Sito creato da un privato (persona fisica) a solo scopo amatoriale, con esclusione di attività professionale e senza scopo di lucro.
Il sito è stato affidato a Maria e benedetto dal parroco.

scrivimi

MONDOCREA: finalità (10.000 visite giornaliere circa)


Per chi desiderasse iscriversi al mio canale YouTube (piaipier):
http://www.youtube.com/user/piaipier

di p. Ermes Ronchi

 

II domenica B

I personaggi del racconto: un Giovanni dagli occhi penetranti; due discepoli meravigliosi, che non se ne stanno comodi e appagati, all’ombra del più grande profeta del tempo, ma si incamminano per sentieri sconosciuti, dietro a un giovane rabbi di cui ignorano tutto, salvo un’immagine folgorante: ecco l’agnello di Dio!

Un racconto che profuma di libertà e di coraggio, dove sono incastonate le prime parole di Gesù: che cosa cercate? Così lungo il fiume; così, tre anni dopo, nel giardino: donna, chi cerchi? Sempre lo stesso verbo, quello che ci definisce: noi siamo cercatori d’oro nati dal soffio dello Spirito (G. Vannucci).

Cosa cercate? Il Maestro inizia ponendosi in ascolto, non vuole né imporsi né indottrinare, saranno i due ragazzi a dettare l’agenda. La domanda è come un amo da pesca calato in loro (la forma del punto di domanda ricorda quella di un amo rovesciato), che scende nell’intimo ad agganciare, a tirare alla luce cose nascoste.

Gesù con questa domanda pone le sue mani sante nel tessuto profondo e vivo della persona, che è il desiderio: cosa desiderate davvero? qual è il vostro desiderio più forte? Parole che sono “come una mano che prende le viscere e ti fa partorire” (A. Merini):

Gesù, maestro del desiderio, esegeta e interprete del cuore, domanda a ciascuno: quale fame fa viva la tua vita? dietro quale sogno cammini? E non chiede rinunce o sacrifici, non di immolarsi sull’altare del dovere, ma di rientrare in sé, ritornare al cuore (reditus ad cor, dei maestri spirituali), guardare a ciò che accade nello spazio vitale, custodire ciò che si muove e germoglia nell’intimo. Chiede a ciascuno, sono parole di san  Bernardo,: “accosta le labbra alla sorgente del cuore e bevi”.

Rabbì, dove dimori? Venite e vedrete. Il maestro ci mostra che l’annuncio cristiano, prima che di parole, è fatto di sguardi, testimonianze, esperienze, incontri, vicinanza. In una parola, vita. Ed è quello che Gesù è venuto a portare, non teorie ma vita in pienezza (Gv 10,10).

E vanno con lui: la conversione è lasciare la sicurezza di ieri per il futuro aperto di Gesù; passare da Dio come dovere a Dio come desiderio e stupore.

Milioni di persone vorrebbero, sognano di poter passare il resto della vita in pigiama, sul divano di casa. Forse questo il peggio che ci possa capitare: sentirci arrivati, restare immobili. All’opposto i due discepoli, quelli dei primi passi cristiani, sono stati formati, allenati, addestrati dal Battista, il profeta roccioso e selvatico, a non fermarsi, ad andare e ancora andare, a muovere in cerca dell’esodo di Dio, ancora più in là. Come loro, “felice l’uomo, beata la donna che ha sentieri nel cuore” (Salmo 83,6).

d attendere qualcuno. Si mettono in cammino per intercettare l’esodo di Dio.

Sognano un Dio delle strade e un libero orizzonte.

ricerche. E Gesù con loro, e si impegna a salvare la grandezza dei desideri a non lasciarli rimpicciolire sul piccolo, atrofizzare sul passato.

Come se dicesse loro: prima venite voi e ciò che vi pesa sul cuore, dopo vengo io.

Gesù per i primi passi dietro a lui non chiede il coraggio delle rinunce, lo sforzo dell’ascesi, ma la spinta di una passione, di un desiderio e per farli emergere chiede il ritorno al cuore, alla verità profonda, a ciò che accade dentro e si muove nell’intimo, nello spazio vitale della persona.

L’uomo guarda le apparenze, il Signore guarda il cuore. Tutti hanno un cuore, punto di partenza è sempre la tua vita, non una dottrina astratta;

E’ un vangelo che mi dice che la vita non è mai ferma, mai un vicolo chiuso, ma che è piena di sorprese, di rinnovamenti che arrivano all’improvviso, se solo mi apro a ciò che mi viene incontro.

Comincia con una semplice scena: un piccolo gruppo di uomini, di credenti, con il loro grande maestro Giovanni; ed ecco passa Gesù e il maestro fissa gli occhi su di lui, intuisce il suo mistero, il tesoro che porta e non se lo fa scappare.

Grande esempio questo maestro dagli occhi acuti, e dal cuore aperto per tutti noi: non lasciamoci passare vicino il mistero, il nuovo, il bene che ci passa accanto e viene sotto forma di persone, di donne e uomini.

Giovanni non bada a stereotipi. Voglio essere come lui, non lasciarmi scappare Dio che viene da me e mi sorprende perché mi aspettavo un re e invece è un marocchino che mi bussa alla porta, mi aspettavo un giudice e invece è un vecchio dagli occhi limpidi, un bambino che mi intenerisce con un sorriso o una badante di un paese lontano che mi racconta la sua storia di tenacia, amore e sofferenza.

Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo. L’agnello dell’esodo; l’agnello di Isaia che prende su di sé il male e il dolore del mondo;

il peccato del mondo non è la cattiveria: l’uomo è fragile, ma non è cattivo; l’uomo si inganna facilmente, si sbaglia di brutto, ma non ama il male; ricerca a modo suo vita e felicità.

  Perfino Caino cercava il favore di Dio; i peccatori sono degli ingannati. Questo è il dramma. Alle strade che il vangelo propone ne preferiamo altre che crediamo più plausibili, più intelligenti, o più felici.

Togliere il peccato del mondo è togliere il disamore, far cambiare strada alle relazioni umane, al proprio cuore, a tutto quel  deficit d’amore che fa povera  la vita.

Venuto a togliere paure pesi tristezze, ciò che strozza la vita e le impedisce di volare… Uno che libera e guarisce, non solo un buono.

Gesù allora si voltò e disse loro: che cosa cercate? sono le prime parole che pronuncia nel vangelo di Giovanni.

Le prime parole rivelano che Gesù il Maestro dell’esistenza non vuole imporsi, non gli interessa stupire o abbagliare tantomeno indottrinare, ma la sua passione è farsi vicino, porsi a fianco, rallentare il passo per farsi compagno di strada di ogni cuore che cerca.

Cosa cercate? Chi cerchi? Due domande, con un unico verbo, dove troviamo la definizione dell’uomo. Noi siamo dei cercatori, cercatori d’oro, con un punto di domanda piantato nel cuore. In principio Dio creò il punto di domanda e lo depose nel cuore dell’uomo e della donna.

Gesù ci educa alla fede attraverso domande. Scrive Rilke in un’opera famosa: Lettera a un giovane poeta: Prima di correre a cercare risposte, bisogna vivere bene le domande. Vivere le domande perché aprono la mente, le attese, la ricerca.

Che cosa cercate? Gesù fa capire:

Gesù, maestro del desiderio, rivolgendo quella domanda a noi, ripete la beatitudine dimenticata: Beati gli insoddisfatti perché saranno cercatori di tesori. Beati voi che avete fame e sete, perché diventerete mercanti della perla preziosa.

