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MESSAGGIO DELLA REGINA DELLA PACE A JAKOV DEL 25.12.20

“Cari figli,
anche oggi Gesù è qui accanto a voi, anchequando pensate di essere soli e che non ci sia più luce nella vostra vita, Lui è sempre vicino a voi e non si è mai allontanato lasciandovi da soli. 


La luce della sua nascita illumina questo mondo e la vostra vita.


Il suo cuore è sempre aperto per ricevere ogni vostra sofferenza, tentazione, paura e bisogno.

Le sue mani sono protese verso di voi per abbracciarvi come un Padre e dire quanto siete importanti per Lui, quanto vi ama e quanto si prende cura dei suoi figli. 


Figli cari anche i vostri cuori sono altrettanto aperti verso Gesù? 
Avete completamente consegnato la vostra vita nelle Sue mani?
 Avete accettato Gesù come vostro Padre, al quale potete sempre rivolgervi per trovare in Lui conforto e tutto ciò di cui avete bisogno per vivere la fede veritiera?


Perciò, figli miei, abbandonate il vostro cuore a Gesù e lasciate che sia lui a governare le vostre vite, perché solo così accetterete il presente e potrete affrontare il mondo in cui vivete oggi.


Con Gesù, tutta la paura, la sofferenza e il dolore scompaiono perché il vostro cuore accetta la sua volontà e tutto ciò che entra nella vostra vita.


Gesù vi darà la fede per accettare tutto e niente potrà allontanarvi da Lui, perché vi tiene per mano e non permette che ve ne andiate o vi perdete nei momenti difficili perché è diventato il Signore della vostra vita. 


Vi benedico con la mia benedizione materna.”

 

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Fratelli, siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.

Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.

Di fornicazione e di ogni specie di impurità o di cupidigia neppure si parli fra voi – come deve essere tra santi – né di volgarità, insulsaggini, trivialità, che sono cose sconvenienti.

Piuttosto rendete grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – cioè nessun idolatra – ha in eredità il regno di Cristo e di Dio.

Nessuno vi inganni con parole vuote: per queste cose infatti l’ira di Dio viene sopra coloro che gli disobbediscono.

Non abbiate quindi niente in comune con loro.

Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore.

Comportatevi perciò come figli della luce.

(Ef 4,32-5,8)

 

 

 

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Se noi ammiriamo ogni forma di bellezza, spesso anche in modo struggente, come sarà la Bellezza del Creatore?
Nessun occhio umano in questa dimensione terrena può vedere Dio faccia a faccia.
Ogni percezione proviene da Lui, così ogni stato di coscienza, perché Egli ha creato tutto ciò che esiste. Se ammiriamo quel corpo umano dobbiamo riferirci al suo Creatore se vogliamo purificare il nostro sguardo. Questo perché Dio è purezza infinita, Amore Onnipotente, fonte di ogni conoscenza e sapienza.
Quando un giorno, nell’altra dimensione da risorti, lo vedremo “faccia a faccia” la nostra gioia sarà piena. La luce divina eliminerà ogni ombra di malizia. Gusteremo senza stancarci ogni forma di bellezza unita al bene che proviene da Lui ed in noi non potrà più attecchire il male.
Per questo la nostra beatitudine sarà strettamente connessa a quella divina.
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“Nel Regno farete tutto ciò che vi piacerà fare…”Certamente nel bene, nell’arte, nell’Armonia, nel puro sentimento.

Col pensiero vi creerete il vostro mondo di luce e in quella luce penetrerà la vera grande luce; vi costruirete spiritualmente, per vivere ancora uniti, la casa del vostro sogno.

Potrete ideare colori da stendere su di una tela.. Strumenti per suonare..Potrete anche vedere ciò che accade nei mondi..

Tutti quelli creati dal Padre Celeste per la felicità e la gloria di ogni creatura… Astri, stelle, galassie.. mondi della materia; ma esistono anche quelli dello spirito e si raggiungono non appena pensati e sono infiniti nell’infinito come infinito è Dio Creatore, Io Suo Figlio Dio infinito nel Padre e voi nostri raggi.

Ma ora non potete comprendere quella vita, dovete essere felici per coloro che già la vivono!”

 

 

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Un campo di girasoli. Una straripante moltitudine di fiori gialli. E pare di sentire un rumore di bocche grandi che bevono avidamente. Sono le bocche dei girasoli che bevono il sole, l’aria, il vento. I girasoli sono amabili: Essi sanno sempre da che parte voltarsi. Restano con la corolla in alto tutto il giorno per permettere alla luce di accadere.

È uno dei migliori simboli della costanza.

Nei momenti bui della vita prendi esempio dal girasole. Alza la testa e cercalo tu, il tuo raggio di sole.

Bisognerebbe fare come i girasoli. Girarsi solo per ciò che conta veramente.

Portami il girasole impazzito di luce. Dentro, siamo tutti girasoli dorati.

I girasoli sono il simbolo del sole, del caldo, dell’estate, tre condizioni in cui può crescere naturalmente.

Impariamo dal girasole a non dimenticarci del Signore. La strada per la libertà è piena di girasoli.

(autori vari)

 

 

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Affinché non prevalga la parte oscura in noi é necessario cercare di individuarla bene, senza timore ed in profonditá.

Scendere negli inferi di noi stessi con coraggio significa guardare in faccia la realtá tenebrosa che ci incatena per poi ricondurla verso la luce, dove come neve al sole si scioglie gradualmente.

Ma per fare questo dobbiamo fidarci della realtá trascendente che sostiene pazientemente il nostro essere e con umiltà attendere la nostra liberazione interiore, la quale richiede anche il nostro impegno personale.

Cosí l’uomo vecchio potrá cedere il passo a quello nuovo, quello che si orienta verso “…le cose di lassù e non a quelle della terra”.

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TUTTO È MISTERO

Oggettivamente ogni esperienza della nostra esistenza è piuttosto misteriosa, molto di più di quello che crediamo ed è assai difficile comprenderla in profondità.

A volte si arriva ad intuire qualcosa per tentativi, ma capire perfettamente ogni più piccolo evento sembra quasi impossibile in questa dimensione spazio-temporale.

È illusorio pensare di comprendere sufficientemente ogni esperienza quando conosciamo qualche relazione di causa-effetto e cerchiamo di individuare le sue cause prossime.

Gran parte delle nostre asserzioni sono “tautologiche”. Mi spiego: se io mi chiedo il perché la luce attraversa il vetro pulito e rispondo a me stesso: “perché il vetro è trasparente”, non ho dato una risposta davvero soddisfacente, perché il termine “trasparente” significa “che fa passare la luce”. Praticamente io ho risposto alla mia domanda con i contenuti della stessa domanda: “Il vetro lascia passare la luce perché esso “lascia passare la luce” (trasparente)

Allora bisognerebbe rispondere enucleando tutte le cause prossime del fenomeno mettendo in evidenza la natura della luce o del vetro: Ma anche le cause prossime vanno inserite in determinati contesti. Ad esempio, cercando di comprendere la natura intrinseca della luce e del comportamento dei fotoni. Poi ci si dovrebbe chiedere perché esistono i fotoni in quel modo e con quelle caratteristiche ecc. Così per quanto riguarda la struttura del vetro.

Dopo aver applicato i metodi della scienza attuale (molto limitati), dovremmo cominciare a chiederci il fine ultimo di tutti questi fenomeni, ma qui ci si perde in un mare magnum…

Gran parte dei filosofi si sono cimentati proprio su questo e molti hanno anche elaborato una metafisica, convinti dell’inadeguatezza del nostro linguaggio in continua evoluzione.

Personalmente credo che siamo stati creati da Dio, il quale ci sorregge amorevolmente. Ma appunto perché Dio è Amore infinito e noi proveniamo da Lui, per ora non ci è dato di conoscere le motivazioni più profonde di tutte le nostre esperienze, anche se in base al nostro libero arbitrio abbiamo moltissime possibilità di scelta tra il bene ed il male.

 

di p. Ermes Ronchi

Avvenire V domenica A

 

Voi siete sale, voi siete luce. Sale che conserva le cose, minima eternità disciolta nel cibo. Luce che accarezza di gioia le cose, ne risveglia colori e bellezza.

Tu sei luce. Gesù lo annuncia alla mia anima bambina, a quella parte di me che sa ancora incantarsi, ancora accendersi. Te sei sale, non per te stesso ma per la terra. La faccenda è seria, perché essere sale e luce del mondo vuol dire che dalla buona riuscita della mia avventura, umana e spirituale, dipende la qualità del resto del mondo.

Come fare per vivere questa responsabilità seria, che è di tutti? Meno parole e più gesti. Che il profeta Isaia elenca, nella prima lettura di domenica: «spezza il tuo pane», verbo asciutto, concreto, fattivo. «Spezza il tuo pane», e poi è tutto un incalzare di altri gesti: «Introduci in casa, vesti il nudo, non distogliere gli occhi. Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà in fretta».

E senti l’impazienza di Dio, l’impazienza di Adamo, e dell’aurora che sorge e della fame che grida; l’urgenza del corpo dell’uomo che ha dolore e ferite, ha fretta di pane e di salute.

La luce viene attraverso il ‘mio’ pane quando diventa ‘nostro’ pane, condiviso e non possesso geloso. Il gesto del pane viene prima di tutto: perché sulla terra ci sono creature che hanno così tanta fame che per loro Dio non può che avere la forma di un pane.

Guarisci altri e guarirà la tua ferita, Prenditi cura di qualcuno e Dio si prenderà cura di te; produci amore e Lui ti fascerà il cuore, quando è ferito.

Illumina altri e ti illuminerai. Perché chi guarda solo a se stesso non s’illumina mai. Chi non cerca, anche a tentoni, quel volto che dal buio chiede aiuto, non si accenderà mai. È dalla notte condivisa che sorge il sole di tutti.

“Se mi chiudo nel mio io, pur adorno di tutte le virtù, ricco di sale e di luce, e non partecipo all’esistenza degli altri, se non mi dischiudo agli altri, posso essere privo di peccati, e tuttavia vivo in una situazione di peccato” (G. Vannucci).

Ma se il sale perde sapore con che cosa lo si potrà rendere salato?

Conosciamo bene il rischio di affondare in una vita insipida e spenta. E accade quando non comunico amore a chi mi incontra, non sono generoso di me, non so voler bene: “non siamo chiamati a fare del bene, ma a voler bene” (Sorella Maria di Campello). Primo impegno vitale.

Io sono luce spenta quando non evidenzio bellezza e bontà negli altri, ma mi inebrio dei loro difetti: allora sto spegnendo la fiamma delle cose, sono un cembalo che tintinna (parola di Paolo), un trombone di latta.

Quando amo tre verbi oscuri: prendere, salire, comandare; anziché seguire i tre del sale e della luce: dare, scendere, servire.

Gesù ha a che fare con il sapore, con la luce, con la felicità e il senso della mia vita, saporita e accesa.

E chi distoglie gli occhi dalla gente che è sua, sempre, perché tutti sono dei nostri, non diventerà mai un uomo radioso, una donna luminosa.

Tornate alla fiamma: io sono fuoco portato

il sapore della vita e con l’orien . Lo siete già, è una vita che ha sapore e

Se siamo accesi, se siamo insaporiti

Gesù ha a che fare con la mia felicità. La felicità ha a che fare con il fatto di amare.

detto ai suoi discepoli in che cosa consista la felicità.

Così noi, se perdiamo il vangelo, se smussiamo la Parola e la riduciamo a uno zuccherino, se non diventa carne gesto azione storia opera, se abbiamo occhi senza luce e parole senza bruciore di sale, allora corriamo il rischio mortale dell’insignificanza, di non significare più nulla per nessuno.

Un po’ brutalmente lo ha tradotto così don Fabio Rosini “se continuiamo così, tra un po’ di noi non gliene frega più niente a nessuno”

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

II Domenica dopo Natale – Anno A – 2020

Icone di Dio: c’è santità e luce in ogni vita

Vangelo – (Giovanni 1,1-18)

In principio era il Verbo,

e il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio:

tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto

di ciò che esiste. […]

Vangelo immenso, un volo d’aquila che ci impedisce piccoli pensieri, che opera come uno sfondamento verso l’eterno: verso «l’in principio» (in principio era il Verbo) e il «per sempre». E ci assicura che un’onda immensa viene a battere sui promontori della nostra esistenza (e il Verbo si fece carne), che siamo raggiunti da un flusso che ci alimenta, che non verrà mai meno, a cui possiamo sempre attingere, che in gioco nella nostra vita c’è una forza più grande di noi. Che un frammento di Logos, di Verbo, ha messo la sua tenda in ogni carne, qualcosa di Dio è in ogni uomo.

