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(Gesù a suor Maria della Trinità. Colloquio interiore n.352)

 

Vivo nelle anime come ho vissuto sulla terra.

Se vuoi sapere che cosa favorisce la mia vita in te, guarda come ho vissuto, sulla scorta dei racconti evangelici.

Silenzio e semplicità. Povertà penitente, mortificazione.

Unione con Dio; gioia; pienezza.

Passo nelle anime facendo sempre il bene; uso gli stessi mezzi, gli stessi modi di fare e giammai mi sono disdetto.

“Lasciate crescere la zizzania col buon grano…”

“Superate il male col bene”

“Amate i vostri nemici e quelli che vi vogliono male”

“Non spegnete il lucignolo che fumiga ancora..”

Che la vostra luce risplenda dinanzi agli uomini”

E le mie Beatitudini come le ho vissute, le rivivo in ciascuna anima, e così pure il mio comandamento…

Parlavo in parabole e pregavo il Padre mio.

Nelle anime parlo ancora…”

(Gesù a suor Maria della Trinità. Colloquio interiore n.352)

 

 

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di p. Ermes Ronchi

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare”, e, salito sulla barca, raccontò di un seminatore uscito a seminare.

Frase già colma di promesse di mietiture, presagio di pane e di fame saziata. Il seminatore uscì e il mondo è già gravido.

Con le sue parabole Gesù fa parlare la vita, dove Dio è di casa.

La storia non racconta di un contadino maldestro, ma della fiducia del Seminatore per eccellenza, colui che altro non sa fare che dare vita. È uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque.

Mentre seminava, una parte cadde sulla strada, e gli uccelli la mangiarono.

Succede quando sono strada, e non mi fermo mai. La parola di Dio chiede sosta, chiede passione: chi corre sempre perde il senso e la fame di infinito che costituiscono la nostra dignità.

Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove la terra era poca. È il mio cuore poco profondo quando non custodisce, non medita. Così fa l’adolescente che è in me, accontentandosi di sensazioni superficiali.

Un’altra parte cadde sui rovi, che crebbero e la soffocarono.

Ecco l’ansia della sicurezza; e poi la spina del quotidiano, la fatica di resistere allo sconforto, la paura della solitudine.

Ma il centro della parabola non sta negli errori, il protagonista è un Dio generoso che non priva nessuno dei suoi doni.

Dio esce a seminare, per me. Per me che sono strada e campo di sassi, groviglio di spine e cuore calpestato, coltivatore di rovi e sterpaglie, di passi perduti come barche disperse.

Ma proprio in virtù di questo (e non nonostante) noi siamo chiamati ad essere contadini della Parola, che non tornerà a Dio senza aver portato frutto (Is 55,11).

Oggi, questa mattina, adesso, egli ancora esce. Ed è grande questo contadino che mi aspetta anche davanti alla porta chiusa, dalla maniglia arrugginita.

Ma lui sa che se vado con lui, domani sarò più vivo. Lui sa che se non vado, spesso è solo perché è ancora buio.

E anch’io so che se per tre volte, come dice la parabola, e per infinite volte, come dice la mia esperienza, non rispondo, fermo il corso del miracolo. Poi accade che una volta vado, con il trenta, il sessanta, il cento per uno.

Se io predicassi del Vangelo ciò che riesco a vivere, non dovrei nemmeno aprire bocca. Ma io non predico questo, tento di dire la potenza della Parola che rovescia le zolle sassose, si cura dei germogli nuovi e si ribella a tutte le sterilità.

Non ho bisogno di raccolti, ma di grandi campi da seminare con lui, e di un cuore non derubato; ho bisogno del Dio seminatore, che le mie aridità non stancano mai. E le strade del mondo potranno ancora fiorire di vita, con una pioggia di semi felici che non andranno perduti.

E allora Dio aspettami! Sto uscendo con te.

 

Avvenire XV A Mt 13,1-9

Egli parlò loro di molte cose con parabole. Le parabole sono uscite così dalla viva voce del Maestro. Ascoltarle è come ascoltare il mormorio della sorgente, il momento iniziale, fresco, sorgivo del Vangelo. Le parabole non sono un ripiego o un’eccezione, ma la punta più alta e geniale, la più rifinita del linguaggio di Gesù. Egli amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo, il fico. Osservava la vita e nascevano parabole. Prendeva storie di vita e ne faceva storie di Dio, svelava che “in ogni cosa è seminata una sillaba della Parola di Dio” (Laudato si’).

Il seminatore uscì a seminare. Gesù immagina la storia, il creato, il regno come una grande semina: è tutto un seminare, un volare di grano nel vento, nella terra, nel cuore. È tutto un germinare, un accestire, un maturare. Ogni vita è raccontata come un albeggiare continuo, una primavera tenace. Il seminatore uscì, ed il mondo è già gravido.

Ed ecco che il seminatore, che può sembrare sprovveduto perché parte del seme cade su sassi e rovi e strada, è invece colui che abbraccia l’imperfezione del campo del mondo, e nessuno è discriminato, nessuno escluso dalla semina divina. Siamo tutti duri, spinosi, feriti, opachi, eppure la nostra umanità imperfetta è anche una zolla di terra buona, sempre adatta a dare vita ai semi di Dio.

Ci sono nel campo del mondo, e in quello del mio cuore, forze che contrastano la vita e le nascite. La parabola non spiega perché questo accada. E non spiega neppure come strappare infestanti, togliere sassi, cacciare uccelli. Ma ci racconta di un seminatore fiducioso, la cui fiducia alla fine non viene tradita: nel mondo e nel mio cuore sta crescendo grano, sta maturando una profezia di pane e di fame saziata. Lo spiega il verbo più importante della parabola: e diede frutto. Fino al cento per uno. E non è una pia esagerazione. Vai in un campo di frumento e vedi che talvolta da un chicco solo possono accestire diversi steli, ognuno con la sua spiga.

L’etica evangelica non cerca campi perfetti, ma fecondi. Lo sguardo del Signore non si posa sui miei difetti, su sassi o rovi, ma sulla potenza della Parola che rovescia le zolle sassose, si cura dei germogli nuovi e si ribella a tutte le sterilità.

E farà di me terra buona, terra madre, culla accogliente di germi divini.

Gesù racconta la bellezza di un Dio che non viene come mietitore delle nostre poche messi, ma come il seminatore infaticabile delle nostre lande e sterpaglie.

E imparerò da lui a non aver bisogno di raccolti, ma di grandi campi da seminare insieme, e di un cuore non derubato; ho bisogno del Dio seminatore, che le mie aridità non stancano mai.

 

 

 

V di Quaresima Gv 12,20-33

 p. Ermes Ronchi

Vogliamo vedere Gesù.

Grande domanda dei cercatori di sempre, domanda che è mia. Ed è per questa stessa domanda che anche noi siamo qui, stamattina.

Risposta sorprendente. Invece di dire: venite e vedete, come altre volte ha fatto, Gesù risponde per immagini, che chiedono occhi profondi.

La prima: se volete vedere me, guardate il chicco di grano.

E la seconda: “se volete vedere/capire davvero guardate la croce”, quando sarò innalzato attirerò tutti a me…

Il chicco di grano e la croce, due immagini per sintesi umile e vitale di Gesù.

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.

Una frase difficile, e perfino pericolosa se capita male. perché può legittimare una visione doloristica e infelice della religione. Ma leggiamola con attenzione. Dove cade l’accento del discorso? Qual è il verbo principale della frase?

Noi siamo colpiti subito, suscita emozione immediata, l’espressione: se non muore, se muore. Il velo della morte pare oscurare tutto il resto, ma è la distorsione di una lettura solo emotiva.