Gesù non chiede sacrifici, sforzi, impegni e rinunce. Prima di tutto ti chiede di partire in pellegrinaggio verso il luogo del cuore, di comprenderlo, di decifrare la radice da cui nascono le tue azioni, generate da bisogni e desideri, da paure, da amori e disamori. Trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno! (Giovanni Crisostomo)

Ogni vita spirituale, ogni vangelo personale inizia con questa discesa. Sant’Agostino l’ha detto: “Io ti cercavo fuori di me e tu invece eri dentro di me!”. Dentro di me, là dove nascono i sogni scoprirò qualcuno che mi attende e con Lui evangelizzerò quegli oceani interiori che ci generano e al tempo stesso ci minacciano.

La prima lettura dice che a quei tempi era rara la parola di Dio. Anzi stava spegnendosi anche la lampada del santissimo, la lampada del tempio. Era notte, grande notte, e il sommo pontefice dormiva, queste coscienze addormentate, questa chiesa che dorme…, e c’era questo fanciullo, il piccolo Samuele.

E a chi parla Dio? Non al sommo sacerdote, ma al bambino. Che crede di essere chiamato dal vecchio sacerdote Eli e corre da lui. Per tre volte. Finché l’anziano comincia a interrogarsi, a sospettare, e dice: torna a dormire e se ti sentirai ancora chiamato dì così: parla Signore che il tuo servo ti ascolta.

Tanti pensieri che nascono. E il primo è che la parola di Dio era rara, ma Dio interviene. Chissà oggi come interviene, chissà con chi e come parla e a chi parla. E il prete dorme! E bambini ascoltano. Notate: per tre volte. E alla fine, pur capendo di essere davanti a qualcosa di grande, non dice: figlio mio, almeno ti faccio compagnia, ti sto vicino. No. Dice: torna a dormire, che dormo anch’io…

Noi, invece, siamo come il piccolo Samuele: stava nel tempio, ma ancora non aveva trovato il Signore. E quando lo trova? Lo trova proprio quando non corre più, quando smette di correre e si prende del tempo per ascoltare.

Come i due discepoli di Giovanni: e si fermarono con lui fino a sera.

Donami signore un cuore che ascolta: il vangelo e il grido dei poveri, angeli e parabole e anche bambini ai quali come al piccolo Samuele Dio parla sempre. Donaci un cuore che ascolta le tre cose che contano: il desiderio del cuore, le domande di Dio, il grido di Abele.

 

 

 

Dice il salmo che Dio fa piovere sui giusti e gli ingiusti. Dio ama tutti e va sempre alla ricerca della pecorella smarrita. Egli attende pazientemente la loro conversione perché il suo sguardo va “oltre”: nelle sue creature vede anche quello che possono diventare nella bontà che riescono ad acquisire. “Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli.  Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». (Mt.9,9-12)”

Gesù Cristo, poi, ci ha esortato ad amare anche il nemico (e noi possiamo cominciare a farlo anche pregando). Sulla croce Gesù disse: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

E per noi cristiani perdonare il nemico è una delle cose più dure da attuare, ma è quello che ci rende più simili a Dio.

 

Se volete essere aggiornati sui nuovi video che realizzo (più di 2800) iscrivetevi al mio canale youtube “UNIVERSO INTERIORE piaipier”: http://www.youtube.com/user/piaipier

Chi desidera può diventare membro della confraternita “COMUNIONE DEI SANTI” (può così ricevere e dare solidarietà nella preghiera tra i membri). Basta iscriversi al canale “UNIVERSO INTERIORE piaipier”:

 

 

Ci sono molti che sostengono che per per mettersi in contatto col divino non servono la Chiesa ed i preti.

Dio si è fatto “uomo” in Gesù Cristo. Proprio un uomo “in carne ed ossa” ed anima.

Tramite l’uomo-Dio Gesù, Dio si è rivelato a noi, (chi vede me vede il Padre) perché Cristo è mediatore tra l’uomo e Dio.

Gesù ha istituito l’Eucaristia (suo vero corpo-sangue-anima e divinità), il sacramento della Confessione ed ha inviato i suoi discepoli a battezzare in tutto il mondo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Se Dio ha voluto così chi siamo noi per giudicare vana l’intermediazione di Gesù Cristo che agisce tramite i suoi ministri fino alla fine dei tempi?

 

 

 

Se volete essere aggiornati sui nuovi video che realizzo (più di 2800) iscrivetevi al mio canale youtube “UNIVERSO INTERIORE piaipier”: http://www.youtube.com/user/piaipier

Chi desidera può diventare membro della confraternita “COMUNIONE DEI SANTI” (può così ricevere e dare solidarietà nella preghiera tra i membri). Basta iscriversi al canale “UNIVERSO INTERIORE piaipier”:

 Emmaus III di Pasqua

 

Gesù si avvicinò e camminava con loro. Dio si avvicina sempre, viandante dei secoli e dei giorni, e muove tutta la storia.

Cammina con noi, non per correggere il nostro passo o dettare il ritmo. Non comanda nessun passo, prende il nostro. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento.

Gesù raggiunge i due viandanti, li guarda li vede tristi, rallenta: Che cosa sono questi discorsi?

Ed essi gli raccontano la sua storia: una illusione naufragata nel sangue sulla collina. Lo hanno seguito, lo hanno amato: noi speravamo fosse lui… Unica volta che nei vangeli ricorre il termine speranza, ma solo come rimpianto e nostalgia, mentre essa è “il presente del futuro” (s. Tommaso); come rammarico per le attese di potere tramontate. Per questo “non possono riconoscere” quel Gesù che aveva capovolto al sole e all’aria le radici stesse del potere.

Ed è, come agli inizi in Galilea, tutto un parlare, confrontarsi, insegnare, imparare, discutere, lungo ore di strada.

Giunti a Emmaus Gesù mostra di voler “andare più lontano”. Come un senza fissa dimora, un Dio migratore per spazi liberi e aperti che appartengono a tutti.

Allora nascono parole che sono diventate canto, una delle nostre preghiere più belle: resta con noi, perché si fa sera. Hanno fame di parola, di compagnia, di casa. Lo invitano a restare, in una maniera così delicata che par quasi siano loro a chiedere ospitalità.
Poi la casa, non è detto niente di essa, perché possa essere la casa di tutti. Dio non sta dappertutto, sta nella casa dove lo si lascia entrare.

Resta. E il viandante si ferma, era a suo agio sulla strada, dove tutti sono più liberi; è a suo agio nella casa, dove tutti sono più veri.

Il racconto ora si raccoglie attorno al profumo del pane e alla tavola, fatta per radunare tanti attorno a sé, per essere circondata da ogni lato di commensali, per collegarli tra loro: gli sguardi si cercano, si incrociano, si fondono, ci si nutre gli uni degli altri.

Lo riconobbero allo spezzare il pane. Lo riconobbero non perché fosse un gesto esclusivo e inconfondibile di Gesù – ogni padre spezzava il pane ai propri figli – chissà quante volte l’avevano fatto anche loro, magari in quella stessa stanza, ogni volta che la sera scendeva su Emmaus. Ma tre giorni prima, il giovedì sera, Gesù aveva fatto una cosa inaudita, si era dato un corpo di pane: prendete e mangiate, questo è il mio corpo.

Lo riconobbero perché spezzare, rompere e consegnarsi contiene il segreto del vangelo: Dio è pane che si consegna alla fame dell’uomo. Si dona, nutre e scompare: prendete, è per voi! Il miracolo grande: non siamo noi ad esistere per Dio, è Dio che vive per noi.

 

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 13,31-33a.34-35

 

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.

Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

 

Parola del Signore

 

Se volete essere aggiornati sui nuovi video che realizzo (più di 2800) iscrivetevi al mio canale youtube
“UNIVERSO INTERIORE piaipier”:
http://www.youtube.com/user/piaipier

a cura di https://www.mondocrea.it

 

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,60-69)

 

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».

Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».

Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?».

Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

 

 

Se volete essere aggiornati sui nuovi video che realizzo (più di 2800) iscrivetevi al mio canale youtube
“UNIVERSO INTERIORE piaipier”:
http://www.youtube.com/user/piaipier

a cura di https://www.mondocrea.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Chi sono io per te? Gesù non cerca parole ma persone

XXIV Domenica – Tempo ordinario – Anno B

Vangelo – Marco 8, 27-35

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (….).

Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. Silenzio, solitudine, preghiera: è un momento carico della più grande intimità per questo piccolo gruppo di uomini. E i discepoli erano con lui… Intimità tra loro e con Dio. È una di quelle ore speciali in cui l’amore si fa come tangibile, lo senti sopra, sotto, intorno a te, come un manto luminoso; momenti in cui ti senti «docile fibra dell’universo» (Ungaretti).

In quest’ora importante, Gesù pone una domanda decisiva, qualcosa da cui poi dipenderà tutto: fede, scelte, vita… ma voi, chi dite che io sia? Gesù usa il metodo delle domande per far crescere i suoi amici. Le sue domande sono scintille che accendono qualcosa, che mettono in moto cammini e crescite. Gesù vuole i suoi poeti e pensatori della vita. «La differenza profonda tra gli uomini non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti» (Carlo Maria Martini)

La domanda inizia con un “ma”, ma voi, una avversativa, quasi in opposizione a ciò che dice la gente. Non accontentatevi di una fede “per sentito dire”, per tradizione. Ma voi, voi con le barche abbandonate, voi che avete camminato con me per tre anni, voi miei amici, che ho scelto a uno a uno, chi sono io per voi? E lo chiede lì, dentro il grembo caldo dell’amicizia, sotto la cupola d’oro della preghiera.

Una domanda che è il cuore pulsante della fede: chi sono io per te?
Non cerca parole, Gesù, cerca persone; non definizioni di sé ma coinvolgimenti con sé: che cosa ti è successo quando mi hai incontrato? Assomiglia alle domande che si fanno gli innamorati: – quanto posto ho nella tua vita, quanto conto per te?
E l’altro risponde: tu sei la mia vita. Sei la mia donna, il mio uomo, il mio amore.

Gesù non ha bisogno della opinione di Pietro per avere informazioni, per sapere se è più bravo dei profeti di prima, ma per sapere se Pietro è innamorato, se gli ha aperto il cuore. Cristo è vivo, solo se è vivo dentro di noi. Il nostro cuore può essere la culla o la tomba di Dio. Può fare grande o piccolo l’Immenso. Perché l’Infinito è grande o piccolo nella misura in cui tu gli fai spazio in te, gli dai tempo e cuore. Cristo non è ciò che dico di Lui ma ciò che vivo di Lui. Cristo non è le mie parole, ma ciò che di Lui arde in me. La verità è ciò che arde (Ch. Bobin). Mani e parole e cuore che ardono.

In ogni caso, la risposta a quella domanda di Gesù deve contenere, almeno implicitamente, l’aggettivo possessivo “mio”, come Tommaso a Pasqua: Mio Signore e mio Dio. Un “mio” che non indichi possesso, ma passione; non appropriazione ma appartenenza: mio Signore.
Mio, come lo è il respiro e, senza, non vivrei. Mio, come lo è il cuore e, senza, non sarei.

(Letture: Isaia 50,5-9; Salmo 114; Giacomo 2,14-18; Marco 8, 27-35)

Commento al vangelo domenica 16 settembre – P.Ermes – Chi sono io per te? Gesù non cerca parole ma persone

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/chi-sono-io-per-te-gesu-non-cerca-parole-ma-persone

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Lo scandalo di vedere Dio come uno di noi

XIV Domenica – Tempo ordinario – Anno B – 2018

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando. (Marco 6,1-6)

Commento a cura di Ermes Ronchi

Gesù andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono.
Missione che sembra un fallimento e invece si trasforma in una felice disseminazione: «percorreva i villaggi insegnando».

A Nazaret non è creduto e, annota il Vangelo, «non vi poté operare nessun prodigio»; ma subito si corregge: «solo impose le mani a pochi malati e li guarì». Il rifiutato non si arrende, si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo. L’amante respinto non si deprime, continua ad amare, anche pochi, anche uno solo. L’amore non è stanco: è solo stupito («e si meravigliava della loro incredulità»). Così è il nostro Dio: non nutre mai rancori, lui profuma di vita.

Dapprima la gente rimaneva ad ascoltare Gesù stupita. Come mai lo stupore si muta così rapidamente in scandalo? Probabilmente perché l’insegnamento di Gesù è totalmente nuovo. Gesù è l’inedito di Dio, l’inedito dell’uomo; è venuto a portare un «insegnamento nuovo» (Mc 1,27), a mettere la persona prima della legge, a capovolgere la logica del sacrificio, sacrificando se stesso. E chi è omologato alla vecchia religione non si riconosce nel profeta perché non si riconosce in quel Dio che viene annunciato, un Dio che fa grazia ad ogni figlio, sparge misericordia senza condizioni, fa nuove tutte le cose. La gente di casa, del villaggio, della patria (v.4) fanno proprio come noi, che amiamo andare in cerca di conferme a ciò che già pensiamo, ci nutriamo di ripetizioni e ridondanze, incapaci di pensare in altra luce.

E poi Gesù non parla come uno dei maestri d’Israele, con il loro linguaggio alto, “religioso”, ma adopera parole di casa, di terra, di orto, di lago, quelle di tutti i giorni. Racconta parabole laiche, che tutti possono capire, dove un germoglio, un grano di senape, un fico a primavera diventano personaggi di una rivelazione.

E allora dove è il sublime? Dove la grandezza e la gloria dell’Altissimo? Scandalizza l’umanità di Dio, la sua prossimità. Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo: che Dio si incarna, entra dentro l’ordinarietà di ogni vita, abbraccia l’imperfezione del mondo, che per noi non è sempre comprensibile, ma per Dio sempre abbracciabile.

Nessun profeta è bene accolto nella sua casa. Perché non è facile accettare che un falegname qualunque, un operaio senza studi e senza cultura, pretenda di parlare da profeta, con una profezia laica, quotidiana, che si muove per botteghe e villaggi, fuori dal magistero ufficiale, che circola attraverso canali nuovi e impropri. Ma è proprio questa l’incarnazione perenne di uno Spirito che, come un vento carico di pollini di primavera, non sai da dove viene e dove va, ma riempie le vecchie forme e passa oltre.

(Letture: Ezechiele 2,2-5; Salmo 122; 2 Corinzi 12,7-10; Marco 6,1-6)

 

 

Domenica XIV Marco 6,1-6

 

Dio prende da parte il suo profeta Ezechiele e gli parla duro: tu vai, lo so che sono un popolo dal cuore duro, ma tu profetizza, ascoltino o non ascoltino…

Introduzione forte e diretta al vangelo del ritorno di Gesù a Nazaret, un villaggio di 3/400 abitanti, dove si conoscono tutti, per nome e per parentela, dove tutti sanno tutto di tutti. O almeno credono!

