In genere noi siamo abituati a parlare molto dell’amore che Dio nutre per noi, e facciamo bene.
Ma parliamo poco dell’amore che noi nutriamo per Lui. E’ un tema che ci mette in seria difficoltà, perché richiede una sincerità assoluta, difficilmente attuabile in quanto ci conosciamo poco e ci scoraggiamo di fronte allo specchio delle nostre miserie e fragilità.

Eppure Dio, lo sappiamo dalla Sacra Rivelazione, esige da noi reciprocità cominciando dal Primo Comandamento: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore…”

La sua logica rientra nel suo piano eterno: ognuno di noi è stato creato a sua immagine e somiglianza, soprattutto nell’amore.
L’amore è un atteggiamento libero che deve nascere spontaneo dal nostro cuore. Nessuno può constringere un altro ad amarlo, altrimenti sarebbe una forzatura illusoria, una coazione soffocante, ma non vero amore.

Così l’Amore per Dio che ogni uomo dovrebbe nutrire in sé è un atteggiamento profondamento libero e spontaneo.
Ma come è possibile sapere se realmente amiamo Dio?
Dal punto di vista esistenziale viviamo tutti immersi in un mare di fragilità e sofferenze. Lo stesso Giobbe, uomo di Dio,  provato dalla sofferenza esclama:
“Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: «E’ stato concepito un uomo!.

Ci troviamo dunque in una dimensione spazio-temporale senza volerlo, subiamo migliaia di frustrazioni, limiti ed angustie. La nostra natura tende spesso al male. Inoltre siamo spiritualmente ciechi perché non riusciamo a capire perché esistiamo e soffriamo e qual è il senso di tutto l’Universo.
Attorno a noi vediamo macroscopiche ingiustizie, egoismo, invidia, sopraffazioni, violenze di ogni tipo.
Dio non lo vediamo direttamente e la testimonianza della sua esistenza e della sua azione per l’uomo ci è data da una Rivelazione scritta che si è conclusa 2000 anni fa.
Moltissimi si dichiarano atei proprio per questo motivo.
Ma il credente perché dovrebbe amare Dio?

Dio, si sa, nessuno lo ha mai visto.
La fede richiede un’iniziale predisposizione accompagnata anche dal lume della ragione. Uno potrebbe anche fare questo ragionamento: non è possibile esistere e poi finire nel nulla con la morte.

Niente avrebbe senso, anche perchè se piombiamo nel nulla non potremo nemmeno ricordare la nostra vita terrena, quello che abbiamo pensato e realizzato, avere coscienza di Dio-Creatore e di noi stessi. Ciò che viene riassorbito dal tempo e dallo spazio, allora è nulla assoluto perché l’essere coincide con la coscienza di essere, ma se non c’è più coscienza non c’è l’essere.

Si tratta allora di una scommessa:
O ci convinciamo che nulla ha un senso e che la nostra vita è una passione sprecata, destinata a dissolversi, o ammettiamo che tutto deve per forza avere un senso.
In questo caso ne consegue che dovremmo accettare l’esistenza del Dio che ha creato tutto e che per tutti ha un piano eterno, il quale dona un senso alla nostra esistenza e a tutto ciò che facciamo o che ci capita.

Un gradino qualitativamente più avanti nella fede è credere che Dio si è manifestato nel suo Figlio  fatto uomo e che ha preso il nome di Gesù.
“Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato” afferma Giovanni

Gesù stesso, nel corso della sua vita dirà: “Chi vede me, vede il Padre”.
Allora il credente “cristiano” dovrebbe aderire alle parole del Verbo incarnato, il quale si presenta inizialmente sotto le spoglie di un bambino destinato poi a manifestarci più concretamente l’amore di Dio per ognuno di noi subendo la passione e la morte in età adulta, fino alla Resurrezione, massima manifestazione della potenza di Dio che vuole indicarci quale è il nostro vero destino immortale.

Ci vuole molta fede, ma anche la ragione può dirci che questa fede è “ragionevole”
Noi, quindi, amiamo Dio quando crediamo a suo Figlio, alle sue parole ed alle sue opere e cerchiamo di corrispondere al suo amore amando noi stessi, il prossimo e tutto l’Universo in Lui.

Il nostro amore per Dio è povero, difettoso e timido, ma sarà LUI, con la potenza dello Spirito Santo a rafforzarlo nella nostra quitidianità, che diventerà straordinaria se la nostra fede è almeno grande quanto un granello di senape.