C’è santità e luce in ogni vita. E nessuno potrà più dire: qui finisce la terra, qui comincia il cielo, perché ormai terra e cielo si sono abbracciati. E nessuno potrà dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, perché creatore e creatura si sono abbracciati e, almeno in quel neonato, uomo e Dio sono una cosa sola. Almeno a Betlemme. «Gesù è il racconto della tenerezza del Padre» (Evangelii gaudium), per questo penso che la traduzione, libera ma vera, dei primi versetti del Vangelo di Giovanni, possa suonare pressappoco così: «In principio era la tenerezza, e la tenerezza era presso Dio, e la tenerezza era Dio… e la tenerezza carne si è fatta e ha messo la sua tenda in mezzo a noi».

Il grande miracolo è che Dio non plasma più l’uomo con polvere del suolo, dall’esterno, come fu in principio, ma si fa lui stesso, teneramente, polvere plasmata, bambino di Betlemme e carne universale.

A quanti l’hanno accolto ha dato il potere… Notiamo la parola: il potere, non solo la possibilità o l’opportunità di diventare figli, ma un potere, una energia, una vitalità, una potenza di umanità capace di sconfinare. «Dio non considera i nostri pensieri, ma prende le nostre speranze e attese, e le porta avanti» (Giovanni Vannucci).

Nella tenerezza era la vita, e la vita era la luce degli uomini. Una cosa enorme: la vita stessa è luce. La vita vista come una grande parabola che racconta Dio; un Vangelo che ci insegna a sorprendere parabole nella vita, a sorprendere perfino nelle pozzanghere della terra il riflesso del cielo. Ci dà la coscienza che noi stessi siamo parabole, icone di Dio. Che chi ha la sapienza del vivere, ha la sapienza di Dio. Chi ha passato anche un’ora soltanto ad ascoltare e ad addossarsi il pianto di una vita è più vicino al mistero di Dio di chi ha letto tutti i libri e sa tutte le parole.

Da Natale, da dove l’infinitamente grande si fa infinitamente piccolo, i cristiani cominciano a contare gli anni, a raccontare la storia. Questo è il nodo vivo del tempo, che segna un prima e un dopo. Attorno ad esso danzano i secoli e tutta la mia vita.

(Letture: Siracide 24,1-4.12-16; Salmo 147; Efesini 1,3-6.15-18; Giovanni 1,1-18)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/icone-di-dio-c-e-santitae-luce-in-ogni-vita

Il grande miracolo@SrIvanaR

Il grande miracolo è che Dio
non plasma più l’uomo
con polvere del suolo,
dall’esterno,
come fu in principio,
ma si fa lui stesso,
teneramente,
polvere plasmata,
bambino di Betlemme
e carne universale.

(Ermes Ronchi)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/icone-di-dio-c-e-santitae-luce-in-ogni-vita

 

epifania 356587044_n

Epifania del Signore – anno A –
Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio – Ermes Ronchi

E adorarono un Bambino@SrIvanaR

“E adorano un bambino”
C’è qui una lezione misteriosa:
non adorano l’Uomo della Croce,
non il Risorto glorioso,
non un uomo saggio dalle parole di luce,
non un giovane nel pieno del suo vigore,
semplicemente un bambino
in braccio a sua madre.
È sulla terra la cosa più vicina a Dio:
non solo Dio è come noi,
non solo è il Dio-con-noi,
ma è un Dio piccolo fra noi.
E di lui non puoi avere paura,
e da lui non ce la fai ad allontanarti,
lui che fa leva solo sulla tua bontà.

(Ermes Ronchi)
https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-dono-piu-prezioso-dei-magi-il-loro-stesso-viaggio

angeli 2020

Ermes Ronchi – Natale 2019 – Preghiera
Mio Dio, mio Dio bambin@SrIvanaR
Mio Dio, mio Dio bambino,
povero come l’amore,
piccolo come un piccolo d’uomo,
umile come la paglia dove sei nato,
mio piccolo Dio che impari a vivere
questa nostra stessa vita,
che domandi affetto e protezione.
Mio Dio incapace di aggredire e di fare del male,
che vivi soltanto se sei amato,
insegnami che non c’è altro senso per noi,
non c’è altro destino che diventare come Te,
carne intrisa di cielo, sillaba di Dio,
come te che cingi per sempre in un abbraccio
ogni tua creatura malata di solitudine. Amen

( Ermes Ronchi – Natale 2019 )
Dal Commento – S. Messa del giorno

 

 

L’Universo è in noi anche perché lo percepiamo.

Tutti i corpi celesti interagiscono in qualche modo, anche se sono lontanissimi anni luce tra loro. Noi esistiamo su questo pianeta in equilibrio tra infinite forme energetiche che sostengono la struttura più intima del Cosmo.

Ma anche il nostro corpo sussiste e vive perché c’è una continua interazione tra forme energetiche e microcosmi inimmaginabili.

Chi può realmente conoscere l’intero nostro essere corporeo, psichico e spirituale? Solo Dio, perché proveniamo da Lui ed è Lui che sorregge tutto in noi e fuori di noi.

Per questo Gesù ci ha raccomandato di credere in Lui e nel Padre creatore. Non ci rendiamo conto della complessità che ci rende esistenti. Se fossimo pienamente consapevoli di questa complessità, forse impazziremmo se non credessimo nel suo invisibile sostegno.

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É sbagliato pensare che Dio si disinteressi di noi. Può una vera madre dimenticarsi del proprio figlio?

Il Padre Celeste, invece, é sempre in ascolto con vero amore di ogni sua creatura scrutandone i pensieri e cercando con tenerezza ogni suo piccolo gesto di riconoscenza.

Non sempre ci dona subito le grazie che gli chiediamo, perché Egli sa infinitamente meglio di noi quali giovano alla nostra salute spirituale.

Dio si compiace molto quando continuiamo ad aver fiducia in Lui, nonostante sembra che non ci ascolti sempre.

Se il nostro cuore ci rimprovera qualche cosa, ricorriamo subito a Lui tramite suo Figlio Gesù, ed Egli ci accoglie commosso e ci guida verso la luce…

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Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi
Marta e Maria, il Signore cerca amici non servi
XVI Dom. T.O. anno – C – 2019

Vangelo – Lc 10,38-42
Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

 

 

XVI domenica Luca 10,38-42bis

Una donna di nome Marta lo ospitò nella sua casa. Ha la stanchezza del viaggio nei piedi, negli occhi la fatica del dolore incontrato. Allora riposare nella frescura amica di una casa, cenare in compagnia sorridente, è un dono, e Gesù lo accoglie con gioia. Entra nella casa di due donne, sovranamen­te libero di andare dove lo porta il cuore. Libero di par­lare alle donne, le escluse, le relegate.

Una stanza piena di gente: Maria ai piedi dell’amico; i discepoli intorno; Marta, la generosa, è sola nella sua cucina, alimenta il fuoco, controlla le pentole, si alza, passa e ripassa davanti al gruppo, a preparare pane e bevande e tavola, lei sola affaccendata per tutti.

Maria seduta ascoltava Gesù. Un uomo che profuma di cielo e una donna, seduti vicinissimi. Una scena così inconsueta per gli usi del tempo che pare quasi un miracolo. Tutti i pregiudizi sulle donne saltati in aria. Si fa discepola privilegiata la donna che i rabbini del tempo neppure accettavano alla loro scuola. Invece Gesù e Maria di Betania rompono gli schemi, spezzano i ruoli sociali e culturali. Totalmente presi l’uno dall’altra, lui a darsi, lei a ri­ceverlo. E li sento tutti e due felici. Lui total­mente suo, lei totalmente sua.

Mi piace Maria che sa essere in vacanza dentro al quotidiano. Senza sensi di colpa. Che sa incantarsi, come fosse la prima volta. Conosciamo tutti il miracolo della prima volta. Poi, ci si abitua. L’eternità invece è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre: quello di Maria di Betania seduta a bersi quelle parole, i silenzi, gli occhi…

Il primo rapporto con Dio è l’ascolto. Dall’ascolto comincia la relazione. Ascoltare uno è come dirgli “tu sei importante per me, mi interessi, mi piaci, ti do tempo, ti do cuore”.

E poi c’è Marta, la padrona di casa. Gli ospiti sono come gli angeli e c’è da offrire loro il meglio. Marta teme di non farcela, e allora “si fa avanti”, con la libertà che le detta l’amicizia, e s’interpone tra Gesù e la sorella: “dille che mi aiuti!”. Qualche conflitto tra familiari c’è anche nelle case più belle e visitate da Dio, lo sappiamo…

E Gesù, affettuosamente come si fa con gli amici, chiama Marta e la calma; ha osservato a lungo il suo lavoro, l’ha seguita con gli occhi, ha visto il riverbero della fiamma sul suo volto, ha ascoltato i rumori della stanza accanto, sentito l’odore del fuoco e del cibo quando Marta passava, era come se fosse stato con lei, in cucina. In quel luogo che ci ricorda il nostro corpo, il bisogno del cibo, la lotta per la sopravvivenza, il gusto di cose buone, i nostri piccoli piaceri, e poi la trasformazione dei doni della terra e del sole, anche lì abita il Signore (J. Tolentino).

La realtà sa di pane, la preghiera sa di casa e di fuoco. Ma la casa di che cosa profuma? La profumano le persone.

Gesù non accetta che Marta si limiti, si impoverisca nelle troppe faccende di casa: Tu, le dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che fai; tu puoi stare con me in una relazione nuova, non di servizi ma di orizzonti, semine, guarigioni, Tu puoi essere profeta, bocca di Dio. I primi profeti del vangelo infatti sono due donne, Maria ed Elisabetta: hanno un cuore che ascolta.

«Maria ha scelto la parte buona»: Marta non si ferma un minuto, Maria invece è seduta, occhi liquidi di felicità; Marta si agita e non può ascoltare, Maria nel suo apparente “far niente” ha messo al centro della casa Gesù, l’amico e il profeta. Doveva bruciarle il cuore quel giorno.

Le due sorelle di Betania tracciano i passi della fede vera: passare dall’affanno di ciò che devo fare per Dio, allo stupore di ciò che Lui fa per me. I passi di fede di ogni credente: passare da Dio come dovere a Dio come desiderio.

Perché Dio non cerca servi, ma amici (Gv 15,15); non cerca persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose, che lo lasci essere Dio… Il centro della fede è ciò che Dio fa per me, non ciò che io faccio per Dio.

Una lettura grezza del Vangelo ha spesso contrapposto le due sorelle, mentre esse sono i due polmoni della Chiesa, vorrei dire “i due cuori”. C’è del cuore in Marta che non sa più che cosa inventare per il suo amico. C’è del cuore in Maria che non vuole perdere una sola delle sue parole. Gesù ha bisogno di tutte e due le cose: del pane quotidiano e dell’ascolto amoroso.

E se rimprovera Marta non le dice: non fare niente, stasera non mangiamo, ma: fa’ un po’ meno, siediti qui, guardiamoci, ascoltiamoci, come fanno gli amici. “Marta”, le dice, “prima le persone poi le cose”.

Gesù non contraddice il servizio ma l’affanno, non contesta il cuore generoso ma il fare frenetico, che vela lo sguardo e il cuore.

Gesù ferma la corsa di Marta, la donna serva, e la mette davanti a sé: donna amica. La donna negata diventa la donna ridestata. La donna dell’ombra viene messa in piena luce e, lasciatemi dire, quanto diversa sarebbe la Chiesa se Papa, vescovi, preti chiamassero le donne a condividere pensieri, orizzonti, sogni ed emozioni. Quanto diversa e quanto più calore e freschezza, quanta meno burocrazia e più amicizia, più forza del cuore, come scrive il mistico Rumi (XIII sec): “Se tu ascoltassi la lezione del cuore anche una sola volta, faresti lezione ai professori”.