E i suoi paesani prima stupiti, poi spazientiti: ma che cos’è sta sapienza? E questi prodigi, in quelle mani da carpentiere?

Poche pagine prima questi stessi fratelli, Joses, Giuda, Simone, Giacomo erano scesi a Cafarnao per prenderselo questo cugino strano, e riportarlo a casa perché dicevano: è andato, è fuori di testa. Dà scandalo, dobbiamo proteggerlo anche da se stesso.

E adesso tutta la sua patria si scandalizzava di lui. E gli dicono chiaramente: ma chi credi di essere? Tu – sei – il – falegname. Punto.

 

Gesù è il falegname, è vero, ma è più che questo.

cresce nella bottega di un artigiano, le sue mani diventano forti a forza di stringere manici, il suo naso fiuta le colle, la resina, il sudore di chi lavora, sa riconoscere dall’odore il tipo di legno. Ma è più che questo.

Cos’ha di meglio di noi quest’uomo, che se n’è andato dal paese, che vive per le strade, come un senza fissa dimora?

E i suoi discepoli, questi ragazzi di fuori, pratici solo di barche, cos’hanno di più di Joses, Giacomo, Giuda e Simone? Non erano meglio i giovani del paese?

Non è il falegname? Sì, ma non solo.

E vale per tutti, per tutti noi. Ogni uomo e ogni donna è più che la sua attività. Se non sono di più di quello che faccio c’è qualcosa che non quadra.

Che siamo di più, che ognuno è oltre, lo capisci semplicemente se guardi di una persona com’è il suo rapporto con le cose e con la gente: se dà vita o se ne toglie, se aggiunge gioia oppure no, se vive un rapporto luminoso, rasserenante, libero.

E vale per tutti: siamo tutti di più, c’è in tutti noi qualcosa di più grande: da dove gli viene questa sapienza? siamo tutti sapienti di una sapienza del vivere di cui non facciamo uso, che non facciamo circolare.

Siamo tutti principi, cui è affidata una porzione di mondo e di umanità da custodire, proteggere, far fiorire. In virtù del battesimo.

Siamo tutti sacerdoti, un ponte per Dio, scovatori del sacro che è dappertutto, che è in tutte le cose.

Nessun profeta è accolto in casa sua. Ma siamo tutti profeti, abbiamo una sillaba della parola di Dio, del progetto di Dio, della logica di Dio dentro di noi. Un cromosoma almeno della sua coscienza alta.

 

Loro scandalizzati, Gesù meravigliato.

Scandalizzati perché rifiutano che Gesù sia di più di ciò che pensano.

Gesù meravigliato del fatto che non sappiano, che noi non ci rendiamo conto che siamo molto più che falegnami, o casalinghe, o impiegati, o preti; che siamo una sorpresa, a noi stessi prima di tutti.

Si meraviglia che non viviamo da principi, da sacerdoti, che la nostra vita non sia piena di luce, che non viviamo della sua vita che è venuto a portare… Che siamo così bravi a banalizzare tutto.

 

Gesù è l’inedito di Dio; è l’inedito dell’uomo. e noi ci nutriamo di ripetitività

E chi è omologato alla vecchia religione non si riconosce in GESù perché non si riconosce in quel Dio che viene annunciato, un Dio che fa grazia ad ogni figlio, sparge misericordia senza condizioni, fa nuove tutte le cose, che mette la persona prima della legge, capovolge la logica del sacrificio, sacrificando se stesso.

Perché preferiamo nutrici delle solite cose, ci nutriamo tutti di ripetitività e di ridondanze. Andiamo in cerca solo di persone, di letture e discorsi che ci confermino nelle nostre opinioni. Incapaci di pensare in altra luce.

 

Come si fa a non essere come quelli di Nazaret, ad essere aperti al nuovo? Un amico mi diceva con una battuta: Gesù va a predicare nella sua città, tra la sua gente. È come se oggi fosse andato a predicare ai preti. Non lo avrebbero ascoltato. Sono impermeabili al nuovo.

Difficilissimo convertire i buoni (A. Maggi), quelli che si credono a posto. La sottomissione – acritica – all’insegnamento ricevuto rende davvero refrattari al nuovo. Difficile anche accettare che la profezia circoli nel mondo, nella chiesa attraverso canali impropri. Fuori dall’istituzione.

Che un profeta sia un uomo consacrato, carismatico, ce lo aspettiamo.

Ma che la profezia sia nel quotidiano, nella bottega del falegname, in uno che non ha cultura e titoli, con i calli alle mani, questo ci pare impossibile. E poi Gesù non parla come uno dei maestri d’Israele, con il loro linguaggio alto, ‘religioso’, ma adopera parole di casa, di terra, di orto, di lago, quelle di tutti i giorni.

Racconta parabole laiche, che tutti possono capire, dove un germoglio, un grano di senape, un fico a primavera diventano personaggi di una rivelazione.

E allora dove è il sublime? Dove la Grandezza e la Gloria dell’Altissimo? Scandalizza l’umanità di Dio, la sua vicinanza. Eppure è proprio questa la buona notizia del vangelo: che Dio si incarna, entra dentro l’ordinarietà di ogni vita, abbraccia l’imperfezione del mondo, che per noi non è sempre comprensibile, ma per Dio sempre abbracciabile.

 

La risposta di Gesù al rifiuto dei compaesani non è recriminazione né condanna, nessun successo lo esalta e nessuna sconfitta lo deprime: Andiamo per altri villaggi, il mondo è pieno di cuori aperti.

La sua risposta appare alla fine del brano quando Marco dice: “Non vi poté operare nessun prodigio”

Ma subito si corregge: “Solo impose le mani a pochi malati e li guarì”. Ecco la risposta. Il Dio rifiutato si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo.

L’innamorato respinto continua ad amare anche pochi, anche uno solo. L’amore non è stanco: è solo meravigliato. Stupore doloroso. Il nostro Dio non nutre rancori, continuerà sempre a inviare segnali di vita.

Per lui non sempre siamo comprensibili, ma sempre abbracciabili.

 

Nessun profeta è bene accolto nella sua casa. Perché non è facile accettare che un falegname qualunque, un operaio senza studi e senza cultura, pretenda di parlare da profeta, con una profezia laica, quotidiana, che si muove per botteghe e villaggi, fuori dal magistero ufficiale, che circola attraverso canali nuovi e impropri. Ma è proprio questa l’incarnazione perenne di uno Spirito che, come un Vento carico di pollini di primavera, non sai da dove viene e dove va, ma riempie le vecchie forme e passa oltre.

 

Alla comunione. Parole che hanno girato sui social e che sento profetiche

 

Se fosse tuo figlio

Riempiresti il mare di navi

Di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme a milioni

Facessero ponte per farlo passare.

Premuroso

non lo lasceresti mai da solo.

Faresti ombra

per non far bruciare i suoi occhi.

Lo copriresti per non farlo bagnare

Dagli schizzi d’acqua salata.

 

Se fosse tuo figlio

ti getteresti in mare,

urleresti per chiedere aiuto

busseresti alle porte dei governi

per rivendicarne la vita.

 

Se fosse tuo figlio

oggi saresti a lutto

Odieresti il mondo odieresti i porti

Pieni di navi attraccate

Odieresti chi le tiene ferme e lontane…

 

Se fosse tuo figlio

li chiameresti disumani e vigliacchi.

Dovrebbero fermarti

Tenerti bloccarti legarti

Vorresti spaccargli il muso…

 

Ma stai tranquillo

Non è tuo figlio,

non è tuo figlio.

Puoi dormire tranquillo

E sicuro. Nella tua casa tiepida.

Non è tuo figlio.

È solo un figlio

dell’umanità perduta

Dell’umanità sporca

che non fa rumore.

 

Non è tuo figlio.

Dormi tranquillo, certamente non è il tuo.

È un figlio di Dio.

(Sergio Guttilla)

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Il suo sangue nelle nostre vene. Così l’eucarestia ci trasforma

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Anno B

Vangelo – Marco 14,12-16.22-26

Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Prendete, questo è il mio corpo. Il verbo è preciso e nitido come un ordine: prendete. Stringente e senza alibi. Gesù non chiede agli Apostoli di adorare, contemplare, venerare quel Pane, dice molto di più: io voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nell’intimo tuo come sangue, farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita. Vi prego, prendete e dentro risuona tutto il bisogno di Dio di realizzare con noi una comunione senza ostacoli, senza paure, senza secondi fini. «Stringiti in me, stringimi in te» (G. Testori): il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola.

Lo esprime con una celebre formula Leone Magno: partecipare al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo. Che possiamo tutti diventare ciò che riceviamo: anche noi corpo di Cristo. E allora capiamo che Dio non è venuto nel mondo con il semplice obiettivo di perdonare i nostri peccati. Sarebbe una visione riduttiva, sia di Dio che dell’uomo.Il suo progetto è molto più grande, alto, potente: portare cielo nella terra, Dio nell’uomo, vita immensa in questa vita piccola. Molto più del perdono dei peccati: è venuto a portare se stesso.

Siamo abituati a pensare Dio come Padre, portatore di quell’amore che ci è necessario per venire alla vita; ma Dio è anche Madre, che nutre di sé i suoi figli, li nutre al suo petto, con il suo corpo. Ed è anche Sposo, amore esuberante che cerca risposta. Dice Gesù: i miei discepoli non digiunano finché lo sposo è con loro. E l’incontro con lui è come per gli amanti del Cantico: dono e gioia, intensità e tenerezza, fecondità e fedeltà.

Nel suo corpo Gesù ci dà tutta la sua storia, di come amava, come piangeva, come gioiva, ciò che lo univa agli altri: parola, sguardo, gesto, ascolto, cuore.Prendete questo corpo, vuol dire: fate vostro questo mio modo di stare nel mondo, il mio modo libero e regale di avere cura e passione per ogni forma di vita. Con il suo corpo Gesù ci consegna la sua storia: mangiatoia, strade, lago, volti, il duro della Croce, il sepolcro vuoto e la vita che fioriva al suo passaggio.

Con il suo sangue, ci comunica il rosso della passione, la fedeltà fino all’estremo. Vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo della sua vita, che nel cuore metta radici il suo coraggio. Che si estende fino ad abbracciare tutto ciò che vive quaggiù sotto il sole, i poveri, gli scartati, e poi i nostri fratelli minori, le piccole creature, il filo d’erba, l’insetto con il suo misterioso servizio alla vita, in un rapporto non più alterato dal verbo prendere o possedere, ma illuminato dal più generoso, dal più divino dei verbi: donare.

(Letture: Esodo 24,3-8; Salmo 115; Ebrei 9,11-15; Marco 14,12-16.22-26)

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/26466/commento-al-vangelo-domenica-3-giugno-p-ermes-ronchi/

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/il-suo-sangue-nelle-nostre-vene-cosi-l-eucarestia-ci-trasforma

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Un Dio che si fa vicino per non allontanarsi mai più

Santissima Trinità – Anno B

Matteo 28,16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Ci sono andati tutti all’ultimo appuntamento sul monte di Galilea. Sono andati tutti, anche quelli che dubitavano ancora, portando i frammenti d’oro della loro fede dentro vasi d’argilla: sono una comunità ferita che ha conosciuto il tradimento, l’abbandono, la sorte tragica di Giuda; una comunità che crede e che dubita: «quando lo videro si prostrarono. Essi però dubitarono».

E ci riconosciamo tutti in questa fede vulnerabile. Ed ecco che, invece di risentirsi o di chiudersi nella delusione, «Gesù si avvicinò e disse loro…». Neppure il dubbio è in grado di fermarlo. Ancora non è stanco di tenerezza, di avvicinarsi, di farsi incontro, occhi negli occhi, respiro su respiro. È il nostro Dio “in uscita”, pellegrino eterno in cerca del santuario che sono le sue creature. Che fino all’ultimo non molla i suoi e la sua pedagogia vincente è “stare con”, la dolcezza del farsi vicino, e non allontanarsi mai più: «ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il primo dovere di chi ama è di essere insieme con l’amato.

«E disse loro: andate in tutto il mondo e annunciate».
Affida ai dubitanti il Vangelo, la bella notizia, la parola di felicità, per farla dilagare in ogni paesaggio del mondo come fresca acqua chiara, in ruscelli splendenti di riverberi di luce, a dissetare ogni filo d’erba, a portare vita a ogni vita che langue. Andate, immergetevi in questo fiume, raggiungete tutti e gioite della diversità delle creature di Dio, «battezzando», immergendo ogni vita nell’oceano di Dio, e sia sommersa, e sia intrisa e sia sollevata dalla sua onda mite e possente! Accompagnate ogni vita all’incontro con la vita di Dio. Fatelo «nel nome del Padre»: cuore che pulsa nel cuore del mondo; «nel nome del Figlio»: nella fragilità del Figlio di Maria morto nella carne; «nel nome dello Spirito»: del vento santo che porta pollini di primavera e «non lascia dormire la polvere» (D.M. Turoldo).

Ed ecco che la vita di Dio non è più estranea né alla fragilità della carne, né alla sua forza; non è estranea né al dolore né alla felicità dell’uomo, ma diventa storia nostra, racconto di fragilità e di forza affidato non alle migliori intelligenze del tempo ma a undici pescatori illetterati che dubitano ancora, che si sentono «piccoli ma invasi e abbracciati dal mistero» (A. Casati). Piccoli ma abbracciati come bambini, abbracciati dentro un respiro, un soffio, un vento in cui naviga l’intero creato.
«E io sarò con voi tutti i giorni». Sarò con voi senza condizioni. Nei giorni della fede e in quelli del dubbio; sarò con voi fino alla fine del tempo, senza vincoli né clausole, come seme che cresce, come inizio di guarigione.

(Letture: Deuteronomio 4,32-34.39-40; Salmo 32; Romani 8,14-17; Matteo 28,16-20)

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/26451/commento-al-vangelo-domenica-27-maggio-santissima-trinita-fra-ermes/

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/un-dio-che-si-fa-vicino-per-non-allontanarsi-mai-piu

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Testimoni del Risorto con lo stupore dei bambini

III Domenica di Pasqua – Anno B

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro (…).

Non sappiamo dove sia Emmaus, quel nome è un simbolo di tutte le nostre strade, quando qualcosa sembra finire, e si torna a casa, con le
macerie dei sogni. Due discepoli, una coppia, forse un uomo e una donna, marito e moglie, una famigliola, due come noi: «Lo riconobbero allo spezzare del pane», allo spezzare qualcosa di proprio per gli altri, perché questo è il cuore del Vangelo. Spezzare il pane o il tempo o un vaso di profumo, come a Betania, e poi condividere cammino e speranza.

È cambiato il cuore dei due e cambia la strada: «Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme». L’esilio triste diventa corsa gioiosa, non c’è più notte né stanchezza né città nemica, il cuore è acceso, gli occhi vedono, la vita è fiamma. Non patiscono più la strada: la respirano, respirando Cristo. Diventano profeti.

Stanno ancora parlando e Gesù di persona apparve in mezzo a loro, e disse: Pace a voi. Lo incontri e subito sei chiamato alla serenità: è un Signore che bussa alla mia vita, entra nella mia casa, e il suo saluto è un dono buono, porta pace, pace con me stesso, pace con chi è vicino e chi è lontano. Gesù appare come un amico sorridente, a braccia aperte, che ti accoglie con questo regalo: c’è pace per te.

Mi colpisce il lamento di Gesù «Non sono un fantasma» umanissimo lamento, c’è dentro il suo desiderio di essere accolto come un amico che torna da lontano, da stringere con slancio, da abbracciare con gioia. Non puoi amare un fantasma. E pronuncia, per sciogliere dubbi e paure, i verbi più semplici e più familiari: «Guardate, toccate, mangiamo insieme!» gli apostoli si arrendono ad una porzione di pesce arrostito, al più familiare dei segni, al più umano dei bisogni.

Lo conoscevano bene, Gesù, dopo tre anni di strade, di olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure non lo riconoscono. E mi consola la fatica dei discepoli a credere. È la garanzia che la Risurrezione di Gesù non è un’ipotesi consolatoria inventata da loro, ma qualcosa che li ha spiazzati.

Il ruolo dei discepoli è aprirsi, non vergognarsi della loro fede lenta, ma aprirsi con tutti i sensi ad un gesto potente, una presenza amica, uno stupore improvviso.
E conclude oggi il Vangelo: di me voi siete testimoni. Non predicatori, ma testimoni, è un’altra cosa. Con la semplicità di bambini che hanno una bella notizia da dare, e non ce la fanno a tacere, e gli fiorisce dagli occhi. La bella notizia: Gesù non è un fantasma, è potenza di vita; mi avvolge di pace, di perdono, di risurrezione. Vive in me, piange le mie lacrime e sorride come nessuno. Talvolta vive “al posto mio” e cose più grandi di me mi accadono, e tutto si fa più umano e più vivo.

(Letture: Atti 3, 13-15. 17-19; Salmo 4; 1 Giovanni 2, 1-5; Luca 24, 35-48)

https://buff.ly/2HAifaw #15aprile

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/testimoni-del-risorto-con-lo-stupore-dei-bambini

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

XXV domenica – tempo ordinario – Anno A
24 settembre 2017

L’economia del Signore: amare in «perdita»

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. […]»

 

Il Vangelo è pieno di vigne e di viti, come il Cantico dei cantici. La vigna è, tra tutti, il campo più amato, in cui il contadino investe più lavoro e più passione, gioia e fatica, sudore e poesia. Vigna di Dio e suoi operai siamo noi, profezia di grappoli colmi di sole.

Un padrone esce all’alba in cerca di lavoratori, e lo farà per ben cinque volte, fino quasi al tramonto, pressato da un motivo che non è il lavoro, tantomeno la sua incapacità di calcolare le braccia necessarie. C’è dell’altro: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? Il padrone si interessa e si prende cura di quegli uomini, più ancora che della sua vigna. Qui seduti, senza far niente: il lavoro è la dignità dell’uomo. Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!

 

E poi, il cuore della parabola: il momento della paga. Primo gesto contromano: cominciare dagli ultimi, che hanno lavorato un’ora soltanto. Secondo gesto contro logica: pagare un’ora soltanto di lavoro quanto una giornata di dodici ore.
Mi commuove il Dio presentato da Gesù: un Dio che con quel denaro, che giunge insperato e benedetto a quattro quinti dei lavoratori, vuole dare ad ognuno quello che è necessario a mantenere la famiglia quel giorno, il pane quotidiano.
Il nostro Dio è differente, non è un padrone che fa di conto e dà a ciascuno il suo, ma un signore che dà a ciascuno il meglio, che estende a tutti il miglior dei contratti. Un Dio la cui prima legge è che l’uomo viva. Non è ingiusto verso i primi, è generoso verso gli ultimi. Dio non paga, dona.
È il Dio della bontà senza perché, che trasgredisce tutte le regole dell’economia, che sa ancora saziarci di sorprese, che ama in perdita. Anzi la nostra più bella speranza è un Dio che non sa far di conto: per lui i due spiccioli della vedova valgono più delle ricche offerte dei ricchi; per quelli come lui c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

 

E crea una vertigine dentro il nostro modo mercantile di concepire la vita: mette l’uomo prima del mercato, il mio bisogno prima dei miei meriti.
Quale vantaggio c’è, allora, a essere operai della prima ora? Solo un supplemento di fatica? Il vantaggio è quello di aver dato di più alla vita, di aver fatto fruttificare di più la terra, di aver reso più bella la vigna del mondo.

 

Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace che Tu sia buono, perché sono io l’ultimo bracciante. Non mi dispiace, perché so che verrai a cercarmi ancora, anche quando si sarà fatto molto tardi.
Io non ho bisogno di una paga, ma di grandi vigne da coltivare, grandi campi da seminare, e della promessa che una goccia di luce è nascosta anche nel cuore vivo del mio ultimo minuto.

(Letture: Isaia 55,6-9; Salmo 144; Filippesi 1,20-24.27; Matteo 20,1-16)

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/l-economia-del-signore-amare-in-perdita?utm_content=bufferb1cf7&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

https://buff.ly/2xzItqT

 

“Andate anche voi nella vigna” (Matteo 20,1-16)

L’economia del Signore: amare in «perdita»
Il nostro Dio è differente, non è un padrone che fa di conto e dà a ciascuno il suo,
ma un signore che dà a ciascuno il meglio,
che estende a tutti il miglior dei contratti.
Un Dio la cui prima legge è che l’uomo viva.
Non è ingiusto verso i primi, è generoso verso gli ultimi.
Dio non paga, dona.
È il Dio della bontà senza perché,
che trasgredisce tutte le regole dell’economia,
che sa ancora saziarci di sorprese, che ama in perdita.
Anzi la nostra più bella speranza è un Dio che non sa far di conto:
per lui i due spiccioli della vedova valgono più delle ricche offerte dei ricchi;
per quelli come lui c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

(Ermes Ronchi – XXV Dom. T. O. – Anno A )

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Un Dio che se ne va per restare ancora più vicino

Ascensione del Signore – Anno A
28 maggio 2017

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

L’ultimo appuntamento di Gesù ai suoi è su di un monte in Galilea, la terra dove tutto ha avuto inizio. I monti sono come indici puntati verso l’infinito, la terra che si addentra nel cielo, sgabello per i piedi di Dio, dimora della rivelazione della luce: sui monti si posa infatti il primo raggio di sole e vi indugia l’ultimo.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù lascia la terra con un bilancio deficitario: gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne tenaci e coraggiose.
Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto, e sono venuti tutti all’appuntamento sull’ultima montagna.
E questa è la sola garanzia di cui Gesù ha bisogno. Ora può tornare al Padre, rassicurato di essere amato, anche se non del tutto capito, e sa che nessuno di loro lo dimenticherà.

Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in uomini che dubitano ancora, non resta a spiegare e a rispiegare. Il Vangelo e il mondo nuovo, che hanno sognato insieme, li affida alla loro fragilità e non all’intelligenza dei primi della classe: è la legge del granello di senape, del pizzico di sale, dei piccoli che possono essere lievito e forse perfino fuoco, per contagiare di Vangelo e di nascite coloro che incontreranno.

Fate discepoli tutti i popoli… Con quale scopo? Arruolare devoti, far crescere il movimento con nuovi adepti? No, ma per un contagio, un’epidemia divina da spargere sulla terra. Andate, profumate di cielo le vite che incontrate, insegnate il mestiere di vivere, così come l’avete visto fare a me, mostrate loro quanto sono belli e grandi.

E poi le ultime parole, il suo testamento: Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo: con voi, sempre, fino alla fine. Cosa sia l’ascensione lo capiamo da queste parole. Non è andato lontano o in alto, in qualche angolo remoto del cosmo, ma si è fatto più vicino di prima. Se prima era insieme con i discepoli, ora sarà dentro di loro. Non è andato al di là delle nubi ma al di là delle forme. È asceso nel profondo delle cose, nell’intimo del creato e delle creature, e da dentro preme come forza ascensionale verso più luminosa vita.
Quel Gesù che ha preso per sé la croce per offrirmi in ogni mio patire scintille di risurrezione, per aprire brecce nei muri delle mie prigioni, lui è il mio Dio esperto di evasioni!

(Letture: Atti 1,1-11; Salmo 46; Efesini 1,17-23; Matteo 28,16-20 )

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/un-dio-che-se-ne-va-per-restare-ancora-piu-vicino

 

III di Pasqua. Emmaus (Luca 24,13-35)

di p. Ermes Ronchi

Tutto comincia con la liturgia della strada. Non sappiamo dove sia Emmaus, quel nome è un simbolo di tutte le nostre strade, soprattutto di quando qualcosa sembra finire, e si torna a casa, con le macerie dei sogni. Due discepoli, una coppia, forse un uomo e una donna, marito e moglie, una famigliola (così li ha immaginati il pittore Piero Dani, qui fuori nell’atrio del santuario). Due come noi. Che camminano e parlano.

Ed ecco Gesù si avvicinò e camminava con loro. Dio che si avvicina nei luoghi della vita, lungo la strada, non in sinagoga o in chiesa, ma nei volti, nei piccoli gesti quotidiani. La strada è un luogo laico ed è di tutti.

Si avvicina e cammina: Cristo non comanda nessun passo, prende il mio. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento, il tuo passo quotidiano. E rallenta il suo passo sulla misura del nostro, incerto e breve. Si fa viandante, pellegrino, fuggitivo, proprio come i due.

Cammina con loro Uno che non è presenza invadente di risposte già pronte, ma uno che pone domande, e offre due cose: disponibilità all’ascolto e il tempo della compagnia lungo la stessa strada.

Si comporta come chi è pronto a ricevere, come un povero accetterà la loro ospitalità.

Tutta da scrutare questa pedagogia di Gesù, il quale anzitutto inizia con l’ascolto, senza voler prendere lui la parola, chiarire subito, precisare tutto, spiegare tutto. Raccontatemi, dice: il cuore risorto è quello che non giudica, ma valorizza ogni frammento, e dice che la tua storia è interessante, che è degna di ascolto ogni storia, ogni amarezza, ogni delusione.

Il racconto di Emmaus è lento, senza fretta. Invece tutto è rapido oggi: tutto ad alta velocità: i treni, la TAV, i computers sempre più veloci, la maturazione delle persone… Un quadro non è ancora abbozzato, e vogliamo pronto il capolavoro; l’azione è ancora pensiero, e ne vogliamo gli effetti; non ci siamo ancora messi in strada e vogliamo essere arrivati. Anche in famiglia c’è sempre da correre, manca il tempo, siamo in apnea…

Invece il vangelo oggi propone la liturgia della strada: fatta di ascolto innanzitutto.

Poi cominciò a spiegare loro che il Cristo doveva patire. I due camminatori scoprono una verità che capovolge tutto. C’è la mano di Dio posata proprio là dove sembrava impossibile, proprio là dove sembrava assurdo: sulla croce.

Così nascosta da sembrare assente, mentre invece sta tessendo il filo d’oro della tela del mondo. Non dimentichiamolo: più la mano di Dio è nascosta più è potente.

 

E il primo miracolo è così dolce da non accorgersene subito, è così necessario da entrare in loro senza imporsi: non ci bruciava forse il cuore mentre per via ci spiegava il senso delle Scritture e della vita?

Un dono favoloso quello del cuore acceso, almeno di tanto in tanto, lo sappiamo tutti che è un dono che va e viene, “non sempre si può conservare l’incandescenza del cuore, ma una cosa sì: la memoria dell’incandescenza del cuore” (Card Martini)…

E dal cuore acceso dei due pellegrini escono parole che sono rimaste tra le più belle che sappiamo: resta con noi, Signore, perché si fa sera. Resta con noi quando la sera scende nel cuore, resta con noi alla fine della giornata, alla fine della vita. Resta con noi, e con quanti amiamo, nel tempo e nell’eternità.

Avevano seguito Gesù e lui li aveva amati! Né loro né lui sono cambiati. Non si lasceranno. I due rifiutano di vedere concludersi così di colpo questa amicizia nascente.

Un uscio stava per aprirsi, una casa li avrebbe accolti, un po’ di fuoco, un po’ di pane, volti amici. Lo invitano quindi a restare, offrendogli l’ospitalità, in una maniera così delicata che par quasi che essi la ricevano da Lui. Certi discorsi di Gesù erano improvvisamente riaffiorati, e la sua pietà si ristampava nel loro animo come nel Samaritano della strada che va da Gerusalemme a Gerico. «Avevo fame e m’avete dato da mangiare… ero Pellegrino e forestiero e mi avete ospitato…» (Mt 25,35-40). Invitando il Forestiero a rimanere, i Due sentivano di rendere un omaggio alla memoria del Maestro: era la maniera più giusta di commemorarlo, di averlo vicino ancora, di stargli ancora insieme. Il cuore ritornava ospitale. Nel calore del discorso s’erano dimenticati di chiedergli chi fosse e dove andasse: ma lui che era straniero ora si è fatto prossimo. Resta con noi: che non sia anche questo gesto, l’essere ospitali nella vita, una modalità che avvicina al riconoscimento di Gesù nel pane spezzato?

Forse questo è il segno più antico di cui dispone l’umanità: sedersi insieme e dividere il cibo. Probabilmente è così che siamo diventati esseri umani, dividendoci la preda cacciata per essere uniti, sono esperienze remotissime di solidarietà e perfino di giustizia.

Dio entra, furtivamente nel mondo attraverso i gesti del fare strada, dell’ascolto, dell’ospitalità, del convivio. Questo è il livello in cui Dio entra. Noi lo vorremmo da altre parti… Ma la via di Dio verso l’uomo rimane la fraternità nel senso ricco, profondo, il costruire un mondo fraterno già annunciato e inaugurato. Il nostro impegno nel mondo è questo: annunciare che non è vero che Pilato e Caifa possono fare in eterno il loro gioco. Non è vero!

È possibile che venga un mondo diverso, un mondo migliore: questa la speranza è santa, è benedetta, Dio è lì. Dio non è nel rumore, nel chiasso, nel comizio, ma si consegna in quei semplici rapporti in cui l’uomo scopre se stesso con l’altro, nell’altro, quando ci si scambia tempo e cuore. In questa reciprocità, tessuto altissimo dell’umano in cui si celebra l’amore, entra, con passi silenziosi, il mistero di Dio.

Lo riconobbero allo spezzare del pane”. Il segno di riconoscimento di Gesù, il suo stile unico, è il suo Corpo spezzato, vita consegnata per nutrire la vita. La vita di Gesù è stata un continuo appassionato consegnarsi. Fino alla croce. Che cosa poteva dare di più?

«Lo riconobbero allo spezzare del pane», allo spezzare qualcosa di proprio per gli altri, perché questo è il cuore del vangelo. Spezzare il pane o il tempo o un vaso di profumo, come a Betania, e poi condividere cammino e speranza e solitudine.

È cambiato il cuore dei due, i loro occhi, cambia la strada: “Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”. La fuga triste diventa corsa gioiosa per i due discepoli, non c’è più notte né stanchezza, il cuore è acceso, gli occhi vedono, la vita è fiamma. Non patiscono più la strada: la respirano, respirando Cristo. Diventano profeti: Manda ancora profeti Signore/ uomini certi di Dio, /donne dal cuore in fiamme/ e tu a parlare dai loro roveti (Turoldo).

E che ascoltarli sia rimanere accesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Gesù, il compagno di viaggio che non riconosciamo

III Domenica di Pasqua – Anno A – 30 aprile 2017

Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». […]

La strada di Emmaus racconta di cammini di delusione, di sogni in cui avevano tanto investito e che hanno fatto naufragio. E di Dio, che ci incontra non in chiesa, ma nei luoghi della vita, nei volti, nei piccoli gesti quotidiani.
I due discepoli hanno lasciato Gerusalemme: tutto finito, si chiude, si torna a casa. Ed ecco che un Altro si avvicina, uno sconosciuto che offre soltanto disponibilità all’ascolto e il tempo della compagnia lungo la stessa strada.
Uno che non è presenza invadente di risposte già pronte, ma uno che pone domande. Si comporta come chi è pronto a ricevere, non come chi è pieno di qualcosa da offrire, agisce come un povero che accetta la loro ospitalità.
Gesù si avvicinò e camminava con loro. Cristo non comanda nessun passo, prende il mio. Nulla di obbligato. Ogni camminare gli va. Purché uno cammini. Gli basta il passo del momento, il passo quotidiano.
E rallenta il suo passo sulla misura del nostro, incerto e breve. Si fa viandante, pellegrino, fuggitivo, proprio come i due; senza distanza né superiorità li aiuta a elaborare, nel racconto di ciò che è accaduto, la loro tristezza e la loro speranza: Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?
Non hanno capito la croce, il Messia sconfitto, e lui riprende a spiegare: interpretando le Scritture, mostrava che il Cristo doveva patire.
I due camminatori ascoltano e scoprono una verità immensa: c’è la mano di Dio posata là dove sembra impossibile, proprio là dove sembra assurdo, sulla croce. Così nascosta da sembrare assente, mentre sta tessendo il filo d’oro della tela del mondo. Forse, più la mano di Dio è nascosta più è potente.
E il primo miracolo si compie già lungo la strada: non ci bruciava forse il cuore mentre ci spiegava le Scritture? Trasmettere la fede non è consegnare nozioni di catechismo, ma accendere cuori, contagiare di calore e di passione. E dal cuore acceso dei due pellegrini escono parole che sono rimaste tra le più belle che sappiamo: resta con noi, Signore, perché si fa sera. Resta con noi quando la sera scende nel cuore, resta con noi alla fine della giornata, alla fine della vita. Resta con noi, e con quanti amiamo, nel tempo e nell’eternità.
E lo riconobbero dal suo gesto inconfondibile, dallo spezzare il pane e darlo.
E proprio in quel momento scompare. Il Vangelo dice letteralmente: divenne invisibile. Non se n’è andato altrove, è diventato invisibile, ma è ancora con loro. Scomparso alla vista, ma non assente. Anzi, in cammino con tutti quelli che sono in cammino, Parola che spiega, interpreta e nutre la vita. È sulla nostra stessa strada, «cielo che prepara oasi ai nomadi d’amore» (G. Ungaretti). https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/ges-il-compagno-di-viaggio-che-non-riconosciamo?utm_content=buffer9782d&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

http://buff.ly/2qbGyp1

 

 

 

 

 

 

Il Vangelo – Ermes Ronchi
23 aprile 2017

Le ferite del Signore, quel segno eterno dell’amore

II Domenica di Pasqua – Anno A

Il Vangelo – Giovanni 20,19-31

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». […]

I discepoli erano chiusi in casa per paura. È un momento di disorientamento totale: l’amico più caro, il maestro che era sempre con loro, con cui avevano condiviso tre anni di vita, quello che camminava davanti, per cui avevano abbandonato tutto, non c’è più. L’uomo che sapeva di cielo, che aveva spalancato per loro orizzonti infiniti, è ora chiuso in un buco nella roccia. Ogni speranza finita, tutto calpestato (M. Marcolini). E in più la paura di essere riconosciuti e di fare la stessa fine del maestro.

Ma quegli uomini e quelle donne fanno una scelta sapiente, forte, buona: stanno insieme, non si separano, fanno comunità. Forse sarebbero stati più sicuri a disperdersi fra la folla e le carovane dei pellegrini. Invece, appoggiando l’una all’altra le loro fragilità, non si sbandano e fanno argine allo sgomento. Sappiamo due cose del gruppo: la paura e il desiderio di stare insieme.

Ed ecco che in quella casa succederà qualcosa che li rovescerà come un guanto: il vento e il fuoco dello Spirito. Germoglia la prima comunità cristiana in questo stringersi l’uno all’altro, per paura e per memoria di Lui, e per lo Spirito che riporta al cuore tutte le sue parole. Quella casa è la madre di tutte le chiese.

Otto giorni dopo, erano ancora lì tutti insieme. Gesù ritorna, nel più profondo rispetto: invece di imporsi, si propone; invece di rimproverarli, si espone alle loro mani: Metti, guarda; tendi la mano, tocca.

La Risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite. Perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la gloria di Dio, il vertice dell’amore, e resteranno aperte per sempre.

Il Vangelo non dice che Tommaso abbia toccato. Gli è bastato quel Gesù che si ripropone, ancora una volta, un’ennesima volta; quel Gesù che non molla i suoi, neppure se l’hanno abbandonato tutti. È il suo stile, è Lui, non ti puoi sbagliare. Allora la risposta: Mio Signore e mio Dio. Mio, come lo è il respiro e, senza, non vivrei. Mio come il cuore e, senza, non sarei.

Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Grande educatore, Gesù. Forma alla libertà, a essere liberi dai segni esteriori, e alla serietà delle scelte, come ha fatto Tommaso.

Che bello se anche nella Chiesa, come nella prima comunità, fossimo educati più alla consapevolezza che all’ubbidienza; più all’approfondimento che alla docilità.

Queste cose sono state scritte perché crediate in Gesù, e perché, credendo, abbiate la vita. Credere è l’opportunità di essere più vivi e più felici, di avere più vita: «Ecco io credo: e carezzo la vita, perché profuma di Te!» (Rumi).

(Letture: Atti 2,42-47; Salmo 117; 1 Pietro 1,3-9; Giovanni 20,19-31)

Fonte – http://buff.ly/2oYFIcd

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

fileDBicn_doc picture
verso etern.DOC

I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

fileDBicn_mp3 picture
segretimedjugorje.MP3

VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron