41° Capitolo

Molto spesso i nostri progetti di vita escludono inconsciamente l’ora più importante dell’intero arco della nostra vita : la morte. Essa ci colpisce provvidenzialmente in un momento ” x” che pochi effettivamente conoscono. Ci proiettiamo verso il futuro pensando a quanti anni anni di vita ci restano ed anche se siamo consapevoli che rimane per noi una misteriosa incognita, ci illudiamo e vogliamo vedere davanti a noi ancora tanti anni. E invece quello che ci succede attorno ci indica spesso il contrario: scomparse improvvise o premature dovrebbero additarci l’incertezza della nostra ora. Ora che è ben conosciuta dal Padre, perché da Lui stabilita, ma non da noi, se Egli non lo vuole.

Egli ha l’enorme libertà di togliere dalla scena terrena qualsiasi creatura in qualsiasi momento dell’anno del mese, del giorno , dell’ora, del minuto. Nessuno dovrebbe sentirsi particolarmente privilegiato da pensare che la sua ora sarà preceduta da un solenne annuncio: no, l’esperienza mi dice che la morte subentra proprio quando meno ce l’aspettiamo.

Molti sono stati colti mentre mangiavano e bevevano, mentre si divertivano, mentre lavoravano o passeggiavano, mentre ridevano o piangevano, mentre leggevano o scrivevano, mentre pregavano o meditavano, mentre dormivano.

Alcuni hanno dovuto subire una lunga malattia , intuendo il momento del trapasso finale. Altri sono stati uccisi in guerra, nei duelli, nelle liti, nelle aggressioni, nelle catastrofi e negli incidenti.Qualcuno si è tolto la vita premeditando il momento. Si potrebbe obiettare: ma è giusto che il Signore permetta una così grande differenziazione nelle modalità di trapasso?

Perché non riceviamo tutti un avviso solenne e ben preciso sulle modalità e l’ora della nostra morte, così importante per l’intera eternità?Ecco uno dei grandi misteri che tormentano l’uomo durante l’arco della sua esistenza terrena. Esso apparentemente sembra cozzare con la misteriosa libertà di Dio, il quale dona l’esistenza a chi Egli vuole e toglie la vita a chiunque quando vuole.

Eppure la fede ci dice che questo, nonostante tutte le apparenze contrarie, è il retto agire di Dio. Perché”retto”? Pensandoci bene Egli è la rettitudine e tutte le forme di rettitudine provengono da Lui. E’ la fede che ci fa pensare che Egli ha un piano eterno per ognuno di noi ( e che Gesù chiama mansioni). E’ la fede che ci fa intuire che Egli ci coglie nel momento da Lui considerato più maturo, come l’agricoltore che cerca i frutti del fico a fine estate. E’ la fede che ci fa credere che Egli mi condurrà nei tempi stabiliti da Lui alla maturità spirituale.

Dobbiamo vivere con questa consapevolezza : la nostra ora è realmente sconosciuta da noi. Quando ci addormentiamo dobbiamo prepararci a qualsiasi evenienza ed affrontare il sonno come un allenamento al grande trapasso, dove non si potrà mai dormire, perché non ce ne sarà la necessità. Ma dobbiamo assolutamente capovolgere la nostra mentalità oscurata dal velo dell’abitudine.

Dimentichiamo che siamo esseri in evoluzione, proiettati dal divenire verso la dimensione definitiva. Nel breve arco della vita c’é in nuce l’eternità che è in qualche modo presente in ogni istante. Come non provare una specie di capogiro nel pensare alla nostra struttura corporea passata, presente e futura? Un’enorme impalcatura atomica ed infratomica estremamente vitale sorregge la nostra esistenza terrena.

Tutta mirabilmente guidata da un principio unificatore, insito nell’anima. Un’impalcatura tra infinite impalcature del pianeta e del cosmo, tutte sorrette da altri principi unificatori che si rifanno all’unico vero Principio Unificatore: Dio. Questa esplorazione della mente ci fa intuire l’incredibile grado di ignoranza in cui viviamo. Ignoranza ed incoscienza.

Non conosciamo la vera struttura ontologica del nostro corpo, della mente e dell’anima. Agiamo spesso da perfetti idioti . Non riusciamo a prendere reale coscienza di ogni attimo che viviamo. Siamo in una specie di letargo esistenziale, anche se diciamo di aderire alla fede cristiana. Molte volte abbiamo della presunzione nell’affermare perentoriamente di sapere qualcosa sulla vita e sulla morte.

Si pretende di “saperne” già molto, con aria annoiata. Vediamo forme, colori. Proviamo sensazioni, abbiamo percezioni ed emozioni. Ma quando, in un momento di umile considerazione del nostro agire, ci rendiamo conto dell’abissale ignoranza che ci governa, non possiamo far altro che tacere come Zaccaria che rimase muto alle parole dell’arcangelo Gabriele.

L’ignoranza porta alla presunzione e all’incredulità. Da qui scaturiscono tutti i pregiudizi sulla vita, sulla morte, sull’esistenza, sugli altri esseri umani, su Dio. E chi siamo noi per giudicare l’operato di Dio? Quale incredibile presunzione la nostra nel suggerire a Dio cosa dovrebbe fare, cosa potrebbe evitare o come dovrebbe agire? Sì: quando noi esprimiamo la nostra riprovazione nel vedere “una vita prematuramente stroncata”, indirettamente giudichiamo Dio e lo rimproveriamo perché ha agito come non avrebbe dovuto agire! Ma chi ha detto che quella morte è “prematura”?

Diciamo ipocritamente: a novant’anni ha ormai vissuto e completato le sue esperienze terrene. Era giusto che morisse: sapeva già tutto della vita. Ma questo è in perfetta contraddizione con ciò che prima consideravamo. Anche se dovessimo vivere mille anni nella condizione attuale (secondo i macro-parametri terreni), ogni secondo ed ogni atomo rimarrebbero per noi perfettamente sconosciuti.

L’esperienza si arricchirebbe ulteriormente all’infinito, perché infinite sono le nostre oscurità. Come anche il voler vivere a lungo la dimensione terrena è una forma di presunzione: noi non possiamo sapere cosa è meglio e cosa è peggio. Salomone, a cui Dio concesse “saggezza e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia del mare (1 Re, 5,3), quando fu vecchio commise quanto è male agli occhi del Signore e non fu fedele al Signore come lo era stato Davide suo padre.(Sir.47,19) Non dovremmo dichiarare ingiusto Dio se prende con sé un individuo a un anno, a quindici, a venti, trenta, cinquanta o novant’anni.

Nel suo Regno ci sono molte mansioni ed ognuno ha un compito preciso sulla terra che potrà intuire solo alla luce del Creatore. Quando entriamo nel cimitero del nostro paese o città un pensiero sorge spontaneo: saremo un giorno sepolti qui o là? E vediamo sfilare durante il nostro lento procedere tra i vialetti di cipressi, le file ordinate di tombe.

Nomi e fotografie di persone che abbiamo conosciuto in tanti anni , giovani e meno. Dov’é tutto il clamore terreno? Il silenzio del cimitero interrotto da qualche refolo ci fa pensare all’eternità senza spazio e senza tempo. Che c’importa sapere quanto si vive ancora su questa terra? Dovremmo vivere come se non appartenessimo più al mondo.

Passa la scena di questo mondo, come dice S.Paolo. Tutto passa e nessuno, forse, si ricorderà di noi. Una lapide, forse, per un po’ d’anni ricorderà a qualche visitatore le stesse cose che stiamo pensando in questo momento. A qualcuno potrà anche, se Dio lo permette, sfuggire un requiem…poi nulla, non ci saranno nemmeno le tombe…e neanche le nostre! Prima di nascere sussistevamo solo nel progetto di Dio, il quale sapeva perfettamente tutto di noi e il momento in cui venivamo al mondo o lasceremo questo mondo. Ai suoi occhi c’é l’alfa e l’omega della nostra vita.

Dovremmo desiderare di riposare eternamente nel suo grembo, come hanno sempre fatto tutti i santi che gioivano realmente man a mano che passava il tempo, perché si avvicinavano al grande incontro con il Salvatore, giorno nuziale dell’anima con Dio. Crediamo in queste realtà? Crediamo realmente? Se così fosse ci comporteremmo diversamente, molto diversamente. Infiniti problemi passerebbero in secondo piano. Vivremmo immersi nel presente, ma proiettati nel futuro.

La vita vale solo se vissuta in Dio, solo se lo amiamo veramente. Amarlo veramente significa anche credere nel suo amore, nella sua infinita misericordia, nonostante in molti momenti ci appaia l’incontrario perché soffriamo, perché ci sentiamo pieno di limiti, di incomprensioni, di incredibile debolezza e fragilità ,di nulla.

C’é in noi un pianto interiore che vorremmo sfogare attorno a queste tombe.Vorremmo rivelare a tutti questi trapassati quant’é meschina la nostra vita! Ma in Dio loro lo sanno. Non ci giudicano, ma avvertono con compassione queste nostre lacrime che non trovano risposta. In Dio tutto è possibile. Anch’essi hanno commesso tante meschinità e forse vorrebbero dirmi che agli occhi di Dio sono meno che niente, perché Gesù Cristo crocifisso ha risanato tutto.

A Dio interessa il presente, l’uomo nuovo che desidera amarlo e che gli chiede la forza di amarlo. Sì, perché solo il desiderio di amarlo, pur conoscendo il proprio egoismo, è già Amore, un inizio, , ma é sempre amore! Il resto lo farà Lui. Egli è stato così onnipotente da creare tutto l’universo, ma é ancora più onnipotente nel ricreare il nostro universo interiore, dove sta preparando il suo tempio d’Amore, tempio dello Spirito Santo.

Viviamo come se già vivessimo nell’aldilà, pensando alle cose di lassù, non a quelle della terra. Tutto passa, anzi è già passato! Non centra più ieri, oggi, domani, tra vent’anni, cinquanta. Passerà anche il nostro futuro immaginario, anzi : sta già passando nel tempo presente: basta solo un po’ di autoconsapevolezza. Stiamo già, in qualche modo, vivendo in Dio quando Egli vive in noi! La morte ci fa paura. I motivi sono complessi, soggettivi, misteriosi. Ma ci fa paura. Quando si riesce ad eliminare nel profondo del nostro anima questa paura, la vita diventa più serena.

La vita di ogni cristiano, di ogni uomo dovrebbe essere una preparazione alla buona morte.
“Sono tanto contento, perché la Madonna mi vuole là”, diceva Padre Giacomo Filon, spirato a Lourdes nel 1948.”Oh, se non fossimo attaccati alla terra e il nostro contento non fosse per le cose di quaggiù, il pensiero della morte non ci farebbe paura, perché rasserenato dalla brama di andare presto nella vera vita e dal desiderio di sottrarsi alla pena di vivere senza Dio” (S.Teresa d’Avila, Vita,21,6 p.206)

“Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rom.,7,24) Bisogna pregare perché il Signore trasformi questa paura in brama e desiderio di raggiungerlo nell’altra vita. Pregare lo Spirito di sapienza, di intelletto, di consiglio, di fortezza. La paura può essere combattuta attraverso una seria riflessione sulla natura della morte, unita alla grazia di Gesù misericordioso. La natura della morte può essere intuita attraverso quella della vita. Cos’è la vita? Noi abbiamo un concetto ancora molto confuso e pregiudiziale della vita.

Esso è legato agli schemi mentali che abbiamo acquisito sin dalla nascita nel nostro contesto culturale e ideologico. Ma una attenta osservazione del fenomeno della vita può far fugare molti pregiudizi. Innanzitutto osserviamo che essa è legata al divenire spazio-temporale. Respiriamo, ci muoviamo, pensiamo, parliamo, scriviamo, lavoriamo, ci divertiamo, passeggiamo, corriamo, mangiamo…ed infinite altre attività.

Tutto viene immaginato come un succedersi lineare di istanti legati ad un certo mutamento. Da qui deduco che Vita in senso generico è mutamento. La nostra mente percepisce questo mutamento perché immagina sempre di non esserne coinvolta. Ogni movimento viene percepito come una variazione di qualcosa, ma il percepente non può avere lo stesso grado di variazione. Se immaginiamo di trovarci in uno spazio completamente vuoto in cui non siano visibili gli astri, non riusciremmo a percepire il continuo spostamento.

Se un’ altra persona si spostasse parallelamente a noi con la stessa velocità, la vedremmo ferma. Senza un preciso riferimento contestuale, non potremmo asserire la realtà dello spostamento. Tutto, quindi, si sposta in relazione ad altri elementi . Nell’Universo completamente vuoto non avrebbe senso dire “ci spostiamo”, perché in realtà non potremmo, anche se fossimo stati inizialmente scagliati alla velocità della luce. Lo spostamento è relativo solo al punto di partenza.

Ma anch’esso è solo concettuale…E la vita? Essa è un sistema complesso di spostamenti-mutazioni in relazione tra loro, unificati da un principio di coscienza. Essi sono tutti riferibili ad un “centro” di appercezione, sempre trascendente rispetto ad essi. Più lo sforzo è trascendentale (siamo ai confini con la vita eterna!), più il divenire si stacca dal reale.

Che senso ha attaccarsi alla vita terrena, se attraverso una sempre più perfetta auto-consapevolezza ci rendiamo conto che il divenire è solo una serie di mutamenti spazio-temporali che hanno la funzione di condurci ad una certa pienezza esistenziale? Perché non desiderarla questa pienezza, se tutto è ad essa finalizzato? La morte ci fa tuffare nell’istante dell’eternità, ci inabissa nell’attiva immobilità di Dio (non è egli “motore immobile?) Da questo punto fermo l’autocoscienza può esplorare tutte le variabili della creazione e contemporaneamente può vedere Dio così come Egli è, perché da Lui assimilato.