Di questa sola cosa c’è bisogno. Attento alle troppe cose. Lo dice a me e a tutti: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e in­goiarti, troppo lavoro, trop­pi desideri, troppo correre, troppi impegni e non c’è posto per tutti. E non distingui più tra su­perfluo e necessario, tra il­lusorio e permanente, tra ef­fimero ed eterno. Prima la persona, poi le cose da fare. L’amica seduta e l’amica affaccendata sono due modi d’amare, entrambi necessari. Maria non può fare ameno di Marta, né Marta può fare a meno di Maria.

Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si tengono per mano, battono i loro due cuori, il cuore che ascolta, il cuore che sa servire. Entrambi, sempre, per amore.

 

 

Commento a cura di Ermes Ronchi per gli amici dei social

Un rabbi che entra nella casa di due donne, sovranamente libero di andare dove lo porta il cuore. Libero di parlare alle donne, le
escluse, seguendo la strada tracciata per la prima volta dall’angelo dell’annunciazione: mettere a parte le donne dei più
riposti segreti del Signore.
Passare dall’affanno di ciò che devo fare per Lui, allo stupore di ciò che Lui fa per me, questo è l’itinerario delle due sorelle di
Betania, simbolo di ogni credente. Passare da Dio come dovere a Dio come desiderio.
Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola.
Sapienza del cuore di donna, intuito che sceglie ciò che fa bene alla vita e regala pace, libertà, orizzonti e sogni: la Parola di Dio.
Maria, che ben conosce Gesù, sa ancora ascoltarlo stupefatta; sa incantarsi ancora, come fosse la prima volta. Tutti conosciamo il
miracolo della prima volta. Poi, ci si abitua. L’eternità invece è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete
sempre: il miracolo di Maria di Betania, ancora una volta a bere le sue parole e i suoi silenzi e i suoi occhi. Perché Gesù non cerca
servitori, ma amici; non cerca delle persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose grandi, come
Maria di Nazareth: ha fatto grandi cose in me l’Onnipotente. Il centro di tutta la fede è ciò che Dio fa per me, non ciò che io
faccio per Dio.

Allora il primo servizio da rendere a Dio è l’ascolto. E’ dall’ascolto che comincia la relazione, perché ti prende una sorta
di contagio quando sei vicino a uno come Lui, un contagio di luce quando sei vicino alla luce.
Mi piace immaginare questi due totalmente presi l’uno dall’altra, lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver
trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé, per lei che è donna, a cui nessuno insegna. Lui totalmente
suo, lei totalmente sua.
A Maria doveva bruciare il cuore quel giorno. Da quel momento la sua vita è cambiata. Maria è diventata feconda, grembo dove si
custodisce il seme della Parola, apostola: inviata a donare, ad ogni incontro, ciò che Gesù le aveva seminato nel cuore.
Marta Marta tu ti affanni e ti agiti per troppe cose. Gesù, affettuosamente raddoppia il nome, non contraddice il servizio
ma l’affanno, non contesta il cuore generoso di Marta ma l’agitazione.
A tutti, ripete: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, troppo lavoro, troppi desideri,
troppo correre. Prima la persona poi le cose. Ti siedi ai piedi di Cristo e impari la cosa più importante: distinguere tra superfluo
e necessario, tra illusorio e permanente, tra effimero ed eterno.
Gesù non sopporta che Marta sia impoverita in un ruolo di servizio marginale, che si perda nelle troppe faccende di casa:
Tu, le dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che fai; tu puoi stare con me in una relazione diversa,
condividere non solo servizi, ma pensieri, sogni, emozioni, sapienza, conoscenza.

Marta e Maria non si oppongono, i loro atteggiamenti sono complementari. Marta non può fare a meno di Maria perché il
nostro servizio ha un’unica sorgente che fa grande il cuore.
Maria non può fare a meno di Marta perché non c’è amore di Dio che non debba tradursi in gesti concreti. L’amica e l’ancella sono
due modi d’amare, entrambi necessari, i due poli di un unico comandamento: amerai il Signore tuo Dio e amerai il tuo
prossimo. Di un’unica beatitudine: beati quelli che ascoltano la Parola, beati quelli che la mettono in pratica.

Io sono Marta, io sono Maria; dentro di me le due sorelle si tengono per mano, e quando nulla separerà l’uomo da Dio, allora nulla separerà l’uomo dal servizio all’uomo. (Lc 10,38-42)

Commenti al Vangelo domenica 21 luglio – p. Ermes – Aiutarlo ad essere Dio

 

 

 

MESSAGGIO DELLA REGINA DELLA PACE DEL 2 LUGLIO 2019

 

 

“Cari figli, secondo il volere del Padre misericordioso, vi ho dato ed ancora vi darò segni evidenti della mia presenza materna.

Figli miei, essa è per il mio desiderio materno della guarigione delle anime.

Essa è per il desiderio che ogni mio figlio abbia una fede autentica, che viva esperienze prodigiose bevendo alla sorgente della Parola di mio Figlio, della Parola di vita.

Figli miei, col suo amore e sacrificio, mio Figlio ha portato nel mondo la luce della fede e vi ha mostrato la via della fede. Poiché, figli miei, la fede eleva il dolore e la sofferenza.

La fede autentica rende la preghiera più sensibile, compie opere di misericordia: un dialogo, un’offerta.

Quei miei figli che hanno fede, una fede autentica, sono felici nonostante tutto, perché vivono sulla terra l’inizio della felicità del Cielo.

Perciò, figli miei, apostoli del mio amore, vi invito a dare esempio di fede autentica, a portare la luce là dove c’è tenebra, a vivere mio Figlio.

Figli miei, come Madre vi dico: non potete percorrere la via della fede e seguire mio Figlio senza i vostri pastori. Pregate che abbiano la forza e l’amore per guidarvi. Le vostre preghiere siano sempre con loro.

 

Vi ringrazio!”. Se volete essere aggiornati sui nuovi video che realizzo (più di 2800) iscrivetevi al mio canale youtube “UNIVERSO INTERIORE piaipier”: http://www.youtube.com/user/piaipier

 

 

Solo chi ha la luce interiore può apprezzare la vita nella sua interezza. Chi é torbido nella mente e nell’anima, invece, limita la sua visuale solo a ciò che possa soddisfare la sua brama di potere e ricchezza esteriore, ma interiormente é troppo povero per captare l’essenziale della nostra esistenza.

L’inferno può essere già anticipato su questa terra.

Gesú é la luce del mondo. Alla sua Luce vediamo la luce, chi ama comprende l’amore, ma chi vive nelle tenebre non sa quale é la vera Luce e brancola nel buio.

Ecco perché i dannati non possono vedere la luce divina del Paradiso: sono morti rifiutandola, pertanto non riescono a captarla perché hanno limitato al massimo la loro percezione sino all’ultimo e la loro natura di dannati è completamente contraria a quella della luce divina.

 

 

ALCUNI LIBRI DI PIER ANGELO PIAI

GUARIRE LA MENTE PER GUARIRE IL CORPO: http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

LA SPIRALE DELLA VITA (riedizione) :    http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

L’ANIMA ESISTE ED È IMMORTALE ed. Segno http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

“LA FORZA DELLA FRAGILITÀ” ed.Segno (In questo mio libro troverete preghiere per molti stati d’animo e situazioni personali) http://www.edizionisegno.it/libro.asp….

VERSO L’ETERNITÀ (commenti su 4 anni di messaggi della Regina della Pace) http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

LA STIMMATIZZATA DI UDINE (Storia autentica di Raffaella Lionetti, dotata di speciali carismi) http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

FIAMMA D’AMORE DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

CONCETTA BERTOLI – La donna che vide la terza guerra mondiale http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

IL RESPIRO DELL’ANIMA INNAMORATA (con disegni di Perla Paik) http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

MARCELLO TOMADINI  il pittore fotografo dei lager   https://www.edizionisegno.it/libro.as…

DIARIO DI UN PELLEGRINO CARNICO https://www.edizionisegno.it/libro.as

GESÙ CHIEDE TOTALE FIDUCIA IN LUI (nel “Colloquio interiore” di suor Maria della Trinità) https://www.edizionisegno.it/libro.as…

 

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La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna:
la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello. (Ap. 21,23)

 

La natura della luce che attualmente vediamo in questa dimensione terrena, e di cui non possiamo fare a meno per vivere, viene ancora studiata prendendo in considerazione i fotoni, quanti del campo elettromagnetico.

Nella dimensione ultra-terrena la luce non è come quella terrestre. Essa ha una natura assai diversa e qualitativamente molto superiore sotto ogni punto di vista.

La vera luce, quella che permette la vita e la sua visione, proviene direttamente da Dio, tramite suo Figlio (Luce da Luce), il quale ha detto “Io sono la luce del mondo”.

Siccome Dio è Amore, nell’aldilà dei redenti la vera luce è l’Amore stesso, il quale sostiene tutto e tutti e consente di vedere le profondità della vita divina stessa in ognuno di noi.

Solo l’amore percepisce rettamente la natura dell’amore, per cui ogni redento è immerso nella luce divina nella quale vibra in sintonia con tutto l’Universo rigenerato.

La Beatitudine di ognuno consiste proprio nella perfetta sintonia con la luce divina.

 

 

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Durante la nostra vita terrena noi viviamo alla superficie tra automatismi e luoghi comuni.

Raramente siamo noi stessi: solo qualche sprazzo di luce che riusciamo a cogliere quando lo Spirito Santo ci illumina, ci ricorda vagamente chi realmente siamo.

I salvati dell’aldilà, vivendo in una nuova dimensione, sono inabissati in un eterno presente, nell’istante che coincide con quello divino.

La luce divina non li abbandona mai, pertanto sono pienamente e lucidamente consapevoli che la loro identità è innestata in quella di Gesù Cristo glorioso, nel dinamismo Trinitario.

Non hanno alcun dubbio, mentre la fede e la speranza non hanno più senso perché la Verità è a loro evidente.

L’auto-consapevolezza dei Beati in Cielo, dunque, non è come quella terrena, appannata e flebile, e non essendo più inquinata dai vizi e dall’orgoglio, vedono se stessi in trasparenza, così come sono nella luce di Dio, il quale è da loro continuamente glorificato nella gioia perfetta.

 

 

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Quando si dice che i Santi “vivono nella luce”, si usa questa metafora per mettere in evidenza che il loro essere é strettamente unito a quello divino, il quale é Luce perché é la Verità Assoluta, nell’Unità e nella Bontá infinita.

Pertanto la luce in cui vivono i Beati non può riferirsi ad un tipo di luce che immaginiamo noi viventi sulla terra, colta con i nostri sensi. Del resto sappiamo che la luce é energia.

La luce divina é Energia purissima che avvolge in profonditá coloro che vivono in Dio nell’altra dimensione, la quale dona loro un benessere inimmaginabile e nessuno di loro subisce affanni o sofferenze di ogni tipo perché in Dio tutto é completezza, pienezza, armonia, bellezza, soddisfazione, stupore, contemplazione, gratificazione, Amore Puro.

Tutti godranno nella contemplazione dell’Essere Assoluto e ammireranno la luce degli altri, sempre diversa per ognuno in base allo splendore ed alla qualità dell’Amore…

(Una voce dal deserto)

 

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Quando si dice che i Santi “vivono nella luce”, si usa questa metafora per mettere in evidenza che il loro essere é strettamente unito a quello divino, il quale é Luce perché é la Verità Assoluta, nell’Unità e nella Bontá infinita.

Pertanto la luce in cui vivono i Beati non può riferirsi ad un tipo di luce che immaginiamo noi viventi sulla terra, colta con i nostri sensi. Del resto sappiamo che la luce é energia.

La luce divina é Energia Purissima che avvolge in profonditá coloro che vivono in Dio nell’altra dimensione, la quale dona loro un benessere inimmaginabile e nessuno di loro subisce affanni o sofferenze di ogni tipo perché in Dio tutto é completezza, pienezza, armonia, bellezza, soddisfazione, stupore, contemplazione, gratificazione, Amore Puro.

Tutti godranno nella contemplazione dell’Essere Assoluto e ammireranno la luce degli altri, sempre diversa per ognuno in base allo splendore ed alla qualità dell’Amore

 

(Una voce dal deserto)

 

 

 

 

Gesú é sepolto nei nostri cuori.

In noi dovrebbe regnare il silenzio totale.

Nell’attesa della nuova primavera di Risurrezione, potremo acquisire uno sguardo completamente rinnovato. Allora saremo in grado di contemplare le profondità della vita divina in noi e le meraviglie del Creato, il quale attende con noi di essere riscattato per entrare nella dimensione eterna a cui é destinato.

Se davvero prendessimo coscienza di ciò che Gesú ha fatto e sta facendo per ognuno di noi, vivremmo la vera gioia interiore nella consapevolezza del suo infinito Amore, il quale avvolge ogni creatura che risponde alla sua chiamata.

(Una voce dal deserto)

 

 

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Santa Faustina Kowalska scrive nel suo diario che un giorno Gesù le fece capire il destino delle anime elette per cui sostiene che c’ é un paradiso a parte per le anime elette, dove non possono entrare tutti, ma solo le anime elette.

Una felicitá inconcepibile nella quale sarà immersa l’anima.

Le anime sono imbevute di divinitá. Passano da bagliore a bagliore in una luce immutabile, ma mai monotona, sempre nuova, ma che non cambia mai.

 

O SS.ma Trinità, fatti conoscere alle anime!

 

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Le anime dei defunti potrebbero trovarsi in una delle tre dimensioni: paradiso, purgatorio o Inferno. Premetto che nulla accade se Dio non lo permette.

Coloro che sono all’inferno odiano Dio, il prossimo e se stessi, per cui potrebbero interessarsi vagamente di noi solo per l’aspetto malefico relativo alle nostre ombre o potrebbero provare invidia per la possibilità che abbiamo di salvarci.

Le anime del Purgatorio sono già sicure del fatto che vivranno nella pienezza con il Signore ed attualmente soffrono per non poterlo ancora vedere faccia a faccia. Ma se Dio lo permette potrebbero anche conoscere alcuni nostri comportamenti, come ad esempio se preghiamo ed offriamo sacrifici per loro.

Le anime del Paradiso vivono la beatitudine eterna in Dio, pertanto essendo più simili a Lui il loro sguardo diventa sempre più divino. Esse, come Dio, provano misericordia verso di noi ed intercedono se noi glielo chiediamo fervorosamente nella preghiera.

Il Signore potrebbe permettere a loro anche di conoscere le nostre fragilità: esse, però, non giudicano come pensiamo, ma continuano ad intercedere affinché riusciamo a sconfiggere le tenebre per salire verso la luce.

Pertanto è giusto chiedere l’aiuto dei santi e dei defunti del purgatorio e del paradiso.

 

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Parla la coscienza del mistico illuminato:

Per tutta la vita la paura ha quasi prevalso sul labile amore che c’è in te.

Puoi constatare nei ricordi della tua mente, dalla tua primissima infanzia ad oggi, cosa realmente ami in prevalenza: ciò che è effimero, ciò che ti toglie ogni forma di disagio, ciò che ti pone al centro dell’attenzione in qualche modo ecc.

Il tuo “amore” per Dio, in realtà, è spesso più timore per i castighi e per le conseguenze dei tuoi peccati di tutta la vita passata che vero amore.

Il tuo deficit d’amore è un enorme abisso di miseria. Però ami il suo perdono, per cui ti confessi spesso e lo ricevi frequentemente nella Santa Comunione sperando sempre che ti trasformi e ti aiuti a vedere il mondo diversamente.

Se hai fatto qualcosa di positivo per Dio ed il prossimo è solo grazie a LUI, te ne stai rendendo conto davvero, perché da te non sei capace di nulla, ma sai solo aggiungere peccati su peccati anche abusando della Sua Misericordia.

Stranamente questa auto-consapevolezza non genera in te disperazione, ma una certa pace interiore perché sai che più ti senti misero più hai diritto alla sua Misericordia.

Ti senti da Lui protetto in tutto, nonostante il tuo nulla. Il monaco p. Albino Candido diceva che Dio è attratto dal nulla.

Allora cerca in te le ombre, giustamente, ma per far poi emergere la LUCE divina.

 

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Spirito Santo d’Amore, di Luce e di Pace.

Aiutaci a vedere la vita con occhi nuovi, fa’ che la nostra esistenza non sia più deturpata dal peccato e dai vizi.

Purifica la nostra anima in profondità, affinché possiamo usare i sensi del corpo secondo la volontà del Padre.

Aiutaci a comprendere che i piaceri della vita terrena passano, ma ciò che rimane in noi è l’amore che nutriamo verso Dio ed il prossimo.

Insegnaci ad essere sobri in tutto quello che facciamo. Fa’ che il nostro sguardo sia benevolo verso tutti. Aiutaci a ricercare sempre la Verità affinché nessuno sia vittima dei nostri pregiudizi.

Spirito Santo, insegnaci a vedere Gesù in ogni persona che incontriamo e purifica le nostre intenzioni affinché non siano inquinate dall’egoismo, ma dal desiderio di glorificarti per sempre insieme al Padre ed al Figlio.

 

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Il Verbo di Dio, che si è fatto uomo nel grembo di Maria Vergine, si è degnato di abitare, mediante la fede e la grazia, nelle nostre anime.

Cristo è venuto perché la creazione sia liberata dalla corruzione del peccato e dalla morte e raggiunga la libertà dei figli di Dio.

Egli esiste da sempre e si è fatto uomo nel tempo. Per il mistero della sua nascita Egli rinnova la nostra umanità.

Gesù è immutabile nella sua divinità, ha voluto condividere le vicende della nostra storia e desidera che partecipiamo sempre più alla sua vita divina.

Cristo è la luce delle genti e il maestro della santità ed illumina i nostri passi con la luce della sua parola.

 

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1Gv 1,5 – 2,2

Figlioli miei, questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.

Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità.

Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.

Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto.

È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.

 

 

I nostri cari defunti che sono in Paradiso, con il permesso di Dio, possono vederci in questa vita terrena anche se sono in un’altra dimensione, perché l’amore in Gesù Cristo e nella SS. Trinità ci mette tutti in comunione spirituale e nulla è impossibile a Dio.

Ad Ivanka, una delle veggenti di Medjugorje, insieme alla Regina della Pace apparve sua madre morta poco tempo prima e le disse di essere orgogliosa di lei.

Ciò significa che i defunti possono conoscere che tipo di vita conduciamo per aiutarci con le loro preghiere a salire verso la luce.

Per questo noi possiamo anche invocare la loro intercessione ed il Signore distribuisce grazie a coloro che fiduciosi le richiedono.

 

 

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L’ANIMA ESISTE ED È IMMORTALE ed. Segno http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

“LA FORZA DELLA FRAGILITÀ” ed.Segno (In questo mio libro troverete preghiere per molti stati d’animo e situazioni personali) http://www.edizionisegno.it/libro.asp….

VERSO L’ETERNITÀ (commenti su 4 anni di messaggi della Regina della Pace) http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

LA STIMMATIZZATA DI UDINE (Storia autentica di Raffaella Lionetti, dotata di speciali carismi) http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

FIAMMA D’AMORE DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

CONCETTA BERTOLI – La donna che vide la terza guerra mondiale http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

IL RESPIRO DELL’ANIMA INNAMORATA http://www.edizionisegno.it/libro.asp…

MARCELLO TOMADINI  il pittore fotografo dei lager   https://www.edizionisegno.it/libro.as…

DIARIO DI UN PELLEGRINO CARNICO https://www.edizionisegno.it/libro.as

GESÙ CHIEDE TOTALE FIDUCIA IN LUI (nel “Colloquio interiore” di suor Maria della Trinità) https://www.edizionisegno.it/libro.as…

 

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Il Vangelo – a cura di Ermes Ronchi

L’ineffabile luce di Dio per noi mendicanti di senso

II Domenica di Quaresima – Anno B

Vangelo – Marco 9,2-10

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. […]

La Quaresima ci sorprende con il Vangelo della Trasfigurazione, pieno di sole e di luce, che mette ali alla nostra speranza. Una pagina di teologia per immagini: si tratta di vedere Gesù come il sole della nostra vita, e la nostra vita muoversi sotto il sole di Dio. Gesù chiama di nuovo con sé i primi chiamati: tutto è narrato dal punto di vista dei discepoli, di ciò che accade loro, del percorso che loro e noi possiamo compiere per giungere a godere la bellezza della luce. Li porta su di un alto monte e fu trasfigurato davanti a loro: i monti nella Bibbia sono dimora di Dio, ma offrono anche la possibilità di uno sguardo nuovo sul mondo, colto da una nuova angolatura, osservato dall’alto, da un punto di vista inedito, il punto di vista di Dio.

La nostra comprensione, la nostra intelligenza, la nostra luce non ci bastano, le cose attorno a noi non sono chiare, la storia e i sentieri del futuro per nulla evidenti. Come Pietro e i suoi due compagni, anche noi siamo mendicanti di luce, mendicanti di senso e di cielo. E la fede che cerchiamo è «visione nuova delle cose» (G. Vannucci), «vedere il mondo in altra luce» (M. Zambrano).

Pietro ci apre la strada con la sua esclamazione straordinaria: maestro che bello qui! E vorrei, balbettando come il primo dei discepoli, dire che anch’io ho sfiorato, qualche volta almeno, la bellezza del credere. Che anche per me credere è stato acquisire bellezza del vivere. La fede viva discende da uno stupore, da un innamoramento, da un «che bello!» che trema negli occhi e nella voce. La forza del cuore di Pietro è la scoperta della bellezza di Gesù, da lì viene la spinta ad agire (facciamo, qui, subito…). Succede anche a me: la vita non avanza per ordini o divieti, ma per una seduzione. E la seduzione nasce da una bellezza, almeno intravista, anche se per poco, anche solo la freccia di un istante: il volto bello di Gesù, sguardo gettato sull’abisso di Dio. Guardano i tre, si emozionano, sono storditi: davanti a loro si è aperta la rivelazione stupenda di un Dio luminoso, bello, solare. Un Dio da godere, un Dio da stupirsene. E che in ogni figlio ha seminato la sua grande bellezza.

Venne dal cielo una nube, e dalla nube una voce: ascoltate lui. Gesù è la Voce diventata volto. Il mistero di Dio è ormai tutto dentro Gesù. E per noi cercatori di luce è tracciata la strada maestra: ascoltatelo, dare tempo e cuore alla Parola, fino a che diventi carne e vita. E poi seguirlo, amando le cose che lui amava, preferendo coloro che lui preferiva, rifiutando ciò che lui rifiutava. Allora vedremo la goccia di luce nascosta nel cuore vivo di tutte le cose, vedremo un germoglio di luce spuntare e arrampicarsi in noi.

(Letture: Genesi 22,1-2.9.10-13.15-18; Salmo 115; Romani 8,31-34; Marco 9,2-10)

 

 

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Vagando nel tunnel della dimensione terrena

intravedo in fondo la luce

ancora informe del vero senso.

Luce che irradia la mia visione del mondo,

esalta i colori selvaggi della natura

e quelli del cielo popolato di nubi cangianti.

Nubi che imperterrite cambiano forme,

si dilatano e si restringono sulle scie del vento,

che evocano i miei sogni infantili assopiti.

Solo lo sguardo indagatore e saccente

che scompone tutto in atomi sfilacciati

arreca il disincanto e affievolisce la luce.

Sguardo che squarcia il Cosmo

e costruisce le fredde leggi

che regolano questo Universo percepito,

appeso al mistero dell’essere.

Vorrei ricomporre il Tutto,

lasciatemi crogiolare nel mistero trafitto

da un raggio di quella luce:

allora potrò ancora stupirmi

di esistere abbracciato dal Trascendente.

 

(Pier Angelo Piai)

 

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SANTA FAMIGLIA – Lc 2, 22-40

 di p. Ermes Ronchi

 

Benvenuti all’incontro con il Signore, portando la gioia e il peso delle nostre famiglie, i sorrisi e le lacrime, tutti i ‘perché’ senza risposta, ciascuno pastore di un piccolo gregge affidato alle sue cure. Per questo chiediamo il dono di un cuore affidabile, coraggioso e tenace.

