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PICCOLO, BIANCO e SILENZIOSO (p.Ermes Ronchi)

Da molti anni faccio la comunione, camminando verso l’altare, a volte un po’ distratto e inaffidabile, eppure Dio non si nega.

Sull’altare, un piccolo pane bianco che non ha sapore, che è silenzio, profondissimo silenzio. Che cosa mi può dare questo po’ di pane, lieve come un’ala, povero e così piccolo da non saziare neppure il più piccolo bambino?

Per un istante mi affaccio sull’enormità di Dio che mi cerca, Dio che è arrivato, che mi assedia, che entra e trova casa. La mia processione verso l’altare è solo un pallido simbolo del suo eterno venire verso l’uomo, verso me. L’amore cerca casa. La comunione, più che un mio bisogno, è un bisogno di Dio.

Sono colmo di Dio. E non riesco a dire parole, non ho doni da offrire, non ho progetti alti, non coraggio. Ma dentro qualcosa si apre, perché vi si depositi l’orma lieve di Dio.

Faccio la comunione e Dio mi abita, sono la sua casa. L’incredibile Dio si accontenta di quel groviglio di paure, di quel nodo di desideri che io sono. E cerco di spremere pensieri e parole da dedicargli, ma finisco per regalargli il silenzio. Eppure Lui non mi ha mai lasciato. Mai siamo stati lasciati.

E’ tempo di pensare a Dio non solo come Padre che sostiene, ma come Madre presente, che nutre di sé i figli al suo petto, con il suo corpo. A Dio come Sposo, amore esuberante che cerca risposta. E l’incontro con lui è quello degli amanti nel Cantico: dono e gioia, intensità e tenerezza, fecondità e fedeltà.

«Ecco il mio corpo», e non, come ci saremmo aspettati: «ecco la mia mente, la mia volontà, la mia divinità, ecco il meglio di me», ma semplicemente, poveramente, il corpo.  Il sublime dentro il dimesso, lo splendore dentro l’argilla, il forte dentro il debole.

Il Signore non ha portato solo salvezza, ma redenzione, che è molto di più. Salvezza è togliere qualcuno dalle acque che lo sommergono, redenzione è trasformare la debolezza in forza, la maledizione in benedizione, il tradimento di Pietro in atto d’amore, il pianto in danza, la veste di lutto in abito di gioia, la carne in casa di Dio.

Prendete questo corpo, vuol dire che Gesù ci consegna la sua storia: mangiatoia, strade, lago, volti, il duro della Croce, il sepolcro vuoto e la vita che fioriva al suo passaggio. E con il suo sangue versa il rosso della passione, il coraggio della fedeltà fino all’estremo.

Stupendo Dio, che non spezza nessuno, che spezza e sparge se stesso.

Prendete tutto di me… e con un balzo rivedo la piccola Rut: «Non insistere con me perché ti abbandoni; dove andrai tu andrò anch’io; il tuo popolo sarà il mio e il tuo Dio sarà il mio; dove morirai, morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te».

L’amore scavalca anche Dio, se quel Dio non è l’amore stesso.

Prendete me… e non saprei come altro amarvi.

 

Avvenire Corpus Domini B

Marco 14,12-16.22-26

Prendete, questo è il mio corpo. Nei vangeli Gesù parla sempre con verbi poveri, semplici, diretti: prendete, ascoltate, venite, andate, partite; “corpo e sangue”. Ignote quelle mezze parole la cui ambiguità permette ai potenti o ai furbi di consolidare il loro predominio.

Gesù è così radicalmente uomo, anche nel linguaggio, da raggiungere Dio e da comunicarlo attraverso le radici, attraverso gesti comuni a tutti.

Seguiamo la successione esatta delle parole così come riportata dal vangelo di Marco: prendete, questo è il mio corpo… Al primo posto quel verbo, nitido e preciso come un gesto concreto, come mani che si aprono e si tendono.

Gesù non chiede agli apostoli di adorare, contemplare, venerare quel pane spezzato, chiede molto di più: ‘io voglio essere preso dalle tue mani come dono, stare nella tua bocca come pane, nell’intimo tuo come sangue, farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita’.

Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: prendete. Per diventare ciò che ricevete. Quello che sconvolge sta in ciò che accade nel discepolo più ancora che in ciò che accade nel pane e nel vino: lui vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo della sua vita, che nel cuore metta radici il suo coraggio, che ci incamminiamo a vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta lui.

Dio in me, il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola, una stessa vocazione: non andarcene da questo mondo senza essere diventati pezzo di pane buono per la fame e la gioia e la forza di qualcuno.

Dio si è fatto uomo per questo, perché l’uomo si faccia come Dio.

Gesù ha dato ai suoi due comandi semplici, li ha raddoppiati, e in ogni eucaristia noi li riascoltiamo: prendete e mangiate, prendete e bevete. A che serve un Pane, un Dio, chiuso nel tabernacolo, da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso? Gesù non è venuto nel mondo per creare nuove liturgie. Ma figli liberi e amanti. Vivi della sua vita.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui”. Corpo e sangue indicano l’intera sua esistenza, la sua vicenda umana, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno e il foro dei chiodi, le sue lacrime, le sue passioni, la polvere delle strade, i piedi intrisi di nardo e poi di sangue, e la casa che si riempie di profumo e parole che sanno di cielo.

Lui dimora in me e io in lui, le persone, quando amano, dicono le stesse cose: vieni a vivere nella mia casa, la mia casa è la tua casa. Dio lo dice a noi.

Prima che io dica: “ho fame”, lui ha detto: “voglio essere con te”. Mi ha cercato, mi attende e si dona. Un Dio così non si merita: lo si deve solo accogliere e lasciarsi amare.

 

 

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Gesù non è compreso: Egli si offre interamente ad ogni uomo nell’Eucaristia, ma pochi gli danno retta e non desiderano ricevere questo immenso dono, il quale è la realizzazione di quello che Gesù stesso ha promesso: “Io sarò con voi sino alla fine del mondo”.

Ognuno di noi credenti ha il compito di comunicare agli altri la grandezza di questo dono per invogliarli ad apprezzarlo seriamente.

Tutti dovremo rispondere davanti a Dio di quello che abbiamo fatto di questo incredibile mistero. Purtroppo moltissimi non credono o sono troppo pigri per correre con entusiasmo a ricevere l’Eucaristia.

Altri sono totalmente indifferenti o ci vanno solo per abitudine con la tristezza e la noia nel proprio cuore. Ciò dispiace moltissimo a Gesù, il quale ci vuole tutti sereni e contenti.

L’Eucaristia è il mezzo migliore per amare Gesù: grazie ad essa siamo spinti ad amare Dio ed il prossimo perché veniamo gradualmente divinizzati per prepararci alla venuta del Regno dei Cieli, l’incontro definitivo della nostra anima con lo Sposo divino.

 

 

 

Se fossimo profondamente coscienti del valore di una Santa Messa ben partecipata, cercheremmo di fare di tutto per frequentarla giornalmente. In essa ascoltiamo le parole del nostro Divino Maestro, gli chiediamo le grazie necessarie per noi ed il prossimo, lo riceviamo in corpo, sangue, anima e divinitá…

Ripeto: riceviamo il corpo, il sangue, l’anima e la divinità di Gesú Cristo, per mezzo del quale tutto esiste e continua ad esistere grazie al suo divino sostegno. Durante la Santa Messa noi possiamo ricevere grandi grazie, tra le quali il perdono delle nostre colpe, la salute dell’anima e del corpo, la risoluzione dei problemi che ci affliggono, la protezione speciale della SS. Trinitá, la forza e la gioia dello Spirito Santo, la pace interiore, la conversione dei nostri cari e di tutte le persone che raccomandiamo al Signore, la benedizione del Padre e la protezione dai nemici e dalle insidie del demonio, la speciale protezione di Maria Santissima (presente, all’Eucaristia insieme agli angeli ed ai Santi), la liberazione delle anime dal purgatorio insieme alla loro gratitudine eterna.

Pensiamo molto bene cosa perdiamo trascurando la Santa Messa per pigrizia o per incredulità od indifferenza!MEDITATE,

 

MEDITATE GENTE DI BUONA VOLONTA’ !!!

 

 

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Corpus Domini

Giovanni 6,51-58

 

INIZIO

Siamo venuti a fare la comunione? No, è Lui che viene a fare comunione con noi. Lui in cammino, Lui percorre i cieli, Lui felice di vedermi arrivare, che mi dice: sono contento che tu sia qui. Io posso solo accoglierlo stupito. Prima che io dica: “ho fame”, Dio ha detto: “Prendete e mangiate”, mi ha cercato, mi ha atteso e si dona.

 

RICHIESTA DI UN CUORE NUOVO

– Tutto il vangelo ci assicura che l’umanità intera è il corpo di Cristo. L’umanità è la carne di Dio: quello che avete fatto a uno di questi l’avete fatto a me. Corpo di Cristo che è sull’altare in chiesa, corpo di Cristo che è sull’altare dei poveri, piccoli, affamati, esiliati, forestieri, ammalati, vecchi, disabili, le persone sole. Da accogliere in noi. Lo abbiamo fatto?

– Corpus Domini è il mondo intero, l’intero creato è corpo santo del Signore. Mangiare e bere la vita di Cristo si dissemina sul grande altare del pianeta, nella ‘messa sul mondo’ (Theilard de Chardin). Ci sono in noi rispetto e comunione, cura e protezione delle creature uscite dalla mano e dal sogno di Dio?

 

Omelia

(p. Ermes Ronchi)

 

Un Vangelo di soli otto versetti, e Gesù a ripetere per otto volte: Chi mangia la mia carne vivrà in eterno. Quasi un ritmo incantatorio, una divina monotonia, nello stile di Giovanni che avanza per cerchi concentrici e ascendenti, come una spirale; come un sasso che getti nell’acqua e vedi i cerchi delle onde che si allargano sempre più.

Per otto volte, come in otto cerchi, Gesù insiste sul perché mangiare: per semplicemente vivere, per vivere davvero. Altro è vivere, altro è sopravvivere.

E’ l’incalzante certezza da parte di Gesù di possedere qualcosa che cambia la direzione della vita. La vita scivola inesorabile verso la morte, dice la nostra esperienza. Invece no, noi andiamo da morte a vita, il vangelo è dilatazione, accrescimento, incremento, intensificazione di vita, eternità.

Dio si presenta come un Dio che dona, che si dona: “Prendete la mia carne”: ecco il genio del cristianesimo! Dio non prende nulla e dona tutto, si dona e si perde dentro le sue creature come lievito dentro il pane, come pane dentro il corpo.

Che cosa siamo venuti a fare oggi in questa celebrazione del Corpus Domini? Ad adorare il Corpo e Sangue del Signore? No. Oggi non è la festa dei tabernacoli aperti o delle pissidi dorate e di ciò che contengono.

Che cosa celebriamo? Cristo che si dona, fedele fino al sangue?

Neppure questo è esatto. La festa di oggi è ancora un passo avanti.

Perché un dono sia dono vero occorre qualcuno che lo prenda, lo accolga, lo apprezzi. Che regalo è se io ti offro un libro, un fiore, un buon vino e tu ti dimentichi di prenderlo o lo butti nel primo angolo buio?

Quando nella messa sentiamo: prendete e mangiate, questo è il mio corpo, su quali parole si posa subito la nostra attenzione? L’accento va sulla seconda parte della frase: questo è il mio corpo, si concentra sul pane trasformato nel corpo di Gesù.

Seguiamo invece la successione esatta delle parole, il ritmo voluto da Gesù, lasciamo al primo posto la prima parola: prendete.

Qui è il miracolo, il batticuore, lo scopo: prendete. Per essere trasformati voi. Quello che sconvolge, è ciò che accade nel discepolo più ancora che ciò che accade nel pane.

A che serve un Pane, un Dio, chiuso nel tabernacolo, da esporre di tanto in tanto alla venerazione e all’incenso? Gesù non è venuto nel mondo per creare liturgie. Ma figli liberi e amanti.

E ha dato due comandi, nitidi, precisi, li ha raddoppiati due volte: prendete e mangiate, prendete e bevete.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. Ha la vita eterna, adesso, non avrà, come una specie di tfr, di liquidazione che accumulo con il mio lavoro e i miei meriti e di cui potrò godere alla fine della mia vita.

La vita eterna è già cominciata, una vita libera e autentica, giusta, che si rialza e non si arrende, che fa cose che meritano di non morire. Una vita come quella di Gesù, capace di amare come nessuno.

Preparando questo commento mi è tornata alla mente la domanda così bella del Salmo 33: Vi è qualcuno che desidera la vita, che vuole gustare la vita? Sì, io voglio vivere! Voglio gustare la vita. Voglio godere la vita.

C’è qualcuno che vuole lunghi giorni felici? Sì, io voglio lunghi giorni e che siano felici. Li voglio per me e per i miei.

E la risposta a questa domanda è Gesù, con la sua carne e sangue. Che indicano l’intera sua esistenza, la sua vicenda umana, le sue mani di carpentiere con il profumo del legno, le sue lacrime, le sue passioni, la polvere delle strade, i piedi intrisi di nardo, e la casa che si riempie di profumo e di amicizia.

E qui c’è una sorpresa, una cosa imprevedibile.

Gesù non dice: prendete su di voi la mia sapienza, mangiate la mia santità, il sublime che è in me. Dice, invece: prendete la mia umanità, il corpo, il mio modo di abitare la terra e le mie relazioni come lievito delle vostre.

Nutritevi di vangelo come un bimbo che è ancora nel grembo della madre si nutre del suo sangue. L’uomo è l’unica creatura che ha Dio nel sangue (Vannucci). E nel respiro.

Gesù non sta parlando della messa, del sacramento dell’eucaristia, ma del sacramento della sua esistenza: mangiate e bevete ogni goccia e ogni fibra di me.

Vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo della sua vita, che nel cuore metta radici il suo coraggio, perché ci incamminiamo a vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta lui. Dio si è fatto uomo per questo, perché l’uomo si faccia come Dio.

Allora mangiare e bere Cristo significa molto più che fare la Comunione alla Messa, è prenderlo come misura, lievito, energia. Non “fare la comunione” ma “farci comunione”.

Mi sento nascere da dentro una domanda: noi di che cosa ci nutriamo? Di che cosa nutriamo anima e pensieri? Stiamo mangiando generosità, bellezza, profondità? O stiamo nutrendoci di egoismi, intolleranze, miopie dello spirito, insensatezza del vivere, paure di tutto? Se accogliamo pensieri degradati questi ci fanno come loro; se accogliamo pensieri di vangelo, di bellezza, essi ci fanno uomini e donne della bellezza.

Ma oggi quando ci avvicineremo per la comunione sull’altare apparentemente non c’è nulla di quanto abbiamo cercato. C’è un piccolo pane bianco e lieve che non ha sapore, che è silenzio. Profondissimo silenzio. La vita sembra esplodere altrove con la sua bellezza e tenerezza.

Cosa mi può dare questo pane? Lieve come un’ala, così piccolo da non saziare neppure un bambino. Cosa mi può dare?

La comunione con Dio. E accade qualcosa come un cambiamento profondo, che i padri orientali chiamano la deificazione, la theosis, parola che ci fa paura. Un pezzo di Dio in me perché io diventi un pezzo di Dio nel mondo.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui”. E questo è molto bello. Gli uomini quando amano dicono: vieni a vivere nella mia casa, la mia casa è la tua casa. Dio lo dice a noi.

Finita la religione delle pratiche esterne, dei riti, degli obblighi, questa è la religione del corpo a corpo con Dio, a tu per tu con la sua vita, fino a diventare una cosa sola con lui.

Prendete, mangiate! Parole che mi sorprendono ogni volta, come una dichiarazione d’amore: ‘io voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nell’intimo tuo come sangue, farmi cellula, respiro, pensiero di te. Tua vita’.

Qui è il miracolo, il batticuore, lo stupore:

Dio in me, il mio cuore lo assorbe,

lui assorbe il mio cuore,

e diventiamo una cosa sola,

con la stessa vocazione:

non andarcene da questo mondo

senza essere diventati pezzo di pane buono per qualcuno.

Pane buono per la fame e la gioia di qualcuno.

 

 

Leone Magno: partecipare al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo.

 

Alla comunione

Sull’altare ho preso solo un piccolo pane bianco,

che non ha sapore, che è silenzio, profondissimo silenzio.

Cosa mi può dare questo pane

un boccone così piccolo da non saziare

neppure il più piccolo bambino?

La piccola Ostia sa di niente, leggera come un’ala

eppure per un istante almeno

mi affaccio sull’abisso di ciò che accade:

sono colmo di Dio e non riesco a dire parole.

Mi accorgo che non ho doni da offrire,

sono solo un uomo con la sua storia accidentata,

una donna con il suo contorto cuore

con molto deserto e qualche piccola oasi,

una creatura che ha bisogno di cure,

ma dentro qualcosa si apre

perché vi si depositi l’orma lieve di Dio. Lieve come l ostia.

Dio è qui, Dio mi abita,

diventa mia vita, mio corpo, mio sangue

e quel che appare incredibile

è che Dio si accontenta di quel groviglio di paure che io sono,

gli vado bene anche solo per questo inizio di comunione che si apre in me.

Cerco di spremere parole,

pensieri da dedicargli.

Ma quanto poco riesco a dire,

quanto poco riesco a tirar fuori

dalle pieghe mute dell’anima.

Allora finisco per dedicargli il silenzio,

come se dicessi: vedi, non ho nulla degno di un Dio

e Tu dovresti lasciarmi,

tu che sei così grande, dovresti cercarti qualcun altro,

qui troverai ben poco, dovresti andartene,

con me vivrai giorni duri…

Ma Lui non se ne è mai andato,

Lui non mi ha mai lasciato.

 

 

Ermes Ronchi

1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

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I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron