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Fb 13 giugno 21

Mc 4,26-34

All’ombra del tuo seme. Com’è pacificante il nostro Dio!  (di p. Ermes Ronchi)

La parabola del granello di senape racconta la sua costante preferenza per i mezzi poveri; sottolinea un miracolo di cui non ci stupiamo più: che tu dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.

Dice che il Regno cresce per la misteriosa forza del buono; che le cose di Dio fioriscono per la straordinaria energia segreta che hanno le azioni buone, vere e belle. E nessuno può sapere di quanta esposizione al sole della vita, abbia bisogno il buon grano di Dio per maturare: nelle persone, nei figli, in coloro che mi appaiono distratti, che a volte giudico vuoti o senza germogli.

La seconda parabola mostra la sproporzione tra il granello di senape, il più piccolo tra tutti i semi, e il grande albero che ne nascerà.

Senza voli retorici: il granello non salverà il mondo, proprio come noi.

Un altro è il nostro compito: gli uccelli verranno come in un sogno e vi faranno il nido. Ma prima, l’albero è solo un piccolo seme accolto nel cavo della mano, che diresti un grumo di materia inerte. Invece, quel granello è un piccolo vulcano di vita, pronto a esplodere nonostante le nostre resistenze e distrazioni. E alla tua ombra le persone troveranno riposo e conforto; nel mondo e nel cuore il seme di Dio germoglia e si arrampicherà verso la luce.

Un seme deposto dal vento nelle fenditure di una muraglia è capace di viverci e aprirsi una strada nel duro dell’asfalto. Gesù sa di aver immesso nel mondo un germe di bontà divina che, con il suo assedio dolce e implacabile, spezzerà la crosta arida di tutte le epoche, per donarsi quando sarà pronto.

Consegnarsi, verbo stesso con cui Gesù si consegna alla sua passione, e anche l’uomo, per star bene, deve dare un po’ di sè. È la legge della vita, a ricordare all’uomo che è maturo solo quando è pronto a donarsi, a diventare anche lui pezzo di pane buono per la fame di qualcuno.

Nelle parabole, il Regno di Dio è presentato come un contrasto, energia che viene come lotta vitale, come dinamica che si insedia al centro; un salire, un evolvere verso sempre più vita. Quando Dio entra in gioco, tutto entra in una dinamica di crescita, anche se parte da semi microscopici.

Accade nel Regno ciò che accade nell‘intimo di ogni essere. Una sconosciuta e divina potenza che è all’opera, instancabile, che non dipende da noi e che non si deve forzare, ma attendere con la fiducia in Gesù, che ha una bellissima visione del mondo: tutto è in cammino, tutto un fiume di vita che scorre, in movimento perenne.

E’ il paradigma della pienezza, a reggere la nostra fede.

Mietiture fiduciose, abbondanti. Gioia del raccolto. Sogni di pane e di pace. Positività.

Tutta la nostra fiducia è in questo: occhi profondi per vedere Dio all’opera, in seno alla storia e in me, in alto silenzio e con piccole cose.

 

Avvenire Marco 4,26-34

 

Due piccole parabole (il grano che spunta da solo, il seme di senape): storie di terra che Gesù fa diventare storie di Dio. Con parole che sanno di casa, di orto, di campo, ci porta alla scuola dei semi e di madre terra, cancella la distanza tra Dio e la vita.

Siamo convocati davanti al mistero del germoglio e delle cose che nascono, chiamati  a decifrare la nostra sacralità, esplorando quella del mondo” (P. Ricoeur).

Nel vangelo, la puntina verde di un germoglio di grano e un minuscolo semino diventano personaggi di un annuncio, una rivelazione del divino (Laudato si’), una sillaba del messaggio di Dio. Chi ha occhi puri e meravigliabili, come quelli di un bambino, può vedere il divino che traspare dal fondo di ogni essere (Theilard de Chardin). La terra e il Regno sono un appello allo stupore, a un sentimento lungo che diventa atteggiamento di vita.

È commovente e affascinante leggere il mondo con lo sguardo di Gesù, a partire non da un cedro gigante sulla cima del monte (come Ezechiele nella prima lettura) ma dall’orto di casa. Leggero e liberatorio leggere il Regno dei cieli dal basso, da dove il germoglio che spunta guarda il mondo, raso terra., anzi: “raso le margherite” come mi correggeva un bambino, o i gigli del campo.

Il terreno produce da sé, che tu dorma o vegli: le cose più importanti non vanno cercate, vanno attese (S. Weil), non dipendono da noi, non le devi forzare. Perché Dio è all’opera, e tutto il mondo è un grembo, un fiume di vita che scorre verso la pienezza.

Il granellino di senape è incamminato verso la grande pianta futura che non ha altro scopo che quello di essere utile ad altri viventi, fosse anche solo agli uccelli del cielo. È nella natura della natura di essere dono: accogliere, offrire riparo, frescura, cibo, ristoro. È nella natura di Dio e anche dell’uomo. Dio agisce non per sottrazione, mai, ma sempre per addizione, aggiunta, intensificazione, incremento di vita: c’è come una dinamica di crescita insediata al centro della vita.

  La incrollabile fiducia del Creatore nei piccoli segni di vita ci chiama a prendere sul serio l’economia della piccolezza ci porta a guardare il mondo, e le nostre ferite, in altro modo. A cercare i re di domani tra gli scartati e i poveri di oggi, a prendere molto sul serio i giovani e i bambini, ad aver cura dell’anello debole della catena sociale, a trovare meriti là dove l’economia della grandezza sa vedere solo demeriti.

Splendida visione di Gesù sul mondo, sulla persona, sulla terra: il mondo è un immenso parto, dove tutto è in cammino, con il suo ritmo misterioso, verso la pienezza del Regno. Che verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme.

verso la fioritura della vita, Il Regno è presentato come un contrasto, non uno scontro, bensì un contrasto di crescita, di vita. Dio come un contrasto vitale. Una dinamica che si insedia al centro della vita.

verso il paradigma della pienezza e fecondità. Il vangelo sogna mietiture fiduciose, frutto pronto, pane sulla tavola. Positività. Gioia del raccolto.

non tanto per la piccolezza del seme in sé, ma per la sproporzione tra il seme e la pianta matura. Il viaggio va dal piccolo al grande: verso una grandezza – qui sta il focus – che

E vedi che è proprio di ogni vivente essere crescita, mai immobili o stagnanti.  Tutto è in cammino con il suo ritmo misterioso verso una pienezza che chiama.

parte di quel vangelo della terra in cui Gesù racchiude il Regno. La terra per dire il cielo.

– Gli ascoltatori di Gesù devono essere rimasti sconvolti all’idea di paragonare il Regno di Dio/dei cieli a un granello di senape. A loro deve sicuramente essere parso blasfemo associare il regno dei cieli al più piccolo tra i semi.

Gesù sottolinea il più piccolo degli inizi da cui matura la pienezza.

Il contrasto piccolo-grande innerva di sé tutto il vangelo, anzi tutta la Bibbia, come una delle caratteristiche che rivelano l’azione di Dio:– E tu Betlemme non sei il più piccolo tra i villaggi di Giuda, da te mi uscirà un grande, un salvatore (Mt 2,6);

– Nazaret, mai nominata prima nella Bibbia: cosa può venire di buono da quel pugno di case? (Gv 7,52);

La parabola della senape porta in primo piano una delle strutture portanti del vangelo, la preferenza del piccolo: Il Signore scommette su coloro sui quali la storia non scommette. Punta sui piccoli, i perdenti, gli ultimi della fila, i prigionieri, gli ammalati, i poveri.

Tra il piccolo e il grande si colloca il mistero di Dio. Nell’incongruenza, nella sproporzione tra il poco che abbiamo fra le mani e il tanto che aspettiamo, è posta la casa della fiducia e della speranza.

Quante volte ci siamo chiesti con un filo di angoscia: non siamo più capaci di trasmettere il vangelo, di convincere e commuovere… non abbiamo più le parole per dire Dio.

Gesù, il grande comunicatore, risponde con le parabole.

Dove sceglie sempre parole di casa, di orto, di lago, di strada: parole di tutti i giorni, dirette e immediate, laiche.

imparate dal fico, dice, dalla sapienza degli alberi…

Il vangelo di Marco riassume gran parte dell’insegnamento di Gesù in immagini di terra e di semi, di vigne e di orti, nei quali i contadini si affaticano nell’arte di far nascere, fiorire, fruttificare.

Il contadino nel vangelo è l’anello mancante tra l’uomo e Dio.

Contadino, pastore, vignaiolo sono immagini del volto di Dio. Un Dio con le mani sporche di terra, che suda e si affatica attorno a me

I semi e le vigne che riempiono le parabole non sono puri pretesti per parlare d’altro, per insegnare teologia e morale.

Ezechiele aveva parlato del Dio giardiniere che pianta un cedro del Libano. Gesù invece parla di un semino di senape.

Gesù sta dialogando con Ezechiele: ripete e innova. Tutta sua, infatti, la novità della senape, pianta mai nominata nel Primo testamento, nonostante fosse un ortaggio di uso comune.  Fedele e infedele al tempo stesso alla tradizione scritturale, Gesù punta in basso: mette la senape al posto del cedro del Libano e l’orto al posto del monte.

Ci sono altri luoghi del Vangelo in cui usa la stessa strategia, in particolare Lc 13,31-35 (e Mt 23,37-39), dove cita un’immagine biblica (Dio come un grande uccello che protegge la sua nidiata sotto le ali) introducendo una variante di sua invenzione, mettendo una gallina al posto dell’aquila:

«Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!».

Ci affascina e commuove vedere come Gesù sia riuscito grazie a un’umilissima gallina e a un semino di senape e a cancellare la distanza tra Dio e la terra, quell’aura di minacciosa potenza che circondava il divino nelle religioni.

Una gallina per dire Dio e un seme di senape per parlare del suo regno d’amore: il linguaggio teologico portato al registro più basso e semplice.

Il Vangelo della terra sovverte le norme.

– Gli ascoltatori di Gesù devono essere rimasti sconvolti all’idea di paragonare il Regno di Dio/dei cieli a un granello di senape. A loro deve sicuramente essere parso blasfemo associare il regno di Dio al più piccolo tra i semi.

Ma Gesù si concentra sulla crescita del seme. È questa crescita dal minuscolo al grande ad assomigliare al regno di Dio. Mentre con ogni probabilità i suoi ascoltatori si aspettavano che il regno di Dio fosse presentato in modo possente, anche drammatico, un imporsi di qualcosa, Gesù sottolinea che dal più piccolo degli inizi matura la pienezza.

C’è un appello alla meraviglia dentro questa parabola: il Regno è un mistero davanti al quale stupirsi.

Il vangelo della terra di Gesù sovverte le norme, racchiude il grande nel piccolo, l’alto nel basso, i contenuti della fede nel linguaggio laico, il cielo nella terra.

Ci porta alla scuola delle piante, della vite, del filo d’erba, della loro misteriosa potenza di vita, che ha una sorgente nell’infinito:

perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della natura coincidono;

le norme che reggono il venire del Regno di Dio e quelle che alimentano la vita delle creature sono le stesse.

Dalle parabole di Gesù emerge una visione emozionante del mondo: questa nostra storia è tutto un seminare, germinare, spuntare, accestire, granire, maturare: tutto è fiducia incamminata, con il suo ritmo misterioso, verso la fruttificazione, un consegnarsi gioioso a più vita.

Quando Dio entra in gioco, tutto entra in una dinamica di crescita, anche se parte da semi microscopici:

Dio ama racchiudere

il grande nel piccolo:

l’universo nell’atomo

l’albero nel seme

l’uomo nell’embrione

la farfalla nel bruco

l’eternità nell’attimo

l’amore in un cuore

se stesso in noi.

    Il centro del vangelo della terra è la sconosciuta – divina – potenza del più piccolo seme. Se riesci ad ogni primavera a stupirti di questo allora avrai chiaro che nel mondo sono all’opera forze buone che crescono perché Qualcuno si cura di moltiplicarle, nonostante sassi e spine. E quello che avviene nella terra, avviene nei cuori. Una sorgente buona al centro di me e delle cose, che sgorga incessantemente, a cui posso sempre attingere, che è sempre disponibile e che non verrà mai meno.. È la mia fede gioiosa e fiduciosa.

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

III Domenica di Quaresima – Anno C – Marzo 2019

Quell’invito a cambiare rotta su ogni fronte

Vangelo – Luca 13,1-9

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Commento di p. Ermes

Che colpa avevano i diciotto morti sotto il crollo della torre di Siloe? E quelli colpiti da un terremoto, da un atto di terrorismo, da una malattia sono forse castigati da Dio? La risposta di Gesù è netta: non è Dio che fa cadere torri o aerei, non è la mano di Dio che architetta sventure. Ricordiamo l’episodio del “cieco nato”: chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse così? Gesù allontana subito, immediatamente, questa visione: né lui, né i suoi genitori. Non è il peccato il perno della storia, l’asse attorno al quale ruota il mondo. Dio non spreca la sua eternità e potenza in castighi, lotta con noi contro ogni male, lui è mano viva che fa ripartire la vita. Infatti aggiunge: Se non vi convertirete, perirete tutti. Conversione è l’inversione di rotta della nave che, se continua così, va diritta sugli scogli.

Non serve fare la conta dei buoni e dei cattivi, bisogna riconoscere che è tutto un mondo che deve cambiare direzione: nelle relazioni, nella politica, nella economia, nella ecologia. Mai come oggi sentiamo attuale questo appello accorato di Gesù. Mai come oggi capiamo che tutto nel Creato è in stretta connessione: se ci sono milioni di poveri senza dignità né istruzione, sarà tutto il mondo ad essere deprivato del loro contributo; se la natura è avvelenata, muore anche l’umanità; l’estinzione di una specie equivale a una mutilazione di tutti.

Convertitevi alla parola compimento della legge: ” tu amerai”. Amatevi, altrimenti vi distruggerete. Il Vangelo è tutto qui. Alla gravità di queste parole fa da contrappunto la fiducia della piccola parabola del fico sterile: il padrone si è stancato, pretende frutti, farà tagliare l’albero. Invece il contadino sapiente, con il cuore nel futuro, dice: “ancora un anno di cure e gusteremo il frutto”. Ancora un anno, ancora sole, pioggia e cure perché quest’albero, che sono io, è buono e darà frutto.

Dio contadino, chino su di me, ortolano fiducioso di questo piccolo orto in cui ha seminato così tanto per tirar su così poco. Eppure continua a inviare germi vitali, sole, pioggia, fiducia. Lui crede in me prima ancora che io dica sì. Il suo scopo è lavorare per far fiorire la vita: il frutto dell’estate prossima vale più di tre anni di sterilità. E allora avvia processi, inizia percorsi, ci consegna un anticipo di fiducia. E non puoi sapere di quanta esposizione al sole di Dio avrà bisogno una creatura per giungere all’armonia e alla fioritura della sua vita. Perciò abbi fiducia, sii indulgente verso tutti, e anche verso te stesso. La primavera non si lascia sgomentare, né la Pasqua si arrende. La fiducia è una vela che sospinge la storia. E, vedrai, ciò che tarda verrà.

(Letture: Esodo 3,1-8a.13-15; Salmo 102; 1Corinzi 10,1-6. 10-12; Luca 13,1-9)

Commento al Vangelo domenica 24 marzo 2019 – Ermes Ronchi – Quell’invito a cambiare rotta su ogni fronte

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/quell-invitoa-cambiarerotta-su-ogni-fronte

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

VIII Dom. T. O. – anno C – 2019

La fecondità è la prima legge di un albero

Il Vangelo Luca 6,39-45

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? […]

Commento di Ermes Ronchi

L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene. Il buon tesoro del cuore: una definizione così bella, così piena di speranza, di ciò che siamo nel nostro intimo mistero. Abbiamo tutti un tesoro buono custodito in vasi d’argilla, oro fino da distribuire. Anzi il primo tesoro è il nostro cuore stesso: «un uomo vale quanto vale il suo cuore» (Gandhi).

La nostra vita è viva se abbiamo coltivato tesori di speranza, la passione per il bene possibile, per il sorriso possibile, la buona politica possibile, una “casa comune” dove sia possibile vivere meglio per tutti. La nostra vita è viva quando ha cuore. Gesù porta a compimento la religione antica su due direttrici: la linea della persona, che viene prima della legge, e poi la linea del cuore, delle motivazioni profonde, delle radici buone.

Accade come per gli alberi: l’albero buono non produce frutti guasti. Gesù ci porta alla scuola della sapienza degli alberi. La prima legge di un albero è la fecondità, il frutto. Ed è la stessa regola di fondo che ispira la morale evangelica: un’etica del frutto buono, della fecondità creativa, del gesto che fa bene davvero, della parola che consola davvero e guarisce, del sorriso autentico.

Nel giudizio finale (Matteo 25), non tribunale ma rivelazione della verità ultima del vivere, il dramma non saranno le nostre mani forse sporche, ma le mani desolatamente vuote, senza frutti buoni offerti alla fame d’altri. Invece gli alberi, la natura intera, mostrano come non si viva in funzione di se stessi ma al servizio delle creature: infatti ad ogni autunno ci incanta lo spettacolo dei rami gonfi di frutti, un eccesso, uno scialo, uno spreco di semi, che sono per gli uccelli del cielo, per gli animali della terra, per gli insetti come per i figli dell’uomo.

Le leggi profonde che reggono la realtà sono le stesse che reggono la vita spirituale. Il cuore del cosmo non dice sopravvivenza, la legge profonda della vita è dare. Cioè crescere e fiorire, creare e donare. Come alberi buoni.

Ma abbiamo anche una radice di male in noi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello? Perché ti perdi a cercare fuscelli, a guardare l’ombra anziché la luce di quell’occhio? Non è così lo sguardo di Dio. L’occhio del Creatore vide che l’uomo era cosa molto buona! Dio vede l’uomo molto buono perché ha un cuore di luce. L’occhio cattivo emana oscurità, diffonde amore per l’ombra. L’occhio buono è come lucerna, diffonde luce. Non cerca travi o pagliuzze o occhi feriti, i nostri cattivi tesori, ma si posa su di un Eden di cui nessuno è privo: «con ogni cura veglia sul tuo cuore perché è la sorgente della vita» (Proverbi 4,23).

(Letture: Siracide 27,5-8; Salmo 91; 1 Corinzi 15,54-58; Luca 6,39-45)

http://www.smariadelcengio.it/fra-ermes-ronchi-comunica/27050/commento-al-vangelo-domenica-3-marzo-p-ermes-la-fecondita-e-la-prima-legge-di-un-albero/

 

 

 

 

 

di p. Ermes Ronchi

 

XI domenica B Mc 4,26-34

 

Quante volte ci siamo chiesti con un filo di angoscia: non siamo più capaci di trasmettere il vangelo, di convincere e commuovere… non abbiamo più le parole per dire Dio.

Gesù, il grande comunicatore, risponde con le parabole.

Dove sceglie sempre parole di casa, di orto, di lago, di strada: parole di tutti i giorni, dirette e immediate, laiche.

Racconta storie di vita e le fa diventare storie di Dio, e così raggiunge tutti e porta tutti alla scuola delle piante, del seme, imparate dal fico, dice, dalla sapienza degli alberi…

Il vangelo di Marco riassume gran parte dell’insegnamento di Gesù in immagini di terra e di semi, di vigne e di orti, nei quali i contadini si affaticano nell’arte di far nascere, fiorire, fruttificare.

Il contadino nel vangelo è l’anello mancante tra l’uomo e Dio.

Contadino, pastore, vignaiolo sono immagini del volto di Dio. Un Dio con le mani sporche di terra, che suda e si affatica attorno a me

Gesù ci invita a chinarci verso la terra e osservare il mistero del germoglio e della vita,

a decifrare la nostra sacralità, esplorando quella del mondo.

I semi e le vigne che riempiono le parabole non sono puri pretesti per parlare d’altro, per insegnare teologia e morale.

Un albero, un ortaggio, le foglioline del fico e il granello di senape diventano personaggi di un annuncio, una continua rivelazione del divino (Laudato si’), una sillaba del suo messaggio. Sono santi!

Le cose del mondo non sono sante perché ricevono l’acqua benedetta, per le rogazioni di una volta, ma sono degne di ricevere l’acqua santa perché sono già benedette e si cammina tra loro come dentro un santuario…

È commovente e affascinante vedere il mondo con lo sguardo di Gesù, non a partire dalla cima del monte del Libano, ma dall’orto di casa,

leggere il vangelo dal basso, anzi dal suolo, da dove il germoglio che spunta guarda il mondo,

cancellare grazie a un semino di senape la distanza tra Dio e la terra, e l’aura di minaccia e di paura che circonda il venire di Dio,

accorgersi che il divino traspare dal fondo di ogni essere (Theilard de Chardin).

 

Ezechiele aveva parlato del Dio giardiniere che pianta un cedro del Libano. Gesù invece parla di un semino di senape.

Gesù sta dialogando con Ezechiele: ripete e innova. Tutta sua, infatti, la novità della senape, pianta mai nominata nel Primo testamento, nonostante fosse un ortaggio di uso comune. Fedele e infedele al tempo stesso alla tradizione scritturale, Gesù punta in basso: mette la senape al posto del cedro del Libano e l’orto al posto del monte.

Ci sono altri luoghi del Vangelo in cui usa la stessa strategia, in particolare Lc 13,31-35 (e Mt 23,37-39), dove cita un’immagine biblica (Dio come un grande uccello che protegge la sua nidiata sotto le ali) introducendo una variante di sua invenzione, mettendo una gallina al posto dell’aquila:

«Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!».

Ci affascina e commuove vedere come Gesù sia riuscito grazie a un’umilissima gallina e a un semino di senape e a cancellare la distanza tra Dio e la terra, quell’aura di minacciosa potenza che circondava il divino nelle religioni.

Una gallina per dire Dio e un seme di senape per parlare del suo regno d’amore: il linguaggio teologico portato al registro più basso e semplice.

Il Vangelo della terra sovverte le norme.

– Gli ascoltatori di Gesù devono essere rimasti sconvolti all’idea di paragonare il Regno di Dio/dei cieli a un granello di senape. A loro deve sicuramente essere parso blasfemo associare il regno di Dio al più piccolo tra i semi.

Ma Gesù si concentra sulla crescita del seme. È questa crescita dal minuscolo al grande ad assomigliare al regno di Dio. Mentre con ogni probabilità i suoi ascoltatori si aspettavano che il regno di Dio fosse presentato in modo possente, anche drammatico, un imporsi di qualcosa, Gesù sottolinea che dal più piccolo degli inizi matura la pienezza.

C’è un appello alla meraviglia dentro questa parabola: il Regno è un mistero davanti al quale stupirsi.

Prendere sul serio l’economia della piccolezza ci porta a guardare il mondo, e le nostre ferite, in altro modo. A cercare i re di domani tra gli scartati e i poveri di oggi, a prendere molto sul serio i giovani e i bambini, a trovare meriti là dove l’economia della grandezza sa vedere solo demeriti.

 

Il vangelo della terra di Gesù sovverte le norme, racchiude il grande nel piccolo, l’alto nel basso, i contenuti della fede nel linguaggio laico, il cielo nella terra.

Ci porta alla scuola delle piante, della vite, del filo d’erba, della loro misteriosa potenza di vita, che ha una sorgente nell’infinito:

perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della natura coincidono;

le norme che reggono il venire del Regno di Dio e quelle che alimentano la vita delle creature sono le stesse.

E vedi che è proprio delle piante, della natura, di Dio e dell’uomo di essere crescita, mai immobili o stagnanti,

e di essere dono, offrire frutti, riparo, frescura, riposo.

Il terreno produce da sé, per energia e armonia proprie: è nella natura della natura di essere dono, di essere crescita. È nella natura di Dio. E anche dell’uomo. Dio agisce in questo modo positivo, fiducioso, solare; non per sottrazione, mai, ma sempre per addizione, aggiunta, incremento di vita, crescita. Lui ha incrollabile fiducia nei germogli.

Dalle parabole di Gesù emerge una visione emozionante del mondo: questa nostra storia è tutto un seminare, germinare, spuntare, accestire, granire, maturare: tutto è fiducia incamminata, con il suo ritmo misterioso, verso la fruttificazione, un consegnarsi gioioso a più vita.

Quando Dio entra in gioco, tutto entra in una dinamica di crescita, anche se parte da semi microscopici:

Dio ama racchiudere

il grande nel piccolo:

l’universo nell’atomo

l’albero nel seme

l’uomo nell’embrione

la farfalla nel bruco

l’eternità nell’attimo

l’amore in un cuore

se stesso in noi.

 

Il centro del vangelo della terra è la sconosciuta – divina – potenza del più piccolo seme. Se riesci ad ogni primavera a stupirti di questo allora avrai chiaro che nel mondo sono all’opera forze buone che crescono perché Qualcuno si cura di moltiplicarle, nonostante sassi e spine. E quello che avviene nella terra, avviene nei cuori. Una sorgente buona al centro di me e delle cose, che sgorga incessantemente, a cui posso sempre attingere, che è sempre disponibile e che non verrà mai meno.. È la mia fede gioiosa e fiduciosa.

 

 

Il Vangelo a cura di Ermes Ronchi

Dio racchiude il grande nel piccolo, l’eternità nell’attimo

XI Domenica – Tempo ordinario – Anno B

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra (…)». Mt 4,26-34

Gesù, narratore di parabole, sceglie sempre parole di casa, di orto, di lago, di strada: parole di tutti i giorni, dirette e immediate, laiche. Racconta storie di vita e le fa diventare storie di Dio, e così raggiunge tutti e porta tutti alla scuola delle piante, della senape, del filo d’erba, perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della natura coincidono; quelle che reggono il Regno di Dio e quelle che alimentano la vita dei viventi sono le stesse. Reale e spirituale coincidono.

Accade nel Regno ciò che accade nella vita profonda di ogni essere. C’è una sconosciuta e divina potenza che è all’opera, instancabile, che non dipende da te, che non devi forzare ma attendere con fiducia. Gesù ha questa bellissima visione del mondo, della terra, dell’uomo, al tempo stesso immagine di Dio, della Parola e del regno:
tutto è in cammino, un fiume di vita che scorre e non sta fermo. Tutto il mondo è incamminato, con il suo ritmo misterioso, verso la fioritura e la fruttificazione. Il paradigma della pienezza regge la nostra fede. Mietiture fiduciose, abbondanti. Gioia del raccolto. Sogni di pane e di pace. Positività.

Il terreno produce da sé, per energia e armonia proprie: è nella natura della natura di essere dono, di essere crescita. È nella natura di Dio. E anche dell’uomo. Dio agisce in modo positivo, fiducioso, solare; non per sottrazione, mai, ma sempre per addizione, aggiunta, incremento di vita. Con l’atteggiamento determinante della fiducia!

Il terreno produce spontaneamente. Non fa sforzo alcuno il seme, nessuna fatica per il terreno, la lucerna non deve sforzarsi per dare luce se è accesa; il sale non fa sforzo alcuno per dare sapore ai piatti. Dare è nella loro natura. È la legge della vita: per star bene anche l’uomo deve dare. Quando è maturo infine il frutto si dà, si consegna, espressione inusuale e bellissima, che riporta il verbo stesso con cui Gesù si consegna alla sua passione. E ricorda che l’uomo è maturo quando, come effetto di una vita esatta e armoniosa, è pronto a donarsi, a consegnarsi, a diventare anche lui pezzo di pane buono per la fame di qualcuno.

Nelle parabole, il Regno di Dio è presentato come un contrasto: non uno scontro apocalittico, bensì un contrasto di crescita, di vita. Dio viene come un contrasto vitale, come una dinamica che si insedia al centro, un salire, un evolvere, sempre verso più vita. Quando Dio entra in gioco, tutto entra in una dinamica di crescita, anche se parte da semi microscopici…

 

(Letture: Ezechiele 17, 22-24; Salmo 91; 2 Corinzi 5,6-10; Matteo 4, 26-34)

https://buff.ly/2ygiC9o

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/dio-racchiude-il-grande-nel-piccolo-l-eternita-nell-attimo

 

 

Quando cadono le foglie non sempre le badiamo. Eppure ognuna di esse ha una propria storia ed è specializzata per compiere la complessa fotosintesi clorofilliana, dove l’energia luminosa viene trasformata in energia chimica.

Finito il suo compito stagionale, la foglia si secca e cade. Noi camminiamo sopra il manto di foglie secche e le calpestiamo. Le foglie poi si decompongono per restituire i composti alla natura che saprà riutilizzarli.

Similmente, anche le nostre parole partecipano al meraviglioso e misterioso ciclo della storia umana: cadono come le foglie, ma in qualche modo influenzano le menti, il linguaggio e gli eventi.

Attenti, quindi, a quello che diciamo: è meglio rimanere silenziosi che dire inutili spropositi che danneggiano le persone e le comunità.

“Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti.” (Lc. 12,1)

 

ALCUNI LIBRI DI PIER ANGELO PIAI

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GESÙ CHIEDE TOTALE FIDUCIA IN LUI (nel “Colloquio interiore” di suor Maria della Trinità) https://www.edizionisegno.it/libro.as…

 

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L’Universo per la sua misteriosa complessità e bellezza dovrebbe generare in noi meraviglia e stupore. Ma spesso, a causa del nostro sguardo inquinato e superficiale non ci facciamo caso. Soprattutto la mentalità utilitaristica annebbia la vista interiore, per cui si dà quasi tutto per scontato e le cose che ci sembrano inutili, nemmeno vengono prese in considerazione.

Osserva l’albero con la sua corteccia, i suoi rami e le sue foglie. È un essere vivente: perché non sai stupirti?

Guarda il torrente gagliardo e spumeggiante che scorre tra massi arrugginiti: sei capace di stupirti?

E se osservi l’alta ed impervia montagna elevarsi in alto tra prati e rocce, perché non riesci a stupirti?

Lo spazio e lo scorrere del tempo, nel quale ogni percezione non è mai uguale all’altra indicano la complessità del nostro cervello, l’organo più complesso dell’universo: perché non arreca stupore in te?

L’esistenza, la vita, la consapevolezza della nostra stessa esistenza sono generatori di stupore anche per te?

Se non ti sai stupire vivi inutilmente…

 

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1 Giugno 2016

Messaggio della Madonna di Medjugorje

 

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I 10 SEGRETI DI MEDJUGORJE (di Padre Livio Fanzaga):

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VIDEO RELATIVI AI MESSAGGI DELLA MADONNA DI MEDJUGORJE

PLAYLIST RELATIVA A MEDJUGORJE (MESSAGGI E COMMENTI IN VIDEO)
https://www.youtube.com/playlist?list=PL_I8V9Z5YmOY_O1E9krjhlTo3O_k-L-6y

LE APPARIZIONI DELLA MADONNA A PORZUS – Nuova versione

6 luglio 2005

Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO

5 Gennaio 2010

REPORT SUL 21° SECOLO

Attraverso un
fantascientifico viaggio nel tempo, l’autore del libro, Pier Angelo
Piai, desidera sensibilizzare il lettore a prendere coscienza del
nostro comune modo di pensare ed agire, noi del 21° secolo che ci
vantiamo di essere progrediti. In che cosa consiste, allora, la vera
evoluzione della specie umana?
Quando l’uomo potrà diventare davvero integrale?
Report
cerca di dare alcune risposte ai moltissimi interrogativi che emergono
in queste pagine scritte attraverso riflessioni e  considerazioni
sociologiche, antropologiche e filosofiche.

6 Luglio 2005

6 luglio 2005 Il Catechismo della Chiesa Cattolica in mp3

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA IN AUDIO
Catechesi e omelie di padre Lino Pedron