 

OMELIA

Maria e Giuseppe portarono il Bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore. Una giovanissima coppia col suo primo bambino arriva portando la povera offerta dei poveri, due tortore, e la più preziosa offerta del mondo: un bambino.

Non fanno nemmeno in tempo a entrare che subito le braccia di un uomo e di una donna si contendono il bambino. Sulle braccia di due anziani, riempito di carezze e di sorrisi, passa dall’uno all’altro il futuro del mondo: la vecchiaia del mondo che accoglie fra le sue braccia l’eterna giovinezza di Dio.

Il piccolo bambino è accolto non dagli uomini delle istituzioni, ma da un anziano e un’anziana senza nessun ruolo ufficiale, però due innamorati di Dio che hanno occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio. Perché Gesù non appartiene all’istituzione, ma all’umanità, nella vita che finisce e in quella che fiorisce.

‘E’ nostro, di tutti gli uomini e di tutte le donne. Appartiene agli assetati, a quelli che non smettono di cercare e sognare mai, come Simeone; a quelli che sanno vedere oltre, come la profetessa Anna; a quelli capaci di incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro’ (M. Marcolini).

Mosso dallo Spirito Simeone si reca al tempio e lo accoglie fra le sue braccia.

Un vecchio e un neonato, una vita che si chiude e una vita appena fiorita e su questo sfondo il futuro che riprende a scorrere. Infatti Simeone, l’anziano, comincia a parlare non più del passato, come sono soliti fare gli anziani, ma del futuro come fanno i giovani. Ecco un passato stanco inizia a celebrare un possibile domani giovane.

Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia. Sono parole che lo Spirito ha conservato nella Bibbia perché io, noi, le conservassimo nel cuore: anche tu, come Simeone, non morirai senza aver visto il Signore. È speranza. È Parola di Dio. La tua vita non finirà senza risposte, senza incontri, senza luce. Verrà anche per te il Signore, verrà come aiuto in ciò che fa soffrire, come forza di ciò che fa partire.

Io non morirò senza aver visto l’offensiva di Dio, l’offensiva del bene, l’offensiva della luce che è già in atto dovunque, l’offensiva del lievito, del granello di senape.

Poi Simeone canta: ho visto la luce da te preparata per tutti. Ma quale luce emana da Gesù, da questo piccolo figlio della terra che sa solo piangere e succhiare il latte e sorridere agli abbracci?

Simeone ha colto l’essenziale: la luce di Dio è Gesù, luce incarnata, carne illuminata, storia fecondata, amore in ogni amore. La salvezza non è un opera particolare, ma Dio che è venuto, si lascia abbracciare dall’uomo, è qui adesso, mescola la sua vita alle nostre vite e nulla mai ci potrà più separare.

Simeone dice poi tre parole immense a Maria, che sono per tutti noi, perché Maria è l’icona di tutti i discepoli: egli è qui come caduta e risurrezione, come segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri dei cuori.

Caduta. Risurrezione. Contraddizione.

Cristo come caduta. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, che fa cadere in rovina il nostro mondo di maschere e bugie, che rovina la vita insufficiente e malata, la vita che è solo illusione di vita. Gli spiriti impuri nel vangelo di Marco se ne accorgono: che c’è fra noi e te Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci? Sì, Gesù è venuto a rovinare tutto ciò che rovina l’uomo, a demolire prigioni; a portare spada e fuoco per tagliare e bruciare tutto ciò che non è amore.

A rovinare il regno dei desideri sbagliati che si impossessano dell’uomo: denaro, successo, potere, egoismi.

Ad essi, padroni del cuore, Gesù dice due sole parole: taci, esci da lui.

Tace e se ne va questo mondo sbagliato. Vanno in rovina, come aveva sognato Isaia, le spade e diventano falci, si spezza la conchiglia e appare la perla. Perla della creazione è l’uomo libero e amante.

Posso diventarlo anch’io, se il vangelo diventa in me passione e incanto. Patimento e parto. Allora scopro “Cristo, mia dolce rovina” (Turoldo), che rovina in me tutto ciò che non è amore, getta via dalle mie braccia le cose morte e dilata gli orizzonti che respiro. Cristo mia dolce rovina, impossibile amarti impunemente, impossibile amarti e non pagarne il prezzo in moneta di vita nuova.

 

**Egli è qui per la risurrezione: egli è qui come forza che mi ha fatto ripartire quando credevo che per me fosse finita, quando avevo il vuoto dentro e il nero davanti agli occhi. E se sono caduto sette volte mi ha rialzato otto volte. Risurrezione della nobiltà che c’è in ogni uomo, anche il più perduto e disperato.

 

*** Cristo come contraddizione: i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie; lui contraddice la mia quieta mediocrità, tutto il disamore. Contraddice le idee sbagliate che ho su Dio.

Caduta, risurrezione contraddizione. Tre parole che danno respiro e movimento alla vita.

Gesù ha il luminoso potere di far vedere che le cose sono abitate da un oltre.

Nell’ultima preghiera del giorno, a ogni calar della notte, monaci e monache, anziani fedeli e giovani profeti, da secoli, da millenni, in ogni angolo della terra, ripetono queste parole di Simeone: Ora lascia che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua luce.

Io ho visto la luce. Atto di fede. Che voglio ripetere, ad occhi aperti: io ho visto la luce. Io guardo e vedo Dio all’opera, oggi, acceso come luce improvvisa, come fioritura inattesa. Vite rimesse in piedi.

Io ho visto e vedo ancora lo Spirito smuovere istituzioni che parevano immobili e accendere fuochi da stoppini smorti.

Io ho visto e vedo adesso Gesù, come caduta degli idoli, come speranza dentro ogni sconfitta, contraddizione di tutto ciò che contraddice l’amore.

Come Simeone, occhi velati e accesi, io ho visto la luce e come lui benedico.

Tornarono quindi alla loro casa. E il Bambino cresceva e la grazia di Dio era su di lui. Tornarono alla santità, alla profezia e al magistero della famiglia, che vengono prima di quelli del tempio. Tornarono alla famiglia, come faremo noi, a sapersi stupire ancora e sempre per la bellezza degli affetti, quegli antichi e quelli nuovi.

Alla famiglia che è santa perché la vita e l’amore vi celebrano la loro festa, e ne fanno la più viva fessura e feritoia dell’infinito.

 

 

 

LA BENEDIZIONE DELLA CASA

 

Benedici ogni casa, Signore.

Il sacrificio fedele dell’amore,

la poesia dei gesti quotidiani,

la risurrezione di ogni alba,

i risvegli accanto a chi amo,

l’amore racchiuso dentro una carezza.

 

Benedici ogni casa,

quando la sera accoglie in sé le vite,

quando al mattino si offre alla luce,

quando accoglie ospiti e pellegrini e amici

attorno alla tavola, tuo primo altare.

 

Benedici ogni casa,

che sia nido e vela,

profumata di pane e di fatica,

i suoi miracoli, i suoi misteri,

l’amore sotto ogni silenzio,

la speranza sotto ogni paura.

 

Benedici la mia casa, Signore,

anche nei giorni in cui

allo slancio subentra la stanchezza

e la fatica sembra scolorire la gioia.

 

Benedici gli occhi semplici sulle cose,

il cuore che respira l’infinito,

l’istante che brilla nell’eterno

e l’eterno che abita l’istante.

 

Benedici me, Signore,

con la presenza dei miei cari

E possa tu benedire loro

con la mia presenza.

 

 

 

 

 

 

Preghiera alla comunione

O Signore, tu sei qui, sei in me,

venuto in questo piccolo, povero tempio che sono io.

Ti accolgo fra le mie braccia, come Simeone e Anna.

Ti offro un po’ di calore. E ti prego:

sii per me rovina e risurrezione, Signore.

Non lasciarmi mai nell’indifferenza, nella falsa pace.

Cristo, mia dolce rovina, che rovini la vita insufficiente,

la vita morente, il mio mondo di maschere e di bugie,

che rovini la vita illusa,

contraddicimi, Signore.

Contraddici i miei pensieri con i tuoi pensieri,

le mie scelte di comodo,

il Narciso che è in me.

Contraddici l’immagine falsa che ho di te

e i miei piccoli amori.

Vieni come una breccia, come un varco verso orizzonti più grandi,

come una falla di luce che si insinua nelle mie ombre.

E sii la mia risurrezione, Signore,

quando credo che per me sia finita,

quando ho il vuoto dentro e il buio davanti agli occhi.

Sii mia risurrezione dopo il fallimento facile,

dopo una fedeltà mancata, dopo una umiliazione bruciante.

E poi risorgi, Signore,

con le cose che amavo e credevo finite,

risorgi dando respiro alla vita

dando futuro a chi crede di avere solo un passato.

Amen.

 

 

Dice il Salmo: “Se Dio non edifica la casa, i costruttori faticano invano.” I costruttori faranno appartamenti, condomini, ma la casa è solo Dio che la fa

 

 

 

(Gv. 12, 44 – 50)

Gesù allora gridò a gran voce:

«Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.

Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.

Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno.

Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare.

E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me».

 

(disegni di Perla Paik)

 

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Gv 3,16-26

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.

Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è gia stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie.

Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere.

Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

 

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di p. Ermes Ronchi

Domenica XXXII A

Matteo 25,1-13

Una parabola difficile, una conclusione dura (“non vi conosco”), un racconto pieno anche di incongruenze. Tutti i protagonisti della parabola fanno brutta figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato che mette in crisi tutte le ragazze; le cinque stolte che non hanno pensato a un po’ d’olio di riserva; le sagge che si rifiutano di condividere; e quel padrone che chiude la porta della casa in festa, cosa che non si faceva, perché tutto il paese partecipava alle nozze, entrava e usciva dalla casa in festa… Gesù usa tutte una serie di incongruenze per provocare e rendere attento l’uditorio. Eppure è bello questo racconto, mi piace sentire che il Regno è simile a dieci ragazze che sfidano la notte, armate solo di un po’ di luce. Di quasi niente. Per andare incontro a qualcuno. Il regno dei cieli, il mondo come Dio lo sogna, è simile a chi va incontro, Il regno dei cieli è simile a dieci piccole luci nella notte, a gente coraggiosa che si mette per strada e osa sfidare il buio e il ritardo del sogno; e che ha l’attesa nel cuore, perché aspetta qualcuno, “uno sposo”, un po’ d’amore dalla vita, lo splendore di un abbraccio in fondo alla notte. Ci crede. Nella notte: cioè nel pessimismo, nella delusione, nella stanchezza, in quell’aria di scoraggiamento e di sfascio che ha preso tutta questa nostra stagione civile, noi dovremmo essere gente che sa prendere la propria lampada: c’è da andare incontro e va; c’è da fare qualcosa e lo fa. Perché il mondo cambia se noi cambiamo. Noi, testimoni della luce, come è detto di Giovanni Battista (cf. Gv 1, 7-8). In questa notte scura,
qualcuno di noi, nel suo piccolo,
è come quei “lampadieri” di una volta, che,
camminando davanti agli altri, tengono la pertica rivolta all’indietro,
appoggiata sulla spalla,
con la lanterna in cima.
Così,
il “lampadiere” vede poco davanti a sé,
ma consente ai viaggiatori che vengono dietro di lui di camminare più sicuri.
 Qualcuno ci prova.
Non per eroismo o narcisismo,
ma per sentirsi dalla parte buona della vita.
 Per quello che si è.
Perché ci credi.
Avanzi un po’ a tentoni, esplori, ma altri ti seguono sicuri. Sono piccoli grandi profeti che esplorano piste, ipotesi, che rischiano, con la loro originalità creativa. Spingono ad ogni passo la notte più in là. Dio ha dato a ciascuno il potere di arricchire le vite degli altri.