E invece No. Il verbo principale verso cui tutto converge è: produce, porta molto frutto. “Se il chicco non muore” è una frase subordinata, con le condizioni perché lo scopo principale si realizzi, il chicco possa produrre molto frutto. L’accento non è sulla morte, ma sulla vita.

Gloria di Dio non è il morire del chicco, ma il molto frutto.

Al centro del brano è posta una promessa di fecondità.

 

Osserviamo un granello di frumento, un qualsiasi seme: sembra un guscio secco, spento e inerte, in realtà è una piccola bomba di vita. Caduto in terra, il seme non marcisce e non muore, altrimenti non succede niente, sono metafore temporanee, allusive.

Se guardi dentro il chicco, il cuore è costituito dal germe, il nucleo intimo e vivo da cui germoglia la spiga. Tutto ciò che è attorno al germe serve come suo nutrimento.

Nella terra non sopraggiunge la morte del seme, ma un lavorio infaticabile e meraviglioso, che è una donazione continua, ininterrotta: la terra dona i suoi elementi minerali preziosi, il chicco dona al germe il suo nutrimento, come una madre offre al bimbo il suo seno. E quando il chicco ha dato tutto, il germe si lancia verso il basso con le radici e poi verso l’alto con la punta fragile e potentissima delle sue foglioline.

Allora sì che il chicco muore, ma nel senso che la vita non gli è tolta, ma trasformata in una forma di vita più evoluta e potente.

Non sono due cose diverse il chicco e il germe. Sono la stessa cosa.

Tutto insieme, chicco e germe, si trasformano in più vita, in molto frutto, per un processo di donazione!

Quello che il bruco chiama fine del mondo tutti gli altri chiamano farfalla.

Il bruco muore alla vita di prima, ma vive in una forma più alta; è sempre lui, ma non striscia più, vola.

 

Continua Gesù con ancora parole difficili:

chi ama la propria vita la perde

e chi odia la propria vita in questo mondo,

la conserverà per la vita eterna.

Nella mentalità ebraica parlare di odio/amore ha il significato di preferire o meno. E si traduce così:

Chi ama la vita, cioè chi pensa solo a se stesso, chi preferisce l’interesse personale a tutto il resto…, essere così attaccati al proprio interesse è distruggersi, viene il momento in cui Narciso si toglie da sé la vita, niente più lo soddisfa.

Chi odia la proprio vita, la conserverà. Significa: chi guarda al di fuori di sé, chi dice “prima vieni tu e dopo io”, come fa ogni innamorato: preferisco che viva tu. Come fa il chicco con il germe. Chi si spende per un sogno di bene comune,

La conserva, Per la vita eterna. E qui vediamo che la vita eterna è già iniziata, già data, da conservare, non un premio al futuro, ma una possibilità presente.

Chi vive così, come fa il chicco di frumento, ha in sé una qualità della vita capace di non morire, di superare la morte, di moltiplicare la vita attorno a sé, fa cose che meritano di non morire, ha in sé una vita indistruttibile, la vita risorta.

Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato agli altri.

Sulle colonne dell’avere alla fine troveremo solo ciò che abbiamo perduto per amore di qualcuno.

 

La seconda immagine dell’auto-presentazione di Gesù è la croce: quando sarò innalzato attirerò tutti a me.

Germoglio di vita che si innalza sul campo della morte. Io sono cristiano per attrazione, lo siamo tutti. Il cristianesimo ha al suo centro non quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me.

Io non sono cristiano perché amo Dio,

ma perché credo che Dio mi ama!

C’è una bella notizia da passarci, tanti uomini e tante donne del nostro tempo hanno il desiderio di vedere Gesù, non sempre frequentano chiese e parrocchie, eppure sono affascinati da qualcosa che Gesù sa dare e nessun altro è in grado di dare. E noi dovremmo gioire di una buona notizia: Attirerò tutti a me: dalla croce erompe una forza di attrazione universale, una forza di gravità celeste.

