“Il patire di Dio sulla Croce, fino a quel grido raggelante con cui si rivolge al Padre chiedendogli la ragione di un tale abbandono, rappresenta il culmine di quello “svuotamento” (in greco: kenosis) che costituisce la specificità del Dio dei cristiani, un Dio, come ha scritto magnificamente la mistica Simone Weil, che rinuncia liberamente ad essere “tutto”, un Dio creatore che si “decrea” fino a divenire la più debole e la più ignobile delle creature e che solo subendo l’ingiuria della Croce “si comunica” nella e alla creatura. L’incarnazione sarebbe solo un frivolo gioco, alla portata di una qualsiasi divinità pagana, se non si realizzasse nella più nera delle morti. Hegel
ne trasse la conclusione, logicamente ineccepibile, che la morte di Dio, il passaggio nella più estrema e dilaniante negatività, era la stessa vita eterna del Dio cristiano: nella Croce palpita già la Resurrezione, il Venerdì e la Domenica sono la stessa cosa.” (Rocco Ronchi)

Dunque Dio si è “svuotato” della sua divinità, si “decrea” con la morte infamante per comunicarsi a noi.
La logica della reciprocità inscritta nell’Amore ci richiede di contraccambiare nei confronti della Trinità. Dio da “Tutto” si è fatto “nulla”. Noi siamo “nulla” se paragonati a Lui. Siccome Egli è Amore purissimo e disinteressato, si fa uno di noi, ma l’ultimo: il più reietto e disprezzato, l’uomo dei dolori che ben conosce il patire. La sua kenosis è estrema compartecipazione alla nostra situazione creaturale: il fatto che siamo esseri che non hanno saputo usare della libertà concessa per glorificare il Creatore ha attirato la sua natura amante, per reintegrarci nel progetto che Dio aveva sull’uomo : renderlo partecipe della sua natura divina.
Come possiamo noi corrispondere ad un amore così travolgente e passionale di un Dio che si incarna e muore sulla croce?
Interessandoci di Lui, innanzittutto. Considerando principalmente il dono della vita che abbiamo continuamente da Lui perché in Lui “viviamo e respiriamo”. Sappiamo che Egli non ha bisogno della nostra lode e nemmeno dei nostri sacrifici, ma il suo amore li accetta gioiosamente aspettando la nostra redenzione che deve partire da un consenso libero.
Lo glorifichiamo tramite la nostra libertà. Essere poveri e fragili come noi che credono nel suo amore misericordioso, attira la sua benevolenza e la sua tenerezza di Padre.

Non è facile credere alla sua bontà, dobbiamo essere sinceri: corruttibilità, dolore, angoscia, frustrazioni, crudeltà che popolano il mondo e la nostra vita quotidiana ci disorientano.
Come è possibile credere ad un Dio infinitamente buono? Eppure la nostra fiducia nella sua bontà redentrice, lo glorifica.
Ci chiede solo di credere, di abbandonarci fiduciosamente, di amarLo in Gesù Cristo incarnato, morto e risorto. Egli è il Logos, il fine e la chiave di interpretazione di tutto.
Amare tutto e tutti in Lui, contemplando le meraviglie del suo creato ed operando concretamente per il bene di tutti. Diventando, come Dio, dei generatori d’amore, questo lo glorifica