Ma qui, nella parabola, cominciano i problemi. «Tutte si addormentarono», stolte e sapienti, prudenti e superficiali. Perché la fatica del vivere, la fatica del credere, di attraversare la notte, di fare i lampadieri, ha portato tutti noi a momenti di abbandono, a sonnolenza, forse a mollare. Il problema non è tanto resistere al sonno; forse per un po’, solamente per un po’, ce la facciamo. Il vero problema è risvegliarci alla voce di mezzanotte, e preparare la lampada, risvegliarci al grido che indica lo sposo, ravvivare il cuore e rimettersi in piedi. La parabola mi conforta: verrà sempre una voce che ci risveglia. Dio è un risvegliatore di vite. Non importa se ti addormenti, se sei stanco, se l’attesa è lunga, se il tuo cristianesimo sembra appassire; c’è sempre una voce che ti risveglia; allora ravvivi il cuore e vai; perché Dio è vivo, ed è lui che viene incontro, e sarà lui a varcare l’abisso (Turoldo). Il punto di svolta del racconto è non tanto la mancata vigilanza, si addormentano tutte, tutte ugualmente stanche, ma lo spegnersi delle torce: Dateci un po’ del vostro olio perché le nostre lampade si spengono…La risposta è dura: no, perché non venga a mancare a noi e a voi. Andate a comprarlo. Il senso vero di queste parole è un appello alla responsabilità: un altro non può amare al posto mio, non può essere buono, onesto al posto mio, non può andare incontro alla vita al posto mio. Se io non sono responsabile di me stesso, chi lo sarà per me? Ognuno di noi è una di quelle ragazze: se sagge o folli spetta ad ognuno di noi stabilirlo. Matteo non spiega che cosa significhi l’olio. Possiamo immaginare che abbia a che fare con la luce e col fuoco: qualcosa come una passione ardente, che ci faccia vivere accesi e luminosi. Qualcosa però che non può essere né prestato, né diviso, ognuno di noi risponde in proprio, per la propria saggezza e per la propria follia, per il bene e per il male. Illuminante a questo proposito è una espressione di Gesù: “risplenda la vostra luce davanti agli uomini e vedano le vostre opere buone” (Mt 5,16). Forse l’olio che dà luce sono le opere buone, quelle che comunicano vita agli altri. Illumina altri e ti illuminerai. Due sono gli inviti della parabola di oggi: l’invito a uscire e andare incontro e poi l’invito a vivere accesi. Alla fine la parabola è tutta in questa alternativa: una vita spenta, una vita accesa. Ma il perno attorno cui ruota la parabola è quella voce nel buio della mezzanotte, capace di risvegliare la vita. Io non sono la forza della mia volontà, non sono la mia resistenza al sonno, io ho tanta forza quanta ne ha quella Voce, voce di Dio, che, anche se tarda, di certo verrà; che ridesta la vita da tutti gli sconforti, che mi consola dicendo che di me non è stanca, che disegna un mondo colmo di incontri e di luci. A me serve avere un cuore che ascolta e ravvivarlo, come fosse una lampada, e uscire incontro a chi mi porta un abbraccio. E come si fa per vivere accesi? Io conosco tre risposte. La prima risposta viene dalla parabola di oggi. Per vivere accesi è necessario essere uomini e donne che sanno andare incontro agli altri, varcare distanze, rompere solitudini, inventare comunione. Costoro diventano persona-lampada, luminosa e illuminante. La seconda risposta viene da Isaia quando dice: «Illumina altri e ti illuminerai, guarisci la ferita d’altri e la tua piaga guarirà presto» (Is 58). La terza risposta la dona un bellissimo Salmo: «Guardate a Dio e sarete raggianti, guardate a lui e non avrete più volti oscuri» (34, 6). Chi guarda solo a se stesso non si illumina mai; chi guarda a Dio, allo sposo, diventa almeno un piccolo lampadiere che cammina e spinge la notte più in là. Che solleva, per il suo piccolo corteo, la lampada. E spinge la notte più in là. Perché ci crede, perché sa che in fondo alla notte lo attende, li attende, un abbraccio.

PREGHIERA

Dio nostra luce, viva fiamma

che mantieni accesa la nostra lampada,

illumina il nostro cammino

con la tua parola,

sola speranza nella lunga notte.

Sei fedele, e noi cerchiamo

di imparare da Te nella fatica,

di resistere al silenzio

ancora stretti l’uno all’altro.

Può accadere un prodigio

in questa notte, in tutte le notti,

al di là di ogni speranza, di ogni attesa:

perché Tu sei Dio di chiarità,

risvegliatore di vite.

 

 

II di pasqua Giovanni 20,19-31

 

         La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi nelle mani e nei piedi del crocifisso, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Leonard Cohen cantava: c’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce. Le mani ferite del Risorto sono le feritoie, le crepe da cui entra la luce.

 

Omelia di p. Ermes Ronchi

I discepoli erano chiusi in casa per paura. È un momento di disorientamento totale: l’amico più caro, il maestro che era sempre con loro, con cui avevano condiviso tre anni di vita, quello che camminava davanti al gruppo, per cui avevano abbandonato tutto, non c’è più. L’uomo che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Ogni speranza finita, tutto calpestato (M. Marcolini). E in più la paura di essere riconosciuti e di fare la sua stessa fine.

Ma quegli uomini e quelle donne fanno la cosa giusta: ed è quella di stare insieme, di non separarsi, fare comunità. Forse sarebbero stati più sicuri a disperdersi fra la folla e le carovane dei pellegrini. Invece no, non si sbandano e fanno argine comune allo sgomento comune. Sappiamo due cose sole di loro: la paura e il bisogno di stare insieme.

In questo stringersi l’uno all’altro, per paura e per memoria di Lui, germoglia la prima comunità cristiana.

Quella casa è la madre di tutte le chiese. La sera di Pasqua il Signore entra nella stanza chiusa, dove manca l’aria e si respira paura: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi. Li manda, così come sono, poca cosa davvero, un gruppetto alla sbando.

Come il Padre me, così io voi. Ma ora c’è in loro “un di più”: Soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo. Su quel pugno di creature, chiuse e impaurite, inaffidabili, scende il vento delle origini, il vento che soffiava sugli abissi, che scuote le porte chiuse del cenacolo. Il respiro di Dio. E che cosa produce? A sorpresa, il perdono.

A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati.

Sì, perdonare è un bisogno di Dio, è il suo respiro di Padre; ha più bisogno lui di perdonare che noi di essere perdonati: per essere Padre lui ha la necessità di abbracciare ogni figlio prodigo che torna, ha necessità di parlare con ogni figlio maggiore che non capisce, di partire in cerca di ogni pecora che si perde.

Prima opera che consegna a coloro che hanno Pace e Spirito: voi perdonerete i peccati… e non è detto ai preti, ma a tutti i discepoli e a tutte le discepole che hanno ricevuto lo Spirito e la Pace. Perdonare è possibile a tutti:

perdonare è de-strutturare il male,

de-creare il male in sé e attorno a sé.

Ma che cos’è un peccato? Risposta del vecchio catechismo: Offesa fatta a Dio disubbidendo alla sua legge. Ma non è Dio che offende questo continuo peccare, è noi che offende e umilia (Turoldo). Immaginiamo così Dio? Uno che pur offeso da me, è bravo e non mi fa pesare l’offesa? Che idea meschina di Dio abbiamo coltivato, l’abbiamo ridotto a poca cosa, costretto in miseria, a rovistare nella spazzatura delle vite.

Non riesco più a sentir parlare di peccato come fosse un’offesa a una legge. Il peccato è uno soltanto: è il disamore. Incapacità di amare, volontà di non amare.

Il disamore ferisce il mondo, offende l’uomo, disamore è l’anti-creazione.

L’unico comando che Gesù ci lascia, quello davvero suo è: amatevi. Amatevi altrimenti vi distruggerete tutti, e la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più armato, del più crudele.

E Dio come perdona il disamore? Come uno smemorato? Fa come se non fosse successo niente? Ma questo a cosa servirebbe? A pareggiare i conti? A ritornare alla casella di partenza? Un estenuante gioco dell’oca?

Dio perdona come un creatore, non come uno smemorato. Non un colpo di spugna sulla lavagna della vita, ma un colpo di vento nelle vele della mia nave. Perdona risuscitando amore. Perdona, togliendo pietre che chiudono, creando aperture.

Cos’è Gesù Cristo? È una struttura di apertura, di aperture continue. Perdona aprendo cose nuove, non cancellando cose vecchie.

Voglio dirvi tutto il mio disagio per tanto linguaggio liturgico lamentoso, teso a chiedere pietà, il perdono delle colpe, mia colpa, mia grandissima colpa, e poi la richiesta di salvare l’anima dalla perdizione. Ma soprattutto, per l’immagine di Dio che questa inflazione di peccato e di richieste di perdono propone: puntiglioso, pericoloso, un ragioniere attento alle piccole cose. Anziché il Dio innamorato, seminatore di bellezza, primavera del cosmo e del cuore.

Gesù nel Vangelo ci ha detto di chiamare Dio Padre, “Abba”, papà, come figli, come amici, tralci della vite, acqua di quella sorgente. Lo chiamo papà, e continuamente gli chiedo pietà. Che amore, che fiducia è quella che ha continuamente bisogno di chiedere pietà al proprio padre? Quale figlio quando torna alla casa dei genitori per prima cosa chiede “perdono, pietà, scusami”, come facciamo noi in chiesa?. No, chiede un abbraccio.

Il perdono di Dio è questo, il dilagare del suo sole sopra le mie ombre; di aperture dentro i miei limiti. Brecce di luce, fessure di cielo, correnti nuove dentro l’immobile stagno dove sono insabbiato. Che aprono la strada a più amore, a più libertà, a più coscienza.

Otto giorni dopo Gesù è ancora lì: l’abbandonato ritorna da quelli che sanno solo abbandonare.

Li aveva inviati per le strade, e li ritrova ancora chiusi in quella stanza. Ma Gesù accompagna con delicatezza infinita la fede piccola dei suoi, con umanità suprema gestisce l’imperfezione delle vite di tutti.

Non ci chiede di essere perfetti, ma di essere autentici;

non di essere immacolati, ma di essere incamminati.

E si rivolge a Tommaso – povero caro Tommaso diventato proverbiale per la sua incredulità – Gesù l’aveva educato alla libertà interiore, a dissentire, lo aveva fatto rigoroso e coraggioso, il solo che entra e esce da quella casa.

Invece di imporsi, si propone alle sue mani: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco.

Gesù rispetta la sua fatica e i suoi dubbi; rispetta i tempi di ciascuno e la complessità del vivere. Lui non si scandalizza, si ripropone, non rimprovera si espone con le sue ferite aperte.

Toccami! Il vangelo non dice che Tommaso l’abbia fatto, che abbia toccato. Che bisogno c’era?

Non le ha toccate, le ha baciate quelle ferite diventate le feritoie della più grande bellezza del mondo. C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce (Cohen)

Tommaso, beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Siamo noi, una beatitudine per me e per te. Grande educatore, Gesù, forma alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, dalle visioni, alla serietà delle scelte.

Che bello se nella Chiesa, come nel cenacolo, riprendessimo a essere educati più all’approfondimento che all’ubbidienza; più alla ricerca che alla docilità! Che energie e quanta maturità!

Ecco una beatitudine che sento finalmente mia, le altre le ho sempre sentite troppo difficili, cose per pochi coraggiosi.

Questa è invece una beatitudine per noi, per chi fa fatica, per chi cerca a tentoni, per chi non vede, per chi ricomincia.

Beati voi che credete… Voglio dire grazie a tutti quelli che credono senza necessità di segni, e la loro fede rafforza la mia;

grazie a tutti quelli che si sono messi in piedi, anche se è notte. Anche se hanno mille dubbi, come Tommaso;

grazie a tutti quelli che non si accontentano del sentito dire, ma vogliono una fede che si incida nelle mani di ogni giorno!

Beati! C’è una beatitudine nel credere, una promessa di gioia nella fede: che non significa una vita più facile ma più piena e appassionata, ferita e luminosa, piagata e guaritrice.

Credere fa bene, credetemi (credete a Tommaso, a Giovanni, a Maddalena, a quanti l’hanno incontrato). Credete all’ultima riga del vangelo: tutto questo è stato scritto, perché crediate e, credendo, abbiate in voi la vita (Gv 20,31).

Credere ti fa bene, ti fa più vivo e più felice. Credere è il rischio di essere felici, di avere in noi la vita.

Queste cose sono state scritte perché crediate in Gesù, e perché, credendo, abbiate la vita.  
Credere ti fa bene, è il modo essere più vivi e più felici, per avere più vita: io credo, e carezzo la vita, perché profuma di Te! (Rumi). L’augurio che lascio a ciascuno: non possiamo toccare Cristo e le sue ferite, ma possiamo toccare la vita. Accarezziamola, sentiremo che profuma di Dio.

