SANTI INNOCENTI  MARTIRI B

Ger 31,15-18.20; Rom 8,14-21; Mt 2,13b-18

 

La liturgia innalza il grido del dolore innocente, un
dolore che ci fa pensosi. È il Natale che continua, il Figlio di Dio percorre
fino in fondo il destino dell’uomo: straniero tra gli stranieri, esule in
Egitto, perseguitato in patria. È il cammino dell’umanità.

 

Dice Geremia: Rachele piange i suoi figli. In tutto il mondo madri gridano al cielo per i loro
figli uccisi, e noi siamo qui distaccati e indifferenti, Kyrie eleison

Dice l’Apostolo: Tutta la creazione geme. Per l’immenso gemito del creato, per il dolore di
tutte le creature sotto il sole, noi ti domandiamo pietà, Kyrie eleison

L’angelo dice: Prendi il bambino e sua Madre e fuggi. Per tutte le volte che non abbiamo messo la nostra
forza per lottare contro il male, Kyrie eleison

 

Omelia di Ermes Ronchi

Tre giorni dopo Natale, al Gloria degli Angeli
risponde il pianto delle madri. Il Bambino vuole respirare vita e attorno a Lui
i potenti emanano morte. Nella Bibbia tutti i grandi passaggi intrecciano
insieme gioia e dramma. All’esultanza di Israele che fugge dall’Egitto fa da
controcanto lo strazio delle madri che piangono i primogeniti. Quando il mar
Rosso si rinchiude sui carri egiziani, esplode il canto dei salvati ma i
rabbini dicono che Dio proibì quel giorno agli angeli del cielo di unirsi al
canto, perché erano morti troppi suoi figli.

Il Verbo non
solo si è fatto fragile carne di bambino, ma carne minacciata, aggredita,
esposta a tutte le forze cieche che angosciano la vita degli uomini: Dio percorre
fino in fondo il destino dell’uomo, nella carne dell’insicurezza, nel buio
dell’angoscia, nel rosso del sangue. Il Natale non è sentimentale, è
drammatico: affiora il mistero dell’iniquità.

&ldquldquo;Un grido è stato udito in Rama, un pianto e
un lamento grande!” Grido di mille anni fa, di ieri, di oggi: basta
sostituire il nome della città di Rama con nomi di altre città, di altre
strisce di terra, di altri quartieri, forse anche della nostra città.

E la fede si interroga:
perché il Signore permette questo, perché non ferma la mano degli assassini,
perché non sopprime il tiranno e non salva l’innocente?  Dio interviene, Dio soccorre, ma non
con la sua onnipotenza bensì con la sua compassione, non salva dal dolore ma
nel dolore, non salva dalla morte ma nella morte. Non come onnipotente, ma come
onniamante. La com-passione di Dio, cioè il suo patire insieme con i suoi figli è la sola risposta accettabile,
nella speranza della risurrezione.

Cristo è ancora crocifisso
nei suoi fratelli, in ognuna delle infinite croci del mondo, muore a Iraq, in
Siria, in Nigeria, a Lampedusa, in una scuola di Peshawar in Pakistan, a
Milano, è schiavo in 250 milioni di bambini costretti a lavoro, è violato con
loro.

E io sono Erode quando le
mie azioni producono deserto e odio.

Io sono Erode quando
disanimo le persone attorno a me, tolgo coraggio, derido l’innocenza, gli
innamorati e i poeti.

Io sono Erode quando grido: non accetto limiti alla mia libertà o al mio
benessere.

 Io sono Erode quando mi barrico nell’egoismo, sia
personale che familiare, di fronte al dolore disperato che è anche mio.

Io chiedo un
dono: non abituarmi mai alla presenza del dolore innocente; mai sentirlo
normale, mai cessare di considerarlo uno scandalo, ma che rimbombi nelle
profondità del cuore.

E un brivido di speranza. Quando
il re Erode invia i soldati a uccidere, Dio comanda a Giuseppe di fuggire e lo
fa senza garantirgli un futuro, senza segnare la strada e la data del ritorno.
Dio non manda soldati a difesa, ma un angelo dentro l’umile via dei sogni: “Prendi il Bambino e sua Madre e fuggi in
Egitto”. Un Dio che fugge!

L’angelo non ha il compito
di evitare l’esilio ma di dare forza dentro l’esilio; non ha la missione di
abbreviare la via nel deserto ma di dare energia dentro il deserto; non evita
le lacrime ma è nel riflesso più profondo delle lacrime per moltiplicare il
coraggio. Dio non è una polizza di assicurazione; ma non è neppure assente; interviene,
ma lo fa altrimenti: i re ordiscono stragi e Giuseppe sogna, un granello di
sogno caduto dentro gli ingranaggi ferrei della storia eppure capace di
modificarne il corso.

