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EPIFANIA 2019

a cura di p. Ermes Ronchi

Mt 2, 1-12

 

Strade nuove di fra Davide Montagna

Cercatore verace di Dio

è solo chi inciampa

su di una stella,

scambia incenso ed oro

con un ridente cuore

di bimbo

e, tentando strade nuove,

si smarrisce nel pulviscolo

magico del deserto…

 

INIZIO

Vedi Signore quanti volti belli e quante lacrime.

Qui davanti a te. A cercare il tuo abbraccio.

Sono occhi belli, quelli di ciascuno.

Impastati di luce ma anche di lacrime.

Ma quando le lacrime incontrano la luce nascono arcobaleni.

Tu sei la luce: illumina le nostre vite Signore

 

Omelia

Epifania. Festa dei lontani e dei cercatori di Dio. Perché Dio è sempre da scoprire. Se c’è una cosa che può offendere Dio, è quella di pensare di conoscerlo. Perché poi vuol dire che tu lo rimpicciolisci su tua misura, mentre Dio trascende, sempre altro e sempre oltre.

Festa di tutti i cercatori di Dio, e di tutti i cercatori dell’uomo. Perché è la stessa ricerca infinita. Anzi chi può dire perfino di conoscere se stesso? Io non so neanche che sentimenti avrò prima di sera.

E notiamo che non sono i re o i sommi sacerdoti o un eroe a manifestare Dio, ma l’ultimo di tutti gli uomini, l’ultimo arrivato: trovarono un bambino in braccio a sua madre e prostratisi lo adorarono. E dopo aver fatto il periplo di tutta la terra, dopo aver indagato gli universi, si fermano davanti a un bambino. La scoperta è lì. Una cosa enorme. Chi non ha il coraggio di inginocchiarsi lì, non trova né Dio, né l’uomo.

Il primo movimento della ricerca di Dio e dell’uomo lo indica Isaia: “Alza il capo e guarda”. Due verbi bellissimi: alzare il capo, guardare in alto e attorno, sollevare gli occhi, aprire le finestre di casa al grande respiro del mondo.

Alza il capo e guarda, cerca un pertugio, un angolo di cielo e poi da lassù interpreta la vita, ma a partire dall’alto, da obiettivi alti. A partire da una stella.

Il vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità; il viaggio dei Magi attraversa deserti e città, naufraghi sempre in questo infinito (scrive Turoldo) e quindi la ricerca non consiste tanto nel passare di libro in libro, ma di persona in persona: siamo noi la sua Epifania, ognuno un proprio momento di Dio, in ognuno è seminato un frammento di stella cometa.

Cercarlo: e non come scribi di Gerusalemme, ma come magi.

Gli scribi di Gerusalemme sapevano, “a Betlemme deve nascere”,

i sacerdoti sapevano tutto, ma non credevano.

Perché non bastano i libri, non basta la cultura, occorre diventare sapienti. Mia madre non aveva studiato teologia ma sapeva più di tanti teologi. Occorre la passione per Dio, il tormento.

Quanta gente ho conosciuto che aveva il tormento di Dio e magari non praticava… Continuava a cercare, e magari credeva più di noi praticanti.

Il terzo passo è il ritmo della carovana. La tradizione parla di tre re magi, ma il vangelo dice ‘alcuni magi’: una piccola comunità, un gruppo: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro. Fissando il cielo e fissando gli occhi di chi cammina a fianco, capaci di rallentare il passo sulla misura dell’altro, di porgere il braccio a chi sta facendo più fatica.

Il quarto passo è il più sorprendente. Il cammino dei magi è pieno di errori: perdono la stella, approdano nella grande città anziché nel piccolo villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma non si arrendono: hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma non è cadere, è arrendersi alle cadute.

E poi l’atto finale: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono i loro doni.

Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche.

Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui.

Dio ha sete della nostra sete.

Lì sta il nostro regalo più grande.

  1. Turoldo canta: Magi, voi siete i santi più nostri!

Nostri perché lontani ma incamminati;

nostri perché mostrano che si può arrivare a Lui per mille strade, non ce n’è una sola; che ognuno ha la sua strada, ce l’ha anche chi, come loro, non conosce e non legge la bibbia.

Sono i santi più nostri per quel loro misterioso strabismo: piedi per terra sì, ma occhi nel cielo; come loro si avanza davvero quando si decide di seguire non le paure, ma la speranza, un sogno; quando si decide di ascoltare Isaia: alza il capo e guarda!