 

 

Alla Comunione

 

Quando sulla mia vita scende la sera,

torna, o Signore, a farti vicino

ad augurare pace.

Vieni, Signore dalle mani e dal cuore feriti.

Ti dico le parole di Tommaso:

Mio Signore e mio Dio.

Mio come lo è il cuore,

e, senza, non sarei;

mio come lo è il respiro,

e, senza, non vivrei.

Tu sei energia che sale, dice e ridice e non tace mai.

Si dilata dentro, mette gemme di luce,

mi offre due mani piagate

dove poter riposare e riprendere il fiato del coraggio.

Signore mio e Dio mio,

mio non di possesso ma di appartenenza,

io appartengo a te,

il mio Amato è mio

e io sono per lui.

Amen.

 

p. Ermes Ronchi

 

 

 

 

 

Mostra d’arte a Cividale del Friuli sulla poesia della luce dell’artista  LORENZO VISCIDI. (8 aprile – 14 maggio 2017), presso Santa Maria dei Battuti. http://www.bluer.net

BLUER ” Trasparenz-Anima “
Venezia Luce Blu Oro Trasparenza Musica Volo Gioia

 

VENEZIA
Con gioia e fortuna e per dono sono nato a Venezia, città nella Luce negli spazi e nei luoghi, città della Luce per la bellezza delle sue chiese e palazzi e delle opere degli artisti che vi hanno operato.

LUCE
Ho cercato di raccogliere riflettere amplificare amare questa Luce della quale sono intrise la mia città e le opere dei suoi artisti. Ho cercato nelle mie opere di imprigionare creare luce, con tecniche e in materie antiche e con tecniche e in materie nuove. Luce che sia fisica ma anche spirituale, luce che è presenza. Luce che vivifica significa accoglie dis-vela ri-vela.

BLU
Il colore blu è stata la mia stella cometa. La mia arte nasce dal blu, prima passione istintiva poi meditata e convinta. Il blu colore del mare del cielo di tutto quanto è infinito anche verso le profondità dell’anima. Bluer significa facitore di blu.

ORO
L’oro è la regalità di ogni creatura innescata nell’essere da Dio Padre. Leggerezza della apparizione e presenza al Suo cospetto e a Lui protesa.

TRASPARENZA
La trasparenza è fisica ma anche d’animo. Sincerità nei rapporti con le altre creature e nella creatività. La trasparenza è varco nella direzione degli altri e verso i propri misteri. Nessun timore di andare in profondità e di mostrarsi.

MUSICA
La musica è ragione della mia felicità e carburante della mia creatività. Nella musica nascono le idee i sogni e poi le mie opere. La Musica è chiave fra i Regni, vertigine verso l’anima, nella Musica so già qui e ora che il nostro destino è la Luce.

VOLO
La vita è volo. L’amore, il viaggio e l’arte ce lo ricordano. Abbiamo ali infinite come il cielo, molto più grandi della nostra carne.

GIOIA
La vita in questo regno è inquieta e incerta. La vita è spesso groviglio e tunica. Ma se in questo groviglio e in questa fatica entrano luce amore arte bellezza allora sentiamo di essere anima oltre i nostri limiti e timori. La mia scelta di campo è la gioia. Un’ arte che nasce nella gioia e orienta alla gioia. Le mie opere più che essere guardate vanno vissute e condivise. Sono “Sentinelle della Luce” “Cristalli di Musica” e tento con tutte le mie forze e le mie piccole capacità di orientarle al senso..

 

 

 

 

Se desiderate essere aggiornati sui nuovi video che realizzo (più di 1900) iscrivetevi al mio canale youtube “piaipier”:  http://www.youtube.com/user/piaipier

a cura di  https://www.mondocrea.it

 

 

IV quaresima Mendicanti di luce, Giovanni 9,1-41     (di p. Ermes Ronchi)

 

Saluto: Gesù oggi illumina gli occhi spenti del cieco, come lui siamo tutti mendicanti di luce. Figli della luce, dice Paolo. Figli: infatti nascere si dice anche venire alla luce, o dare alla luce.

La nostra vita è come un albeggiare continuo, nasciamo a metà e tutta la vita ci serve per nascere del tutto. Per questo siamo qui. Per avere occhi nuovi sulle cose.

 

Grazie e perdono: Grazie Signore per la luce del sole che sorge dal grembo della notte; grazie per la luce che splende nello sguardo di coloro che ci vogliono bene; grazie per il dono di poter godere ancora la carezza della madre luce; grazie per quel poco o tanto che abbiamo capito di noi e della vita.

E poi ti chiediamo liberazione da ciò che ci oscura, forza di rinascita per ciò che in noi stenta a vivere, e sguardo ad altezza di cuore.

Discenda Cristo in noi, come luce tra le ombre, come acqua feconda su terra arida, abbia misericordia di noi che cadiamo facilmente, venga come guarigione di ciò che fa soffrire, come creazione di occhi nuovi, ripulisca il cuore dalle ombre che lo rendono triste, ci faccia vedere la goccia di luce nascosta nel cuore vivo di tutte le cose. Ci illumini, ci perdoni, ci conduca alla pienezza della vita. Amen.

 

Omelia

Il vangelo di oggi con l’immagine del cieco racconta la vicenda umana come un progressivo un venire alla luce.

Mai avuta la sensazione di essere nella notte? Quella notte brutta che è sofferenza, perdutezza dentro cose che non capiamo? Forse perché avevamo vissuto un lutto, un fallimento, un abbandono, un errore?

Gesù vide un uomo cieco dalla nascita…

Gesù esce dal tempio e vede chi nel tempio non può entrare. Vede lo scarto della città, l’ultimo della fila, un mendicante cieco. L’invisibile. E se gli altri tirano dritto, Gesù no, si ferma. Senza essere chiamato, senza essere pregato.

Gesù non passa oltre, per lui ogni incontro è una meta. Sei seduto e ti incontra, sei a terra e si ferma, ti incontra così come sei. Perché Dio non guarda le apparenze, Dio vede il cuore (prima lettura).

I discepoli amici, i farisei nemici, tutti davanti al male si perdono a cercare le colpe (chi ha peccato, lui o i suoi genitori?), tutti insieme a sbagliarsi su Dio pensando: “in questa malattia c’è la mano di Dio, la sua volontà”.

Gesù non ci sta, fugge da quella logica, via immediatamente da un Dio esperto in castighi: né lui né i suoi genitori hanno peccato. Il male non viene da Dio. In un Dio che manda il cancro, io non credo.

Quell’uomo però è nato e cresciuto nel senso di colpa… Gli facevano capire: tu sei un maledetto da Dio, sei cieco a causa di un peccato. E spesso sono gli uomini di chiesa che pensano di suscitare senso di colpa, come fosse una cosa positiva, e sono ciechi padri di ciechi (il senso di colpa è davvero un’arma di distruzione di massa…)

Di chi è la colpa, perché il male? Una domanda alla quale la bibbia non dà risposte. Gesù stesso non da risposte, lui risuscita, ricrea, restituisce umanità. Non vede in quell’uomo cieco un punto di arrivo, ma un punto di partenza, di nascita.

E senza che il cieco gli chieda niente, fa del fango con la saliva, stende un petalo di fango su quelle palpebre che coprono il nulla. La saliva si pensava che contenesse il respiro, lo spirito, la Ruah che crea Adamo.

Ecco il mio Gesù: è Dio che si sporca le mani con l’uomo, ed è al tempo stesso un uomo che viene contaminato di cielo, contagiato di luce.

Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che viene al mondo, che “viene alla luce”, è un contagio di terra e di cielo, una lucerna di argilla che custodisce un soffio di luce.

Vai a lavarti alla piscina di Siloe… Il mendicante cieco si affida al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto. Si affida quando il miracolo non c’è ancora, quando c’è solo buio intorno.

Andò alla piscina e tornò che ci vedeva. Non si appoggia più al suo bastone; non siederà più a terra a invocare pietà, ma ritto in piedi cammina con la faccia nel sole, finalmente libero. Finalmente uomo. “Figlio della luce e del giorno” (1 Ts 5,5), ridato alla luce, ri-partorito a una esistenza di coraggio, dignità e meraviglia.

Nuovo. Infatti la gente che conosceva quell’uomo, ora non lo riconosce più. È lui, dicono alcuni; no, non è lui, sostengono altri.

E accade davvero: uno incontra il Signore e cambia dentro: ha un’altra visione, uno sguardo nuovo sulla vita, e diventa perfino più bello e luminoso. Si sono aperte finestre di luce. Ha una libertà e una dignità nuove.

Per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. E invece del canto di gioia entra nel vangelo un’infinita tristezza. Perfino i genitori sembrano vili.

Ai farisei non interessa la vita ritornata a splendere in quegli occhi ma la ‘sana’ dottrina. E avviano un processo per eresia. Per difendere la dottrina negano l’evidenza.

Ma che religione è questa che non guarda al bene dell’uomo ma solo a se stessa e alle sue regole?

Invece a Dio per prima cosa interessa un uomo liberato dai sensi di colpa, veggente, incamminato; un rapporto che produca libertà e che faccia fiorire l’umano!

I farisei vorrebbero che il cieco tornasse cieco, per avere ragione loro.

Ma il cieco è diventato libero, è diventato forte, tiene testa ai sapienti: io non so di teologia, io sto con la vita e coi fatti: io ci vedo!

Il dramma che si consuma nella sala del processo, e in tante nostre comunità, è questo: da un lato la dottrina, dall’altro la vita, separati, un muro tra loro.

Gesù ricuce lo strappo, unisce il Dio della vita e il Dio della dottrina, e lo fa mettendo al centro l’uomo. La gloria di Dio è un uomo con la luce negli occhi e nel cuore.

I farisei dicono Gesù, “non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. Per loro venire o no da Dio, dipende dall’osservanza o meno della legge. Per Gesù venire o no da Dio, dipenderà dall’atteggiamento che si ha nei confronti dell’uomo. L’atteggiamento di Dio, che ti prende là dove sei, rotto come sei, e si fa mano viva che aggiusta, che tocca il cuore e lo apre, che tocca gli occhi e li illumina. Amore che fa ripartire la vita.

Gesù non è venuto a portare il perdono dei peccati, non occorrevano l’incarnazione e la croce per questo: anche un uomo sa perdonare, e Dio molto meglio. Gesù è venuto a portare non il perdono dei peccati, ma molto di più, a portare se stesso: io sono la luce del mondo. Sole che guarisce, sguardo che consola, forza che fa ripartire, scintilla di Dio in ciascuno.

I farisei dicono: Gloria di Dio è il precetto osservato, il peccato espiato!

E invece no,

gloria di Dio è un mendicante che si alza da terra,

un pover’uomo con occhi che si riempiono di luce.

E ogni cosa ne è illuminata.

Gloria di Dio è l’uomo finalmente promosso a uomo.

Lui dà lode a Dio più di tutti i comandamenti del cielo e della terra!

 

 

Preghiera

 

Signore Gesù, luce del mondo,

luce eterna, principio di ogni cosa

Tu sei l’intima luce di ognuno di noi,

 

luce amante, luce discreta,

luce necessaria, dimenticata, amabile.

Luce che sei carezza di gioia e di libertà,

che splendi negli occhi buoni,

donami occhi in sete di luce.

 

Tu, luce del mio notturno deserto interiore,

tu, bastone cui appoggio la mia fatica,

stella accesa sulla valle oscura,

 

Tu che illimpidisci il cuore, guariscimi,

brucia le ombre che mi invecchiano

consuma le mie paure

donami occhi profondi come i tuoi.

 

Metti luce nei miei pensieri,

luce nelle mie parole,

luce nel mio cuore.

Amen.

 

p. Ermes Ronchi

 

 

 

V domenica A Mt 5, 13-16

 

“Voi siete il sale, voi siete la luce della terra”.

Il vangelo è sale e luce: è come un istinto di vita che penetra nelle cose, si oppone al loro degrado e le fa durare; è come un istinto di bellezza, che si posa sulla superficie delle cose, come fa la luce, le accarezza, non fa rumore, non fa violenza mai, ne fa invece emergere forme, colori, armonie e legami, il più bello che c’è in loro.