Erode invia
soldati, e Dio manda un angelo dentro l’umile via del cuore, con tanta luce
quanta ne serve al primo passo, quanta ne basta alla partenza e alla prima
notte, ad assicurare a ciascuno che una profezia è contenuta anche dentro la
cronaca più nera.

Giuseppe
fa un sogno di parole, come tutti possiamo fare. Il Signore viene oggi dentro
la mia vita con la parola del Vangelo, viene come forza per camminare, come
forza per stringere a me una vita, qualche vita, le persone che lui mi ha
affidate. Viene come speranza: la virtù bambina che come tutti i bambini sfugge
e corre da tutte le parti e se riesci a prenderla la devi abbracciare forte forte
perché resti con te!

Facciamo un sogno di
vangelo: io so che nel mondo comandano i più forti, so che Erode siede sempre
sul suo trono di morte e di paura, puntellato dal sangue. Ma so che dietro a
tutto questo c’è un filo rosso il cui capo è saldo nella mano di Dio.

So che il denaro comanda nel
mondo, ma so che non è il denaro il senso del mondo, che non è il denaro la via
che conduce alla vita.

E se guardiamo
bene non c’è solo la storia di Erode o delle madri che gridano il loro dolore,
c’è un’altra storia nascosta: la storia di Giuseppe, la storia di milioni di
uomini buoni che vivono l’amore per la loro famiglia senza calcolare le
fatiche, senza contare le paure,

che danno spazio ai sogni che salvano,

che affidano la loro vita alla parola dell’amore,

che mettono mani e cuore a difesa di chi è minacciato
dagli Erode di ogni tempo, e pensano amore, bellezza, giustizia, e stringono il
nodo della pace.

Come credenti
noi non siamo ottimisti, noi abbiamo speranza. Ottimista è chi sorride a vuoto,
dicendo che va tutto bene, e sbaglia perché non è così. Ma pieno di speranza è
invece chi sa che il capo del filo della storia è ben saldo nelle mani di Dio.

E sa che il nostro viaggio, per
quanto accidentato, va verso casa, anche se passa per tutti gli Egitti della
storia.

Io ho speranza perché credo
in una nuova legge scritta nella carne di un Bambino inerme, perseguitato, che
fugge nella notte; scritta in coloro che hanno capito che non c’è altra strada
che diventare come questo Bambino, incapaci di aggredire e di ferire, diventare
tanto sognatori da preferire l’amore al potere, la generosità al denaro, da
preferire la pace alla sconfitta del nemico.

Scrive Berdjaev: ‘A loro,
cioè ai buoni, alle vittime, non ai carnefici ma ad ogni Abele, l’ultimo giorno
il Signore chiederà: che cosa hai fatto di tuo fratello Caino? E allora,
soltanto allora, quando la vittima saprà prendersi cura del carnefice,
perdonando, quando l’agnello saprà farsi prossimo al lupo, solo allora il
riscatto della terra sarà veramente compiuto.’

Un sogno di vangelo, che capovolga le nostre cronache
amare in storie di salvezza.

 

 

Preghiera
alla Comunione

 

In Rama, Rachele
piange i suoi figli.

Signore, ascolta e rispondi.

Perché non intervieni? Perché non fai tacere le armi?

Perché non guarisci queste malattie?

Perché comandi di fuggire, senza garantire un futuro?

E mi ripeti: prendi con te, stringi a te il Bambino e
sua Madre,

custodisci le vite che ti sono affidate,

attraversa le notti con la luce che basta al primo
passo,

con il coraggio per la prima notte,

la strada va verso casa anche se passa per una terra
straniera.

Madre, tu eri una di noi quando fuggivi di notte,

tu sai l’esilio del forestiero, il bisogno di un
riparo,

la fame di chi è partito in fretta, senza portare
nulla con sé.

 Madre, tu
lo stringi ancora con paura al seno,

e ti sento piangere in tutte le madri cui  è stato strappato un figlio

perché qualcuno è stato ucciso ad ogni madre,

o ha dovuto fuggire dalla sua casa,

e nessuno sa la ragione, come tu non sapevi.

E siamo ancora come te, quando paura ti fermava sulla
strada del ritorno, qualcuno c’è sempre che vuole uccidere, nulla è mutato.

Parlano di pace e uccidono.

Ma noi vogliamo parlare di pace e far vivere,

parlare di pace e non odiare mai,

parlare di futuro e sperare,

perché una profezia è custodita anche dentro la
cronaca più nera. Amen.

p.Ermes Ronchi