Nostri i Magi perché la ricerca finisce in una casa, una delle nostre case. La stella si posa sulla nostra vita semplice, sul nostro quotidiano. Una stella, su ognuna delle nostre case, su ogni famiglia:

ed entrati videro il Bambino e sua Madre e lo adorarono.

E adorano un bambino. C’è qui una lezione misteriosa:

non adorano l’Uomo della Croce, non il Risorto glorioso,

non un uomo saggio dalle parole di luce,

non un giovane nel pieno del suo vigore,

semplicemente un bambino in braccio a sua madre.

È sulla terra la cosa più vicina a Dio: non solo Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi.

E di lui non puoi avere paura,

e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti.

Vediamo oggi cose all’opposto di queste: 26 paesi tra i più forti e ricchi del mondo, l’Europa, che non sono capaci di accogliere 49 migranti, con madri e bambini, da 15 giorni in mare…

Penso a come si possano capovolgere le parole di Erode ai Magi: Informatevi con cura del Bambino e quando lo avrete trovato fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo!

Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce. Erode è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo, quelle paure che in noi distruggono i sogni e le speranze.

Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a ciascuno di voi qui: hai trovato il Bambino?

Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, cerca nel Vangelo, nella stella e nella parola, cerca nelle persone e in fondo alla speranza;

cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi fammelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo.

E voi fratelli, dovreste dire e ripetere a noi preti:

informatevi sempre più accuratamente,

cercate di conoscere sempre meglio quel Bambino,

fatecelo sentire vivo e vero questo Dio piccolo fra noi,

fatecelo sentire vicino, così che anche noi lo possiamo sentire e vedere.

Aiutateci a trovarlo e verremo, con i nostri piccoli doni,

verremo con tutta la fierezza dell’amore,

con i nostri sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.

 

Preghiera

Oro incenso e mirra portano i Magi,

non fiori, giocattoli o dolciumi,

l’oro della nostra obbedienza,

l’incenso della nostra adorazione,

la mirra delle angosce, delle delusioni.

Il prezioso, il sublime e l’austero,

il nobile, il divino e il tragico,

in quel Bambino c’è tutto questo.

E io Signore, io che vengo da lontano,

io che ho percorso strade difficili e talvolta sbagliate

quale dono posso offrirti?

Il tesoro che ti dono è la mia vita, Signore,

e che sia semplice e dritta come un flauto

perché tu la possa riempire, riempire con la tua musica.

La mia vita, Signore, ti dono

e sia argilla tenera fra le tue mani

perché tu possa darle forma, la forma che vorrai.

La mia vita ti dono, Signore,

come un seme libero nel vento

perché tu possa seminarlo dove vorrai,

e possa fiorire per i fratelli e per te. Amen

 

Andiamo in pace e speranza, custodendo una stella in fondo al cuore.

Per tracciare lunghi e diritti i solchi della vita, legare il timone dell’aratro ad una stella.

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi
I potenti alzano barriere, Dio le supera
II Domenica di Avvento – Anno C