Così il discepolo-luce è uno che ogni giorno accarezza la vita e ne rivela il bello, uno dai cui occhi emana il rispetto amoroso per ogni vivente.

Voi siete il sale, voi avete il compito di preservare ciò che nel mondo vale e merita di durare, di opporvi ai corruttori, di dare sapore, di far gustare il sapore buono della vita.

Voi siete la luce del mondo. Una affermazione che ci sorprende:

che Dio sia luce lo crediamo; ma credere che anche l’uomo sia luce, che lo sia anch’io e anche tu, con i nostri limiti e le nostre ombre, questo è sorprendente. E lo siamo già adesso, se respiriamo vangelo. La luce è il dono naturale di chi ha respirato Dio.

Incredibile la stima, la fiducia di Gesù negli uomini. Mi sembra impossibile riporre tanta speranza in noi! In me, che lo so bene, non sono né luce né sale. Eppure il vangelo mi incoraggia a prenderne coscienza:

Non fermarti alla superficie, al ruvido dell’argilla, cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore, scendi nel tuo centro e troverai una lucerna accesa, una manciata di sale.

Quando tu segui come unica regola di vita l’amore, allora sei luce e sale per chi ti incontra.

Quando due sulla terra si amano, diventano luce nel buio, lampada ai passi di molti, piacere di vivere e di credere.

In ogni casa dove ci si vuol bene, viene sparso il sale che dà sapore buono alla vita.

Chi vive secondo il vangelo è una manciata di luce gettata in faccia al mondo (Luigi Verdi).

E non facendo il maestro che le sa tutte o il giudice con il dito puntato, ma con le opere: risplenda la vostra luce nelle vostre opere buone.

Sono opere di luce i gesti che domenica scorsa sono stati lanciati come beatitudini:

sono opere di sale e di luce i gesti dei poveri, di chi ha un cuore bambino, degli affamati di giustizia, dei mai arresi cercatori di pace, i gesti, gli stili di vita che si oppongono a ciò che corrompe il cammino del mondo: violenza e denaro.

Isaia suggerisce la strada perché la luce sia posta sul candelabro e non sotto un secchio. «Spezza il tuo pane», parola così asciutta, concreta, semplicissima. «Spezza il tuo pane.» E poi è tutto un incalzare di verbi: «Introduci in casa, vesti il nudo, non distogliere gli occhi. Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà in fretta».

E senti l’impazienza di Dio, l’impazienza di Adamo, l’impazienza dell’aurora e del corpo che ha fame e ferite e fretta di pane e di salute.

La luce attraverso il pane. Pane spezzato.

Guarisci altri e guarirà la tua ferita, illumina altri e ti illuminerai. Perché chi guarda solo a se stesso non s’illumina mai.

E chi distoglie gli occhi dalla gente che è sua, sempre, perché tutti sono dei nostri, non diventerà mai un uomo radioso, una donna luminosa.

Non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma prenditi cura d’altri e guarirà presto la tua vita.

La preghiera famosa di san Francesco lo dice con altre parole: dove è odio che io porti amore, dove è guerra che io porti pace, dove è solitudine che io porti abbracci.

Uscendo di chiesa, fate, se vi va’, un giro nel chiostro, guardate i cartelloni della mostra, occasione per ripassare le sette opere buone che sono sale e luce per il mondo: dai da mangiare, dai da bere, vesti, accogli, visita…

La luce non illumina se stessa, il sale non serve a se stesso. Così ogni credente, tutta la chiesa deve imparare e vivere la prima lezione che ci viene dalle cose: a partire da me, ma non per me. Non dobbiamo puntare i riflettori su noi stessi, ma su un Altro.

Comincio da ciò che ho e sono, ma non vivo in funzione di me stesso.

Scrive papa Francesco: Una religione che serva solo a salvarsi l’anima non è quella del vangelo (E.G.).

 Ma se il sale perde sapore, se la luce è messa sotto a un tavolo, a che cosa servono? A nulla.

Così noi, se perdiamo il vangelo, se smussiamo la Parola e la riduciamo a uno zuccherino, se non diventa carne gesto azione storia opera, se abbiamo occhi senza luce e parole senza bruciore di sale, allora corriamo il rischio mortale dell’insignificanza, di non significare più nulla per nessuno.

Un po’ brutalmente lo ha tradotto così don Fabio Rosini “se continuiamo così, tra un po’ di noi non gliene frega più niente a nessuno”

L’umiltà della luce e del sale: perdersi dentro le cose. Per loro. Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirai (Isaia 58,8). Non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma occupati della terra, della città degli uomini. Chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

Nessuno ha troppi difetti o è troppo debole o troppo piccolo per chiamarsi fuori dall’impegno di trasmettere il sapore e lo splendore di Dio. E il più delle volte lo facciamo senza saperlo. È possibile non gustare nulla di Dio eppure diffonderlo tra gli altri, senza accorgercene. Dio agisce così: quante volte l’ho visto! Può succedere che si brancoli nel dubbio e nella notte e di essere luce per qualcuno, con una parola o un gesto che non so da dove vengano. Dio agisce così.

Ma c’è una tentazione: quella di credere di avere troppe ombre in me per dedicarmi agli altri, di essere insipido e povero, di avere troppi peccati come ferite aperte.

I profeti però ripetono: Non preoccuparti delle tue ombre o delle tue malattie, ma della tua città, della tua gente, della nostra terra dove c’è fame e sofferenza

Allora guarirai, allora ti illuminerai.

Perché siamo tutti dei malati, però capaci di prenderci cura della vita.

Siamo tutti feriti, però capaci di essere guaritori.

I guaritori feriti.

Oggi inauguriamo la prima delle domeniche dei laboratori interattivi per

“NUOVI STILI DI VITA ALLA LUCE DEL VANGELO”,

domenica delle relazioni umane, dal titolo: “Gli origami relazionali”.

Come preghiera dei fedeli ci verranno presentate sette relazioni umane buone, sale e luce dei giorni, gesti semplici e possibili a tutti.

Relazioni nuove e buone sono lievito, sale e luce per un futuro buono, annuncio e impegno che è possibile vivere meglio. Per tutti. La ricchezza che nessuno ci potrà rubare.

Alla fine della messa, ognuno ne potrà scegliere una tra le sette, in questo paniere: è il mandato e l’impegno con cui prolungare nei giorni uno stile nuovo ed evangelico di vita.

 

p. Ermes Ronchi

 

 

 

V^ DOMENICA T.O.  – Anno A
5 febbraio 2017

O Dio, che nella follia della croce
manifesti quanto è distante la tua sapienza
dalla logica del mondo,
donaci il vero spirito del Vangelo,
perché ardenti nella fede
e instancabili nella carità
diventiamo luce e sale della terra.
(II colletta)

Il Vangelo – Ermes Ronchi

Se hai come unica regola di vita l’amore, sarai luce e sale
Matteo 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

«Voi siete il sale, voi siete la luce della terra». Il Vangelo è sale e luce, è come un istinto di vita che penetra nelle cose, si oppone al loro degrado e le fa durare. È come un istinto di bellezza, che si posa sulla superficie delle cose, come fa la luce, le accarezza, non fa rumore, non fa violenza mai, ne fa invece emergere forme, colori, armonie e legami, il più bello che c’è in loro. Così il discepolo-luce è uno che ogni giorno accarezza la vita e ne rivela il bello, uno dai cui occhi emana il rispetto amoroso per ogni vivente.

Voi siete il sale, voi avete il compito di preservare ciò che nel mondo vale e merita di durare, di opporvi ai corruttori, di dare sapore, di far gustare il buono della vita.

Voi siete la luce del mondo. Una affermazione che ci sorprende, che Dio sia luce lo crediamo; ma credere che anche l’uomo sia luce, che lo sia anch’io e anche tu, con i nostri limiti e le nostre ombre, questo è sorprendente. E lo siamo già adesso, se respiriamo vangelo. La luce è il dono naturale di chi ha respirato Dio.

Quando tu segui come unica regola di vita l’amore, allora sei luce e sale per chi ti incontra. Quando due sulla terra si amano, diventano luce nel buio, lampada ai passi di molti, piacere di vivere e di credere. In ogni casa dove ci si vuol bene, viene sparso il sale che dà sapore buono alla vita.
Chi vive secondo il vangelo è una manciata di luce gettata in faccia al mondo (Luigi Verdi). E non facendo il maestro o il giudice, ma con le opere: risplenda la vostra luce nelle vostre opere buone.

Sono opere di luce i gesti dei poveri, di chi ha un cuore bambino, degli affamati di giustizia, dei mai arresi cercatori di pace, i gesti delle beatitudini, che si oppongono a ciò che corrompe il cammino del mondo: violenza e denaro.

La luce non illumina se stessa, il sale non serve a se stesso. Così ogni credente deve ripetere la prima lezione delle cose: a partire da me, ma non per me. Una religione che serva solo a salvarsi l’anima non è quella del Vangelo.

Ma se il sale perde sapore, se la luce è messa sotto a un tavolo, a che cosa servono? A nulla. Così noi, se perdiamo il vangelo, se smussiamo la Parola e la riduciamo a uno zuccherino, se abbiamo occhi senza luce e parole senza bruciore di sale, allora corriamo il rischio mortale dell’insignificanza, di non significare più nulla per nessuno.

L’umiltà della luce e del sale: perdersi dentro le cose. Come suggerisce il profeta Isaia: «Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirai» (Isaia 58,8). Non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma occupati della terra, della città. Chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

(Letture: Isaia 58,7-10; Salmo 111; 1 Corinzi 2,1-5; Matteo 5,13-16)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/se-hai-come-unica-regola-di-vita-l-amore-sarai-luce-e-sale

1 Giugno 2016

SITI CON RIFLESSIONI E LITURGIA

http://www.riflessioni.it

Liturgia delle ore:
http://www.liturgiadelleore.it/

PENSIERO DEL GIORNO:

“Ogni progresso spirituale deve essere inteso come espressione di grado superiore di amore e non semplicemente come progresso del nostro comportamento morale, il quale può avere origine da un motivo gratificante e condizionarsi e terminare in esso ” (p.Albino, Diario, p.218)

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

PELLEGRINAGGI A MEDJUGORJE DA CIVIDALE

commenti personali di alcuni messaggi:

fileDBicn_doc picture
verso etern.DOC

I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

fileDBicn_mp3 picture
segretimedjugorje.MP3

VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

LA BIBBIA DI GERUSALEMME GRATIS IN PDF EBOOK
Per chi non lo sapesse è pronta l’intera Bibbia di Gerusalemme in formato pdf ebook gratis in lingua italiana da scaricare :


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6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron

1 Giugno 2016

Alida Puppo

Chi è Alida Puppo

1 Giugno 2016

Enrico Marras

Chi è Enrico Marras

1 Giugno 2016

MULTIMEDIALITÀ del curatore del portale:

VIDEO PER LA RIFLESSIONE
Video personali su alcune località del Friuli
CIVIDALE DEL FRIULI – Patrimonio dell’UNESCO
SLIDES UTILI PER LA FORMAZIONE
Esistere con stupore
ULTIMI AGGIORNAMENTI

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

28 Agosto 2009

Beppino Lodolo – una voce amica per gli italiani nel mondo

BEPPINO LODOLO

10 Marzo 2008

SOLIDARIETA’ per chi soffre della malattia del BURULI

http://www.amicipl.it/WebBuruli.htm
http://it.youtube.com/watch?v=tDdRLKJYd3w
Chi volesse aiutare queste persone scriva:
e-mail:roberto@amicipl.it

EMERGENZA MALI
Aiutiamo una bimba cinese senza arti inferiori:

fileDBicn_boh picture
chinagirl.pps

 

 

20 Ottobre 2006

Preghiere con testi e mp3

Preghiere con testi e mp3

IL CASO DI UNA STIMMATIZZATA DI UDINE, RAFFAELLA LIONETTI, UMILE MISTICA
Raffaella Lionetti, la Gemma Galgani di Udine

6 Agosto 2006

Riflessioni audio in mp3. Video personali

Riflessioni audio mp3 Video personali

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron

21 Novembre 2001

Artisti Friulani

continua