Fb 29 maggio – Ascensione
Sandali di gioia (di p. Ermes Ronchi)

Ascensione, alla ricerca con Cristo di un crocevia tra terra e cielo, di una fessura aperta sull’oltre, su ciò che dura al di là del tramonto: sapere che il nostro amare non è inutile, ma sarà raccolto goccia a goccia.
Ascensione è l’atto di enorme fiducia di Gesù in quelli che lo hanno seguito per tre anni, che non hanno capito molto, ma che molto lo hanno amato: affida alla loro fragilità se stesso e il vangelo, e li benedice.
Il distacco di Gesù dai suoi, in Luca, è di una sobrietà incantevole. «Gesù li condusse fuori verso Betania»: è colui che precede, che indica la via, che avanza sicuro anche quando la meta è il Calvario.
Inizia su quell’altura la “Chiesa in uscita” (papa Francesco). Inizia con l’invio che chiede agli apostoli un cambio di sguardo. Devono passare da una Chiesa che mette se stessa al centro, ad una Chiesa al servizio dell’uomo, della vita, della cultura, della casa comune, delle nuove generazioni.
Convertiteli: coltivate e custodite i semi divini di ciascuno. Come Gesù che in Galilea andava alla ricerca delle faglie, delle fenditure nelle persone, là dove scorrevano acque sepolte, come con la samaritana al pozzo. Così la Chiesa è inviata al servizio dei germi santi che sono in ciascuno. Per ridestarli. Una Chiesa rabdomante del buono, per captare e far emergere le forze più belle che nemmeno sappiamo di avere, camminiamo su gioielli e non lo sappiamo.
E condotti fuori, li benedisse. Una lunga benedizione sospesa tra cielo e terra, veglia sul mondo. Il mondo lo ha rifiutato e ucciso, e lui lo benedice. Benedice me, così come sono, nelle mie amarezze e povertà. Nei miei dubbi benedetto, nelle mie fatiche benedetto.
Nella sua ascensione, Gesù non è salito verso l’alto, è andato oltre, verso le cose a venire. Non al di là delle nubi, ma al di là delle forme. Siede alla destra di ciascuno di noi, è nel profondo del creato, nel rigore della pietra, nella musica delle costellazioni, «nell’abbraccio degli amanti, in ogni rinuncia per un più grande amore» (G. Vannucci).
Luca conclude il suo vangelo a sorpresa: i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Invece d’essere tristi perchè se ne andava il loro amico, da quel momento sentono dentro un amore che abbraccia l’universo, e ne sono felici. “Ho amato ogni cosa con l’addio” (Marina Cvetaeva).
Una benedizione ha lasciato il Signore; non un giudizio o una condanna, ma una parola bella su noi. Perché si benedice chi ci ha fatto del bene. Ma io quale bene ho fatto a Dio? Nessuno. Eppure egli benedice i miei sandali rotti, e i miei percorsi malandati.
Tornarono con gioia grande. Non sono degno di Lui, ma mi prendo lo stesso la sua fiducia, mi tengo stretta la sua speranza in me, in noi, che stiamo ancora imparando, che stiamo sempre camminando. Su sandali di gioia.

 

Avvenire. Ascensione C

Con l’ascensione di Gesù, con il suo corpo assente, sottratto agli sguardi e al nostro avido toccare, inizia la nostalgia del cielo. Aveva preso carne nel grembo di una donna, svelando il profondo desiderio di Dio di essere uomo fra gli uomini e ora, salendo al cielo, porta con sé il nostro desiderio di essere Dio.
L’ascensione al cielo non è una vittoria sulle leggi della forza di gravità. Gesù non è andato lontano o in alto o in qualche angolo remoto del cosmo. È ‘asceso’ nel profondo degli esseri, ‘disceso’ nell’intimo del creato e delle creature, e da dentro preme come forza ascensionale verso più luminosa vita. A questa navigazione del cuore Gesù chiama i suoi. A spostare il cuore, non il corpo.

Il Maestro lascia la terra con un bilancio deficitario, un fallimento a giudicare dai numeri: delle folle che lo osannavano, sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne tenaci e coraggiose. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno molto amato, questo sì, e sono venuti tutti all’ultimo appuntamento. Ora Gesù può tornare al Padre, rassicurato di avere acceso amore sulla terra.
Sa che nessuno di quegli uomini e di quelle donne lo dimenticherà. È la sola garanzia di cui ha bisogno. E affida il suo vangelo, e il sogno di cieli nuovi e terra nuova, non all’intelligenza dei primi della classe, ma a quella fragilità innamorata.
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Nel momento dell’addio, Gesù allarga le braccia sui discepoli, li raccoglie e li stringe a sé, e poi li invia. È il suo gesto finale, ultimo, definitivo; immagine che chiude la storia: le braccia alte in una benedizione senza parole, che da Betania veglia sul mondo, sospesa per sempre tra noi e Dio! Il mondo lo ha rifiutato e ucciso e lui lo benedice.
Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Gesto prolungato, continuato, non frettoloso, verbo espresso all’imperfetto per indicare una benedizione mai terminata, in-finita; lunga benedizione che galleggia alta sul mondo e vicinissima a me: Lui che benedice gli occhi e le mani dei suoi, benedice il cuore e il sorriso, la tenerezza e la gioia improvvisa! Quella gioia che nasce quando senti che il nostro amare non è inutile, ma sarà raccolto goccia a goccia, vivo per sempre. Che il nostro lottare non è inutile, ma produce cielo sulla terra.
È asceso il nostro Dio migratore: non oltre le nubi ma oltre le forme; non una navigazione celeste, ma un pellegrinaggio del cuore: se prima era con i discepoli, ora sarà dentro di loro, forza ascensionale dell’intero cosmo verso più luminosa vita.