*Vangelo – Luca 3,1-6
1 Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène, 2 sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 3 Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, 4 com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
5 Ogni burrone sia riempito,
ogni monte e ogni colle sia abbassato;
i passi tortuosi siano diritti;
i luoghi impervi spianati.
6 Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Commento di padre Ermes Ronchi
Una pagina solenne, quasi maestosa dà avvio al racconto dell’attività pubblica di Gesù. Un lungo elenco di re e sacerdoti a tracciare la mappa del potere politico e religioso dell’epoca, e poi, improvvisamente, il dirottamento, la svolta. La Parola di Dio vola via dal tempio e dalle grandi capitali, dal sacerdozio e dalle stanze del potere, e raggiunge un giovane, figlio di sacerdoti e amico del deserto, del vento senza ostacoli, del silenzio vigile, dove ogni sussurro raggiunge il cuore. Giovanni, non ancora trent’anni, ha già imparato che le uniche parole vere sono quelle diventate carne e sangue. Che non si tirano fuori da una tasca, già pronte, ma dalle viscere, quelle che ti hanno fatto patire e gioire.
Ecco, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Non è l’annunciatore che porta l’annuncio, è l’annuncio che lo porta, lo incalza, lo sospinge: e percorreva tutta la regione del Giordano. La parola di Dio è sempre in volo in cerca di uomini e donne, semplici e veri, per creare inizi e processi nuovi. Raddrizzate, appianate, colmate… Quel giovane profeta un po’ selvatico dipinge un paesaggio aspro e difficile, che ha i tratti duri e violenti della storia: ogni violenza, ogni esclusione e ingiustizia sono un burrone da colmare. Ma è anche la nostra geografia interiore: una mappa di ferite mai guarite, di abbandoni patiti o inflitti, le paure, le solitudini, il disamore… C’è del lavoro da fare, un lavoro enorme: spianare e colmare, per diventare semplici e diritti. E se non sarò mai una superstrada, non importa, sarò un piccolo sentiero nel sole.
Vangelo che conforta: – anche se i potenti del mondo alzano barriere, cortine di bugie, muri ai confini, Dio trova la strada per raggiungere proprio me e posarmi la mano sulla spalla, la parola nel grembo, niente lo ferma; – chi conta davvero nella storia? Chi risiede in una reggia? Erode sarà ricordato solo perché ha tentato di uccidere quel bambino; Pilato perché l’ha condannato. Conta davvero chi si lascia abitare dal sogno di Dio, dalla sua parola.
L’ultima riga del Vangelo è bellissima: ogni uomo vedrà la salvezza. Ogni uomo? Sì, esattamente questo. Dio vuole che tutti siano salvi, e non si fermerà davanti a burroni o montagne, neppure davanti alla tortuosità del mio passato o ai cocci della mia vita. Una delle frasi più impressionanti del Concilio Vaticano Secondo afferma: «Ogni uomo che fa esperienza dell’amore, viene in contatto con il Mistero di Cristo in un modo che noi non conosciamo» (Gaudium et spes 22). Cristo raggiunge ogni uomo, tutti gli uomini, e l’amore è la sua strada. E nulla vi è di genuinamente umano che non raggiunga a sua volta il cuore di Dio.

(Letture: Baruc 5,1-9; Salmo 125; Filippesi 1,4-6.8-11; Luca 3,1-6 )
https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/i-potenti-alzano-barriere-dio-le-supera
http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/26879/commento-al-vangelo-9-dicembre-p-ermes-i-potenti-alzano-barriere-dio-le-supera/

 

 

Marco 1,14-20

III domenica

(p. Ermes Ronchi)

È il momento fresco, sorgivo del vangelo, che ci riporta le prime parole che Gesù pronuncia, i primi gesti che compie.

E in primo piano, emerge il suo coraggio: Giovanni è appena catturato e messo a tacere, e Gesù entra in scena, come in una staffetta di profeti, ora tocca a lui mostrare che la parola non è incatenata. E si espone, al re Erode e ai pescatori del lago, senza paura dei rischi, senza mimetizzarsi. Il profeta è colui che non si mimetizza.

Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio. La prima caratteristica dell’uomo Gesù, quella che da subito ha colpito gli evangelisti, è quella di un uomo che cammina, cammina sempre, camminerà tre anni, e mai da solo, incalzato da una forza che lo obbliga a partire, a lasciare casa, famiglia, clan, paese, luoghi: Gesù venne da Nazaret di Galilea al Giordano (Mc 1,9)…e subito lo Spirito lo sospinse nel deserto (Mc 1,12)…arrestato Giovanni Gesù andò nella Galilea (Mc 1,14).

Un Gesù che ha scelto come casa la strada. Un “senza fissa dimora”, si direbbe oggi. E non esiste nessun caso, in Israele, nessun racconto nella Bibbia, prima di lui, di un maestro itinerante, senza scuola e senza casa. Nessuno mai leggero e libero come lui.

E porterà i suoi discepoli alla scuola della strada. Perché la strada è luogo di incontri, è di tutti e non domanda lasciapassare a nessuno, ti apre all’imprevisto, perché non sai chi sarà il prossimo a venirti incontro, ma sai che l’infinito è all’angolo di ogni strada.

 

Ed ecco la seconda nota caratteristica: Gesù andò nella Galilea proclamando il vangelo di Dio. Proclamando che Dio è una bella notizia.

Non era ovvio per niente. Non tutta la bibbia è vangelo, non tutta è bella e gioiosa notizia, alle volte è minaccia e giudizio, spesso è comando e ingiunzione, ma la caratteristica nuova del rabbi delle strade è proprio la parola vangelo: felice, lieta, gioiosa notizia. Dio conforta la vita. E se non conforta la vita non è Dio quello che noi proclamiamo.

La bella notizia che inizia a correre per la Galilea è raccontata così: il regno di Dio è vicino, Dio è vicino a te, forte come il tuo eroe e tenero come il tuo innamorato.