Con che cosa mi attira il Crocifisso? con i miracoli? Non c’è nessun miracolo sul calvario…con il dolore di un corpo piagato?

Ho ricevuto via wattshapp una bellissima vignetta: una persona sul calvario chiede al crocifisso: “ma se Dio è onnipotente, controlla tutto e comanda tutti, tu che ci fai lì?”

E il crocifisso risponde: “hai sbagliato Dio, il mio ama da morire..”.

Ecco con che cosa mi attira: con la bellezza dell’amore, la grande bellezza.

La regola, la norma di ogni bellezza è l’amore.

La verità e la bellezza apparse in quel Crocifisso

rivelano che bello è chi ama

bellissimo è chi, uomo o Dio, ama fino all’estremo!

Sulla croce l’arte divina di amare si offre alla contemplazione cosmica.

“A un Dio umile non ci si abitua mai” (papa Francesco), a questo Dio capovolto che scompiglia le nostre immagini ancestrali, tutti i punti di riferimento con un chicco e una croce, l’umile seme e l’estremo abbassamento, non ci si abitua mai:

Dio ama racchiudere

il grande nel piccolo:

l’universo nell’atomo

l’albero nel seme

l’uomo nell’embrione

la farfalla nel bruco

l’eternità nell’attimo

l’amore in un cuore

sé stesso in noi.

 

Alla comunione

 

Quando in questi giorni di primavera

Fissi il cielo nero

e senti come tutto viaggia eternamente

Quando compi un dovere che non nuoce

Anzi aiuta e dà gioia

Quando accarezzi

Una persona addormentata

Quando coltivi un orto

e sogni di regalare i suoi frutti

Ecco in quella piccolezza

Che ci costa fatica consiste il sogno di Dio

E il suo invito a sognarla con lui.

Non offendere la vita piccola.

Coltiva la speranza

Di una umanità più umana

(Luigi Verdi)

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

La vita come un chicco di grano

V Domenica di Quaresima – Anno B – 2018

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori […].

Vogliamo vedere Gesù. Grande domanda dei cercatori di sempre, domanda che è mia. La risposta di Gesù dona occhi profondi: se volete capire me, guardate il chicco di grano; se volete vedermi, guardate la croce. Il chicco di grano e la croce, sintesi umile e vitale di Gesù. Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Una frase difficile e anche pericolosa se capita male, perché può legittimare una visione doloristica e infelice della religione.

Un verbo balza subito in evidenza per la sua presa emotiva: se non muore, se muore. E pare oscurare tutto il resto, ma è il miraggio ingannevole di una lettura superficiale. Lo scopo verso cui la frase converge è “produrre”: il chicco produce molto frutto. L’accento non è sulla morte, ma sulla vita. Gloria di Dio non è il morire, ma il molto frutto buono.

Osserviamo un granello di frumento, un qualsiasi seme: sembra un guscio secco, spento e inerte, in realtà è una piccola bomba di vita. Caduto in terra, il seme non marcisce e non muore, sono metafore allusive. Nella terra non sopraggiunge la morte del seme, ma un lavorio infaticabile e meraviglioso, è il dono di sé: il chicco offre al germe (ma seme e germe non sono due cose diverse, sono la stessa cosa) il suo nutrimento, come una madre offre al bimbo il suo seno. E quando il chicco ha dato tutto, il germe si lancia verso il basso con le radici e poi verso l’alto con la punta fragile e potentissima delle sue foglioline. Allora sì che il chicco muore, ma nel senso che la vita non gli è tolta ma trasformata in una forma di vita più evoluta e potente.

La seconda immagine dell’auto-presentazione di Gesù è la croce: quando sarò innalzato attirerò tutti a me. Io sono cristiano per attrazione, dalla croce erompe una forza di attrazione universale, una forza di gravità celeste: lì è l’immagine più pura e più alta che Dio ha dato di se stesso.
Con che cosa mi attira il Crocifisso? Con i miracoli? Con lo splendore di un corpo piagato? Mi attira con la più grande bellezza, quella dell’amore. Ogni gesto d’amore è sempre bello: bello è chi ami e ti ama, bellissimo è chi, uomo o Dio, ti ama fino all’estremo. Sulla croce l’arte divina di amare si offre alla contemplazione cosmica. «A un Dio umile non ci si abitua mai» (papa Francesco), a questo Dio capovolto che scompiglia le nostre immagini ancestrali, tutti i punti di riferimento con un chicco e una croce, l’umile seme e l’estremo abbassamento:

Dio ama racchiudere / il grande nel piccolo: /

l’universo nell’atomo / l’albero nel seme /

l’uomo nell’embrione / la farfalla nel bruco /

l’eternità nell’attimo / l’amore in un cuore / se stesso in noi.

(Letture: Geremia 31,31-34; Salmo 50; Ebrei 5,7-9; Giovanni 12,20-33)

Commento al Vangelo domenica 18 marzo 2018 – p.Ermes Ronchi

 

XVI DOMENICA

La zizzania  (Matteo 13,24-30)

 

di p. Ermes Ronchi

 

Questa per me è una parabola speciale, perché mi ha cambiato la vita e il volto di Dio. Era il 1965, a un corso di esercizi, guidato da p. Giovanni Vannucci.

Non avevo mai sentito parlare di Dio così. E da allora ho cercato di vedere tutte le cose come con gli occhi di Dio.

Vannucci diceva che la parabola, portata sul piano della persona, racconta che il nostro cuore è un pugno di terra, seminato di buon seme e assediato da erbacce. Che nella nostra zolla di terra crescono insieme grano e zizzania, ombre e luci, virtù e difetti e le loro radici sono spesso intrecciate.

Vuoi che andiamo a togliere la zizzania?” domandano i servi.

La risposta è perentoria: “No, perché rischiate di strappare il buon grano!”

Noi tutti abbiamo regolarmente una fretta violenta di fare giustizia, di mettere a posto le cose. In noi, ma soprattutto negli altri. Dio no! Attende il frutto buono.

La morale del Vangelo è quella delle mani piene di vita, la morale del frutto, della fecondità, di granai pieni, di spighe gonfie di vita.

L’uomo violento che è in me dice: strappa subito tutto ciò che è immaturo, sbagliato, cattivo, puerile. Il Signore dice: ‘Abbi pazienza, non agire con violenza, perché il tuo spirito è capace di grandi cose solo se ha grandi motivazioni positive, non se ha reazioni violente.

Non siamo sulla terra per essere perfetti, ma per essere incamminati! E non so di quanta esposizione al sole di Dio avrò bisogno per maturare

Come dobbiamo agire, allora, per adottare verso noi stessi lo stile di Dio? Mettiamoci sulla strada dove Dio agisce:

per vincere la notte, accende il suo mattino,

per far fiorire la steppa sterile, getta infiniti granelli di senape,

per far lievitare la massa immobile, mette un pizzico di lievito.

Questa è la attività solare, positiva, vitale che dobbiamo avere verso noi stessi.

Dobbiamo liberarci dai falsi esami di coscienza negativi, centrati sul male, a sfogliare la margherita: questo è peccato, questo è veniale, questo è più grave. La nostra coscienza chiara, illuminata e sincera deve scoprire prima di tutto ciò che di vitale, bello, buono, promettente, Dio ha seminato in noi. E farne memoria gioiosa e ringraziare e far sì che porti frutto.

La parabola racconta due modi di guardare.

I servi vedono soprattutto le erbacce; Il Padrone fissa il suo sguardo innanzitutto sul buon grano. Dobbiamo conquistare lo sguardo di Dio, verso noi stessi e verso gli altri.

Io guardo e cerco. Cerco, come fa Dio, spighe di buon grano. Le cerco in me e in ogni creatura. E nessuno ne è privo. Io non sono le mie debolezze ma le mie maturazioni.

Non sono creato a immagine del Nemico e della sua notte, ma a immagine del Creatore e del suo giorno. Nessuna persona coincide con la sua zizzania.

Allora il nostro lavoro religioso è portare a maturazione il buon seme, che Dio immette in noi con l’ostinazione fiduciosa del buon seminatore; il nostro lavoro religioso è aiutare gli altri a maturare spighe.

Portiamo avanti le forze positive e tutto il nostro essere maturerà nel sole, la zizzania scomparirà da sé, soffocata perché non troverà terreno.

Chi è il santo secondo il Vangelo? Il santo non è colui che non ha zizzania nel cuore, che non ha difetti, il perfetto, ma è colui che ricopre il male di bene, colui che mette in minoranza il male nel suo cuore. E’ colui che pecca sette volte al giorno, ma fa il bene settanta volte sette. E il male, che pure morde sulla carne viva di ciascuno, noi tutti possiamo ricoprirlo di bene, soffocarlo di bontà, di generosità, di coraggio, di canto, di luce.

Allora non preoccupiamoci prima di tutto delle erbacce, cioè delle fragilità, delle debolezze; ma preoccupiamoci delle erbe buone, dei talenti, di avere una venerazione profonda per le forze di bontà, di bellezza, di accoglienza, di tenerezza che Dio ci consegna.

Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro bellezza, in tutta la loro potenza, e vedremo le tenebre scomparire.

Dobbiamo amare il positivo che c’è nel mondo e in noi, amarlo con libero e forte cuore, e allora fiorirà la vita in tutte le sue forme.

E fare così perché così fa Dio.

Il centro delle nostre preoccupazioni spirituali e umane, perché reale e spirituale coincidono, sia allora non la mancanza, l’oscuro, l’erbaccia – di cui nessuno è completamente libero – ma sia il positivo, il luminoso, il buon grano.

Quando apri il vangelo che sapore senti? Un sapore di peccati, un’atmosfera di colpe, o non piuttosto di granai ricolmi e di pane che sazia?

Il Signore sogna in me una stagione di maturazioni; ha fiducia, perfino, nella canna incrinata, nello stoppino fumigante, nel campo del mio cuore dove attorcigliano le loro radici il bene e il male, qualche virtù e molti vizi. Dio avvia la primavera del cosmo, a noi spetta diventare l’estate profumata di messi.

E anche l’ultimo giudizio – perché la parabola non è una favola dove alla fine tutti vissero insieme felici e contenti per sempre, ma c’è una separazione, un giudizio – ebbene anche l’ultimo giudizio non sarà l’indagine sul male ma proprio sul bene compiuto,

sul buon grano giunto a maturazione dentro di te e attorno a te: “Avevo fame, freddo, sete, ero l’ultimo e tu mi hai consolato, hai asciugato una lacrima, mi hai dato un sorso di vita”.

Lo sguardo di Dio cercherà, anche nell’ultimo giorno, non il nostro punto debole ma i nostri punti forti. Il male non revoca il bene che tu fai, anzi, è il bene che revoca il male compiuto.

E questa deve essere anche la nostra gioiosa, positiva, solare attenzione quotidiana.

Davanti a Dio una spiga di buon grano conta più di tutta la zizzania del campo, il bene è più importante del male, la luce conta più del buio.

Conquistiamo lo sguardo di Dio, mettiamoci dalla sua parte: non ci è chiesto di giudicare la notte ma di accendere il mattino, o almeno, di essere testimoni della luce, testimoni che la luce sta sorgendo.

Questo è il messaggio: venera la vita che Dio ha posto in te, proteggila, e la zizzania avrà sempre meno terreno. Preoccupati del buon seme, ama i tuoi germi di vita, custodisci ogni germoglio, sii indulgente con tutte le creature. E sii indulgente anche con te stesso. Abbi fiducia nel bene e tutto il tuo essere fiorirà nella luce.

 

 

 

Preghiera

 

Ogni uomo è una zolla di terra

Capace di dare la vita ai tuoi germi divini, o Signore.

Ogni uomo è anche un pugno di terra

Pronto a ricevere il seme del Nemico e della notte.

E siamo così: campo dove crescono insieme buon grano e zizzania,

stesso spazio di bene e di male.

Non sono un santo, Signore,

ma tu vegli con infinita pazienza sui miei germogli

Tu indovini nei miei giorni sterili

un domani di bontà; tu vedi me oltre me ;

tu hai avviato la primavera e ora attendi la mia estate.

Tu sai che io non sono il mio peccato,

io non sono i miei giorni vuoti e sterili.

Io non sono le mie paure, ma le mie maturazioni.

Tu vedi, nel mio desiderio di vivere il Vangelo,

un seme incamminato, un albero nascente.

Dio della dolce speranza che il bene è più forte,

che il buon grano conta di più,

che l’uomo è più grande del suo peccato,

che la terra fiorirà di compiuta bellezza.

Dio della grande fiducia, Dio dell’infinita pazienza,

Mio Dio, impaziente solo di abbracciare questo pugno di terra

che io sono, perché possa dare vita ai tuoi germi divini!

Amen.

 

p. Ermes Ronchi

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Il seminatore, colui che avvia la primavera del mondo

XV Dom. T. O. – Anno A – luglio 2017

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti» (…).

 

Egli parlò loro di molte cose con parabole. Magia delle parabole: un linguaggio che contiene di più di quel che dice. Un racconto minimo, che funziona come un carburante: lo leggi e accende idee, suscita emozioni, avvia un viaggio tutto personale.
Gesù amava il lago, i campi di grano, le distese di spighe e di papaveri, i passeri in volo. Osservava la vita (le piccole cose non sono vuote, sono racconto di Dio) e nascevano parabole. Oggi Gesù osserva un seminatore e intuisce qualcosa di Dio.

Il seminatore uscì a seminare. Non ‘un’, ma ‘il’ seminatore, Colui che con il seminare si identifica, perché altro non fa che immettere nel cuore e nel cosmo germi di vita. Uno dei più bei nomi di Dio: non il mietitore che fa i conti con le nostre povere messi, ma il seminatore, il Dio degli inizi, che dà avvio, che è la primavera del mondo, fontana di vita.

Abbiamo tutti negli occhi l’immagine di un tempo antico: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne, profezia di pane e di fame saziata. Ma la parabola collima solo fin qui. Il seguito è spiazzante: il seminatore lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi. Non è distratto o maldestro, è invece uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque, pieno di fiducia nella forza del seme e in quel pugno di terra e rovi che sono io.
Che parla addirittura di un frutto uguale al cento per uno, cosa inesistente, irrealistica: nessun chicco di frumento si moltiplica per cento. Un’iperbole che dice la speranza altissima e amorosa di Dio in noi.

 

Tuttavia, per quanto il seme sia buono, se non trova acqua e sole, il germoglio morirà presto. Il problema è il terreno buono. Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio. Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei.
Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d’amore. Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza.

 

Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore. Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto. Che cosa vorrei produrre? Tristezza o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere?
Se noi avessimo occhi per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, allora anche noi comporremmo parabole, parleremmo di Dio e dell’uomo con parabole, con poesia e speranza, proprio come faceva Gesù.

(Letture: Isaia 55,10-11; Salmo 64; Romani 8,18-23; Matteo 13, 1-23)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-seminatore-colui-che-avvia-la-primavera-del-mondo

 

 

http://buff.ly/2tQMEw4

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

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I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron