non di certo, forse con gioia e abbracci e carovane che avanzano nel sole.

Anzi è Lui che viene fino a noi. Lui in cammino, Lui che percorre i cieli, Lui felice di vedermi arrivare, che mi dice: sono contento che tu sia qui. Io posso solo accoglierlo stupito. Prima che io dica: “ho fame”, ha detto: “Prendete e mangiate”, mi ha cercato, mi ha atteso e si dona.

Non è vero che Dio ha qualcosa da chiederci, ha tanto da darci.

 

 

Signore, quando sono affamato,

donami qualcuno che ha bisogno di cibo.

Quando ho sete,

donami qualcuno che ha bisogno d’acqua.

Quando ho freddo,

mandami qualcuno da riscaldare.

Quando sono ferito,

donami qualcuno da consolare.

Quando la mia croce diventa pesante,

donami la croce di un altro da portare insieme.

Quando mi sento povero,

conduci da me qualcuno che è nel bisogno.

Quando non ho tempo,

donami qualcuno che io possa aiutare almeno un istante.

Quando mi sento umiliato,

donami qualcuno di cui io possa tessere le lodi.

Quando sono scoraggiato,

mandami qualcuno da incoraggiare.

Quando ho bisogno della comprensione degli altri,

donami qualcuno che ha bisogno della mia.

E quando non penso che a me stesso,

volgi i miei pensieri verso qualcun altro

in questa terra, in questo cielo.

Amen.

 

 

 

 

 

III DI AVVENTO – Anno B

Gv 1,6-8.19-28

p. Erems Ronchi

Omelia

C’era grande attesa in Israele, in quei giorni. E Dio interviene: “venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni”. Dio interviene per gli uomini non con miracoli: mandando un uomo.

Il miracolo di Dio siamo noi. L’intervento di Dio, oggi, siamo noi. Dio salva attraverso persone scrive Romano Guardini. Attraverso profeti di povere parole, che siamo noi.

Giovanni, il Profeta roccioso e selvatico, deve affrontare due commissioni d’inchiesta, due inquisizioni. Chi sei? E perché battezzi?

Sacerdoti e leviti insieme: i leviti facevano anche funzione di polizia, sono lì pronti per arrestarlo qualora…Sei domande sempre più incalzanti. Tre risposte sempre più brevi: identità per spoliazione, per sottrazione, io non sono.

Io non sono, né l’eroe dei miei sogni né il bambino delle mie paure. Io non sono il personaggio che vorrei essere, né il fallito che temo di essere, io non sono ciò che gli altri credono di me, o ciò che si aspettano, né un santo, né solo peccatore, io non sono il mio ruolo e nemmeno il mio peccato.

Tre no, e un sì finale: io? semplicemente Voce. La parola è un Altro. Lui è il senso di ciò che io dico.

“La parola una volta pronunciata non muore, ma proprio in quell’istante  comincia a vivere e fiorire” (E. Dikinson) per la voce di un uomo.

Io, semplicemente voce, che si alza in grido: che significa appello, bisogno, fame.

La vita dell’uomo inizia con un grido, il grido vittorioso del bambino che nasce, e termina con un grido soffocato, il grido crocifisso di ogni morente (on sort on crie, c’est la vie; on crie on sort c’est la mort”;

Grido di Cristo, quando sulla croce diventa la grande voce del mondo che urla la sua sete e le sue paure agli uomini e al cielo.

Io, semplicemente voce. Che dice parole più antiche e più grandi di me. La mia identità è di essere attraversato dal soffio di Dio, che dice e ridice, si alza e non si stanca.

Io semplicemente come una canna vuota, un flauto che emette la sua voce quando il respiro dello Spirito lo attraversa, e il soffio diventa musica. Così i mistici… Sono strumento e mi lascio adoperare.

Essere voce vuol dire allora che tutti noi abbiamo una struttura di profezia come nostra identità, siamo tutti – profondamente – profeti.

Parla tu Signore che il Tuo servo ascolta, parla le tue parole, noi non sappiamo più cosa dire; parla tu e riempi questa voce di semi di vangelo, che sono semi di vita; riempila di semi di cielo che sono semi di luce e di gioia. Parla, il tuo servo si farà voce, voce che grida nel deserto o che sussurra al cuore. Molti parlano, pochi parlano al cuore, uno solo parla sul cuore, senza distanza alcuna, toccando il cuore…

Noi cerchiamo profeti, uomini e donne dalle parole di fuoco, dal cuore in fiamme, e Dio che parla dai loro roveti. Ma dove sono? Il vangelo risponde così: E venne un uomo mandato da Dio! Un uomo vuol dire ogni uomo, vuol dire ognuno mandato da Dio, con una sillaba di Parola, con una goccia di fuoco, una parola insostituibile della frase del mondo. e se io non pronuncio la mia parola mancherà qualcosa alla compiutezza della frase. Siamo pietre vive della cattedrale che Dio va costruendo…non importa dove sei messo…ma se tu manchi la tua missione ci sarà una disarmonia cosmica, un vuoto, un buco che nessuno potrà colmare..

Per ascoltare devo chinarmi profondamente, come il Battista, cercare dentro. Se trovo Dio in me, allora sarò libero, libero come Giovanni davanti alle due inquisizioni dei potenti del tempo. Per me, come per lui, conteranno solo gli occhi del mio Signore, quel piccolo pezzo di Dio in me, che dice e ridice e non tace mai.

E mi sussurra come a Isaia, che la terra non è orfana di Dio, che qualcosa si muove, un virgulto, un agnello, un bambino: affiniamo lo sguardo! Come Isaia testimone di un Dio invisibile eppure luminoso, sconosciuto e innamorato, che è in mezzo a noi come guaritore delle vite, come germoglio di tronco tagliato.

E io credo nel sogno del lupo e dell’agnello insieme anche se, per ora, non si è realizzato; credo nel sogno della pace, anche se ancora non è venuta! Così come credo nella primavera anche se oggi non splende. E nell’amore, anche se oggi non scalda. Io credo, io do fiducia alla luce, mi fido del bene, in noi più antico del male più antico, più originario del peccato originario.

Molti di voi conosceranno Cuore di tenebra, un famoso romanzo di Joseph Conrad: nel mondo e in noi batte un cuore di tenebra. Eppure una narrazione più alta suggerisce invece che una goccia di luce batte nel cuore vivo di tutte le cose.

È Cristo venuto come luce vera che illumina ogni uomo; notate bene: ogni uomo, ogni uomo, ogni uomo.

E nessuno che sia escluso, e nessuno che sia senza luce. È venuto e ha fatto risplendere la vita: la mia vita, la tua vita, la vita innumerevole, dai mille nomi, dai mille volti.

Di questo anch’io posso essere testimone! Non di ingiunzioni ma di un bene che è dentro di me; non di castighi ma di luce, di un Dio che sorge come un sole, che fascia le piaghe dei cuori spezzati, che è germoglio sui tronchi abbattuti, che è cercatore di prigionieri per rimetterli nel sole.

Noi, a differenza di Isaia e di Giovanni, siamo profeti di povere parole. Eppure voce non inutile: “solo se il messaggero è infinitamente piccolo, il messaggio sarà infinitamente grande” (Vannucci).

In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete. In mezzo a voi e non nel tempio; in mezzo a voi ma non dentro ai vostri schemi. Cristo sconosciuto, io non lo possiedo, neppure la chiesa lo possiede, questa chiesa continuamente in cerca del suo Cristo (Paolo VI).

Egli è qui, nei miei profeti, nelle accensioni improvvise dell’anima e del cuore, è nel nostro amore e nei nostri poveri, è negli occhi testimoni della luce, nella bellezza de mondo e dello splendore del dimesso, nelle parole che consolano davvero, ogni volta che un lupo, che un violento si disarma e si fa guidare da un bambino. Da un cuore bambino.

Ogni volta che la radice mette germogli, Dio è qui e parla parole che sono nido e vela, nido che accoglie e conforta, e vela che fa ripartire la vita, come un germoglio di luce che cresce e si arrampica in noi, come un fiore di luce sbocciato nel nostro deserto.

Preghiera alla comunione

 

Signore, chi sono io veramente?

Vorrei dirmi appena voce, soltanto voce e Tu la parola.

Ma non è così. Ho detto parole solo mie, di cenere e sabbia.

Vorrei però essere voce che grida nei deserti e che sussurra al cuore

che una bontà immensa abita l’universo.

Vorrei essere solo pulviscolo di luce,

frammento minimo di sole, pur con tutto il mio buio.

Vorrei essere con la mia vita piccola profezia di te,

eco di un flauto che suona da altrove.

E così crederanno a te e non a me, Signore,

a te che ripeti a ciascuno con la voce di Isaia:

Il tronco fiorirà, la parola tornerà dal silenzio,

il lupo e l’agnello pascoleranno insieme.

E sia la nostra vita voce che dice

il cuore buono dell’essere,

che dice che Tu, Signore, hai un cuore di luce,

che io, con il mio frammento opaco, posso essere

frammento ospitale del cosmo

riflesso di te, nostalgia di te

venuto come un fiore di luce nel nostro deserto. Amen

 

p. Ermes Ronchi

 

 

 

10° capitolo

Gesù sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse:”Va’ a lavarti nella piscina di Siloe…” Questi andò, si lavò e tornò che ci vedeva.(Gv.1,41)

E’ Lui che ci fa vedere. Usa i mezzi più umili ed intimi. Sputare per terra e fare del fango per poi spalmarlo sugli occhi è un gesto che immediatamente ci ripugna. Come spesso ci ripugna la realtà che osserviamo fuori e dentro di noi. Per capire il gesto di Gesù bisogna considerare che nulla di quello che fa è casuale. Ogni più piccolo gesto ha un senso.

La saliva è prodotta dal corpo stesso. Il suo compito è quello di sciogliere le sostanze alimentari solubili , rendere viscidi gli alimenti masticati per favorirne la deglutizione ed iniziare i processi digestivi degli idrati di carbonio mediante la ptialina. La terra rappresenta il nostro emergere dalla molteplicità, l’umiltà della nostra condizione di creature fatte di fango, polvere. Solo Lui può elevarci da questa misera condizione: la nostra superficialità e dispersività non ci consente di assimilare le cose terrene e quotidiane.

La sua saliva rende la terra “fango”, il quale, rispetto alla polvere ha un’unità intrinseca ed è per questo più plasmabile. Posto sugli occhi il fango rappresenta la visione delle cose nella loro unità, nella loro essenza. Solo lo Spirito può condurre ai livelli evolutivi più alti: il fango deve essere asportato attraverso l’acqua della piscina di Siloe, simbolo dell’azione salvifica dello Spirito. Gesù, Figlio di Dio, ci conduce dalla cecità iniziale legata alla visione frammentaria della realtà molteplice, alla visione unitaria dello Spirito. E lo fa gradualmente, con infinita pazienza, attraverso i numerosissimi attimi della nostra vita quotidiana.

Attimi terreni di polvere, di fango e di acqua.
L’uomo così purificato ha la possibilità di vedere Dio…una visione così diversa da quella che si immagina che è impossibile trovare paragone, similitudine, analogia o metafora più adatta. Ma si comincia a vederlo già da questa vita terrena.
Noi pensiamo sempre che Dio opera prodigi e miracoli. Ed è vero.

Ma applicando una certa logica legata alla reciprocità ( siamo destinati a diventare simili a Lui), anche Dio si stupisce dei nostri prodigi. Quali sono? Sono le scoperte che facciamo della sua “gratuità” e della sua benevolenza fino a decidere per Lui. E’ una decisione a volte miracolosa perché vince la nostra forza di gravità e ci inoltriamo nel Regno dell’Amore puro diventando altri dèi. Egli assiste al miracolo di vederci diventare simili a Lui per godere della sua infinita beatitudine. Un Dio che ama deve per forza agire così: gioire e godere per la creatura che progredisce nell’amore!

L’amore richiede pazienza. Il cieco nato avrebbe potuto ottenere la vista dal Signore immediatamente, senza quello strano rituale del fango. Invece Gesù si serve dell’azione (spalmare il fango insalivato sugli occhi) per farci capire che richiede anche la nostra collaborazione.
“Sono infinitamente povero anche quando sto operando bene; non conoscere la radice delle nostre intenzioni è uguale a essere ciechi e usare esplosivo inconsciamente” (Albino p.148)
Lo Spirito ci aiuta a capire molte intenzioni nascoste dalla nostra cecità. Intenzioni che nascondiamo soprattutto a noi stessi per paura di vederci così come siamo, con le nostre grettezze e i nostri miserabili tornaconti. Non riusciamo a sopportarci così come siamo : meno male che l’amore di Dio è infinito!

Allora vennero i farisei…chiedendogli un segno dal cielo…Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: Perché questa generazione chiede un segno? (Lc.8,11)
Molti si pongono la questione dell’esistenza di Dio.Stupisce la loro incredulità ed la scarsa informazione religiosa . Si prova un misto di tenerezza e di compassione. Le menti vengono spesso traviate e manipolate da convinzioni molto pregiudiziali. Forse uno dei traviamenti più comuni consiste nell’associare l’idea di Dio all’idea distorta di “miracolo”. Per molti il miracolo è qualcosa di sensazionale, emotivamente travolgente. E si dimentica il grande miracolo della Creazione.

Proviamo ad alzare un dito della mano : in questo momento è avvenuta una cosa incredibile, perché la nostra stessa volontà, legata alla coscienza, ha causato un’operazione molto semplice ma anche terribilmente complessa. Miliardi di atomi, quelli che compongono le cellule del dito, hanno subito un enorme spostamento rispetto alla loro dimensione…Tanti sono convinti che non è un prodigio, ma una cosa normale!
Cosa vuole dire normale? Un atto che viene ripetuto migliaia di volte da milioni di persone è normale?
Forse dobbiamo rivedere il concetto di “normalità”. Una coscienza “superficiale” dichiara “normale” tutto ciò che appare ai suoi occhi. Se riflette un po’ più in profondità intuisce che il concetto “normale” ha per lui il valore semantico di “banale”.

Troppe “banalità” sono state sottovalutate. Per ogni coscienza attenta, nulla invece è banale. Nulla. Tutto è intriso di straordinarietà. Ogni esistenza è straordinaria ed eccezionale perché nulla nel mondo fenomenico è replicabile in identica quantità e qualità. L’identità è tale solo nel pensiero. Un’identità ontologica sarebbe una vera rarità. Il fenomeno più straordinario di tutti. Com’è straordinario il sole che sorge e tramonta puntualmente ogni giorno dell’anno.

E la luna con le sue fasi. E gli astri con le loro complesse leggi gravitazionali. Il macrocosmo così spaventosamente immenso e il microcosmo così misteriosamente complesso sono straordinari. Il nostro corpo è il più straordinario di tutti perché non è solo un agglomerato di cellule e tessuti, ma contiene la psiche e l’anima. Non è forse straordinario che noi possiamo compiere infiniti atti di volontà tramite un sistema biologico e psicologico così unici e complessi? Perché non intravediamo la straordinarietà del nostro mondo interiore ed esteriore? Non è fantastica la possibilità di diventare virtualmente interpreti di situazioni così inverosimili all’infinito quali quelle che troviamo nella nostra immaginazione e nei sogni?

Per leggere l’11° capitolo cliccare:

Il mio egoismo, il Suo amore

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

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I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron