IL CARCERE E’ SOCIETA’…NOTANDO E PENSANDO A QUELL’ACCENTO.

AL VICOLO CIECO

Qualche tempo addietro scrissi alcune riflessioni sul carcere, sostenendo che esso è sempre più costretto a vivere del suo, è sempre più “obbligato” a mancare alle auspicate attese della collettività, nell’impossibilità quindi di partorire giustizia e speranza.
Scrissi dei tanti suicidi e dei troppi silenzi.
Ricordo che fui accusato di falsare i dati, di stravolgere la realtà, di mistificare la verità.

Fui indicato come uno scrittore che non sapeva dare conto della propria scrittura, cioè del valore delle parole.
Con sorpresa, alcuni giorni dopo, un grande giornale pubblicò un servizio che confermava le mie tesi, i suicidi in carcere sono effettivamente aumentati drammaticamente.
Soprattutto, ribadisco io, si è deteriorata quella solidarietà e partecipazione costruttiva tra il dentro e il fuori.
Quel collante-riabilitante a fatica edificato negli ultimi anni.
Solidarietà che non è un sentimento pietistico né parente lontana di un’assistenzialismo passivo, bensì è un preciso interesse collettivo, affinché alla giusta condanna del colpevole si affianchi quella prevenzione-accompagnamento che consente di combattere la recidiva dilagante.

Nel silenzio e nell’indifferenza colpevole, spesso mi sono chiesto qual’è il volto nascosto dietro le righe di una notizia.
Qual’è il volto e la storia dell’ultimo uomo scivolato in “SCACCO MATTO” in un carcere.
Quanto quest’ennesimo suicidio risarcisce in termini di umanità, al di là della mera notizia?
Per quanto concerne il carcere penso che non tutto ciò che accade nell’ambiente penitenziario è arbitrario, illegale, ingiusto, forse è solo il risultato del nulla prodotto, appunto, per mancanza di un preciso interesse collettivo o meglio della sua comprensione sensibile.
Perciò a nulla vale il nuovo Ordinamento Penitenziario, il rafforzamento degli Agenti di Polizia Penitenziaria, e di contro la negazione di ogni pietà attraverso la concessione di un indulto o di una amnistia.

Se non interverrà un vero ripensamento-intervento culturale, c’è il rischio di precipitare all’indietro: in una proiezione dell’ombra che non accetta né consente spazi di ravvedimento.
Non è il caso di avvitarsi nel pessimismo, di arrendersi non se ne parla, perché come ha detto Don Franco Tassone Responsabile della Comunità Casa del Giovane di Pavia: “occorre vincere l’ultima battaglia”.
Infatti sono convinto che anche fra le mura di un carcere ci sono uomini consapevoli dell’esistenza di leggi morali, oltre che scritte.

Ci sono uomini che possono riconoscere le leggi dell’armonia sociale, quelle leggi che ad un certo punto si è pensato di poter dimenticare.
Però penso anche a quell’uomo, l’ultimo della serie che s’è impiccato.
A quel volto, a quel cappio al collo, e intravedo l’importanza di demolire i ghetti mentali, di per sè espressione di quello spirito umano spesso incatenato.
Penso allora a questa vita, che è tutta da vivere sempre e comunque, proprio perché è un ‘avventura incerta, e incerta significa che si patisce, si soffre, si cade, e si arriva alla coscienza della poca conoscenza, dei tanti motivi che sfuggono.
Non conosco il volto strozzato in quel carcere, ma comprendo la difficoltà dell’accettazione del dolore, il che in una parola sottenderebbe assenza di saggezza.
So bene quant’è difficile agguantarne l’orma, e quanto a volte ciò sembri lontano, sebbene così straordinariamente vicino, al punto da non vederne neppure l’ombra.
In un carcere è difficile perforare quella superficialità che è corazza a difesa, il “muro di niente” contro cui cozziamo e moriamo.

E’ davvero difficile raggiungere quella falda profonda a nome interiorità, navigando tra anse e anfratti, scogli e derive per arrivare a quell’essenza che può dirci di cosa siamo capaci, e addirittura svelarci il significato da dare alla vita.
Qualcuno ben più illuminato di me ha detto che, forse, il significato della vita, propriamente, non va cercato: dobbiamo solo aiutarlo a rivelarsi e quindi accoglierlo.
Fuggire da noi stessi, dalla realtà stretta di una cella, annullando il significato della propria esistenza, non giustifica la colpa, né le ragioni che ci inducono a farla finita.
Tanto meno indurrà la società a chiedersi se questo ultimo gesto è lecito, e se è morale.
Ancor meno spingerà a domandarsi se per caso Dio non sia morto proprio dentro la cella di un carcere, ipocritamente descritto come un luogo di speranza, mentre permane un luogo di morte.

Forse sarebbe il caso di ripensare davvero alla possibilità di un carcere a misura di uomo, anche dell’ultimo degli uomini.
Di come il detenuto, oltre alla propria condanna, sconti una ulteriore sanzione, quella di morire a tempo determinato.
Perché in carcere, oltre alle ben note etichette, stigmatizzazioni e umiliazioni, va di moda la flessibilità, non quella del lavoro né della pena: umana, dignitosa, condivisa.
Si tratta di flessibilità nel risolvere i problemi endemici che soffocano l’ Amministrazione Penitenziaria, la quale pare muoversi come la nostra evoluta società, che cresce, si educa, si realizza pari passo con l’imbarbarimento dei sentimenti e dei valori, scambiati per medaglie e successi da conseguire a tutti i costi.


Io sono un detenuto, lo sono da trent’anni.
Scrivo, leggo, lavoro, ascolto e penso, ho gratitudine sincera per chi mi ha aiutato ad essere ciò che sono oggi, sono consapevole delle difficoltà in cui vive il carcere, e ancor di più quelle in cui sopravvive l’uomo detenuto.
Sono conscio che le utopie, la pietistica, fanno solo male a entrambi.
E’ urgente smetterla con le solite frasi fatte, luoghi comuni, e fredde didascalie.
In carcere non si muore solamente per le strutture vecchie e malandate, né per l’assenza cronica di Operatori.
In galera ci si perde per sempre, perché è un luogo separato davvero, da una società che corre all’impazzata al supermercato delle suggestioni, degli ideali venduti a buon prezzo, della fede che non è amore che libera, ma fatica di pochi momenti.
In carcere è morto un altro uomo? I mass-media hanno sparato a zero sul sistema, hanno detto che si è suicidato, per l’invivibilità della prigione, per il peso del proprio reato, per la solitudine imposta..

Ma ecco che le parole assumono la cantilena di un nuovo e altrettanto inaccettabile epitaffio, perché anche negli Istituti di più recente costruzione, dove ci sono pochi detenuti, più operatori, e spazi di vivibilità umana in abbondanza, un altro detenuto si è tolto la vita.
Non c’è bisogno di richiamare per forza una fratellanza allargata, di ripetere “mio Dio”, penso piuttosto che occorre ritornare a una coerenza che non è spendibile con le sole parole.
Una coerenza che riporta al centro l’essere umano, con l’attenzione vera per chi subisce il dolore dell’offesa tragica, e con l’attenzione sensibile che non è accudente, né giustificante, ma un preciso interesse collettivo, affinché l’uomo possa migliorare e trasformarsi.

Bisogna bandire le ciance, e chiamare per nome le mancanze, le assenze, gli incitamenti che inducono a non pensare a chi cade, ma spronano a seguire chi ben cammina. poco importa se calpestando chi arranca.
Eppure non tutto viene per nuocere, infatti questa epidemia di suicidi e di numeri a scalare forse risolveranno il problema asfissiante del sovraffollamento, e, perché no, anche quello della spesa pubblica: e per mantenerne uno in meno, e per non costruire altri penitenziari. pardon, “molok” nelle nebbie transilvane.

AL VICOLO CIECO

Qualche tempo addietro scrissi alcune riflessioni sul carcere, sostenendo che esso è sempre più costretto a vivere del suo, è sempre più “obbligato” a mancare alle auspicate attese della collettività, nell’impossibilità quindi di partorire giustizia e speranza.
Scrissi dei tanti suicidi e dei troppi silenzi.
Ricordo che fui accusato di falsare i dati, di stravolgere la realtà, di mistificare la verità.
Fui indicato come uno scrittore che non sapeva dare conto della propria scrittura, cioè del valore delle parole.
Con sorpresa, alcuni giorni dopo, un grande giornale pubblicò un servizio che confermava le mie tesi, i suicidi in carcere sono effettivamente aumentati drammaticamente.
Soprattutto, ribadisco io, si è deteriorata quella solidarietà e partecipazione costruttiva tra il dentro e il fuori.
Quel collante-riabilitante a fatica edificato negli ultimi anni.
Solidarietà che non è un sentimento pietistico né parente lontana di un’assistenzialismo passivo, bensì è un preciso interesse collettivo, affinché alla giusta condanna del colpevole si affianchi quella prevenzione-accompagnamento che consente di combattere la recidiva dilagante.
Nel silenzio e nell’indifferenza colpevole, spesso mi sono chiesto qual’è il volto nascosto dietro le righe di una notizia.

Qual’è il volto e la storia dell’ultimo uomo scivolato in “SCACCO MATTO” in un carcere.
Quanto quest’ennesimo suicidio risarcisce in termini di umanità, al di là della mera notizia?
Per quanto concerne il carcere penso che non tutto ciò che accade nell’ambiente penitenziario è arbitrario, illegale, ingiusto, forse è solo il risultato del nulla prodotto, appunto, per mancanza di un preciso interesse collettivo o meglio della sua comprensione sensibile.
Perciò a nulla vale il nuovo Ordinamento Penitenziario, il rafforzamento degli Agenti di Polizia Penitenziaria, e di contro la negazione di ogni pietà attraverso la concessione di un indulto o di una amnistia.

Se non interverrà un vero ripensamento-intervento culturale, c’è il rischio di precipitare all’indietro: in una proiezione dell’ombra che non accetta né consente spazi di ravvedimento.
Non è il caso di avvitarsi nel pessimismo, di arrendersi non se ne parla, perché come ha detto Don Franco Tassone Responsabile della Comunità Casa del Giovane di Pavia: “occorre vincere l’ultima battaglia”.
Infatti sono convinto che anche fra le mura di un carcere ci sono uomini consapevoli dell’esistenza di leggi morali, oltre che scritte.
Ci sono uomini che possono riconoscere le leggi dell’armonia sociale, quelle leggi che ad un certo punto si è pensato di poter dimenticare.
Però penso anche a quell’uomo, l’ultimo della serie che s’è impiccato.

A quel volto, a quel cappio al collo, e intravedo l’importanza di demolire i ghetti mentali, di per sè espressione di quello spirito umano spesso incatenato.
Penso allora a questa vita, che è tutta da vivere sempre e comunque, proprio perché è un ‘avventura incerta, e incerta significa che si patisce, si soffre, si cade, e si arriva alla coscienza della poca conoscenza, dei tanti motivi che sfuggono.
Non conosco il volto strozzato in quel carcere, ma comprendo la difficoltà dell’accettazione del dolore, il che in una parola sottenderebbe assenza di saggezza.
So bene quant’è difficile agguantarne l’orma, e quanto a volte ciò sembri lontano, sebbene così straordinariamente vicino, al punto da non vederne neppure l’ombra.
In un carcere è difficile perforare quella superficialità che è corazza a difesa, il “muro di niente” contro cui cozziamo e moriamo.

E’ davvero difficile raggiungere quella falda profonda a nome interiorità, navigando tra anse e anfratti, scogli e derive per arrivare a quell’essenza che può dirci di cosa siamo capaci, e addirittura svelarci il significato da dare alla vita.
Qualcuno ben più illuminato di me ha detto che, forse, il significato della vita, propriamente, non va cercato: dobbiamo solo aiutarlo a rivelarsi e quindi accoglierlo.
Fuggire da noi stessi, dalla realtà stretta di una cella, annullando il significato della propria esistenza, non giustifica la colpa, né le ragioni che ci inducono a farla finita.
Tanto meno indurrà la società a chiedersi se questo ultimo gesto è lecito, e se è morale.

Ancor meno spingerà a domandarsi se per caso Dio non sia morto proprio dentro la cella di un carcere, ipocritamente descritto come un luogo di speranza, mentre permane un luogo di morte.
Forse sarebbe il caso di ripensare davvero alla possibilità di un carcere a misura di uomo, anche dell’ultimo degli uomini.
Di come il detenuto, oltre alla propria condanna, sconti una ulteriore sanzione, quella di morire a tempo determinato.
Perché in carcere, oltre alle ben note etichette, stigmatizzazioni e umiliazioni, va di moda la flessibilità, non quella del lavoro né della pena: umana, dignitosa, condivisa.
Si tratta di flessibilità nel risolvere i problemi endemici che soffocano l’ Amministrazione Penitenziaria, la quale pare muoversi come la nostra evoluta società, che cresce, si educa, si realizza pari passo con l’imbarbarimento dei sentimenti e dei valori, scambiati per medaglie e successi da conseguire a tutti i costi.
I
o sono un detenuto, lo sono da trent’anni.
Scrivo, leggo, lavoro, ascolto e penso, ho gratitudine sincera per chi mi ha aiutato ad essere ciò che sono oggi, sono consapevole delle difficoltà in cui vive il carcere, e ancor di più quelle in cui sopravvive l’uomo detenuto.
Sono conscio che le utopie, la pietistica, fanno solo male a entrambi.

E’ urgente smetterla con le solite frasi fatte, luoghi comuni, e fredde didascalie.
In carcere non si muore solamente per le strutture vecchie e malandate, né per l’assenza cronica di Operatori.
In galera ci si perde per sempre, perché è un luogo separato davvero, da una società che corre all’impazzata al supermercato delle suggestioni, degli ideali venduti a buon prezzo, della fede che non è amore che libera, ma fatica di pochi momenti.
In carcere è morto un altro uomo? I mass-media hanno sparato a zero sul sistema, hanno detto che si è suicidato, per l’invivibilità della prigione, per il peso del proprio reato, per la solitudine imposta..

Ma ecco che le parole assumono la cantilena di un nuovo e altrettanto inaccettabile epitaffio, perché anche negli Istituti di più recente costruzione, dove ci sono pochi detenuti, più operatori, e spazi di vivibilità umana in abbondanza, un altro detenuto si è tolto la vita.
Non c’è bisogno di richiamare per forza una fratellanza allargata, di ripetere “mio Dio”, penso piuttosto che occorre ritornare a una coerenza che non è spendibile con le sole parole.
Una coerenza che riporta al centro l’essere umano, con l’attenzione vera per chi subisce il dolore dell’offesa tragica, e con l’attenzione sensibile che non è accudente, né giustificante, ma un preciso interesse collettivo, affinché l’uomo possa migliorare e trasformarsi.

Bisogna bandire le ciance, e chiamare per nome le mancanze, le assenze, gli incitamenti che inducono a non pensare a chi cade, ma spronano a seguire chi ben cammina. poco importa se calpestando chi arranca.
Eppure non tutto viene per nuocere, infatti questa epidemia di suicidi e di numeri a scalare forse risolveranno il problema asfissiante del sovraffollamento, e, perché no, anche quello della spesa pubblica: e per mantenerne uno in meno, e per non costruire altri penitenziari. pardon, “molok” nelle nebbie transilvane.

Vincenzo Andraous
Carcere di Pavia e
tutor educatore Comunità “Casa del Giovane” di Pavia.
Luglio 2002

RAMOSCELLI DI ULIVO SPEZZATI

Internet e navigatori, un modo nuovo per non nascondersi di fronte ai problemi, soprattutto un modo nuovo per parlare fuori da ogni clamore rivendicativo.
Mi hanno chiesto in molti, perché sono dalla parte di Adriano Sofri.
Perché lo ritengo innocente.
Poi mi hanno chiesto ancora cosa ne penso di una vita umana depredata del suo diritto di vivere.
Si, sto dalla parte di Adriano Sofri e non per posizione ideologica.

Sono per la sofferenza di un uomo, che in trent’anni, ancora non ha avuto la possibilità di vivere normalmente.
Sono per Adriano Sofri, per lo stesso motivo, per cui mi sento vicino al dolore delle vittime di quel reato; entrambi hanno le dita rotte, a forza di scavare alla ricerca di una verità-liberante.
Mentre le verità portate in superficie sono molteplici, come i processi svolti, nelle assoluzioni incontrate, nelle condanne erogate.

Il dubbio, il tormento, l’inquietudine di questi decenni, dovrebbero insegnarci quanto meno, che la strumentalizzazione politica serve solamente ad alimentare rotture e separazioni difficilmente sanabili, difficilmente ricomponibili.
Ritengo Sofri innocente del delitto ascritto, non perché io sappia dov’era quel giorno, né lo conosco personalmente, tanto meno perché non credo all’autorevolezza di una sentenza passata in giudicato.
Lo ritengo innocente perché in quei lunghi anni bui, teatrali nella loro cruenta tragedia, molti furono i protagonisti architetti sgangherati di uno scontro sociale, sfociato nel sangue e nella disperazione, di innumerevoli assenze, diventate nel tempo presenze costanti.

Sono stati molti e troppi al di qua e al di là del filo spinato eretto a misura per non fare i conti con le proprie inadempienze.
Ritengo vi sia una differenza profonda tra una responsabilità morale e un’altra penale. Sono convinto che le parole abbiano un’eredità intrinseca, quando sono lanciate scompostamente e del tutto prive di meccanismi di sicurezza. Ma è un’altra cosa l’armare il cane di una pistola, premere il grilletto, e rimanere a guardare un uomo denudato della propria dignitàmorire.
Non ho buonismi facili né intelletto caritatevole che mi inducono a tendere la mano a Sofri, bensì è la forza della ragione che mi spinge a non schierarmi con il plotone di esecuzione in attesa da decenni.

Ammesso e non concesso che Sofri fosse colui che ha commesso quel delitto: nulla è passato sotto i ponti in questi trent’anni?
Se un colpevole doveva pagare, essere rintracciato e inchiodato alle proprie colpe, a me pare che quest’uomo abbia avuto a sufficienza ferri ai polsi, sbarre e affetti negati.
Neppure riassumo le tante azioni, opere e comportamenti, messi in atto per tentare di dare un senso alla propria vitaspesa anche e soprattutto per gli altri: infatti non è questo che promuove Sofri uomo e persona da additare con rispetto e fin’anche con pietà.

Se veramente egli fosse stato artefice materiale di quel delitto, ebbene in tanti anni di carcere, di entrate e di uscite, di tempo sospeso e speranze fucilate, penso abbia scontato tutto un tempo per pagare il dazio richiesto all’intera società.
Ma ciò che più mi rende sbilanciato dalla sua parte, quindi dalla parte di chi non c’è più, è un ragionamento che dovrebbe riguardare i tanti altri Sofri relegati nelle patrie galere, che non sono pochi.

Penso che l’uomo della condanna non sia più l’uomo della pena. Penso che chi ha commesso un reato, seppur grave, nel tragitto di vita detentivo e non, abbia la possibilità di smetterla di disabitare se stesso, e così diventare ed essere un uomo diverso. Un uomo dapprima vinto e perduto, e in seguito un uomo che affidandosi alle proprie capacità interiori, ritrova la propria umanità.

Ciò in forza della fede che ognuno professa, sia anche quella di un amore finalmente coraggioso per l’altro.
Non difendo Sofri, né cerco di fuorviare dal carico di lacerante disperazione di quella famiglia a lutto.
Ragiono come dovrebbe ragionare una Giustizia non succube di momenti emozionali emergenziali. Una Giustizia che è tale, perché è giusta ed equa, e non perché potente e altisonante.
A quale scopo detenere Sofri oggi? Per quale motivo agire nei suoi confronti? Per quale ulteriore mandato decidere di reciderne la volontà?

Non è mia intenzione comparare il messaggio cristiano con il nostro sistema giuridico, né porre su binari convergenti le parole di Cristo con il diritto penale. Non ne sarei capace, ma obiettare che un uomo che non confessa, devia dal primo gradino della propria conversione, mi sembra alquanto improprio. Primo perché, se Sofri foss’anche colpevole, quella confessione andrebbe riportata a Cristo stesso o al suo ministro.
Secondo, perché il Tribunale, lo Stato, la società reprime una condotta socialmente dannosa, e giudica gli atti posti in essere da quella persona. Non quella persona.

Non difendo Sofri, né prendo parte al banchetto degli avvoltoi, né mi siedo a destra o a sinistra sullo scranno più alto. Non voglio neppure tirare per il bavero Gesù e la Fede, neanche voglio commuovere la platea irosa che chiama a raccolta.
Piuttosto mi viene spontaneo affermare che lo Stato non è capace della generosità del perdono, se non per un puro calcolo di opportunità.
E se l’obiettivo di uno Stato è la rieducazione nella funzione della pena, mi chiedo cosa c’è da riformare, destrutturare e ristrutturare, in un uomo, oggi detenuto, come Sofri?
Uno Stato non si spende per la conversione del reo ( figuriamoci di un innocente che muore senza mai invocare alcuna pietà d’accatto ), ma se vogliamo, arbitrariamente, discutere di ciò, allora è la storia personale dell’uomo Sofri, quella sbandierata dai giornali, dalla televisione, dalle cronache a metter fine al dubbio, perché da quei lontani anni di slogans e sangue, è proprio il Sofri di oggi a disegnare il percorso di una conversione ove si riconosce la centralità dell’uomo.
No, non difendo Sofri, perché la mia storia ha la pancia piena di sbarre, di catene, di scarponi chiodati, di eredità e fardelli inestricabili, conosco il male fatto e il dolore arrecato, ancor di più quant’è impervia la strada che porta alla consapevolezza del peccato, di cosa è giusto e di cosa è infinitamente sbagliato.
Proprio per questo motivo, penso che cucire addosso a Sofri termini quali rieducazione o conversione, risultino spartiti che non decanteranno lodi per alcuno.

Uno Stato e quindi una collettività hanno tutto il diritto di difendersi, mai di vendicarsi. Chi ha infranto le regole del vivere civile paghi il proprio debito, ma abbia la possibilità di riparare al male fatto, perché una società giusta non può e non deve volgere le spalle a chi è fin’anche ultimo, ma nel tempo è diventato un uomo nuovo.
E del resto, rimane forse la terribile domanda di Primo Levi: “ chi dà a voi il diritto di perdonare?”.

Vincenzo Andraous
Carcere di Pavia e tutor Comunità Casa del Giovane di Pavia
Agosto 2002
Non mi reputo uno scrittore né un poeta, credo di avere qualcosa da comunicare, senza alcuna presunzione di insegnare nulla a nessuno, o salvare alcuno dal proprio destino. Raccontarci la nostra storia personale può significare la nascita di una amicizia, di un sentimento gratuito, allora anche la mia storia, la mia gran brutta storia può diventare motivo di riflessione per tentare di intravedere il pericolo dei rischi estremi, in quel mito della trasgressione che spesso diviene devianzae poi risalire dal baratro diventa difficile.
Sono una persona che disegna con le parole ciò che sente, non sono visivo, ma uditivo nel mio percepire le cose, i fatti, le persone. Ho imparato a scrivere leggendomi e credo sia importante leggere ciò che la mente e il cuore tracciano, perché sono orme e impronte digitali che sovente inducono ad ascoltare note nascoste ben al di sotto del primo strato.
Vincenzo Andraous è nato a Catania il 28-10-1954, una figlia Yelenia che definisce la sua rivincita più grande, detenuto nel carcere di Pavia, ristretto da ventotto anni e condannato all‚ergastolo „FINE PENA MAI‰.
Da sette anni usufruisce di permessi premio e lavoro esterno in art.21, da un anno e mezzo è in regime di semilibertà svolgendo attività di tutor-educatore presso la Comunità „Casa Del Giovane „di Pavia.
Per dieci anni è stato uno degli animatori del Collettivo Verde del carcere di Voghera, impegnato in attività sociali e culturali con le televisioni pubbliche e private, con Enti, Scuole, Parrocchie, Università, Associazioni e Movimenti culturali di tutta la penisola,
Circa venti le collaborazioni a tesi di laurea in psicologia e sociologia;
E’ titolare di alcune rubriche mensili su riviste e giornali, laici e cattolici;
altresì su alcuni periodici on line di informazione e letteratura laica, e su periodici cattolici di vescovadi italiani;
– ha conseguito circa 80 premi letterari;
– ha pubblicato sette libri di poesia, di saggistica sul carcere e la devianza, nonché la propria autobiografia;
– Non mi inganno – edito da Ibiskos di Empoli
– Per una Principessa in jeans edito da Ibiskos di Empoli
– Samarcanda edito da Cultura 2000 di Siracusa
– Avrei voluto sedurre la luna edito da Vicolo del Pavone di Piacenza
– Carcere è società edito da Vicolo del Pavone di Piacenza – Autobiografia di un assassino-dal buio alla rinascita edito da Liberal di Firenze
– Oltre il carcere edito dal Centro Stampa della „Casa del Giovane di Pavia.

I volumi possono essere richiesti all‚autore, che li spedirà celermente.

Vincenzo Andraous Comunità Casa del Giovane via Lomonaco 16 Pavia 27100.

e-mail: [email protected]

TEL. 0382-3814417


Zoe è una femmina di Pastore Bergamasco, io e la mia compagna l’abbiamo adottata, prelevandola in un canile del pavese.
L’abbiamo scelta tra tanti altri “dispersi”, ululanti, preda di lamenti, di movimenti isterici, di occhioni svuotati di se stessi.
Zoe se ne stava in mezzo alla sua gabbia, ferma come l’acqua del lago, inchiodata alla sua misera esistenza. Ce la siamo portata a casa senza pensarci su due volte.
Zoe senza voce, senza sguardo in alto, senza nome né storia, cancellate dalla strada in cui è stata abbandonata perché displasica, terrorizzata dai bastoni e dagli schiamazzi.
Troppi calci e mai una carezza.
Zoe senza giochi né scoperte da incontrare, era scomparso l’uscio dove infilarsi per conoscere il mondo di affetti a pochi passi dal suo bel nasone.
Zoe disperata nei silenzi che assordano.
Sono trascorsi i giorni, i mesi e un paio di anni, sei lontana dagli spazi angusti del canile, ora proteggi i metri della tua casa, con le tue nuove passioni, sei padrona della tua scelta d’amare e di essere amata senza forzature e con reciprocità.
Non c’è più niente in questa casa che non contempli anche te, e mentre sfioro il viso della mia compagna, perfino il nostro amore è più bello, in forza del tuo più smisurato bisogno.
La osservo girovagare per le stanze, adagiarsi sul divano, addormentarsi, così mi coglie un parallelismo di non poco conto.
Zoe e la sua storia di recente trovata, somiglia per intero a tante altre storie anonime, di giovanissimi dimenticati dal disinteresse più colpevole dei propri cari, abbandonati a se stessi, per rincorrere un benessere che disconosce i più deboli oppure i già vinti in partenza.
Rammento Zoe in quei giorni lontani, e rivedo i troppi ragazzi in questa comunità, non c’è poi tanta differenza nella loro diversità, quattro zampe o due gambe non accorciano i metri di sofferenza imposta e mai cercata.
Giovani con il cuore lacerato, le membra tumefatte, con gli occhi umidi e le guance contratte.
Zoe piagata e piegata, sola, senza più desiderio di giocare.
Giovani minuti e paffuti, annaspano per non annegare nelle solitudini più sconosciute.
Zoe e padroni latitanti, ragazzi e amori distanti, tutti a camminare in ginocchio, nonostante i pugni chiusi, il digrignar di denti.
Sto scrivendo di lei e Zoe mi osserva, il suo nasone si muove, si protende verso di me, come a voler annusare il frastuono dei miei pensieri. E più mi avvicino al suo bel muso con la dolcezza che mi ha insegnato, più mi rendo conto che davvero non esistono cani cattivi, né ragazzi da scartare, più banalmente ci sono invece padroni e genitori idioti, e peggio amori mai nati, per la loro incapacità di farsi carico dei “ viaggiatori di passi perduti “.

Vincenzo Andraous
Carcere di Pavia e
tutor educatore Comunità
Casa del Giovane di Pavia
novembre 2002

SEPOLCRI IMBIANCATI

Ci risiamo, un altro detenuto si è tolto la vita, un altro numero da immettere nel pallottoliere, un altro rompiscatole in meno.
Per la cadenza impressionante che assumono questi accadimenti, verrebbe da dire che il problema del sovraffollamento sta per essere risolto per vie del tutto naturali, per autoesclusione.
Ciò che però rende dura la digestione anche ai più disinteressati, sta nel fatto che l’ennesimo scomparso non era un delinquente incallito, neppure un uomo abituato alla gabbia, né era una persona che si sentiva illusoriamente eroe vincente in una prigione, bensì era un poveraccio extracomunitario con pochi giorni da scontare.
E allora? Dirà qualcuno.
Be’, si potrebbe obiettare, che non occorrono navi in mare né uomini in divisa alle frontiere, si potrebbero risparmiare dei bei denari, conducendo il bagaglio umano in galera, una volta ripescato sulle strade, tanto non è gran spesa un po’ di corda e di sapone.
Sarcasmo, cinismo? O ricorso spregiudicato all’estremismo reale? Non so più quale delle due opzioni mi appartenga, ma forse sarebbe bene che qualcuno si chiedesse come rendere le parole meno vuote e i fatti più consistenti.
Certo è che del carcere tutti sappiamo tutto, ma a pochi importa qualcosa davvero.
Questo vale anche per chi in carcere muore, per chi in galera sopravvive e per chi ci lavora, perché ognuno parla, agisce, dimentica, per ideologia, per appartenenza, di conseguenza ognuno mira al proprio interesse personale, al rafforzamento della propria casta, al male minore da scegliere.
E così i morituri non fanno notizia né suscitano pietà: quella è finita da un pezzo nelle carceri italiane.
Esaurita la pietà, come la sensibilità, perché la prigione così deve essere: un luogo di morte, in cui ipocritamente è richiesta speranza e riabilitazione.
Il carcere e la pena, il carcere e la persona umana, il carcere e gli operatori mai sufficienti, il carcere e la sicurezza, il carcere..e l’uscita con i piedi in avanti.
Un tempo ( fortunatamente superato ) si “evadeva” in questo modo tra rivolte e omicidi, oggi per somma di sofferenza e di abbandono, e seppure la differenza sia abnorme, non saprei quale delle due eredità sia un fardello accettabile.
In questa inumanità che allontana e divide, appare pressante una domanda. Si tratta di stabilire una certezza, non solo quella della pena, troppo spesso usata come nascondimento di ben altre assenze politiche, occorre piuttosto delineare un’altra certezza, quella della vita, della dignità, della speranza. E lo si può fare partendo da un interrogativo, che può apparire anacronistico: a chi il compito di educare? Educare perché e a che cosa e quando?
Queste domande, che possono riguardare ambiti diversi e ruoli distanti tra loro, sono interrogativi esistenziali, e dalla risposta che daremo, responsabile o disimpegnata, dipende in generale la qualità della vita sociale, nello specifico invece il sentire e l’agire di chi il carcere lo gestisce e ancor di più lo vive, subendolo passivamente.
Quando una persona muore tragicamente e, peggio, in solitudine, non ci sono soluzioni esaustive o convincenti per far sì che quanto accaduto non si ripeta, ma almeno si può tentare di chiamare con il suo nome quella assenza che ha causato il danno: in questo caso l’attenzione.
Si parla spesso di rieducazione, di trattamento, di pena che recupera, di mezzi e strumenti che mancano, forse occorre fare un passo indietro, e pensare, dentro e fuori, nella posizione che ognuno occupa, che siamo educatori e educandi, sempre e comunque, e educare alla vita può diventare un imperativo anche in galera: se sapremo riconoscere il valore della dignità umana.
Educare a rieducare non è uno slogan, né una critica, bensì è intendimento e capacità operativa, affinché il costruire e ricostruire insieme non rimangano forme dialettiche rinsecchite, che servono solo a giustificare il proprio compito, ma ritrovino un sistema di valori, di diritti e doveri condivisi, come processo veritativo per una conquista di coscienza.
Il carcere c’è in tutto il suo fisico-psicologico e non se ne può fare a meno: ma di morti ammazzati per sofferenza, solitudine e abbandono, credo proprio di sì.
Forse il metodo da adottare e portare avanti per riuscire ad accettare le prove della vita, anche le più dure, sta nel tentare di delineare progetti futuri, che vedano il detenuto impegnato in prima persona…….