Gesù è il racconto della tenerezza di Dio, non della onnipotenza di Dio, ma della sua tenerezza!

Infatti vedi che Gesù passa per le strade e dietro di lui resta una scia di pollini di primavera, uno strascico di guarigioni e di abbracci.

È il mondo come Dio lo sogna: i poveri come principi, la pace tra il lupo e l’agnello, cancellare il concetto stesso di nemico, l’amore come unica regola, il corpo guarito e il cuore ubriaco di gioia.

Passa Gesù e vedi che un altro mondo è possibile, e lui ne conosce il segreto, sembra possederne la chiave: comincia a liberare, guarisce, purifica, perdona, rialza. Toglie barriere alle donne, recupera gli scartati, ridona pienezza di possibilità ai poveri, ciechi oppressi lebbrosi. E toglie il peccato, che ha un nome solo: è il disamore. Gesù è il guaritore del disamore del mondo.

 

Il vangelo di Marco riporta poi la seconda parte dell’annuncio: convertitevi e credete nel vangelo.

La conversione è come fare una inversione a U, quando ti accorgi che hai sbagliato strada, che stai andando nel fosso, che la felicità è dall’altra parte. Non è allora una esigenza moralistica, non vuol dire: diventate “bravi ragazzi”. Dio non ama i bravi ragazzi, ama le persone sincere autentiche vere.

Vuol dire: Cambia strada e vieni con me: di qua si va in un posto molto bello; di qua il cielo è più vicino e più luminoso; e l’azzurro non è così azzurro da nessun’ altra parte; e il volto di Dio è solare e sorridente, e perfino gli uomini sono buoni, e mostreremo loro quanto sono belli. “Il vostro male fratelli è che non sapete quanto siete belli” (Dostoewski).

‘Convertitevi’ vuol dire ‘giratevi verso la luce perché la luce è già qui’, come fa un girasole che si rimette ad ogni alba sui sentieri del sole.

Convertiti non suona come un ordine, un comando da caserma che fa scattare sull’attenti e temere la punizione, è una offerta di sole, di solarità, l’offerta della migliore delle possibilità.

 

Poi viene la chiamata dei primi discepoli. Camminando lungo il mare di Galilea, Gesù vide… Gesù cammina e guarda. Cammina senza fretta e senza ansia, abita pienamente la vita. Cammina e vede Simone e in lui intuisce la Roccia. Vede Giovanni e in lui indovina il discepolo dalle più belle parole d’amore. Vede Giacomo è in loro non vede solo gli imprenditori di una piccola azienda di pesca, ma “i figli del tuono”. Un giorno guarderà l’adultera e in lei vedrà la donna capace di amare bene.

Il suo è uno sguardo creatore e poetico.

Vi faro diventare pescatori di uomini, una frase che non avevano mai sentita nelle Sacre Scritture, inedita e un po’ illogica.

I quattro sapevano pescare. Sapevano che pescare è la morte del pesce. Ma Gesù è amico della vita, profuma di vita. È come se dicesse: “vi farò pescatori di umano”. Tirerete fuori gli uomini da sotto quella superficie in cui la vita non è vita; tirerete fuori ogni persona il meglio, il fiore dell’umanità di ciascuno.

Vi farò pescatori di umanità, cercatori di tutto ciò che di più umano, bello, grande, luminoso ogni figlio di Dio porta nel cuore. Lo tirerete fuori dall’oscurità, come tesoro dissepolto dal campo, come neonato dalle acque materne, li porterete dalla vita sommersa alla vita nel sole.

 

Insegnerete a vivere meglio.

Ti sembra piccola cosa insegnare a vivere? è il massimo che c’è!

I discepoli, i quattro non sono pronti. Non sono preparati, non hanno fatto corsi, ritiri, non hanno studiato teologia o psicologia, in compenso hanno qualcosa: sentono il fascino di Gesù. Sentono che emana vita e si mettono alla sua scuola.

Di quel Rabbi così diverso, alternativo, quasi fuori dalle righe (“solo gente fuori dalle righe può soffiare via la coltre di cenere che copre la brace delle nostre vite”… Card Martini).

 

Il maestro guarda anche me, che non sono pronto; e si fa pescatore di umano: vede in me, nonostante i miei inverni, una primavera possibile,

una generosità che non sapevo di avere,

capacità che non conoscevo,

un’allegria profonda ma ancora muta.

Mi guarda con la fiducia di chi contempla le stelle

prima ancora che sorgano. E mi dice: seguimi.

