Fb 25 luglio 21

Gv 6, 1-15

Primizie sul mondo  (di p. Ermes Ronchi)

Come avvengano certi miracoli non lo sapremo mai. Ci sono e basta. Ci sono, quando a vincere è la legge della generosità.

Poco pane condiviso tra tutti, ed è misteriosamente sufficiente! Quando invece tengo stretto il mio pane solo per me, comincia la fame.

Il racconto è pieno di simboli bellissimi, e il miracolo del pane racconta qualcosa di molto più grande che non la semplice moltiplicazione di cinque pani e due pesci.

E’ ormai primavera, tempo di Pasqua; c’è il monte, grande simbolo della casa di Dio; c’è molta erba che richiama i pascoli; ci sono i numeri: cinque pani e due pesci formano il sette, simbolo della pienezza; c’è il pane d’orzo, pane di primizia perché l’orzo è il primo dei cereali che matura, primo pane nuovo; e c’è un ragazzo, neppure un uomo adulto, una primizia d’uomo.

Un Vangelo pieno d’inizi, pieno di gemme che fioriscono per grazia. Modello del discepolo oggi è il ragazzo senza nome né volto, che con la sua generosità innesca la spirale della condivisione, il vero grande miracolo.

Giovanni riassume l’agire di Gesù nei tre verbi «prese, rese grazie e distribuì», che, richiamando l’Eucaristia, fanno dell’intera mia vita un sacramento, della tua vita un vangelo.

L’uomo può solo prendere e ricevere la vita, il creato, le persone, i bocconi di pane. Può solo ringraziare e benedire per ogni cosa, anche per le sacre briciole avanzate, grande tesoro da custodire.

Per una misteriosa regola divina, quando il mio pane diventa il nostro pane accade il miracolo. La fame finisce non quando mangi a sazietà, ma quando condividi fosse anche il poco che hai!

Perché la vita è come il respiro, che non puoi trattenere o accumulare; come una manna che per domani non dura.

Allora ricevi, ringrazia, dona! Tu sei ricco solo di ciò che hai donato. Infatti il vangelo neppure parla di moltiplicazione, ma di divisione di pane eterno, pane infinito. Vangelo che non è venuto a risolvere i problemi, ma a indicare la direzione, dritta come freccia; che alla tavola dell’umanità non assicura beni economici, ma profezia di giustizia.

Bellissimo Gesù che fugge lontano da tutto ciò che circonda il nome di re; fugge lontano dal potere, ma non rifiuta l’acclamazione a profeta, perché la profezia gli si addice: è bocca di Dio e bocca dei poveri.

Non il potere, dunque, per me cristiano e per l’intera Chiesa, ma una profezia: come lui, essere voce di Dio e voce del povero, essere lievito buono di un mondo nuovo.

Noi siamo fatti per la felicità, ma in questa corsa della vita, in questa furia di vivere che ci prende tutti, spesso non pensiamo a moltiplicare dentro noi le sorgenti interiori, le sole forze capaci di dare felicità. Per questo oggi chiedo al Signore di donare sì pane a chi ha fame, ma, su tutto, di accendere fame di Lui, fame di cose grandi, in chi è sazio di solo pane.

 

Avvenire Gv 6.1-15

Domenica del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste, che sembra non finire mai. E mentre lo distribuivano, non veniva a mancare; e mentre passava di mano in mano, restava in ogni mano.

C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci… Un pane d’orzo, il primo cereale che matura; un ragazzo, in cui matura un uomo. Quella primizia d’umanità ha capito tutto, nessuno gli ha chiesto nulla e il ragazzo mette tutto a disposizione. È questa la prima scintilla della risposta alla fame della folla.

Ma cosa sono cinque pani per 5000: uno a mille. Il vangelo sottolinea la sproporzione tra il poco di partenza e la fame innumerevole che assedia.

Sproporzione però è anche il nome della speranza, che ha ragioni che la ragione non conosce. E il cristiano non può misurare le sue scelte solo sul ragionevole, sul possibile. Perché dovremmo credere a un Risorto, se siamo legati al possibile?

La stessa sproporzione la sentiamo di fronte ai problemi immensi del nostro mondo. Io ho solo cinque pani, e i poveri sono legioni. Eppure Gesù non bada alla quantità, ne basta anche meno, molto meno, una briciola. E la follia della generosità.

E infatti, non appena gli riferiscono la poesia e il coraggio di questo ragazzo, sente scattare dentro come una molla: Fateli sedere! Adesso sì che è possibile cominciare ad affrontare la fame!

Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie li diede… Giovanni non riferisce come accade. Come avvengano certi miracoli non lo sapremo mai. Ci sono e basta. Sono perfino troppi. Ci sono, quando a vincere è la legge della generosità: poco pane spezzato con gli altri è misteriosamente sufficiente; il nostro pane tenuto gelosamente  per noi è l’inizio della fame: “Nel mondo c’è pane sufficiente per la fame di tutti, ma insufficiente per l’avidità di pochi” (Gandhi).

Prese i pani e dopo aver reso grazie li diede…Tre verbi benedetti: prendere, ringraziare, donare. Gesù non è il padrone del pane, lo riceve, ne è attraversato, semplice luogo di passaggio. Quando noi ci consideriamo i padroni delle cose, ne profaniamo l’anima, roviniamo l’aria, l’acqua, la terra, il pane. Niente è nostro, noi riceviamo e doniamo, siamo attraversati da una vita, che viene da prima di noi e va oltre noi.

Rese grazie: al Padre e al ragazzo senza nome, alla suolo e alla pioggia d’autunno, alla macina e al fuoco, madre e padre del pane.

Tutto ci viene incontro, è vita che ci ospita, dono che viene “da un divino labirinto di cause ed effetti” (M. Gualtieri). Che fa della vita un sacramento di comunione.

“E li diede”. Perché la vita è come il respiro, che non puoi trattenere o accumulare; è come una manna che per domani non dura. Dare è vivere.

“Io ringraziare desidero il divino labirinto delle cause e degli effetti” (M. Gualtieri). Come per il pane del miracolo, ogni dono chiede cura, un canto di gratitudine,  e infine mani che si aprono nel gesto del seme, della nuvola, del solco che si apre nella terra. Il gesto definitivo delle mani aperte sul legno.

Non intende realizzare una moltiplicazione di beni materiali, ma dare un senso, una direzione a quei beni, perché diventino sacramenti di Dio.