Signore, sono il primo dei paurosi,

ma pronto a dire eccomi.

Sono l’ultimo dei coraggiosi,

ma pronto a dire, insegnami a vivere meglio.

Ti seguirò, Signore che apri sentieri e insegni respiri.

Perché sei pescatore di stelle,

anche nel cielo buio della mia vita.

 

 

 

Preghiera

Donami, Signore, un cuore libero e saldo,

leggero e possente come un germoglio di cielo.

Donami un cuore giovane, attento a tutto ciò che nasce,

che sta dalla tua parte per creare un mondo nuovo.

 

Aiutami ad amare questa storia barbara e magnifica

e tutti i miei fratelli esposti come me alla paura,

esposti al cuore stanco,

ma dalla tua forza buona

miracolosamente accolti.

 

Aiutami a fissare negli occhi le creature

e insieme a fissare gli abissi del cielo.

Ad essere generoso di sentimenti

ad abbondare nell’amore,

perché diventi saldo il cuore.

 

E alzi il capo a contemplare il passo di Dio,

il germoglio di giustizia che è già spuntato,

che ha preso il volto indimenticabile di Gesù,

il volto del più bello tra i figli dell’uomo.

Amen.

 

(p. ERMES RONCHI)

 

 

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Il Vangelo – Ermes Ronchi
Un agnello inerme, ma più forte di ogni Erode

II Domenica – Tempo ordinario – Anno A

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Giovanni vedendo Gesù venirgli incontro, dice: Ecco l’agnello di Dio. Un’immagine inattesa di Dio, una rivoluzione totale: non più il Dio che chiede sacrifici, ma Colui che sacrifica se stesso.
E sarà così per tutto il Vangelo: ed ecco un agnello invece di un leone; una chioccia (Lc 13,31-34) invece di un’aquila; un bambino come modello del Regno; una piccola gemma di fico, un pizzico di lievito, i due spiccioli di una vedova. Il Dio che a Natale non solo si è fatto come noi, ma piccolo tra noi.

Ecco l’agnello, che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore; ecco un Dio che non si impone, si propone, che non può, non vuole far paura a nessuno.
Eppure toglie il peccato del mondo. Il peccato, al singolare, non i mille gesti sbagliati con cui continuamente laceriamo il tessuto del mondo, ne sfilacciamo la bellezza. Ma il peccato profondo, la radice malata che inquina tutto. In una parola: il disamore. Che è indifferenza, violenza, menzogna, chiusure, fratture, vite spente… Gesù viene come il guaritore del disamore. E lo fa non con minacce e castighi, non da una posizione di forza con ingiunzioni e comandi, ma con quella che Francesco chiama «la rivoluzione della tenerezza». Una sfida a viso aperto alla violenza e alla sua logica.

Agnello che toglie il peccato: con il verbo al tempo presente; non al futuro, come una speranza; non al passato, come un evento finito e concluso, ma adesso: ecco colui che continuamente, instancabilmente, ineluttabilmente toglie via, se solo lo accogli in te, tutte le ombre che invecchiano il cuore e fanno soffrire te e gli altri.

La salvezza è dilatazione della vita, il peccato è, all’opposto, atrofia del vivere, rimpicciolimento dell’esistenza. E non c’è più posto per nessuno nel cuore, né per i fratelli né per Dio, non per i poveri, non per i sogni di cieli nuovi e terra nuova.

Come guarigione, Gesù racconterà la parabola del Buon Samaritano, concludendola con parole di luce: fai questo e avrai la vita. Vuoi vivere davvero, una vita più vera e bella? Produci amore. Immettilo nel mondo, fallo scorrere… E diventerai anche tu guaritore della vita. Lo diventerai seguendo l’agnello (Ap 14,4). Seguirlo vuol dire amare ciò che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, rifiutare ciò che lui rifiutava, e toccare quelli che lui toccava, e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza. Essere solari e fiduciosi nella vita, negli uomini e in Dio. Perché la strada dell’agnello è la strada della felicità.

Ecco vi mando come agnelli… vi mando a togliere, con mitezza, il male: braccia aperte donate da Dio al mondo, braccia di un Dio agnello, inerme eppure più forte di ogni Erode.

(Letture: Isaia 49,3.5-6; Salmo 39; 1 Corinzi 1,1-3; Giovanni 1,29-34)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/un-agnello-inerme-ma-piu-forte-di-ogni-erode

https://www.avvenire.it/rubriche/il-vangelo

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

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I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron